Della voce (Un piccolo elzeviro ad alta voce)

Emanuele Franceschetti

Che potenza, la voce. Una potenza affascinante: individuale e universale a un tempo. Sempre imprendibile, ma inevitabilmente legata alla vibrazione della carne, alla fisionomia del corpo, alle condizioni della gola. Tutta imbrigliata in una gestazione spontanea che è pero anatomica, fisiologica: e poi, nel suo apparire, potentissima ma ogni volta già perduta, già lontana. Rosina, chiusa nelle sue stanze, non palpita (soltanto) per le parole d’amore che il giovane Lindoro le ha intonato (guarda caso) sotto la finestra, accompagnandosi con la chitarra. Palpita perché quelle parole hanno fatto vibrare l’aria in un certo modo, con un certo timbro, una certa inflessione, certe morbidezze che sono uniche, non imitabili. Quando tentiamo di riportare alla luce una voce la nostra memoria, nel suo tentativo di riaffacciarsi su qualcosa che non possiede più, può solo ri-evocare quelle inflessioni e quelle vibrazioni. E’, fondamentalmente, impotente. Non è esagerato – anzi, a ben pensarci, è quasi banale… – ricordare come la voce ‘dica’ la realtà con una forza superiore a quella che possiede una presenza reale. Molti personaggi di Puccini cantano in anticipo rispetto al loro apparire in scena, lasciandosi intuire ben prima del riconoscimento: li conosciamo già prima di vederli. Un altro momento del teatro musicale è davvero emblematico: poco prima del grande Finale primo del Don Giovanni, Donna Anna è in scena insieme al protagonista, ignorando che sia proprio l’uomo che le sta davanti ad averla violata nelle sue stanze, e ad averle ammazzato il padre, porche ore prima. Né la fisica presenza le dice granché di quello sconosciuto su cui invoca disperatamente la maledizione. Solo la voce di Don Giovanni, quella lo tradisce, riportandole alla memoria con una chiarezza inequivocabile il ‘suono’ dell’oltraggio subìto (‘Non dubitate più: gli ultimi accenti / che l’empio proferì, tutta la voce/ richiamar nel cor mio di quell’indegno/ che nel mio appartamento…’). L’unicità della voce vanifica ogni travestimento. Nell’atto del pronunciamento, nello sforzo che il canto impone, si nasconde, credo, un grande atto veritativo, un esser-ci im-mediato. Sorrido pensando allo scarso (comprensibilmente) compiacimento della critica cinematografica di fronte agli esiti dei film-opera, che tanto invasero il mercato a partire dal secondo dopoguerra: ripenso a quelle Carmen, quelle Violetta, quei Mario Cavaradossi che – vista la pratica del montaggio video su registrazioni precedentemente effettuate- cantano senza rossori del viso, senza rigonfiamenti del collo, senza dilatazione delle pupille, lasciandoci quasi credere che il dolore e l’abbandono possano essere detti così, senza abnegazione, senza un coinvolgimento del corpo. Senza commozione reale.

