“Scherzi della memoria” – Una chiacchierata tra Claudio Sanfilippo e Nanni Svampa

Nanni Svampa è stato un personaggio certamente eclettico. Pioniere del cabaret di classe con i Gufi (insieme a Brivio, Magni e Patruno) nella Milano dei primi anni sessanta, e poi depositario della tradizione musicale della tradizione lombarda, e ancora il più intrigante e copioso traduttore di Brassens (in milanese, bien sur). E poi attore di teatro, di cinema e anche scrittore.

Ai bei tempi di “Ciminiera”, il nostro Claudio Sanfilippo – che lo frequentava con assiduità e ci ha pure duettato insieme, oltre ad averlo prefatore della sua prima raccolta di poesia per i tipi di Biblioteca di Ciminiera – lo intervistò davanti a una pizza. Ripubblicare quella bella chiacchierata ci pare il modo migliore per onorare, oggi che non c’è più, un grande artista e un grande uomo.

 

Claudio Sanfilippo

Sanfilippo – Partiamo dalla musica. Dividerei il tuo percorso in tre diversi filoni: il cabaret musicale dei Gufi, il tuo straordinario Brassens in milanese e infine la musica popolare della tradizone lombarda …

Svampa – Mah, guarda che in fondo io ho sempre cantato più o meno le stesse cose nel corso di questi quarant’anni, solo che col tempo le ho approfondite, sviluppate. Ho cominciato con la canzone di satira e di costume, prevalentemente in italiano, e parallelamente ho cominciato a tradurre Brassens in milanese e a scavare nelle radici della canzone lombarda. Ho anche pubblicato alcuni libri (tra cui La mia morosa cara, praticamente il breviario della canzone lombarda nei secoli) e ho prodotto documentari sulle tradizioni popolari padane.

I Gufi sono stati un’esperienza travolgente, in quattro, tutti vestiti di nero, con la bombetta, in un fuoco d’artificio di personalità diverse che si esprimevano in grande libertà, ognuno con caratteristiche ben definite. Una bomba, per i tempi. L’umorismo macabro di Brivio, le pantomime di Magni, il jazz di Patruno, le mie canzoni …

Ci siamo messi insieme dopo che sono tornato dal servizio militare. Abbiamo cominciato nei locali di Milano e siamo esplosi qualche mese dopo a Torino.

Eravamo molto originali. Avevamo un repertorio vastissimo, teatrale, musicale, cabarettistico. Credo proprio che i Gufi abbiano lasciato il segno.

un disco de I Gufi

Sanfilippo – Se penso al cabaret milanese penso al gusto del paradosso, del surreale, da Cochi e Renato a Jannacci e Beppe Viola fino ad Aldo, Giovanni e Giacomo. I Gufi appartengono a questa corrente ?

Svampa – Mah, in fondo credo di si, anche se noi, che siamo stati i pionieri, ci esprimevamo su fondali abbastanza tradizionali. Il cabaret a Milano nasce nei primi anni sessanta, prima c’era il teatro comico e la rivista. Anni in cui vennero alla ribalta personaggi della grandezza di Dario Fo e di Walter Chiari, ma non esisteva un tessuto artistico preciso riferibile al cabaret. Noi, in fondo, abbiamo dato inizio a questo filone. Credo che il carattere surreale che lega un po’ tutti i comici e i cabarettisti lombardi nasce dal fatto che qui, più che altrove, si è vissuto il boom economico con tutti gli aspetti estremi, negativi e positivi, che ne conseguono. In quel tessuto sociale sono emerse alcune figure umane che per un comico erano una vera pacchia. Ho ricordi nitidissimi di quando ero un ragazzino e scoprivo, osservavo tutto un mondo di comportamenti e di espressioni che nel tempo hanno sviluppato in me un gusto per il lato satirico e comico della realtà. Però non mitizzerei il cabaret lombardo quale unico depositario di questo modo di ridere o di sorridere del mondo e dei nostri simili. Penso a Petrolini, a Flaiano, a Campanile, tutti accomunati da un grande gusto del surreale e del paradosso, e tutti molto divertenti e intelligenti e per nulla legati alle atmosfere di Milano e dintorni.

la copertina di uno dei quattro dischi di Nanni Svampa dedicati a Brassens

Sanfilippo – Sei considerato il più importante traduttore e interprete di Brassens, anche fuori dai nostri confini. Quante canzoni hai tradotto ?

Svampa – Direi una cinquantina. Le ho incise in quattro album pubblicati dalla Durium, tutte in milanese. Più recentemente sono andato avanti e ho affrontato anche i testi di Brassens in italiano.

 

Sanfilippo – Anche De André ha tradotto Brassens…

Svampa – Si, e la sua popolarità ha fatto in modo che il nome di Brassens fosse conosciuto anche in Italia, per fortuna. De André ha sviluppato il suo stile su Brassens, è stato il suo punto di riferimento principale nei primi anni della sua attività musicale, non ne ha mai fatto mistero.

Sanfilippo – In effetti Brassens, tra i molti cantautori francesi di quegli anni, è forse il meno popolare da noi. Penso a Brel, o a Ferrè, che certamente hanno goduto di una maggiore popolarità e visibilità …

Svampa – Purtroppo è vero, Brassens è venuto la prima volta in Italia negli anni cinquanta, aveva un concerto in un teatro di Roma, e non fu capito. Lui non ci riprovò mai più, e passò la sua vita a cantare nei paesi francofoni. Paolo Grassi tentò più volte di portarlo al Piccolo Teatro di Milano, ma lui non accettò mai. C’è un aneddoto che riporto anche nel mio libro, che dà l’idea del rapporto che c’era in quegli anni tra la figura di Brassens e gli italiani. Ero a casa con mio nonno e in televisione, verso la fine del pomeriggio c’era un programma intitolato Settevoci, in cui apparve sullo schermo Brassens con la sua chitarra e i suoi baffoni. L’orso timido avanzava verso la telecamera cantando una delle sue canzoni. Mio nonno mi guardò e indicando lo schermo disse: “Quell pover omm lì, el g’ha d’avegh di preoccupasiun, el duveven minga fall cantà stasera…”.

