IL GRANDE STILE – Poesia e vita: il caso di Andrea De Alberti

Gabriel Del Sarto

di Gabriel Del Sarto

Nel 2017 è uscito un libro di poesia che, pur senza far parte del fenomeno pop di certa produzione in versi contemporanea, ha avuto un discreto successo di pubblico, divenendo un piccolo caso letterario. Lo ha scritto Andrea De Alberti, poeta di Pavia, nato nel 1974 e si intitola Dall’interno della specie (Einaudi). La raccolta è stata già molto recensita, in testate di varia natura, a conferma di una capacità di penetrazione insolita per un’opera che si configura come pienamente inserita nella grande tradizione lirica del nostro paese. De Alberti raggiunge, in queste pagine, una maturità espressiva di rilievo, originale, e lo fa per mezzo di una voce che pronuncia i suoi versi come sempre dall’interno di qualcosa. Come se lo sdoppiamento, il non mettere a fuoco del tutto, che avviene in una stanza, come in una linea geologica, sia il luogo privilegiato della rivelazione della precarietà di tutti.

La fine di una certa idea di storia, la fine di un’idea di società è una delle pieghe del mondo su cui la generazione dei poeti nati dopo il ’70, in questi ultimi anni, sta ponendo attenzione, e De Alberti non solo non fa eccezione, ma è probabilmente uno dei più capaci nel cogliere il senso del comune smarrimento: la situazione di perenne decentramento / da ogni situazione stabile. Certo tutto questo essere fuori fuoco, fuori ingranaggio senza possibilità di redenzione, non potrebbe fondare un discorso se non vi fosse, dentro la biografia di questo poeta, un preciso senso e una precisa esperienza di decentramento. Nel caso di Andrea, la morte prematura del padre, col carico di domande che un evento così devastante si porta dietro, diventa la chiave di lettura del mondo e della biologia. Della vita dei singoli come di quella dell’universo. Tutto, la vita e il tempo, o sono vissuti come se il padre fosse qua o sono alienazione. Ogni nostro comportamento, ogni nostra azione è alienata, non evoluta, se non rientriamo all’interno, nel luogo da dove quella voce parla: Bisogna pensare all’evoluzione della specie / come a una ramificazione cerebrale / che lotta sottoterra per difendersi dal tempo […] lo sforzo di dimostrare / che chi non sa farsi figlio nel padre / ferma lì dentro lo scorrere del tempo.

la copertina del libro

È veramente questo il nucleo attrattivo di questo libro, la sua forza di fascinazione e il motivo, mi pare, per cui è stato scritto: riproporre, in modo discreto e discontinuo, ma non per questo meno potente, le domande di senso, la ricerca di verità, attorno all’io e al noi, a partire dal quotidiano incerto che è quello della storia che ci è data. La ricerca della salvezza, di una parola che abbia confidenza con la salvezza possibile, allora torna ad essere un compito della poesia, della lirica in particolare. Una lirica “rifunzionalizzata” (come la definisce M. Borio nel suo recente Poetiche e individui) e quindi consapevole dei tempi, ma che non ha dimenticato quello che scrisse Hölderlin: “la dove c’è pericolo, là anche/ cresce ciò che salva”. A questo proposito De Alberti sembra dirci che solo il retrocedere possa aprire spiragli di salvezza. Un retrocedere geologico, fino ai tempi dell’origine e dei progenitori, o un retrocedere quotidiano, come quello del tentativo di un padre di mettersi nei panni del figlio: questo è lo spiraglio che consente la grazia. E di grazia allora si deve parlare, se vogliamo rendere merito alla bellezza di alcune poesie di questa raccolta. Una delle più riuscite e compiute, In origine, è un esempio lampante di come la poesia lirica sia ancora capace di riflettere e comporre la realtà, interna ed esterna al soggetto, in modo da toccare le vicende di tutti. In questo testo ci troviamo subito di fronte ad un movimento di retrocessione, nel senso, come detto prima, di un’inclinazione della voce lirica a esistere nel presente attraverso la proiezione in esso di qualcosa che già è stato e che, essendo stato, sarà per sempre. Le geologie delle nostre esistenze, come dell’esistenza del cosmo, sono la via di accesso alla percezione e alla rappresentazione:

In origine

Sarà come rallentare il corpo in un nuovo soddisfarsi
nel chiarore della neve,
camminare verso un altro sdoppiamento:
i platani, i tigli, le acacie,
vite a coppia per trent’anni dietro il cancello di casa,
quel che saremo o che diventeremo,
forse ero io, forse eri tu prima di nascere,
un’andata e un ritorno, un arrivare nel silenzio.
Sarà un nuovo divenire, una specie di annullamento,
una simulazione vuota,
così è sentirsi pieni di cose
dentro una stanza che è alla base
del nostro vivere in silenzio,
con il vuoto meccanico di un’azione,
ogni volta che ti allontani da lui come da un puntoluce
non lo trovi più nemmeno in sogno.

 

Il primo movimento ci porta ad una possibile infanzia, nel giardino di casa, con la neve, gli alberi piantati a coppie, vicini per una vita (per trent’anni dietro il cancello di casa) che torna prepotente nel momento di svolta, legato alla nascita del figlio. Una vicenda che è uno sdoppiamento e, insieme, una distanza fra ciò che un uomo è prima di un figlio e ciò che sarà dopo. Questa svolta (un’andata e un ritorno, un arrivare nel silenzio. / Sarà un nuovo divenire, una specie di annullamento) è descritta attraverso immagini dalla forte venatura mistica (il silenzio a cui si può giungere, l’annichilimento dell’uomo di prima della nascita) che sembrano costituire il tappeto linguistico adatto alla grazia. Le cose però sono complicate, incerte.

Andrea De Alberti


Questa esperienza di annullamento vertiginoso può essere, al medesimo tempo, una
simulazione vuota, simile a tante altre esperienze banali della vita, come anche un sentirsi pieni di cose, presi da un’abbondanza che non si conosce. Questo essere dentro, contemporaneamente, a un vuoto e a un pieno possibile, è la danza che l’io lirico di questo libro compie in quasi tutti i componimenti. Una danza che descrive sia la situazione dell’io, la vita come è, sia la tensione drammatica di chi non è arreso all’assenza della speranza del senso. Nel finale, proiettati dentro una stanza, quella in cui si compiono gesti abitudinari, come addormentare un figlio (il vuoto meccanico di un’azione), la tensione raggiunge il suo estremo. Il figlio è il puntoluce di un’intera forma della vita. Che però non è la sola che coabita quelle stanze: allontanarsi da lui è perdere la sua luce, significa tornare a vivere frammenti di una vita altra, mentre quell’esistenza densa, poco prima sperimentata, non si recupera nemmeno in sogno. Almeno fino al giorno dopo, almeno un poco.

De Alberti ci guida nel silenzio di queste stanze, con gentilezza, chiedendoci di osservare come ci aggiriamo in questi interni, forse estranei a noi stessi e inconsapevoli dei nostri puntiluce quotidiani. Così compie una funzione, ci consegna la possibilità di sperare che la poesia abbia ancora questo ruolo: giocare con le parole in cerca di una qualche verità, di un barlume o anche solo della sua memoria.

 

DEL SILENZIO

Emanuele Franceschetti

Di Emanuele Franceschetti

 

‘In principio, è lecito supporre, era il silenzio’. E’ l’assunto con cui Ottò Kàrolyi, musicista e musicologo franco-ungherese, fa esordire un suo maneggevole e pregiatissimo testo di grammatica e teoria musicale. E l’assunto è netto, affascinante. Probabilistico e perentorio a un tempo. Tentiamo così di farlo nostro: la memoria si improvvisa in una corsa all’indietro, si rende elastica e volante, s’arrischia in un tempo-spazio che sente di non possedere fino in fondo. Ma il volo è un volo d’Icaro. Ci si schianta e ci si infrange contro un muro di tracce, nella partitura inossidabile dei segni del vissuto, nella tessitura rumorosa delle cose, nel contrappunto delle voci. Il silenzio non riusciamo a possederlo fino in fondo, se non al prezzo di una ricerca certosina, di una necessità, di una possibile ricostruzione: di una scelta. Ma in principio, dunque, era il silenzio: ancora prima del Verbo (ma la scelta terminologica non sembra soddisfare Faust, che tenta coraggiose ipotesi-variazioni sul tema: meglio ‘’der Sinn’’-il pensiero, o ‘’die Kraft’’-l’energia? O forse ‘’die Tat’’, l’azione?), ancora prima delle cose, del tempo. La storia muove da un silenzio ancestrale, e violandolo definitivamente lo pone in una condizione ‘altra’, distante, certo transitoria: l’epifania del mondo è benedetta nei rumori ( o nei suoni?), e il silenzio non può che essere, ormai, una prossimità ideale, una cesura, una condizione, un viaggio di ritorno.

