Piero Bigongiari. Un ricordo

di Filippo Davoli

Lungomare di Porto Sant’Elpidio. Premio Aleramo? Probabilmente sì.
O probabilmente no.  Primi anni ’90? Non ricordo più. L’ha invitato Antonio Santori, c’è Guido Garufi. L’anno dopo (o quello prima?) venne anche Gadamer. E un altro anno Sanguineti. Mi sa invece che era una rassegna che si organizzava a Sant’Elpidio a mare (che a dispetto del nome è il paese alto, che sovrasta la località marittima). O proprio a Porto Sant’Elpidio?

Sono passati troppi anni. Dovessi indicare date e occasioni di tutte le altre venture toccatemi felicemente in sorte, egualmente vacillerei: ho un’ottima memoria fotografica, trattengo le fulminazioni, ma per la matematica (perché una data è comunque un fatto matematico) ho sembre lamentato un’avversione costituzionale, forse genetica.

Comunque: lungomare di Porto Sant’Elpidio. Primo pomeriggio. Accompagnamo “il gigante” (Bigongiari lo era) a fare due passi in riva al mare. Uomo gentile ma brillante, delicato a dispetto della stazza e solare nell’eloquio, nel felice scambio delle battute. Di lui si è sempre parlato meno, rispetto al suo amico, conterraneo toscano (ma Bigongiari era nato a Pisa) e coetaneo, Mario Luzi. E dire che hanno aperto e consolidato la stagione dell’Ermetismo insieme, animando il dibattito culturale e letterario nella loro quasi identica e parallela longevità, letteraria, critica e umana.

Piero Bigongiari a Viareggio, in una foto d’archivio

Lo ricordo così, come in questa foto che è abbastanza precedente il nostro giorno: immobile, illuminato dalla luce riflettente del mare, quasi trasognato, in quel giorno né assolato nè nuvoloso, tenue, perlaceo.  La nostra volta in giacca nera, sobrio ma impeccabile; i capelli una nuvola bianca assestata, sorridente nello sfaglio che stavolta lo concerne di persona:

Poiché questo è la luce, uno sfaglio del compatto (Chantilly, 1951).

La sua, una “poesia della poetica debitrice e consona con la tradizione francese, da Char a Bonnefoy” (Ossola), come lo stesso Bigongiari osservava nell’importante La poesia come funzione simbolica del linguaggio (1972):
“All’eventualità surrealista succede questo senso evidente dell’antitesi che consiste appunto nel sentire come già accaduto, e dunque documentabile a livello di linguaggio, l’evento: che pertanto perde la propria eventualità per spostarsi già sul filo della presenza assoluta e abitare ormai il jardin de mémoire“.

“Il gigante” (perché lo è stato in tutti i sensi, tanto è vasta e significativa la sua bio-bibliografia) è morto a Firenze nel 1997. Gli rendiamo il nostro piccolo omaggio, augurandoci serva a sollecitare la curiosità dei lettori, specialmente più giovani, intorno alla sua opera.

Piero Bigongiari


da LA FIGLIA DI BABILONIA (1942)

ARDORE E SILENZIO
I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

 

da ROGO (1944-1952)

È SEMPLICE

È tutto così semplice quando anche,
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è così facile
che colte così presto si corrompano.

Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
con l’infinito chi non può volere?

Se io non so pregarti, ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.

Più di così è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
per essere sicuro alle mie spalle.

 

da LA LEGGE E LA LEGGENDA (1986-1991)

TRA LA LEGGE E LA LEGGENDA

Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
perché forse amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
ma forse proprio in essa pasticciando,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente le ravviva.

Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart …, mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.

Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari – è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.

Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne percorri l’augurio coi tuoi occhi,
scheggia impazzita tra gli altri balocchi
del destino che l’uomo chiama vita.

Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul suo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
– altro non ne ho: l’aspo ne fu rapito –
che sull’altro ritesso la leggenda.
Tu che la leggi strappane la benda
dei segni che l’accertano o la mettono
in forse, perché, vedi, sotto sanguina.

Piero Bigonngiari

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