Francis Scott Fitzgerald e l’Italia

di Antonio Merola

Amore folle: la scandalosa storia di Zelda e F. Scott Fitzgerald (Mondadori, 2013): credo sia bene partire da qui. Perché mai uno come Alfonso Signorini dovrebbe scrivere di Fitzgerald? Qualcuno potrebbe rispondere perché Signorini, prima di diventare Signorini, nasce come professore di letteratura. Ma se allarghiamo il nostro orizzonte critico, ci troveremo di fronte a un fatto ancora più grande: negli ultimi anni si è assistito a una massiccia ripubblicazione dello scrittore americano in Italia. Alle prime proposte coraggiose di Caro Scott, carissima Zelda. Lettere d’amore di F. Scott Fitzgerald e Zelda Fitzgerald (La Tartaruga, 2003) e Lettere a Scottie, con lettere inedite di F. Scott Fitzgerald (Archinto, 2003), sono seguite Il crollo (a cura di Ottavio Fatica, Adelphi, 2009), la raccolta di racconti finora inediti Per te morirei e altri racconti perduti (Rizzoli, 2017) e la raccolta Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici americani (Minimum Fax, 2017), giusto per fare qualche esempio. Ciò che colpisce è che questo fenomeno non riguarda soltanto la produzione letteraria dello scrittore, ma anche, e soprattutto, lettere, articoli e carte private dell’uomo, che sarebbe stato impensabile pubblicare molto tempo fa. A farla breve, soltanto gli addetti ai lavori (forse… forse) li avrebbero comprati.

Se non vogliamo considerare il fenomeno come una deriva popular, dovremo quanto meno parlare di una nuova tendenza ormai in atto. Qualche che sia la direzione finale che prenderà (non sempre questa massiccia ripubblicazione segue una logica precisa: mancano per esempio alcune delle raccolte che Fitzgerald pubblicava tra un romanzo e l’altro), ho creduto che dopotutto sarebbe stato saggio fare il punto della situazione fino ai nostri giorni. Ai posteri l’ardua sentenza, potrebbe aggiungere qualcuno. Lo spero anche io, credetemi: Fitzgerald merita di essere letto ancora oggi. Siamo stati, noi italiani, decisamente ingiusti con questo scrittore. C’è una cosa che sembra che la critica del Novecento non gli abbia mai perdonato: quando nel 1924 si recò a Roma, assieme alla moglie Zelda e alla figlioletta Scottie, Fitzgerald fece a pugni con un tassista in preda a una sbronza. Ci si comporta così? Proprio uno come lei, Mr. Fitzgerald?

 

Francis Scott Fitzgerald

Forse credete che io stia esagerando. Guardate allora come veniva recensito Tenera è la notte su «La Fiera Letteraria» da una persona anonima, ma (è evidente) a cui quella storia non era proprio andata giù: «Bisogna aggiungere ch’egli è forse il primo o l’unico americano astioso verso l’Italia e affettuoso con gli inglesi, anche questo è un segno anacronistico: qui in un passaggio del suo protagonista per Roma riesce a vituperare gli italiani e a dire cose di ridicola falsità», (1949). E al povero Scott non era andata meglio nemmeno agli esordi: con la prima traduzione di Gatsby Il Magnifico (Mondadori, 1936) a cura di Cesare Giardini, dire che il romanzo era stato un fiasco è dire poco. Eppure era stato proposto addirittura in una collana rosa! I Romanzi della Palma. Elio Vittorini poi, nella famosa antologia Americana, lo inserisce tra un branco di scrittori (allora… ma forse ancora oggi) dimenticati: Kay Boyle, Evelyn Scott e Morley Callaghan. Li definisce come degli «eccentrici», e pare ci voglia fare solo un favore a farli tradurre.

Fitzgerald alla scrivania

Scott Fitzgerald e l’Italia ricostruisce la storia della ricezione critica e di pubblico che il nostro paese ebbe nei confronti dell’americano, dagli episodi sopra citati fino a un attimo prima della nuova ondata di pubblicazioni. Ma accanto a questa ricostruzione, c’è stata una domanda che mi ha ossessionato per l’intera scrittura del libro e a cui ho provato a rispondere: F. Scott Fitzgerald era un poeta? Si potrà obiettare che poeta non poteva essere, perché scriveva romanzi e racconti. Eppure uno come Nemi D’Agostino una volta si azzardò a definirlo tale, in un articolo apparso su «Studi Americani». Non mancano certo i casi di poesia in prosa nella storia letteraria occidentale: Rimbaud o il Conte di Lautréamont, per esempio. Ma perché Fitzgerald dovrebbe essere tra questi? Per D’Agostino, la risposta era nello stile: lirismo magico.

Ecco, io credo invece che la poesia di Fitzgerald sia da ricercare nella sua biografia: Fitzgerald è forse il miglior rappresentante di quella totale sovrapposizione tra vita e scrittura di cui parlava Carlo Bo, riferendosi alla letteratura americana. C’è quasi sempre un grande errore che si fa nell’approcciarsi alla sua scrittura: si comincia cioè, quasi sempre, da Il Grande Gatsby. Non è colpa di nessuno, è uno sbaglio che ho fatto anche io. Me lo fece fare la mia insegnante di letteratura inglese, quando andavo ancora al liceo. Ciò che F. Scott Fitzgerald e l’Italia vuole dimostrare però è che le opere dello scrittore americano vadano lette in ordine cronologico. Se lo farete anche voi, scoprirete che «dal dialogo con se stesso e con Zelda nasce cioè tutta l’opera di Fitzgerald».

 

la copertina del libro

(F. Scott Fitzgerald e l’Italia, Ladolfi Editore, Collana Smeraldo, 2018, pp. 96, prezzo € 10,00)

Una risposta a “Francis Scott Fitzgerald e l’Italia”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *