Allora lo zoppo salterà come un cervo

di Filippo Davoli

Una via incasinata. Inquadrata dal  sommo di una discesa. L’unica nota di conforto allo sguardo è, in basso a destra nella foto, l’insegna di una Pastisserie. Il dolce, però, è nel significato di quella foto scelta come copertina di un cd. E poi, una volta liberato dalle strettoie infernali del cellophan, nelle canzoni che contiene.

La via è quella dove è nato Georges Brassens. Il cd è quello appena uscito di Enzo Nardi. Enzo Nardi è quello che è cresciuto “a pane e Brassens“, l’altro cantautore docente di lettere della nostra canzone italiana (insieme a Vecchioni). Ma Enzo Nardi è anche un amico del sottoscritto, causa la sorte di essere figli della stessa terra e – che non è proprio un accessorio… – legati alla chanson française, alla grande poesia, alla bellezza, alla musica, all’arte.

Georges Brassens

Tipo strano, Enzo. Anzitutto troppo alto (credo sia lui, una delle cause del mio insorgere precoce della cervicale). Poi fastidioso, felicemente fastidioso: così controcorrente, così per niente commerciale, così teneramente caustico (come un bambino con gli occhi sognanti che strappa un fiore malamente perché se ne è innamorato), così dannatamente francese nel gusto, nelle sonorità; e poi – che è la cosa davvero più insopportabile (agli altri, non a me) – così intelligente nella scrittura dei testi. Che non puoi proprio fare a meno di ascoltare due volte le canzoni: una per cogliere le finezze musicali dell’armonia (mai scontata, mai piana come uno se la attenderebbe, ma sempre rimandante ad altro, prima di tornare); un’altra per immergerti in quello che dicono. E poi, ricomponendo il loro simbolo, veder affiorare la compiutezza nella semplicità, la più difficile delle arti. La più lampante.

Enzo Nardi

Nardi non ha bisogno di sofisticherie elettroniche, la sua è una musica nuda, acustica, libera vorrei dire. In questo suo nuovo cd lo accompagnano fior di musicisti: da un percussionista stellare come Alfredo Laviano al tocco pulitissimo di un contrabbassista come Davide Padella, dalla freschezza giovanissima del violino virtuoso (e non virtuale) di Paolo Moscatelli ai fiati multipli (sax, clarinetto, flicorno, flauto dolce) dell’altro Moscatelli, Maurizio; dal pianoforte presente e mai ingombrante di Marco Ferrara alla batteria di Luca Ventura,  all’armonica di Luigi Ferrara, alla fisarmonica di Daniele Cococcioni, alla sua chitarra: il terzo braccio di Enzo, che se la stringe sempre come una fidanzata (fossi sua moglie mi ingelosirei un po’).

Già dal titolo, questo nuovo lavoro è spiazzante: Enzo utilizza un versetto biblico del profeta Isaia, Allora lo zoppo salterà come un cervo (continuerebbe griderà di gioia la lingua del muto, perché sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella steppa).

Non può sfuggire, ai più avveduti, che è curiosa anche la tripartizione interna delle canzoni, quasi si trattasse di un libro di versi: un solo cd in tre sezioni tematicamente diverse. La prima richiama proprio i versetti di Isaia mancanti dal titolo: Canti dell’amarezza e della finitudine. Canti, cioè, dove ancora non s’è data l’irruzione dei torrenti e lo sgorgare delle acque nel deserto. Canzoni che figurano, per così dire, una sua discesa agli inferi, a cominciare dalla splendida Le vite, in cui il gioco pericoloso ma seduttivo dell’altro incontrato può significare la vita che si sarebbe potuta vivere se si fosse imboccata un’altra strada. A seguire con la divertente ed urticante Solo come Verlaine, in cui canta

Solo come Verlaine / in un due stelle di Trento, / con la tazza del bidet mezza crinata, / in cuor mio mando i trentini a trotterellare / sotto la panca / dove c’è una capra che a stento campa: / l’anima mia stanca!

E quindi Bruxelles, già inserita nell’album precedente, La farfalla in canottiera:

Al tramontar del sole / dietro un caseggiato / eccolo: il Passato! / S’apre in un cortile, / tra verdi ringhiere… / Oh, la vastità! / Ma non sono altro / che lampi di remoto, / vacuo trasparire / di nonne e di panchine, / di dei di sottobosco / di statue e di giardini / e un fiore ancora rosso / che implora un po’ di vita. 

Bruxelles apre la porta alla seconda “cantica”: che è, forse, la più poetica, in senso stretto. Quella cioè che decide della sorte finale, della rinascita che è racchiusa nella terza. Ma restiamo a questa, per un po’.