**

Fuga senza fine di Joseph Roth è un romanzo straordinario. Una prosa di costrutti brevissimi, di immagini giustapposte, eppure sempre educata, acutissima. Mortale, in alcuni punti. La lingua di Roth, qui, è una lingua frammentata, senza l’auto-compiacimento dello stile, senza preziosismi.  Coerente con la sentenza lapidaria che lui stesso pone in apertura di romanzo, nella quale sostiene la (ormai) conclamata vacuità del ‘creare’ artistico, rispetto all’osservazione. Osservare e annotare, senza estetismi. Ecco che la parola di Roth sembra modellata perfettamente sul protagonista, Franz Tunda. Ex tenente dell’esercito Austro-Ungarico, imprigionato dai russi e costretto a fare una rivoluzione che non gli appartiene, è un altro degli innumerevoli kernlose Menschen partoriti dalla guerra e dal nuovo secolo. Uomini senza baricentro, uomini che hanno perso la radice. Vorrebbe tornare in Austria, da Irene Hartmann, la sua promessa: conoscerà invece la Russia e altre donne, tornerà alla sua terra e ritroverà persino il fratello Georg, ora celebre direttore d’orchestra. Ma nessun ricongiungimento, nessun ri-cominciamento sarà per lui possibile: la Hartmann si è fatta una nuova vita. L’Europa che lui ricordava è spenta sotto le macerie. C’è dell’incredibile, credo, nella penultima pagina di questo testo sopraffino: in poche righe, la fotografia dell’impotenza umana, di un’esistenza privata di significati. La scena, se non si avesse una naturale predisposizione per il drammatico, potrebbe persino suscitare un sorriso amaro, straziato. Tunda, che ha cercato Irene per anni, la incrocia, casualmente, mentre sta per lasciare Parigi. Non si riconoscono. Nessuno dei due riconosce l’altro. Non c’è una parola tra i due: né Tunda né Irene hanno modo, quindi, di ascoltare la voce dell’altro. Qui il silenzio è soffocamento, assenza. Nel silenzio è negata l’unica traccia che permetterebbe, probabilmente, un’illuminazione, un esito diverso. La voce è il solo ‘farsi’ possibile di ogni incontro.

ARTISTI DELLA VITA

Francesco Astiaso Garcia

L’amore è tra tutte, la scommessa più grande, la sfida della vita per eccellenza sulla quale puntare tutte le nostre fiches di giocatori.

Scrive Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River “Soltanto un chimico può dire, e non sempre, che cosa uscirà dalla combinazione di fluidi o di solidi. E chi può dire come uomini e donne reagiranno fra loro, e quali bambini nasceranno?”

Il chimico di Edgar Lee Masters è ossessionato dalla ricerca e dominato dalla passione per la propria professione; non crede nell’amore ma conosce la legge che ha potuto sposare l’ossigeno con l’idrogeno senza farli scoppiare. Vive quindi nel tormento di chi non crede questo equilibrio sia possibile tra le persone, così decide di rimanere solo.
De Andrè ispirandosi alla poesia di Edgar Lee Masters ha scritto questa bellissima canzone: 

Da chimico un giorno avevo il potere 
di sposare gli elementi e di farli reagire, 
ma gli uomini mai mi riuscì di capire 
perché si combinassero attraverso l’amore. 
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore…

Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare 
guardate l’ossigeno al suo fianco dormire: 
soltanto una legge che io riesco a capire 
ha potuto sposarli senza farli scoppiare. 
Soltanto la legge che io riesco a capire.

Fui chimico e, no, non mi volli sposare. 
Non sapevo con chi e chi avrei generato: 
Son morto in un esperimento sbagliato 
proprio come gli idioti che muoion d’amore. 
E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.

Un pittore si pone difronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienzato che analizza e approfondisce le leggi della natura.
Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione tra le parti, relazione amorosa tra elementi contrari e opposti che convivono miracolosamente e apparendo conciliati danno vita alla meraviglia del mondo.

Ma com’è possibile che l’artista come il chimico di Edgar Lee Masters si trovi spesso cercando la bellezza nelle leggi della natura a perdere la stessa bellezza nelle relazioni della propria vita, fino a diventare cieco, disperato, cinico e solo?

Baudelaire, principe dei ” poeti maledetti”, scrive nel suo  “Inno alla Bellezza” : ”…vola al tuo lume la falena accecata, crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe…”

L’artista descritto da Baudelaire è la falena, una falena notturna, talmente attratta dalla luce del lume che non può fare a meno di avvicinarsi e avvicinarsi fino a bruciare e morire nell’estasi contemplativa, sacrificando tutto per seguire la bellezza.