Un silenzio ‘senza forme’ non è più possibile, questo è innegabile: la luce che ha trafitto il buio primordiale doveva avere già in sé il suono e la pesantezza, il corpo e la vibrazione del corpo stesso nell’aria. Non è più possibile un silenzio lontano dalle forme. Le forme che occupano lo spazio entrano in contatto con l’uomo mediante un codice che attiene tanto alla vista quanto all’udito: le forme ‘risuonano’. Tutt’altro che fanfaluche e sofismi: Le Corbusier, architetto (e intellettuale) tra più eminenti del Novecento, rifacendosi all’idea di acoustique paysagiste, non riesce a pensare lo spazio se non come ‘gioco a due’ fra visione e ascolto, annotando a più riprese che “le forme fanno rumore e silenzio; alcune parlano, altre ascoltano”. E dunque: un altro silenzio esiste, palesandosi come presenza –e non più come assenza- tra i segni. Come un ‘vuoto di segni’, e segno esso stesso. Nella sua dimensione psicologica (e psicagogica), e quindi attinente allo spazio interno dell’individuo, il silenzio si configura pressappoco in maniera speculare a quella del mondo e delle forme; impossibilitati al silenzio dell’assenza  –chiaramente possibile solo nella nullificazione della morte-, se ne cerca uno nelle presenze. Così il silenzio è il negativo dell’intima comunione con la coscienza e con la memoria, ad un tempo causa ed effetto della produzione di immagini, segni, lacerti, proiezioni. In un certo senso l’esistenza, possibile solo grazie all’ (in)causato e primitivo scardinamento del silenzio, dispiega interamente grazie ad un rinnovato ripristino dello stesso. Perché la vita possa  essere accolta –e di volta in volta, ritrovata e riscoperta- c’è bisogno di un ottimo udito: consapevoli, però, che il raccoglimento del silenzio non equivale quasi mai al vuoto ricreatore e pacificatore, quanto ad una generosa epifania di temi, motivi, comparse; ad esplorare una zona brulla, capillare, confusa.

Giorgio Vigolo

Il silenzio è un’esperienza filologica e spirituale, un ritorno alla totalità: lì soltanto l’uomo (e l’artista) può e deve rivolgere attenzione e coraggio. Da quella terra di memorie riaffiora una melodia continua, come nota Giorgio Vigolo, parlando della musica e dell’ascolto nel suo elzeviro I motivi della vita: ‘’ […] Ho pensato anche che i più veri e grandi musicisti di musica pura non cercassero altro che questo: ascoltare dentro di loro, riconoscere e fermare i motivi […]’’. Esperienza possibile, aggiunge, solo grazie ad un orecchio ‘’introverso, che si è separato dal mondo esterno, che si ravvolge in se stesso e ascolta attraverso il silenzio […]’’. Musica dal silenzio, segni emersi dal vuoto. Basterebbe pensare a Beethoven, e non aggiungere altro. Musica dal silenzio, e silenzio nella musica. Silenzio affidato alla partitura come una traccia, un segno riconoscibile: il respiro da affidare alla pausa per tramutarla in una sosta, in un ripensamento. O in una preparazione, in un raccoglimento. Il silenzio come possibilità, attrattiva. Come necessità di riposto, come una battuta d’arresto inevitabile.

Dopo le pachidermiche ipertrofie delle musiche dell’avvenire, dopo la ridondanza onnicomprensiva di partiture fittissime di motivi infinitamente variati e ricombinati (fare tipicamente tedesco..), alla vigilia del tracollo della vecchia Europa, qualcosa accade. Nelle partiture di Debussy riappare lo spazio bianco, vuoto. La densità cede alla rarefazione:  il non detto è parte integrante della traccia sonora, il silenzio è ora reale, realmente significante, la sintassi meno prolissa ed eloquente. E’ l’approssimarsi del Novecento, coi suoi dilemmi e le sue tragedie. L’arte cerca nuove vie, nell’inchiesta infinita mossa alla storia e a se stessa. Si interroga il silenzio, e il silenzio si fa significato, eludendo la ridondanza del tardo romanticismo e, in un secondo tempo, i grovigli delle avanguardie. Nel silenzio si cerca una voce che riabiliti il senso: ma l’uomo è spesso inadeguato a tal compito. Come Mosè, che esita di fronte al comando della voce che promana dal roveto, facendosi archetipo e cifra antica dell’uomo diviso tra terra e cielo. Anche il Moses di Schönberg esita di fronte alla voce del roveto, ma poi risolve: invano. Sic transit gloria mundi: i popoli hanno bisogno di verità subitanee, concrete. Né è legittimo biasimarli fino in fondo. Sul farsi ( e sul suo svilupparsi) del Novecento i roveti tacciono, gli oracoli restano muti. Ideologie, manifesti e Rappels à l’ordre non possono salvare l’uomo dal disfacimento cui egli stesso lavora pertinacemente.

Stravinsky, “Apollon Musagète”, manoscritto per pianoforte

Il silenzio, negli anni di guerra, è un segno evanescente, una memoria da rincorrere. Se i vuoti nelle partiture di Debussy erano il suono del silenzio prima del temporale, l’Apollo musagète di Stravinsky è una fuga disperata verso le geografie olimpiche ormai irrimediabilmente perdute. E’ una musica ‘silenziosa’, per dirla con Alberto Savinio, che amò con particolare vigore quella partitura: ma il silenzio degli dèi è malinconico, disilluso. E’ un silenzio di marmo, un’armonia posticcia. Un silenzio lontano dal logorìo delle forme e degli uomini: un silenzio senza memoria, inospitale.

 

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Emanuele Franceschetti (montegranarese nato ad Ancona nel 1990), laureatosi a Macerata con una tesi su Antonin Artaud, vive attualmente a Roma dove lavora come PhD Researcher in Storia e Analisi delle Culture Musicali presso l’Università “La Sapienza”. Affianca all’attività professionale in campo musicale, sia critico che artistico, una felice e ormai consolidata frequentazione della poesia (ha all’attivo due libri: Dal labirinto, L’Arcolaio, 2010; e Terre aperte, Italic Pequod, 2015 – introduzione di Filippo Davoli). Collabora stabilmente con Nuova Ciminiera.

Sei inediti di Fabrizio Bajec

La pioggia a Tepoztlan 

Umido il mattino in terrazza in un hotel senza nome
mastichiamo tartine di zucca messe a bagno nel caffè avaro
ammirando un albero dai frutti arancioni
che colano sull’erba e la montagna troneggia lontano
sormontata da esili nubi come polvere di vulcano
Più in basso qualche cane si lamenta delle donne indaffarate
che lavano in ginocchio il suolo delle camere e fanno salire
una fragranza di limone come noi vorremmo arrampicarci
sulla collina dove si recano i paesani
col lanternino la notte dei morti
Passeremo invece fra i tumuli
sfidando le nebbie attenti ai nostri passi
così sul pavimento delle chiese
cosparso di rose d’India e lumini

*

andiamo a consultare gli uccelli della Crucecita
il cui canto è assai diverso dai nostri passerotti europei
andiamo a sederci intorno al piccolo chiosco
e al fiotto della fontana preferiamo le loro voci curiose
poiché ciascuna si sposa a un colore diverso
per il lattante che le indovina
andiamo ad assaggiare un caffè artigianale
alla Casa Mayor rifugio di surfisti americani
alle prese con le loro memorie
andiamo anche noi a comprare un quaderno in cuoio
con l’idea di lasciarvi qualche magro segno
in onore del sole e del mare aperto
andiamo a studiare il mamey con la punta della lingua
così una vecchia iguana immobile intuisce
ma non può misurare la sua fortuna

*

perché la poesia è solo quella degli antichi
per una lettrice affamata e sotto giuramento
e gli antichi sono vivi e i vivi nati morti
d’accordo ogni tentativo sarà vano per noi poveretti
mai sprovvisti di mezzi ma quale spirito ci guida
signora la prego gentilmente di illuminarmi
quali sono le possibilità della musica moderna
bisogna forse cantare scomporre costruire o tritare
il suo sorriso malinconico la dice lunga
sulla nozione di progresso gli schermi ci rovinano
«dia invece uno sguardo a Quévedo Borges e Juan Ramón»
ma insomma signora che gran miscuglio sta facendo
«lo so ma rimango convinta che loro hanno ragione
si allineano per mezzo di un misterioso movimento
davanti alla torre del castello che Lorca ha decritto
e uguali ai corvi prendono il volo in quella direzione
per circoscriverla gettando uno sguardo avido al suo interno

*

lasciarsi rotolare e rapire dall’onda
avanti e indietro alla maniera di un ramo
una pietra o un osso emerso dal fondo dell’acqua
un modo di esistere galleggiando per puro piacere
così prossimo alla riva dove si raggiunge l’uguaglianza
se la sabbia livella tutto col suo morbido pettine
e guardiamo l’aquila roteare nel cielo azzurro
guardiana di una verginità naturale
mentre un uomo brandisce il trofeo del giorno
un pesce argentato che ricusa la morte
e mischia il suo sangue tra convulsioni violente
a quello del pescatore incompetente

*

il nome del villaggio è Sangre de Cristo
una corona di spine lo attraversa da un punto all’altro
e grava sugli uomini e su alcuni cani randagi
il Cristo appare sopra i muri delle abitazioni
in rosso e nero pesanti campane tuonano lontane
non quelle della minuscola cappella color limone
si dice che a Sangre de Cristo i bambini saranno minatori
che andranno ad ingrossare le fila degli sfruttati
nelle alture di Guanajuato
per conto dei canadesi
che estraggono il quarzo e il platino
il minatore ha un suo monumento e un giorno festivo
ma risale a piedi la valle del diavolo
con gli occhi stravolti e un volantino in mano
sapendo che il suo sindacato non lo salverà
gli artigiani salveranno il Messico
gli artigiani andranno in paradiso
essendo i soli ad arginare
la colata di cemento americano
ingannarono la Chiesa a colpi di idoli
gloria agli artigiani indiani
che conobbero la passione meno il Cristo

*

hanno retribuito la gente e profanato
le loro tombe famigliari
per esibire corpi sapientemente conservati
da tutti i giacimenti  minerali
che abbondano nella regione
ne hanno fatto un’attrazione turistica
e battezzato le mummie viaggiatrici
che ne pensano i loro spiriti
ammettendo che vagano in queste contrade
niente di serio potremmo pensare
forse celebrano anche loro il trapasso
con un ballo di scheletri e un po’ di liquore

 

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Note

Tepoztlan – Cittadina nello stato di Morelos (Messico).
Crucecita – Cittadina balneare nello stato di Oaxaca.
“Andiamo a studiare il mamey” – Sapote Mamey, frutto tropicale dell’albero  Pouteria sapote, presente in Messico.
«dia invece uno sguardo a Quévedo Borges e Juan Ramón» – Juan Ramón Jiménez (1881-1958)
lasciarsi rotolare – 
In francese “se laisser rouler” ha inoltre il significato di farsi ingannare.

 

Fabrizio Bajec

Fabrizio Bajec (1975), italo-francese, vive a Parigi e scrive nelle due lingue.
È autore dei seguenti libri di versi : Corpo nemico (in « Ottavo quaderno di poesia italiana contemporanea », Marcos y Marcos, 2004), Gli ultimi (Transeuropa, 2009), Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011), La cura (Fermenti, 2015). Alcuni in doppia versione e pubblicati in Belgio e Svizzera e Francia : Entrer dans le vide (Éditions du Fram 2012), Loin de Dieu, près de toi (L’Âge d’Homme, 2013), La collaboration (tituli, 2018). Tra i suoi testi teatrali, Rage è stato rappresentato al Teatro Nazione di Bruxelles, nel 2009, e pubblicato dall’editore tituli nel 2017. Le sue poesie sono presenti in diverse antologie e riviste, e tradotte in spagnolo e svedese. Ha inoltre tradotto in italiano i versi del poeta belga William Cliff: Il pane quotidiano e altre poesie (Edizioni Torino poesia, 2007), Poesie scelte (Fondazione Piazzolla, 2015). Di prossima uscita, in autunno, la sua nuova raccolta di versi, La collaborazione (Marcos y Marcos).

Quando il poeta va via. Un ricordo di Flaiano

Giuseppe Rosato

Di Giuseppe Rosato

M’era capitato, quando si era di pochi anni, a ridosso della morte di Ennio Flaiano, di intitolare uno scritto commemorativo “Assenza di Flaiano”, contravvenendo a quanto più generalmente accade, che ricordando e celebrando un autre scomparso si parli invece di una sua presenza: naturalmente come persistenza viva della sua opera e della sua immagine. Assenza di Flaiano, tentavo di spiegare, da intendersi in vario senso: a incominciare dal più elementare, fisico: mancanza dunque concreta dell’amico e della sua parola, della possibilità di ascoltare da lui una chiosa, immagine alla lettura di un evento, magari di quelli che dimostrino come davvero la realtà superi la fantasia portandosi al di là di ogni paradosso. “Vediamo che ne dirà, o scriverà Flaiano”, ci si trovava allora a pensare. Dopo, invece, non restava che chiedersi che cosa ne avrebbe detto Flaiano. Dov’era, ed è, appunto elementarmente, il primo segno della sua assenza.

È pur vero che la suaccennata osservazione, che era di Flaiano, della realtà che supera la fantasia, ha trovato negli anni venuti avanti dopo la scomparsa di Ennio un crescendo di conferme clamoroso. Allo stesso modo la satira, per la quale lui già diceva che non c’era più spazio, vinta a sua volta dall’accettato ridicolo che in tutte le cose presuntamente serie, sembra che abbia chiuso per sempre il suo tempo e il suo ruolo. “I tempi chiedono satira”, aveva affermato Giovenale, ma forse erano, quelli, veramente “altri” tempi: oggi chi se la sente più di far cozzare un’arma così sottile, così nobile, così intelligente contro la refrattarietà di una cronaca e dei fatti che vi stanno dietro, suscettiva non d’altro che di sbigottimento, o di avvilimento?

Flaiano era nonostante tutto riuscito a conservare una certa pazienza, frutto si dovrà dire di una sua resistente speranza che qualcosa potesse ancora ribaltarsi in pro di un più dignitoso impiego dell’amore, della carità, dell’intelligenza. Flaiano scrittore morale, non moralistico, è questo che significava appunto e si può parlare di speranza, in uno scrittore il cui umore sembrava volgere decisamente al pessimismo, o allo scetticismo. Poteva forse scambiarsi per scetticismo lo sconforto, l’amarezza di vedere giorno per giorno perdersi nell’umanità la categoria che sarebbe dovuta esserle propria, si vuol dire appunto la disponibilità ad usare intelletto e amore.