Eravamo qualche anno indietro rispetto alle proposte artistiche che provenivano dalla Francia, in Italia non esisteva ancora il fenomeno dei cantautori per così dire impegnati. Tenco, Paoli, De Andrè, Lauzi, sarebbero venuti alla ribalta qualche anno più tardi.

Pensa che Brassens è l’autore tradotto nel maggior numero di lingue e dialetti, in Italia ci sono sue versioni in palermitano, in abruzzese, in bresciano. Lui si era inventato una lingua così ricca, colta e al tempo stesso accessibile che, soprattutto nei dialetti, è stato ed è tuttora un autore molto tradotto.

Sanfilippo – Il fatto che Brassens sia stato tradotto da te in milanese in modo così riuscito, oltre che per la tua capacità c’entra con il fatto che il milanese ha delle assonanze con la lingua dei transalpini ?

Svampa – I motivi sono diversi. Il milanese è pieno di parole francesi e di francesismi, ma è anche vero che in quegli anni il milanese era in un momento di fulgore, il cabaret e la canzone popolare avevano molti bravi interpreti e questo mi ha dato quell’entusiasmo necessario a cercare di ambientare nella mia città, sui marciapiedi e negli angoli a me noti, le atmosfere cantate da Brassens sulle scene di Parigi e della Francia. La canzone in milanese, negli anni sessanta e settanta, aveva un significato di rottura, portava con sé un forte richiamo espressivo condiviso dal pubblico. Questo concorreva a farmi sentire l’urgenza di raccontare questo grande artista nella mia lingua, c’era un’atmosfera molto stimolante.

Nanni Svampa in uno dei suoi ultimi spettacoli

Sanfilippo – La tua conoscenza del milanese è più orale o scritta ?

Svampa – Assolutamente orale. Intanto io ho sempre parlato un “milanese del lago”, anche se a ben vedere il milanese è quella lingua che si parla dentro al triangolo Locarno – Pavia – Lecco. Ho cominciato a parlare il dialetto da bambino, in casa. Poi, quando con i miei genitori abbiamo lasciato il Lago Maggiore per trasferirci a Milano, ho scoperto tutta una serie di espressioni tipiche della città, e quindi la mia esperienza si risolve in queste due anime. Mio padre leggeva il Porta, e così più tardi mi sono avvicinato alla letteratura e alla poesia in milanese.

Sanfilippo – Ci sono dei poeti e degli autori che ti piacciono particolarmente?

Svampa – Mah, ce ne sono tanti. Il Ferravilla delle splendide commedie messe in scena dalla compagnia di Mazzarella, Carlo Porta, Delio Tessa, ma anche tanti autori meno conosciuti del primo novecento. Mi piace anche Franco Loi, anche se il suo non è propriamente milanese, ma una lingua che al milanese si rifà in larga misura. Io non sono un purista, credo che le lingue vive siano in costante evoluzione, e Loi scrive una lingua in evoluzione. Nei dialetti questo accade più spesso che nelle lingue ufficiali. L’italiano in questo momento appare come una lingua arida, rinsecchita. Peccato perché è una lingua bellissima, difficile e ricca. Il rischio che nasconde la lingua di Loi è che non essendo condivisa dalla gente, diventi un fatto espressivo personale ancorchè profondo e denso di significato. Una lingua però si misura sempre nella strada.

Sanfilippo – Ha ancora senso il lavoro di ricerca su ciò che resta delle tradizioni popolari?

Svampa – Io ho fatto parecchia ricerca, soprattutto negli anni settanta, prevalentemente documentari legati alle feste popolari e ai riti religiosi, e ho scoperto cose sorprendenti, tradizioni che avevano ancora una grande forza espressiva, vera. Da allora non mi sono più dedicato a queste attività, ma so che molte di quelle cose che ho visto sono ancora vive. Si tratterebbe di capire se sono ancorate solidamente ai valori della tradizione oppure si sono trasformate in episodi folkloristico/turistici.

Sanfilippo – Tu hai realizzato un lavoro epico sulla canzone tradizionale lombarda, dodici dischi in cui c’è la storia della canzone padana nei secoli dei secoli…

Svampa – Si, che per fortuna è stato recentemente ristampato in sei cd, completi di tutte le note originali. Un percorso che va dal medioevo fino ai nostri giorni.

Sanfilippo – A proposito di percorsi, parliamo di questo libro “di memoria” che uscirà tra breve…

Svampa – Ho tirato fuori dal cassetto le cose che sono rimaste più chiare nella mia memoria, e mi piacerebbe costruire uno spettacolo legato a questo libro. L’epoca della guerra, il treno degli sfollati, le prime canzoni americane che si sentivano alla radio, il liceo, il farfallino, la brillantina, le feste dove non si cuccava mai e così via… il libro si intitola Scherzi della memoria e uscirà per la collana Ponte alle Grazie dell’editore Salani. E poi aneddoti legati agli spettacoli, storie familiari, è un “dentro e fuori” nelle cose della mia vita, arricchito da materiale fotografico, da vignette… insomma, è un lavoro molto composito. C’è anche un disegno fatto da bambino, avevo sovrapposto le sagome ricalcate di un vitello e di un tonno e l’avevo intitolato Vitello Tonnato…

la copertina del libro “Scherzi della memoria”

 

 

 

 

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