Anche Agostino di Ippona, come Baudelaire e come il chimico di Edgar Lee Masters, in gioventù si trova a perdere la bellezza inseguendo la bellezza, nelle “Confessioni” ne parla mirabilmente:


“Avevo infatti le spalle rivolte contro la luce e il volto verso le cose illuminate per cui il mio stesso volto, con cui contemplavo le cose illuminate, non riceveva luce. Che vantaggio traevo io a quei tempi dall’avere un’intelligenza agile mentre però nella scienza della pietà erravo in maniera deforme?Queste ultime parole riassumono con estrema lucidità la condizione di inganno di moltissimi artisti e poeti; quanti poeti sanno cantare l’amore senza saper amare e tanti altri vivono l’amore senza saperlo cantare né dipingere.

Recentemente ho letto un bellissimo libro sulla vita di Lorenzo Milani, il quale dopo aver lasciato l’Accademia delle belle Arti per entrare in seminario, trova il tempo per andare a trovare il suo maestro di pittura Staude, che gli chiede, perplesso, il motivo della sua scelta di farsi prete:

È tutta colpa tua – risponde il giovane Milani – (…) Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra… A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada.

Lorenzo Milani ha scelto di essere artista della vita, non gli bastava più essere solo un buon pittore: non accontentiamoci di vivere la vita a servizio dell’arte, mettiamo invece l’arte a servizio della vita!

La risalita dalla bellezza sensibile alla bellezza delle virtù, delle realtà spirituali, fino alla sorgente della Bellezza, permette all’anima di essere sempre più bella, tanto da diventare simile a Dio. Questa è l’opportunità sovrumana del genere umano. 

“L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei  “laboratori” dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei paesaggi”. (Papa Francesco)

IL PRIMO ROMANZO DI DANIELE MENCARELLI

Filippo Davoli

Essenziale. Lapidario. Crudo. Eppure delicato, disarmato, innocente. E’ così lo stile che abbiamo imparato a conoscere e riconoscere nelle poesie di Daniele Mencarelli. Romano, classe 1974, la sua è una delle firme più attendibili della giovane poesia italiana. Come non ricordare lo struggente e splendido Figlio (edito nel 2013 da Nottetempo) e, per gli stessi tipi, Bambino Gesù (2010), che già aveva visto la luce per le Tipografie Vaticane esattamente nove anni prima?

Mencarelli però rilancia: alle soglie della piena maturità pubblica il suo primo romanzo, La casa degli sguardi, in uscita con Mondadori.
Ccrediamo possa trattarsi di un caso letterario destinato a segnare la nostra stagione, fornendole anzi qualche chiave importante per reagire all’imbarbarimento sempre più incombente.

978880468576HIG-312x480

Autobiografica senza cedere all’autobiografismo, la trama del libro racconta la storia di Daniele, un giovane poeta oppresso da un affanno sconosciuto, “una malattia invisibile all’altezza del cuore, o del cervello”. Il giovane protagonista, rifiutandosi di obbedire automaticamente ai riti cui sembra sottostare l’umanità (trovare un lavoro, farsi una famiglia, etc.), è piuttosto sedotto da una prospettiva nichilistica che gli impedisce finanche di scrivere, cadendo in una progressiva apatia che lo smangia e distrugge dal di dentro.
Per amore dei genitori, tuttavia, prova a chiedere aiuto e firma un contratto di lavoro con una cooperativa legata all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Sarà lì, tra bambini malati e segnati da un destino spinoso, che troverà la via della rinascita; le risposte arriveranno – al di là di qualsiasi retorica e con deflagrante potenza  – dall’esperienza quotidiana di fatica e solidarietà tra compagni di lavoro, in un luogo – quell’ospedale, appunto – in cui l’essenza della vita si mostra in tutta la sua brutalità e contemporaneamente, però, in squarci di inattesa e insospettabile bellezza.

Con la consueta lingua precisa e affilata che già conosciamo, seppure qui nella misura lunga e distesa della prova narrativa, Mencarelli ci rivela con coraggio il rifiuto cercato nell’alcol, la solitudine radicale, il senso di fallimento insormontabile, fino alla rinascita della speranza, verso la più completa guarigione.