Con accenti costanti di amore parlava il suo “marziano”, paradossalmente dunque un essere venuto da un pianeta non certo accreditato dagli attributi giudicati propri della Terra, giardino presunto dell’universo, grazie alla presenza dell’uomo. Solo da un altro mondo – ed ecco la disperata speranza -, chissà se per manco di civiltà o se per un più compiuto possesso di essa, poteva ormai giungere qualcuno in possesso di qualità che l’uomo non sembra più capace di far proprie, benché le ponga costantemente al vertice degli obiettivi per i quali afferma di operare. Poeta-profeta, Flaiano aveva individuato nella carenza di amore la prima ragione del dilagante disagio all’interno di una società che egli vedeva perdersi dietro una miriade di interessi, di tornaconti, di furberie. E qui diremmo fortunatamente assente, poi, Flaiano, da un tempo di cui egli aveva sì anticipato la lettura, ma che si è venuto rivelando capace di portarsi al di là di ogni più pessimistica previsione dello scrittore.

Assenza di Flaiano, viene ancora da pensare, per contrasto a tutte le altre presenze che le cronache letterarie di oggi ci propongono. A fronte del comportamento di molti che scrivono, per i quali l’impegno maggiore si direbbe che consista nel procurarsi il consenso, con tutti i vantaggi connessi, dunque per una concezione finalistica del proprio lavoro che dovrebbe già contraddire l’essenza, non si può non pensare a Flaiano. Alla sua discrezione, alla sua regola di sottrarsi, al suo credo del rifiuto, al suo dubbio che assumeva le vesti dell’ironia, dell’autoironia in particolare.

Assenza di Flaiano – ancora, ancora – come vuoto di poesia. “Un mondo ha finito di vivere”, egli aveva scritto nella Lettera a Bilbilis, “quando il poeta va via”. Sono versi che parrebbero oggi piuttosto estranei ad una realtà che, al contrario di quanto essi postulano, si direbbe che riprenda fiato, e fervore, e quindi si trovi a vivere a suo migliore agio, proprio quando abbia messo da parte le elucubrazioni del poeta. E poeta Flaiano lo era nel senso più coinvolgente della parola, benché avesse pudore di dichiararlo, al punto di schermirsi dietro affermazioni riduttive, oltre che dietro la facciata emergente a connotare la sua scrittura in versi, l’etichetta si vuol dire di verseggiatore satirico. Rispondendo in merito a questa specifica questione, in un’intervista radiofonica poi trascritta sulla rivista Dimensioni, egli aveva detto: “In fondo io sono uno scrittore satirico che ha un pochino vergogna di essersi fatto definire in questo modo. Perché non credo che la satira possa risolvere nulla. Le mie preferenze vanno per gli scrittori lirici, per gli scrittori che vedono il rapporto tra la vita e la natura, tra gli uomini e le cose, tra gli uomini e il tempo. Ma anche per un sentimento di pudore, ho lasciato che queste cose le facesse chi le sa fare”.

Al tempo di quell’intervista, registrata nel marzo ’72 e dunque pochi mesi prima della morte, egli teneva già nel cassetto la straordinaria serie di versi lirici che però sarebbero usciti solo post mortem, raccolti nel volume Autobiografia del blu di Prussia insieme con gli altri versi satirici ed epigrammatici. Ma Flaiano aveva ipotizzato un volume che accogliesse soltanto la zona lirica della sua produzione di versi, ce ne aveva parlato, proprio nel tempo dell’intervista, come uno dei pochi progetti che avrebbe voluto condurre in porto. Ma che quei versi fossero poi pubblicati in stretta mescolanza con gli altri, epigrammatici appunto e consoni alla verve più generalmente accreditata dello scrittore, forse a lui non sarebbe infine dispiaciuto, nell’ottica proprio della sua naturale tendenza a mimetizzarsi, oltre che della convinzione che farsa e tragedia dovessero convivere anche sui libri, così come nella normale vita di tutti i giorni.

E così, nel citato volume Autobiografia del blu di Prussia, uscito nell’ottobre del ’74, ecco affiorare i versi di Diciassette marzo millenovecentocinquantanove, e di Dialogo per provare una penna nuova, e poi risolutivamente le dodici lasse del poemetto La spirale tentatively, dove, vinta ogni dichiarata schermatura, viene fuori il Flaiano poeta, che guarda alle radici la sua pena di uomo e la racconta, come a sé stesso.

In quei versi c’è non tanto la presunta “altra” faccia di Flaiano, ma forse il solo e vero Flaiano, qui finalmente privo delle consuete difese. La dimensione che se ne configura non può non sorprendere, certo; ma essa si lascia intuire sortita dal fondo della necessità – a un certo punto giudicata non più differibile – di restare solo dopo tanta continua evasione dalla solitudine: si vuol dire solo con la propria storia intima, come se tanti voluti antidoti ne avessero di continuo respinto o rinviato l’incontro.

Ennio Flaiano

Soleva dire Flaiano di non poter viaggiare più in treno perché non era più capace di rimanere solo, senza che nient’altro gli fosse possibile fare, a tu per tu con i propri pensieri; nel timore che questi dovessero condurre a chissà quali rendiconti. Sull’aereo invece, diceva, non fai a tempo a salire, accomodarti sulla poltrona, slacciarti la cintura, ed ecco che già la voce dell’altoparlante ti invita a riallacciartela perché l’atterraggio è prossimo.

La metafora è trasparente: finché aveva potuto, Flaiano aveva scelto di viaggiare in aereo, riportandone impressioni di viaggio veloci, brillanti, leggere: ed era stata cosa frequente, o meglio era lui che ne aveva a lungo accreditata una propria misura che non era però sicuramente la più vera. Poi, come se a un certo punto non avesse potuto evitare di prendere il treno, e viaggiarvi lungamente da solo, ecco le pagine del rendiconto, struggente, impietoso. Leggiamo per brevissimi capi, da La spirale tentatively:

Se guardo a quello che ho fatto è povera cosa,
un continuo rimestare le prove
di un inqualificabile crisi di volontà,
il rinviare, il compromettere, il soprassedere,
tutto ha il senso di una finzione assurda,
la futilità di aver vissuto ai margini
fuori di ogni corrente decisiva e costruttiva,
contro me stesso, gli altri, le donne soprattutto,
uno sbaglio volutamente barocco
che si pasce delle sue stesse evoluzioni…

(…)

eppure alcuni segni ci avvisano continuamente
che la strada da percorrere è già tracciata
nelle sue linee essenziali. Sono ammesse
deviazioni volubili per sentirsi padroni
del destino, che invece è già segnato nel carattere
cioè nella capacità di vedere quei segni
e di sentirne il particolare significato.
Sono anche ammesse interpolazioni nel testo,
per la necessità di continuare lo spettacolo,
ma nel clamore della risata può succedere
come in certi banchetti della Bibbia
di scoprire controluce la filigrana del segno…

Si direbbe davvero un Flaiano spiegato a sé stesso, oltre che naturalmente a noi. E poi la puntuale, analitica contemplazione della morte, dopo che con il primo infarto se l’era trovata di fronte:

Ma ora si tratta di considerare il punto
della nostra morte, e questo ci trova sempre
curiosamente impreparati, persino scettici,
non sembrandoci possibile che un giorno
le stesse cose che oggi ci annoiano non debbano
continuare ad annoiarci, che tutto finisca come
nel nero volo del sonno, quando ci cadiamo.

(…)

Non so ancora vedere la stagione di quell’anno
ma penso al tardo autunno, la salita dell’inverno…

Versi profetici, anche, questi ultimi. Ma rileggerli oggi, quei versi, e naturalmente nella loro interezza e densa complessità, dopo che in tutti questi anni un po’ di tutto è successo alla poesia, ovvero non è successo nulla se è vero che nei confronti di essa resta nel grande pubblico il medesimo atteggiamento di diffidenza, o peggio di indifferenza, si può in qualche modo avvicinarsi a capire di quale ruolo avrebbe dovuto continuare a vestirsi la poesia perché conservasse un margine almeno di attiva presenza.

Coinvolgendo il lettore nell’umanissimo scandaglio che fa della propria esistenza, un poeta che non si riteneva tale offre un esempio di ciò che si dovrebbe ancora chiedere alla poesia. Lo fa con le sue scabre pagine, aliene da qualsiasi ornamento, da qualsiasi artificio, da qualsiasi arbitraria bravura o spericolatezza linguistica. Non credo che si possa prescindere da questioni che qui si lasciano solamente implicite, se si volesse tentare di spiegare la sostanziale assenza della poesia.

Assenza della poesia già in termini concreti, di scomparsa pressoché totale di suoi lettori – mai un volume di versi compare nelle classifiche dei libri più venduti -, come se venisse riconosciuta o sancita ufficialmente, quasi fosse un assioma, la distanza della poesia dalle urgenze del mondo reale; nella convinzione dunque che la poesia in sé, con il suo solo porsi, non potrà mai rifare il mondo, produrre uscite alternative dalle angustie che lo governano.

“La poesia è una vita di scorta”, aveva anche detto Flaiano; ma è da credere che ad altre e ben più concrete vite alternative oggi generalmente si aspiri, fatte di beni tangibili, qualora fosse praticabile un risarcimento da tutto ciò che giornalmente l’esercizio dell’esistenza ci chiede.

E ancora un’altra frase di Flaiano torna a insistere nella memoria: “Quando la scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà al poeta rimescolare di nuovo le carte”. A quale poeta? O, diciamo per estensione, a chi o a quanti di coloro che orbitano nel sempre più complicato, indecifrabile universo della scrittura? Probabilmente non a chi, scrivendo, si premuri innanzitutto di coltivare la propria immagine per edificarsene una “fortuna” in termini di successo e conseguenti concreti ritorni, ricorrendo a sistemi che già facevano lo sdegno di Flaiano. Si dirà che tali criteri sono entrati nel novero delle cose normali, tant’è che le cronache – letterarie o mondane – ne parlano senza più mostrarne alcuna meraviglia; e dunque come se già tutto, di questa zona giudicata futile, e improduttiva, della nostra vita, fosse comunque destinato a cadere – come in realtà vediamo cadere – nel disinteresse e nella triste indifferenza. Ma noi ci si vorrebbe ostinare a non pensarlo che anche il poeta, anziché proporsi di rimescolare le carte, abbia scelto di farsi organico al gioco, purché proficuo; e che le parole di Flaiano siano destinate a rimanere un monito inascoltato, tradito sempre più il suo sogno dalla realtà che lo sommerge, che ne sancisce la definitiva assenza.

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Giuseppe Rosato vive a Lanciano (CH), dove è nato nel 1932. Ha pubblicato numerosi libri di versi, in lingua e dialetto, a cominciare da L’acqua felice (Schwarz, Milano, 1957), di narrativa, di prose, di aforismi, oltre ad operine satiriche e parodistiche. In ambito poetico, si segnalano inoltre i recenti Le cose dell’assenza (Book Editore, 2012) e Conversari (Carabba, 2014 – prefazione di Giovanni Tesio). Critico d’arte per la RAI, di cui ha curato servizi culturali e programmi radiofonici, ha dato alle stampe monografie su artisti contemporanei. Oltre ad aver diretto le riviste “Dimensioni” e “QuestArte”, ha collaborato stabilmente con la rivista “Ciminiera”. Vincitore di premi come il “Carducci” e il “Pascoli”, nel 2010 è stato insignito del “Frentano d’oro”. Favorevolmente recensito da scrittori e critici come Pier Paolo Pasolini, Franco Loi, e Franco Brevini, Rosato fu in stretti rapporti di amicizia con Ennio Flaiano; il loro scambio epistolare è stato pubblicato in E. Flaiano, Lettere a Giuseppe Rosato 1967-1972 (Lanciano, Carabba, 2008).

EDITORIALE – il Grande Stile

RIVISTA “CIMINIERA”: dall’editoriale del n.16, marzo 2005
di Filippo Davoli e Gabriel Del Sarto

“Per conoscere il significato della bellezza, dell’amore o di qualsiasi cosiddetto valore della vita, dobbiamo abbandonarci alla partecipazione. Così, facendone esperienza, noi li conosceremo ‘sulla nostra pelle’, come dice Keats. È pura follia pensare di poter conoscere un altro attraverso l’analisi o delle formule; qui la comprensione in quanto partecipazione trova i suoi veri termini. In altre parole, è impossibile conoscere un’altra persona senza esserne innamorati, in senso lato.”

Rollo May

 

Filippo Davoli e Gabriel Del Sarto

Nuova Ciminiera si muove da un desiderio di descrizione delle arti circostanti. Un sito, in questo senso, militante. Prima di tutto, quindi, l’ascolto come arte, la più ardua.

La poesia e le arti, le letterature circostanti, nel loro compito più alto e nei loro risultati migliori, sono un medium che ci parla dell’uomo, e delle verità che lo riguardano, attraverso la rappresentazione o la narrazione di quei frammenti di vita nei quali il senso si è come concentrato. Uno sguardo diacronico e sincronico è la nostra curiosità, senza gli accanimenti anagrafico-tematico-catalogatorii che ci tocca subire, come fossero una modalità di vera conoscenza.

Cerchiamo l’emersione di voci autentiche: una bocca che, svuotandosi e aprendosi, permette la circolazione del respiro, del flatus vitae, originando il suono. Per questo, a fianco di recensioni e articoli distesi, proporremo i testi nella loro assoluta nudità, senza biglietti da visita o credenziali. Così come chiamiamo gli autori ad aprire al pubblico ciò che si cela dietro le quinte del loro lavoro quotidiano.

È così che, in maniera assolutamente paritetica, ospitiamo nomi celebri a fianco di esordienti, i cui testi si raccordano in maniera assolutamente naturale, a dispetto delle infinite antologie tematiche che sono in circolazione.

Una parola in merito alla scelta di privilegiare la poesia negli articoli che pubblichiamo. Siamo convinti che la poesia sia come un abito di altissima sartoria. I libri di poesia dovrebbero costare moltissimo e invece faticano a essere pubblicati, nonostante tanti editori di buona volontà. Ebbene siamo convinti che il Grande Stile tornerà a farsi sentire, a mettere in scena una voce non più depotenziata, io grammaticale senza storia, ma storica e carnale, in grado di avvicinare forme di verità sull’uomo.

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La responsabilità degli articoli (“post”) è dei singoli collaboratori, che ne rispondono interamente e legalmente.

il corsivo di Lele Cerri – IL MANGIADISCHI

Lele Cerri

Chi, tra quanti di noi erano stati a Roma in gita scolastica o avevano visto al cinema in un pomeriggio odoroso di caloriferi e pavimento di legno umido di impronte di suole bagnate Vacanze romane con il Gregory Peck che con la disinvoltura di una stalagmite di legno faceva lo scherzo della mano mangiata ad un’atterrita Hepburn portata in Vespa alla bocca della verità a  Santa Maria in Cosmedin,  sotto sotto, dentro dentro, tra sé e sé, non sognava, oh sì che lo sognava!, che nell’infilarci un disco della Connie Francis – e via giù a ridere col suo “g’è… quaccuno…” -, di Pat Boone o Celentano piccolo o di Paul Anka o Nat King Cole o Serenade della Sarah Vaughan o la zebra a pois nel disco rigatissimo della Mina o Cry ancora di Johnny Ray o Hotta, hotta chocccolatta di chi si ricorda più chi ma ascoltata per ore e ore di seguito fino allo straveggolamento, o Just a dream just a dream mi sembra di Frankie Avalon e Just in time di Nat King Cole e Answer me di Frankie Lane e Magic moment di Perry Como e poi le pere mature e i pullover e i barattoli e le gatte dei neonati cantautori italiani, il mangiadischi, sdentato come una prozia ma vorace come un cugino grasso e bulimico, gli azzannase la mano? Se qualcuno mi giurasse il contrario non gli crederei, non potrei rassegnarmi all’idea, non sopporterei di appartenere ad una generazione così poco visionaria. Accessorio prevalentemente delle giovani fanciulle in musica, macchinetta per me irrinunciabile per la mia necessità di ascoltare ovunque e sempre la musica che mi piaceva e complice a pile di quel certo che di transilvanico dei maschietti che è poi maturato nelle tre o quattro mezze generazioni che ci hanno seguito e che, sono certo, in noi era in embrione, nascosto tra le pieghe di un osare appena un ciuffo qua e là, una brevità del pantalone a sigaretta a scoprire i calzettoni bianchi in quegli anni più alla Presley che alla Gene Kelly che aveva da pochissimo fatto luogo al bacino più rappresentativo del globo rientrando in quinta tiptappando ormai inevitabilmente a ritmo di rock, il mangiadischi – che il moderno ragazzo predark che sono sicuro fosse in molti di noi intravedeva carnivoro – mentuto e di buon palato si mangiava ogni apposita ciambella infilassimo in quella bocca tanto generosa di suoni quanto, per fortuna di tutti, decisamente, assolutamente, tecnicamente discreta, silente su tutto ciò di cui lui,  grande divoratore, instancabile azzeratore di pile torcia non ancora a lunga durata,  era testimone: colpe tremende! : evasioni musicali in ore di studio, camporelle tra il lusco e il brusco con rischio di rivelatrici, autoadesive, traditrici tracce vaccine sul retro di impermeabili, kilt scozzesi, sottanine plissé, jeans con il risvoltone e i primi panta- gabardina da ragazzo grande, completini twin set di orlon da ragazze della porta accanto ma scicchine e giubbottini di renna da quel che più tardi si sarebbe chiamato fighetto, giuramenti di eterno amore vista golfo, vista lago, vista lungofiume, vista valle o anche vista piazza della stazione o delle poste o vista cortile della casa dell’amica che ospitava l’incontro galeotto alla poveri ma belli fra te e la sorella del tuo migliore amico che in un altro incontro galeotto si giurava lo stesso amore con tua sorella al suono di un altro mangiadischi a casa di un’ altra amica compiacente anche lei e anche lei con cameretta vista sul cortile condominiale con tanto di agave e palma e pitosforo e vasca dei pesci e cagnetto, della portiera signora Guglielma, che come uscivi in bicicletta per riportarti a casa il tuo album di 45 giri con la maniglia infilata al manubrio o appoggiata al fanale, ti azzannava l’orlo dei pantaloni anche loro più alla Presley che alla Gene Kelly sempre per il solito motivo della recente abdicazione dell’uno danzatore acrobata in favore dell’altro vocalista oscillatore.

In una gita terra-mare-isole-terra che la Bruna ha poi sempre ricordato come pic nic nonostante avessimo pranzato a branzini e cacciucchi in uno  dei migliori ristoranti della costa toscana, il mio mangiadischi, verde come le  tappezzerie delle littorine, si intossicò a suon di “è mezzanotte, anzi lo era, tra un bacio e l’altro ormai rintoccano le due….” che il nostro Caronte e San Cristoforo, babbo della Bruna stessa, si era portato dietro in macchina in un cofanetto che conteneva in più cialde “tutto il meglio di…”. E mi sembrò di sentirlo tirare un sospiro di sollievo come se gli avessi infilato in bocca una Valda quando, tornati a casa, gli sparai dentro, come un antidoto, For all we know di Billie Holiday. Mi parve di vederlo, anzi, a un tratto lo vidi proprio, partire al galoppo tra praterie di lucente, altissimo e per quella nostra età recepibile ma indecifrabile fatale dolore, abbeverarsi a un ruscello di luce cosmica, planare sulla cresta di una distesa di speranze umane panneggiate sulle inflessioni di quella voce e tendermi una cinghia per ringraziarmi di aver percepito che anche i mangiadischi avevano un’anima che si nutriva di quello che altre anime emanavano cantando. Poco più tardi, quando mi risvegliai giusto in tempo per infilarmi nel letto, mi resi conto che avevo fatto né più né meno come Dorothy anche se, invece della lunga strada gialla per Oz, avevo infilato, per un’oretta, quella che portava al cuore dei mangiadischi. Ma ormai, per me, il mangiadischi il cuore ce l’aveva davvero, e doveva essere il mio a rappresentarlo, a scegliere per lui. Una delle mie prime responsabilità. Da allora non gli feci più mancare niente di tutto ciò che di variatamente appetitoso si trovava in 45 giri. Quasi volessi educarlo sentimentalmente. Come se farlo mi facesse sentire la coscienza a posto nei suoi confronti. E Banana boat di Belafonte, che aveva già qualche annetto ma a quell’epoca i pezzi rimanevano giovani e nelle classifiche d’ascolto per anni e anni, era, per il mangiadischi, con Patricia e gli altri stuzzicanti mambo di Perez Prado o i latini ancheggianti-un po’ tradotti-universalizzati di Trini Lopez, una specie di scampagnata con mangiare al sacco ma con varietà di sapori allegri e ringalluzzenti.

Compagno inseparabile di viaggi a corto e medio raggio, il mio mangiadischi lo tradii di brutto quando me ne partii per Londra, sedicenne, con tutto il bagaglio spedito “appresso” per comodità, il passaporto in tasca, con a tracolla il mio Teppaz foderato scozzese, doppio altoparlante interno-esterno sul coperchio a simulare un’intenzione stereo, un po’ più fedele riproduttore di alti e bassi del povero tradito e lasciato a casa;  e soprattutto capace di accogliere sul suo piatto, sia pure con dimensioni da portatile, i 33 giri di Ellington e Basie e quelli di Dakota Staton che mio zio mi aveva portato da New York perché in Italia non si trovavano e della Mina che aveva già cantato anche Summer time che nella bocca sia pure a ciabatta sformata del mangiadischi non potevano trovare accoglienza e che avevo deciso avrebbero dovuto essere i miei compagni d’avventura in terra d’Albione; dove appoggiai piede dopo che, totalmente libero dai miei bagagli, non appena imbarcato sul traghetto, che all’epoca era una navona nera con fumaiolo giallastro burro marcio e scialuppe grigiastre da “Cartulina ‘e napule”, mi ero ritrovato a reggere per tutta la traversata della Manica quelli di una giovane moglie di Enna che – con tre figli di tutte le età possibili, anche loro da reggere mentre il mare, quel giorno sull’euforico, ci constringeva ad un samba indesiderato, e una mezza dozzina tra pacchi e valigioni  pure loro di ogni misura possibile legati con lo spago – andava a raggiungere il marito a Glasgow. In quell’inverno londinese, mentre ascoltavo Awfull sad di Ellington e Nuie di Mina accanto al caminetto con il fuoco a gas di camera mia nel mini-flat nella Mansion piena di studenti non ancora hippies né intillimanici o tantomeno rasta di Lancaster Gate dove in inglese una mattina leggemmo chissà cosa del crollo di Kruscev, mi ritrovai spesso a sperare che la Marghe, alla quale avevo lasciato il mio mangiadischi, lo nutrisse come era stato abituato. Quando tornai, fu per me un’anticipazione di par condicio riassicurargli la partecipazione ai nostri momenti quali che fossero: agli alti o ai bassi delle esplosive, fulminanti e fulminee scoperte ed esplosioni sentimentali, ai dopocena d’inverno nel garage riscaldatissimo della casa del Ciccio durante i quali sognavamo di diventare, crescendo, un po’ debosciatelli, un po’ rive gauche,  perdutini quel tanto che credevamo ci avrebbe evitato di conoscere la noia. Fu con noi, quella specie di portadentiere canoro, a suonare le più varie, appoggiato su un barile di catrame col coperchio tutto svirgolato, anche nei giorni della scoperta del fai da te quando, armati di attrezzi fino ai capelli a spazzola, passammo tre settimane a sverniciare la barcona in disfacimento del babbo del Gianugo da noi messa ai restauri rovesciata sull’aia della casa di campagna tra i vagheggiamenti e una di giorno in giorno lievitante lista di dettagli su una futura crociera estiva sottocosta che si incagliò nell’incepparsi del restauro ai primi sgretolamenti delle prime tavole del fasciame alle prime piogge di aprile. Ma quell’estate, il mio ormai nostro mangiadischi se la visse alla grande lo stesso. Sempre con noi. Come cretini passavamo nottate abbivaccati e sonnecchianti tra un sogno e l’altro distesi tra le rovine della Rocca Malaspina sul primo colle a un chilometro dal mare nero  e lucido là in fondo e Ray Charles cantava Georgia on my mind, se da mangiare al mangiadischi glielo dava la Giovanna, o, se a imboccarlo era quell’esagerato di Albertone, le poesie di Neruda o le canzoni della Laura Betti con i testi di Arbasino e Moravia che all’Andrea facevano esalare Dio, che palle!… mentre gli altri lo pensavano soltanto,  oppure Cry me a river con gli sfiatamenti avvolti nello chiffon verde acqua di Julie London o  il jazz moquettato di country di Peggy Lee che cantava Fever e Lover o le prepotenze di Sassy Vaughan che gli dava dentro come una matta con Perdido come se rincorresse un qualche pilota di una delle più esaltanti carrere messicane. In quelle notti, lui, il mio mangiadischi, fece in tempo a banchettare con L’ultima occasione e Era vivere di Mina che puntualmente, ogni sera, avremmo poi ricantato riscendendo piano piano sui tornanti della collina, afflosciati e stampati come decalcomanie sui sedili delle macchine, a notte fonda. Nelle più affettuose di quelle sere, tra quel che rimaneva dei pochi merli su quel che rimaneva delle torri e la luna, appariva sempre una nube a rendere più discreta la luce notturna su certi sogni giovanili ad occhi aperti quando il boccone era Billie Holiday che cantava What’s new?.  E, che cretini!, forse per l’effetto di un’indigestione di bellezza, ci sembrava che tutto, intorno, rispondesse.