Restiamo un po’ sulla meraviglia della canzone che la apre, Memoriale. Un brano di una difficoltà impari, dove al primo ascolto un orecchio non allenato sospetta stonature, e che invece è di una bellezza sorprendente. Un colpo da maestro che squassa e innalza. Se Enzo non ci distraesse subito dopo, con la ballata Anni Settanta, rimarremmo inchiodati al suo Memoriale e forse saremmo ancora lì.

Invece, per certi versi fortunatamente (ma non ne sono così sicuro: io nell’incantante Memoriale ci sarei rimasto volentieri…), eccoci ripiombare nel bailamme della contemporaneità: anche se, a ben guardare, gli Anni Settanta sono ormai, per i più giovani, una sorta di preistoria. Quasi cinquant’anni fa… Fa strano a dirlo, a pensarlo vero, ma è così. E allora, tra depositi della Shell, Pelè e Rivera, esami di terza media, motorini, appare anche la mucca Carolina, in mano a una bambina / che anni dopo morirà. Che è una sentenza tragica, ma anche liberante nella sua cruda verità.

Si rientra in noi: si arriva all’ Incontro. E’ un altro dei momenti migliori del disco:

Se mi accadrà di incontrarti, / prima che i nostri cuori si apriranno a raggera, / tu mi aspetterai / seduta sulla panchina / di un viale in discesa / dove nell’aria invernale / un cane saltellava. / E una vecchia in pelliccia ma senza un volto… / i suoi atomi fluttuano / con un fosco clinamen. // Fiorivano, madre, per noi / ilari incroci di fati, / teatrini verdi e celie / di donne dai colli lunghi. / Si esalava l’incenso degli ippocastani. / Tu mi apparirai / come una gaia colomba / presso un cortile / in penombra / dove un giovane glabro / tirava colpi su colpi e forti volées. // Io ti abbraccerò / come nei campi elisi / ma le mie mani sul petto / mi ritroverò. / Verrà però il tempo fissato in cui la vecchia / riprenderà il suo volto svanito! / Mi spiegherai allora il senso / di ogni volatile urbano, / i casi, le contingenze / di quelle nostre uscite / in un frangente improvviso ci fulmineranno. // Grande magia dei viali / dove anche i vecchi han vent’anni / e ai glabri tennisti rinasceranno i capelli / sotto una luce che abbaglia / e non finirà.

la copertina del cd

Sì, Enzo Nardi è cantautore ma è anche poeta (le due cose non sono assimilabili, checché si pretenda ai giorni nostri): Enzo ha entrambe le corde. Nel grande interrogativo sul senso della vita e della morte – in cui peraltro si consuma ogni riflessione e ogni bellezza d’arte – affiorano i nessi coi versi di Montale e di Dante che lui stesso pone in esergo al testo, ma a me richiamano anche una prosa dai Preparativi per la villeggiatura di un altro nostro indimenticato amico e conterraneo, Remo Pagnanelli:

sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra… Uno solicello basta ad accenderli dell’invidiabile voglia di correre, di stare con la gioia di gioventù non spenta ancora.

E siamo quindi alla sezione conclusiva (non finale, giacché non si finisce mai, sin quando si è in movimento dentro la vita): sono i Canti del perdono e della speranza. Un recente studio dell’Università di Pisa afferma che il perdono, la riconciliazione, aiutano grandemente i malati terminali ad entrare nella loro condizione con serenità, con pace. Aprendosi, vorrei dire, alla nascita ulteriore. E’ quello che ci appare in Polinice, il brano del conflitto insanabile che tuttavia può sanarsi, tra due che non si sono mai piaciuti.

E’ quello che accade anche nella bellissima Sul far della sera:

Quando le tenebre bussano alla porta / e ombre di foglie invadono la cucina, / sui ghirigori della graniglia / nascono mentiti mostri, / e pensi che la vita sia fuggita / e lì ti sovviene una malinconia / di bottega serale, senza gente, / e l’uomo dai baffi tristi / che ossessivo pensa al fallimento, / che maledice le cooperative, / quando tutto nel grido si attutisce / di un Erebo suburbano / e dalle fioche finestre  tu intravedi / pallidi fantasmi cenare, / quando senti che accade tutto questo, / una pietà ti prende delle persone / che ti hanno guastato la vita / e le ami e le comprendi / e le raccomandi a Dio. 

E’ la luce d’agosto che ricompone le trame dell’intero percorso, che finalmente vede sgorgare l’acqua nel deserto: che non è manichea, che prende di peso tutto quello che c’è stato e che c’è, ma lo trasforma in una Sua luce nuova:

Allora lo zoppo salterà come un cervo. 

 

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