ANTONIA POZZI. LA KENOSI DELLE MONTAGNE

Pietro Polverini

Si scorgono i stretti sentieri, le minute arterie che conducono alla radura centrale. Se si porge l’orecchio con garbo, si sentono pure gli scrosci educati dell’acqua tra le pietre. Forse, se si rovista nelle stanze del bosco, può perfino sbucare il passo fugace delle cinciallegre.

La poesia di Antonia Pozzi è ancora incastrata lì, tra i fossati erbosi e le maestose montagne di Pasturo. Probabilmente nessuno come Antonia ha saputo rendere conto della dialettica tra leggerezza e peso nella dinamica del verso. Lei che ha saputo condensare il peso della croce nell’istantaneità della sua parola. Proprio la voce autorevole di Montale, nella prefazione della raccolta Parole pubblicata nel 1948 per Mondadori, ritiene di poter leggere quest’opera come il diario di un’anima Allieva di Antonio Banfi, con la quale si laurea in Estetica, discutendo una tesi sulla formazione giovanile di Gustave Flaubert, Antonia Pozzi visse tra gli estremi di un amore con il proprio professore di latino e greco, ostacolato dalla figura paterna.

phoca_thumb_l_646_001

Per tutta la sua minuta esistenza si dedicò con solerzia alla fotografia e alle escursioni nella sua amata Pasturo. Potremmo dire che il rapporto che la lega alla montagna ha un che di teologico: le vette immense, i picchi innevati somigliano al Dio che la tutela e la custodisce dal fango delle vicende umane. Distaccarsi dalla verticalità delle catene montuose è quasi impossibile per lei: quando capita si assiste ad un benevolo rito di commiato:

Questa è la prova :
che voi mi benedite –
montagne –

se nell’ora del distacco
la vostra chiesa m’accoglie
con la sua bianchezza di sole
e abbraccia forte la mia
malinconia
col canto
delle campane di mezzogiorno –

Nella piccola piazza
una donna ridente
vende le prugne rosse e gialle

per la mia ardente
sete –

sul gradino di pietra
della fontana
luccica la lama
di una piccozza –

l’acqua diaccia gela
il riso in bocca
a un fanciullo –

stampa lo stesso riso
sulla mia bocca –

Questa è la vostra
benedizione –
montagne.

L’itinerario interiore di Antonia Pozzi è radicalmente vocato alla libertà più crudele: distaccarsi dal peso delle montagne che proteggono ma che ostacolano la ricerca verticale. Sfuggire dai giganti rocciosi richiede una sorta di kenosi sui generis per fare spazio ad un nuovo anelito: il desiderio delle cose leggere, possibile solo attraverso una poesia, “legata al passato, devota all’eterno”.

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

Salpare infine per un’alta scogliera di stelle come estremo atto, verso la libertà ricercata: un itinerarium mentis in silentium.

Svenata di sogni
ti desti:
ti è pallida coltre
il cielo mattinale

Come ad un mortale
pericolo scampata,
con gesto umile – i gridi
delle campane scosti:

debolmente,
preghi nel poco sole
un silenzio.

PIERSANTI E L’ARTE DEL RACCONTO

Anastasia Romano

È sempre bello riscoprire Umberto Piersanti. Sfogliare le sue pagine e le sue poesie è come tornare in un luogo conosciuto, magari nascosto in un angolo della mente, ma che ti resta dentro.

La narrazione breve, nelle sue varie declinazioni, ha radici antiche e consolidate nella letteratura italiana. Piersanti sceglie la forma del racconto, per condensare in un libro unitario la sua esperienza di frequentazione dei centri di recupero del Gruppo Atena, che ospitano persone afflitte da disturbi psichiatrici, problemi di emarginazione sociale, o autori di atti delittuosi.

Un susseguirsi di vicende, che si snodano una nell’altra, senza soluzione di continuità, e in cui emerge il ritratto di un’umanità dolente, interrotta, una realtà talvolta smussata da toni fiabeschi e da sogno, ma mai edulcorata.