Un appunto sulla bustina di Minerva, passeggiando con lo sguardo a terra

Carlo Nardi

Su cosa poggiano le città? Cosa le tiene salde al suolo? E’ molto diretto e comune guardarle come organismi vitali quasi fossero, oltre a dei corpi, anche degli ammassi frondosi di mattoni e cemento. E’ molto facile, quindi, anche associare le radici delle piante alle fondazioni dei nostri edifici. Nell’analogia, spingendoci oltre, guardiamo con similitudine al luogo che non vediamo, sottoterra, dove pianta ed edificio si radicano, dove prendono possesso e consistenza ambedue per poter crescere ambendo al cielo.

E’ vero. E’ sottoterra che l’edificio si fonda incrociando la selva di reti e servizi, fogne, tubazioni, condotte… ma quel luogo, eccezion fatta per alcuni affascinanti spazi ipogei che, ad esempio, riposano sotto molti centri storici, non gli è proprio. L’edificio e la città lo dimenticano presto.

Damiel (foto di F. Davoli)
Damiel (foto di F. Davoli)

La vera radice dei nostri luoghi costruiti è quello che molti architetti, esulando dalle questioni eminentemente tecniche di isolamento e protezione dell’involucro, chiamano “attacco a terra”. Vorrei definirla come quella fascia che segna lo stacco tra il terreno vergine e ciò che vi si eleva, quel luogo che segna e orienta, fissa i limiti, crea inviti, scherma, nasconde, inquadra agli occhi di chi lo attraversa. E’ il luogo del passeggio e passaggio, della vera ricchezza del suolo. E’ il tema che ha sempre interessato chi si confronta con la città storica consolidata per trovare una chiave contemporanea alla ricomposizione delle complessità. Un tema caro a Vittorio Gregotti e allo scomparso Bernardo Secchi, ambedue della tradizione della suola veneziana di architettura ed urbanistica. E’ il tema di chi vede come prioritario il tema del progetto di suolo che non è decoro e trucco, non è arredo urbano ma attenzione allo spazio “tra” le cose, allo spazio di connessione e relazione spesso sminuito di senso e reso residuale tra roccaforti di interesse privato e particolare.

La ricchezza particolare della città storica è proprio la ricchezza del suo suolo (pavimentato o di terra battuta che fosse o sia) che si riflette anche nell’abbondanza dei nomi delle cose: portico, loggia, loggiato, piaggia, rampa, vicolo, via, corte,… Una ricchezza in parte compromessa dalla rigida applicazione dei regolamenti d’igiene ed edilizi dall’Ottocento ai giorni nostri.

La civiltà umana da nomade e rurale è cresciuta come civiltà urbana e sempre più in futuro la città sarà l’incubatrice della trasformazione in un mondo che ruoterà attorno a nuovi “cento campanili” mondiali, o forse ancor meno. Centri e concentrazioni che sembrano dirigere risorse, capitali e decisioni dall’interno di torri a specchio.

In passato non erano i piani alti ad essere il fermento ma il suolo, il terreno dove si muovevano ed incrociavano le storie: presso il basamento di palazzo Medici a Firenze, quello del palazzo degli Strozzi contornato da panche in pietra, presso i portici di Rialto e quelli di Bologna, le corti milanesi, i passage parigini…

Riprendendo il discorso appena accennato attraverso le ricchezza della lingua che è segno della ricchezza della realtà si potrebbe tornare a indagare ed interrogare le parole: ciò che è sottoterra a reggere l’edificio propriamente si dice “fondazione”. In ambito tecnico “fondamenta” non è un termine molto appropriato. Fondamenta però è il termine della toponomastica veneziana che incrocia meglio il senso di quello che finora sto tentando di esprimere. La fondamenta è la strada, la riva che costeggia i canali, il contatto e centro degli elementi nutrienti della città, ovvero acqua e terra. Le nostre città non si fondano semplicemente su massicciate, platee in calcestruzzo, travi rovesce ma sul sottile strato percorribile a piedi, passeggiabile (per usare un neologismo), sui gradini che si salgono, le rampe che si scendono, sulla sottile crosta per i pedoni, di chi sbraita, di chi si ferma a salutare, di chi contratta, di chi osserva… l’attacco a terra delle vite comuni che dal basso, di tanto in tanto, alzano gli occhi sui balconi e sui cornicioni e, a volte, ancora più in alto.

E’ quel luogo intessuto di legami che anche Damiel, l’angelo interpretato da Bruno Ganz ne “Il cielo sopra Berlino” vuol vivere.

Le porte del vuoto e della musica

Ludovico Peroni

La musica, anche per sua natura propriamente fisica, non può essere considerata come uno strumento artistico capace di indagare troppo approfonditamente sopra il tema del “vuoto”; essa può invece simboleggiare ed incarnare una certa nostra tendenza a resistere e combattere, anche inconsapevolmente, l’horror vacui di natura acustica che spesso affligge l’uomo sia clinicamente che artisticamente.

La reificazione del concetto di “musica” – intimamente in linea con la dissertazione aristotelica sopra l’esistenza del “vuoto” – non riesce a misurare la propria esistenza in ambienti non fisici. Questo non accade solo per la funzione vitale necessità di un mezzo di trasmissione che, in ambiente “non-fisici”, verrebbe a mancare, ma soprattutto per la porzione della sua esistenza, figurata ed idealizzata, legata all’intima natura di “concetto vivo” della musica nella propria proiezione spaziale.

Pur considerando di indubbio interesse poetico la diffusa metafora che rappresenterebbe la musica come una sorta di ordine celeste e angelico, trascendente la materia ed il corpo, non possiamo facilmente condividere, in questa sede, questo pensiero.
Infatti, per quanto cercheremo di straniare la musica dal suo ambito vitale e fisico, tutte le sue caratteristiche formali (o, quantomeno, una parte molto considerevole di esse) saranno necessarie al nostro intuito per la sua immaginazione e, quindi, anche ad una certa dimensione della sua esistenza.

Questo nostro atteggiamento di indagine potrebbe essere tacciato di aprioristica adesione a molta letteratura del pensiero strettamente imbrigliato dalle radici storiche della cultura “occidentale” e, se così fosse, non possiamo che candidamente avallare questa ipotesi.

La musica (così intesa) non può quindi vivere, concettualmente, in assenza di rifermenti spaziali, temporali, timbrici e formali. Naturalmente non ci stiamo rivolgendo solo a musiche aventi uno statuto testuale ben definito (partitura, intavolature, registrazioni audio ecc.), ma anche a quelle che godono di statuto testuale evanescente (ad. es. tradizione orale).
C’è una certa persistenza connaturata all’idea e non alla sua realizzazione.

