“Dentro il meraviglioso istante”. Un ricordo di Mario Luzi

di Filippo Davoli

Mia madre mi diceva, quando ero adolescente: “Una parola è poca e due sono troppe”, per ironizzare sulla mia taciturneria. A quell’età, tuttavia, è un difetto diffuso. Da cui sono guarito – temo – anche troppo. C’era però una persona che mi rinfrancava – in quegli anni. Era una sagoma alta, dall’espressione vivida, dai lineamenti che sembravano quasi caricaturali, in quella sua incipiente vecchiaia. Avevo i suoi libri, li leggevo nel segreto, mi seducevano prepotentemente. La sua parola poetica non faceva sconti: e sempre più, invecchiando lui, artigliava la vita, la andava a scovare ovunque le sue propaggini prendevano forma; e a quelle forme aperte dava un nome, una voce, in una ricerca di senso che era – si intuisce – la sua stessa ragione d’essere (e di essere poeta).

Eppure il professore, il poeta, l’uomo Mario Luzi – perché è di lui che sto ricordando – si presentava con eleganza soffusa, silenziosa; un portamento di umanissima dignità, ma anche di profonda, di grande semplicità. Avrebbe avuto motivo di approfittare della sua altezza, di riempirla distanziandosi dagli altri, da noi: invece sembrava lievemente incurvato, quasi a chiedere scusa di tutti quei centimetri – di corpo e di spirito – che lo separavano dagli altri, da noi.

Un giorno di non so più bene quanti anni fa, andammo a prenderlo a Parma io e il mio amico Paolo Musicanti, allora studente d’ingegneria e completamente fuori dai discorsi della poesia. Paolo aveva una bella Audi lunga e spaziosa, avremmo percorso la strada con minor fastidio e soprattutto avremmo onorato l’illustre ospite con una macchina degna. Lui non se ne avvide affatto: ci salutò con normale serenità, salì a bordo, e per il tragitto parlammo di tutto. Della facoltà d’ingegneria che frequentava Paolo, del clima a Macerata, di “che dice il caro Guido (ndr.: Garufi), e come sta”, della contentezza che a Macerata avrebbe rivisto anche il suo amico Francesco Tentori, insieme a tutti i poeti delle Marche; lo portavamo ad una tavola rotonda organizzata per lui dalla “Associazione per le ricerche sulla scrittura”, che Garufi e Pagnanelli avevano fondato insieme e che, dopo la scomparsa di Remo, teneva viva Guido con il supporto, qua e là, del sottoscritto e di altri, pochi, fidati amici; dall’associazione scaturivano eventi ma soprattutto la redazione e pubblicazione della bella rivista “Verso”; quella volta si presentava il piccolo saggio di Luzi “Le parole agoniche della poesia”, edito dall’associazione e successivamente confluito in Natueralezza del poeta, Garzanti, 1995).

Mario Luzi era un uomo bellissimo: emanava luce radiosa, in quel rovello irredento che erano i suoi capelli bianchi ariosi e scompigliati, in quelle borse gigantesche sotto gli occhi – eccellente e involontario sprezzo alle liftature oggi tanto di moda anche tra i maschi (che sono poi liftature della pelle o dei cervelli?) -, quelle borse così cariche di memoria e di esperienze. Anche la pappagorgia, in lui, aveva personalità: era la fucina della sua voce esile ma tagliente, dei suoi respiri tonali, dei sussurrati che inchiodavano al muro. E poi le sue mani: ampie e magre, dalle dita affusolate e ricche di vene e di storia.

Mario Luzi era la sua poesia: era il Bisenzio, l’incontro con gli uomini per via, la riflessione e l’esercizio delle lettere, l’ermetismo che si scioglie nella vita senza mancare di centrarne l’essenza, la carnalità che si fa pensiero, il sogno che si incarna. Il cristianesimo da rimettere in movimento ogni nuovo giorno, nel tormento amoroso, nello scavo imperterrito, con tutte le ombre che la luce reca in dono e che, a ben cogliere, sono luci anch’esse.

Sono già passati sedici anni, da quando l’abbiamo lasciato, da quando non l’abbiamo trattenuto (e non avremmo potuto, sebbene avremmo voluto). Ce ne resta, sterminata, la sua opera che taglia e colma tutto il Secondo Novecento; e che si affaccia su questo tempo nuovo con le radici ben salde nel grande fiume della lirica. Nel “grande stile” di cui è stato maestro e figlio.  Un’eredità irrinunciabile.

Mario Luzi

 

(gocce)

L’inverno e la sua fine
escono da quei monti
nel cielo
alla battaglia,
esitano l’uno
e l’altra, essi, rapiti
a quella luce
di politissimo cristallo,
alla flagranza delle valli,
e ora
un poco si osservano a distanza,
un poco si mischiano e si azzuffano
finché grandine o vento non sbaraglia
l’incertezza dello scontro.
Ci ottenebra, noi stille
sorprese in medio campo
un infittito scroscio,
ci affoga
l’uragano, sgombra
poi il sole
i celesti rimasugli
del furente nubifragio.
È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità
continua delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

Mario Luzi, da Sotto specie umana (Garzanti, 1999)

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