Destini spezzati, personaggi che sono prevalentemente vittime di un mondo troppo grande che non li comprende, e che spesso emergono nella loro ingenuità spontanea e un po’ naïf, ma in contrasto dissonante con le azioni che hanno commesso: come uccidere qualcuno perché «Dottore, andava fatto!», oppure per una semplice frase, perché «M’aveva offeso». Uomini e donne che la vita se la bevono a sorsi e le cui vicende si svolgono senza senso, come le immagini di un film silenzioso, a cui avessero levato il sonoro.

la copertina del libro

Punto di unione di questi diciotto racconti è la struttura in cui tutti vengono ospitati, tratteggiata da Piersanti con brevi ma incisive pennellate: una casa grande, immersa nel verde, da cui in lontananza si può vedere il mare. Un luogo dai ritmi e dalle giornate regolari, per alcuni un rifugio, per altri un motivo di fuga, ma che trasfigurato dalla penna dell’autore si tramuta in luogo universale, dove l’Assurdo e il Non senso non trovano spazio, ma restano appena fuori, al limitare delle siepi d’acacia che lo circondano.

E tra le pagine della raccolta si ritrovano qua e là alcuni topoi della poetica di Piersanti: l’importanza della memoria, la fuga e l’amore come motivi di una felicità che si dà sempre e solo per attimi. Torna, immancabilmente, la natura, tanto cara al poeta. Ecco che si ritrovano i favagelli, le margherite gialle, il mare, dove ci sono i pesci, che vivono di «momenti sciolti dal tempo».

Una natura che tuttavia solo talvolta si presenta come riserva di senso, rifugio, come luogo dello spaesamento e del ritrovamento d’identità, perché l’Assurdo è sempre in agguato e abita costantemente queste anime perse.

 

LA POESIA ONESTA DI NICOLA BULTRINI

 

Riccardo Canaletti

“… sarete fragili e permeabili, perciò / immensi …”

 

La specie dominante è un libro che ha consistenza lirica. Questa è  forse la frase più adatta per indicare la virtù dell’ennesima prova poetica di Nicola Bultrini, classe ’65, poeta, scrittore, saggista e storico. Infatti, come in poche altre esperienze di lettura recenti, ritroviamo nelle sue poesie una sostanza piena, totalmente ripulita dalla retorica; una riflessione onesta, lontana dai paralogismi che sembrano tanto piacere ai lettori slombati di acrobazie stilistiche e filosofiche.

No, la poesia di Bultrini è per la gente che ha intenzione di metterci le mani, di caderci con tutto il corpo, di combattere nudi sulla parola, sul capoverso, sullo spazio della strofa. La specie dominante è un libro per gente che ha fame, non tanto di cibo materiale ma, come sottolinea nella prefazione Franco Loi, di amore e di speranza, sentimenti che sembrano non condivisi nella nostra società. Non c’è nessuna nostalgia conservatrice, nessun guardarsi indietro con patetismo; c’è invece una volontà di ricordare – e la memoria è fondamentale in questo libro – con sguardo trasparente.

Se tanta avanguardia ha cercato di obliare il passato, volgendosi solo in avanti, Nicola Bultrini sa invece costruire partendo dalle più profonde domande di senso che hanno, e non si può negare, toccato anche la vita delle generazioni precedenti la nostra. Dimenticando, cosa che da intellettuale e storico quale è non può fare, si precipita nel buio: invece si cerca la luce, sempre si tenta la risposta più chiara, che non sempre è la meno profonda, e il poeta è sempre un Aiace, che nell’umiltà del eroe, vinto tra i vincitori, non vuole morire nell’ombra. L’oblio è un nemico prepotente in questa raccolta. Ed è l’altra faccia della lama con cui ci si osa specchiare: proprio il passato costituisce, oltre che la più forte prospettiva, anche il più rischioso strapiombo, soprattutto se si rievocano ricordi davvero lontani.

“I pastori venivano dalla campagna / romana all’inizio dell’estate”, oppure “La tradizione del vetro è un ricordo / lagunare sottopelle” e ancora “Erano accampati a ridosso della frontiera / i briganti del regno dei Borboni”.