A prescindere quindi dal peculiare mezzo di trasmissione che sfrutterà, la musica induce la nostra percezione ed il nostro animo verso il proseguimento di un itinerario specifico, un cammino, che spesso riesce a coinvolgerci sia per le proprie immobili caratteristiche logico-formali nascoste che per i moti, caratterizzanti l’andamento delle misture sonoro-timbriche nel tempo, manifestati.

Il coinvolgimento psico-fisico nel procedimento di ascolto di qualsiasi tipo di musica – sia esso implicito o esplicito rispetto alla nostra consapevolezza – riesce a renderci consapevoli ed allo stesso tempo a fare oscillare le nostre percezioni tra tempi e spazi di volta in volta percepiti come manifestazioni oggettive o, distintamente, impressioni soggettive di una realtà “altra” che difficilmente riusciremmo ad accostare per estensione al concetto di vuoto.

Ci piace quindi poter pensare la musica come uno strumento, creato dal nostro intelletto ed ingegno, in grado di poterci accompagnare e guidare nel cammino diretto sino alle soglie del Vuoto; pur non potendoci accedere.

Pensiamo alle pratiche di meditazione ottenute per prolungato ascolto (nonché emissione) di uno o più suoni nel loro progressivo dissolversi nel silenzio:  processo che aiuta molte esercitazioni spirituali a raggiungere quella caratteristica condizione di “vuoto interiore” – considerata spesso necessaria all’accesso verso una dimensione “altra” – e così poter accogliere dentro di sé una certa vera pienezza dell’esistenza.
(Siamo sì consapevoli di aver di molto semplificato e banalizzato la questione, ma speriamo che questo paragone possa servire come semplice spunto poetico di riflessione.)

Non facciamo l’errore di confondere questo “processo verso il vuoto” con il silenzio stesso: esso, il silenzio, è ancora l’ennesimo mezzo e non il fine.

Il Vuoto infatti, come abbiamo accennato nell’articolo sopra citato, non può contemplare – oltre che il suono stesso – neanche la dimensione del silenzio: il silenzio, entità densa almeno quanto quella del suono, occupa uno spazio ben definito in relazione alla musica e (azzardiamo) può essere definito come elemento contenuto nella (e necessario alla) definizione stessa di “musica”.

Forse, arrivati a questo punto – con la musica che ci ha aiutato a definire parzialmente (rispetto all’ambito musicale) il concetto “vuoto” come “quel luogo in cui né suono né silenzio possono accedere” – dovremmo iniziare a ri-considerare la nostra indagine sotto il punto di vista del soggetto e non dell’oggetto.

La musica, riassumendo, può essere vissuta come uno tra i pochi e rari strumenti, ancora in grado di agire congiuntamente alle leggi della natura, che l’intelletto dell’uomo ci ha messo a disposizione per perseguire il nobile fine di poter gungere fino alle porte del vuoto ed intuirlo.
Sta a noi, poi, proseguire.

Della voce (Un piccolo elzeviro ad alta voce)

Emanuele Franceschetti

Che potenza, la voce. Una potenza affascinante: individuale e universale a un tempo. Sempre imprendibile, ma inevitabilmente legata alla vibrazione della carne, alla fisionomia del corpo, alle condizioni della gola. Tutta imbrigliata in una gestazione spontanea che è pero anatomica, fisiologica: e poi, nel suo apparire, potentissima ma ogni volta già perduta, già lontana. Rosina, chiusa nelle sue stanze, non palpita (soltanto) per le parole d’amore che il giovane Lindoro le ha intonato (guarda caso) sotto la finestra, accompagnandosi con la chitarra. Palpita perché quelle parole hanno fatto vibrare l’aria in un certo modo, con un certo timbro, una certa inflessione, certe morbidezze che sono uniche, non imitabili. Quando tentiamo di riportare alla luce una voce la nostra memoria, nel suo tentativo di riaffacciarsi su qualcosa che non possiede più, può solo ri-evocare quelle inflessioni e quelle vibrazioni. E’, fondamentalmente, impotente. Non è esagerato – anzi, a ben pensarci, è quasi banale… – ricordare come la voce ‘dica’ la realtà con una forza superiore a quella che possiede una presenza reale. Molti personaggi di Puccini cantano in anticipo rispetto al loro apparire in scena, lasciandosi intuire ben prima del riconoscimento: li conosciamo già prima di vederli. Un altro momento del teatro musicale è davvero emblematico: poco prima del grande Finale primo del Don Giovanni, Donna Anna è in scena insieme al protagonista, ignorando che sia proprio l’uomo che le sta davanti ad averla violata nelle sue stanze, e ad averle ammazzato il padre, porche ore prima. Né la fisica presenza le dice granché di quello sconosciuto su cui invoca disperatamente la maledizione. Solo la voce di Don Giovanni, quella lo tradisce, riportandole alla memoria con una chiarezza inequivocabile il ‘suono’ dell’oltraggio subìto (‘Non dubitate più: gli ultimi accenti / che l’empio proferì, tutta la voce/ richiamar nel cor mio di quell’indegno/ che nel mio appartamento…’). L’unicità della voce vanifica ogni travestimento. Nell’atto del pronunciamento, nello sforzo che il canto impone, si nasconde, credo, un grande atto veritativo, un esser-ci im-mediato. Sorrido pensando allo scarso (comprensibilmente) compiacimento della critica cinematografica di fronte agli esiti dei film-opera, che tanto invasero il mercato a partire dal secondo dopoguerra: ripenso a quelle Carmen, quelle Violetta, quei Mario Cavaradossi che – vista la pratica del montaggio video su registrazioni precedentemente effettuate- cantano senza rossori del viso, senza rigonfiamenti del collo, senza dilatazione delle pupille, lasciandoci quasi credere che il dolore e l’abbandono possano essere detti così, senza abnegazione, senza un coinvolgimento del corpo. Senza commozione reale.

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Fuga senza fine di Joseph Roth è un romanzo straordinario. Una prosa di costrutti brevissimi, di immagini giustapposte, eppure sempre educata, acutissima. Mortale, in alcuni punti. La lingua di Roth, qui, è una lingua frammentata, senza l’auto-compiacimento dello stile, senza preziosismi.  Coerente con la sentenza lapidaria che lui stesso pone in apertura di romanzo, nella quale sostiene la (ormai) conclamata vacuità del ‘creare’ artistico, rispetto all’osservazione. Osservare e annotare, senza estetismi. Ecco che la parola di Roth sembra modellata perfettamente sul protagonista, Franz Tunda. Ex tenente dell’esercito Austro-Ungarico, imprigionato dai russi e costretto a fare una rivoluzione che non gli appartiene, è un altro degli innumerevoli kernlose Menschen partoriti dalla guerra e dal nuovo secolo. Uomini senza baricentro, uomini che hanno perso la radice. Vorrebbe tornare in Austria, da Irene Hartmann, la sua promessa: conoscerà invece la Russia e altre donne, tornerà alla sua terra e ritroverà persino il fratello Georg, ora celebre direttore d’orchestra. Ma nessun ricongiungimento, nessun ri-cominciamento sarà per lui possibile: la Hartmann si è fatta una nuova vita. L’Europa che lui ricordava è spenta sotto le macerie. C’è dell’incredibile, credo, nella penultima pagina di questo testo sopraffino: in poche righe, la fotografia dell’impotenza umana, di un’esistenza privata di significati. La scena, se non si avesse una naturale predisposizione per il drammatico, potrebbe persino suscitare un sorriso amaro, straziato. Tunda, che ha cercato Irene per anni, la incrocia, casualmente, mentre sta per lasciare Parigi. Non si riconoscono. Nessuno dei due riconosce l’altro. Non c’è una parola tra i due: né Tunda né Irene hanno modo, quindi, di ascoltare la voce dell’altro. Qui il silenzio è soffocamento, assenza. Nel silenzio è negata l’unica traccia che permetterebbe, probabilmente, un’illuminazione, un esito diverso. La voce è il solo ‘farsi’ possibile di ogni incontro.