Vedere al passato significa dunque avere coraggio, confrontarsi con una vertigine cronologica in grado di trascinarti via. Bultrini è in grado invece di affrontare questa dimensione, che gli è sempre stata familiare, anche nei precedenti libri (come ne I fatti salienti, Nordpress 2007), e noi diventiamo parte di quel percorso che tende all’amore, un amore quotidiano, intimo, non metafisico, non astruso o concettoso, quell’amore povero, che ci porta –come l’autore stesso dice – a scrivere come si può.

Si ha voglia, finita la lettura delle settanta pagine, di chiedere alla persona più vicina la carezza più tenera e puntuale, il gesto più nobile che ognuno di noi possa concedere, l’abbraccio cum grano salis, l’abbraccio cosciente, quello di un amore che ha saputo vincere le contingenze della vita rimanendo fortemente intrecciato ad esse, che non ha tentato l’alienazione, ma l’immersione più totale, quella che noi definiremmo, con una parola, Vita.

Il pensiero di Bultrini va interpretato, ancora, in chiave di speranza, dove al buio di una notte che “ha sapore di acque amare” si contrappone una vivacità privata, quella della famiglia dei cari del passato, una proposizione in avanti. Ogni tema diventa una spinta, nessun giudizio di fondo dato da un pulpito, ma una compartecipazione alla condizione umana e sociale del nostro tempo. Una compassione e una comprensione, nel senso di prendere con sé, dei luoghi di oggi. La specie dominante è l’uomo di oggi, della tecnica, l’uomo indiscusso che degrada nella miseria meccanica di heideggeriana memoria. Un uomo elettronico, un automa senza possibilità di dialogo.

Ecco l’ultimo punto al quale il libro si apre. La dimensione della discussione è infatti evidenziata e sembra in contrasto con la presunta dominanza di una specie. Ma, attenzione, il discorso di Bultrini non mira ad appiattire a terra ogni uomo, togliendo a tutti la possibilità di diventare alti, bensì tiene in grappoli di parole i suoi cari, l’umanità intera, e tenta di portarli con sé verso una luce, verso il più grande sguardo su noi stessi, il nostro. Uno sguardo che la gente può scegliere di intravedere “con la coda dell’occhio” – che rimanda ad un suo precedente libro; e in un gesto intimo, come scattare una foto, si sublima l’eternità e la storia, si dimentica la dimensione saggistica di tanti che prima di lui avevano tentato di utilizzare la storia in senso lirico.

Infatti, superata la metà del libro, la poesia e la storia diventano una sola cosa, tu la percepisci e te l’aspetti, ma non ne sentirai più il richiamo evidente. La poesia diventa sussurro, la storia sparisce. Se prima quest’ultima serviva a comprendere l’autore, ora Bultrini ci è accanto, ci sentiamo vicini, in empatia, e tutto fluisce come un orizzonte atteso che non delude la speranza, la speranza di una poesia sincera che guardi con lucidità alla nostra realtà, senza innalzarsi a carme politico ma rimanendo nella sua – seppur apparentemente piccola – grandezza lirica.

la copertina del libro

Guarda quant’è grande
il mio corpo
quanta carne e sangue

è un peccato tenerlo tutto insieme
occupare lo spazio

vorrei farlo a pezzi
e regalarlo

che me ne faccio da solo
di questo corpo gigante

quanto è più dolce
lasciarlo per amore
nell’aria a consumarsi.

*  *  *  *  *

Scivola sicuro lo scafo
sull’acqua immobile. La notte
di luci e temporali
e le campane sull’ultimo parlare.

Una coppia abbracciata sopra al ponte
immagina la foto, incerta sullo sfondo
la stessa ripetuta mille volte.

Ma aiutami a tornare dove sei.
Mi sono mosso impercettibilmente
un giorno dopo l’altro.
Però ti scrivo come posso
altri mi osservano passando.
Ignari
mentre brucio nello sguardo.

____________

Le poesie sono tratte da

Nicola Bultrini,  La specie dominante (nino aragno editore, 2014)