Quattro inediti di Jacopo Pellegrini

AL RIVERBERO DELLE VETRATE CONTROLUCE

Ecco questa preghiera,
Padre, oggi che tra le strade
dei pensieri ricordo
che eri ospite frequente
all’anima assente tra gente
poco accorta di passi
lacrimevoli.
Così il dolore è divenuto
un tormento sordo, uno scherzo stanco
nel brontolio del tempo,
che nasconde la mano
che ci conduce al bordo
della vita, al termine
caro dove mi attendo
una parola tanto piena
da non donare peso.
Offri questo a chi amo
e più dolce sarà scordare
il giovanile malinteso:
il tempo speso insieme
che non avrà ritorno.

AUTOMAT(Dennis Hopper)
(A Rosalina)

Chi lo sa se è più scuro
il buio alle mie spalle
o il fondo della tazza?
Se saprò dare un nome
al silenzio, se attendo
compaia dietro il muro,
o il momento di andare?
Ho tolto solo un guanto
non di sfida al destino,
ma di raccoglimento,
perché non cada il caffè
a chi sfugge la vita.

*
Mi trovo
a cercare nel tuo volto
il mio,
come non fossi sempre
tuo padre
anche se fossi diversa.
Che stupida gioia
sentire: “assomiglia al papà”.
E’ che sei bella
e non solo per il tuo
piccolo naso
o gli occhi grandi
e vivi,
ma perché sorridi
alla vita
e ne vedi il bello.
Sono io che ho
il desiderio di assomigliarti,
lo strano orgoglio
di essere tuo padre.

*
Sdraiato sul divano
cerco di ricordare chi sono
mentre la frittella della sagra
saltella nello stomaco:
le pastiglie sono troppo lontane.
La notte è stata vissuta
e non dormita,
e il cane riposa sul divano,
beato lui.
Gattoboy palloncino mi spia
dal soffitto,
la risonanza da guardare per martedì
è dietro lo schienale,
c’è tempo,
la TAC di lunedì è nel computer,
è sul tavolo, quello distante.
Lunedì è domani,
lunedì è una manciata di ore.
Sento i tuoi passi galoppare
sempre più vicini,
si stampano sull’orecchio,
compaiono,
arrivano,
si fermano.
Hai le guance delicate
e gli occhi veri.
Vuoi giocare ancora.
Lunedì è domani,
oggi è ancora alcune ore.
Eccomi amore, a che cosa?

 

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Jacopo Pellegrini (1981) è nato a Belluno e vive a Valdobbiadene, dove esercita la professione odontoiatrica.  In ambito poetico ha pubblicato il libro Traslucido (Edizioni del Leone, 2007).

 

 

“La via francigena”. Quattro inediti nuovi di Gianfranco Fabbri

Toscana

Del sogno rimaneva soltanto
un velo placentare, una lieve cataratta,
che alzandosi sopra i poggi portava l’orizzonte
oltre le sue possibilità. L’occhio, piangendo,
teneva la misura di lontananze remote.
Vedevi il monte Amiata nei fasti del calore,
alzarsi verso la Maremma. Eri nel balconcino
in cui giocavi con i sogni d’infanzia,
con le spazzole per le scarpe ai piccoli treni,
oppure con l’impaziente fratello alle corse dei cavalli.
Erano corti i giorni; volavano ribelli
le rondini alla nuova primavera.


Visione

Alla periferia di un whisky, ai margini della fame – sui colli residenziali del respiro – nei bassifondi del pensarti: ecco la nuova geografia della città.


I morti tornano sempre all’alba

Nevica a vento tra le croci;

Elena de’ Bargagli ora in Petrucci
cammina nei vialetti
del quartiere “I grandi Estinti”
recitando i misteri
gaudiosi nel bell’ancóra
suo fine, il tosco eloquio.

**
Lo so, filosofeggi in versi,
tanto che qualcuno trova conveniente
dissentirne. Non intendi
spacciarti per poeta,
ma non vieti neanche, a chi lo voglia,
di pensarmi un cantore.


Senza titolo

Avemmo il mare da sfebbrare,
quando la sete ci venne a far visita, cortese,
chiedendo scusa per l’ora inopportuna.
Ti bevvi come un miraggio
e mi faceva senso averti dentro
senza aver prima passata la dogana.

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Gianfranco Fabbri

Gianfranco Fabbri è nato a Siena, ma vive e lavora a Forlì. In ambito poetico, dopo l’esordio con Di tutto un niente (Forum-Quinta generazione, Forlì, 1978), ha pubblicato  I pantaloni del Po”,  (Circolo Nuovo Ruolo – ARCI, Forlì,  1981), I ragazzi del Settanta (Campanotto, Udine, 1989), Davanzale di travertino (Campanotto, Udine, 1993), Album italiano (ibidem, 2002), Stati di vigilanza (Manni, Lecce, 2007). Dal 2008 ha dato vita alla casa editrice “L’arcolaio”. Nonostante l’intenzione di chiudere con la scrittura per dedicarsi interamente all’attività editoriale, è tornato a scrivere poesia. Questi versi per “Nuova Ciminiera” ne sono una testimonianza.

Sei inediti di Lorenzo Fava

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Dimentica la domanda, fai del tuo presente
la sola partenza, non sia solo apparenza
lo stato d’equilibrio che s’apre sulle cose.
Non retrocedere, non piegarti. Non hai
né vanto né colpa. Hai solo la premura
di fare bene. L’espressione che si è persa
devi ritrovare, quella perduta sulla sfera
nel cerchio di tempo fuori da ogni possibile
orizzonte contiguo; fai che possano
riconoscere qualcosa d’altro nel tuo canto,
che non abbia a che fare con testo o voce,
come se non facessi altra cosa che dire.

**
Prova a far levitare il pensiero sulla corda
di un arco, che unisca planetari, orbite e segreti
inconfessabili. “Poesia pura forma” annotato
al margine del foglio, “sottrarre al dettato”
impresso in controluce sulla nuca,
per non vederlo, solo avvertirlo un poco
contrappeso; “ritmo del battito” solo
scritto sul tuo viso, oggi assorbito
da una ruga, come fosse una sutura
al tempo che non sa dove passare, sottomesso
a pensieri eroicamente riusciti a manovrarlo.

**
Se solo ho avuto da te un dono
È la forza di essere autentico,
Colpire il midollo delle cose,
Le questioni razionali altre,
Nel tuo conto, non ci sono.

Solo la singola esperienza umana,
Giuro, ogni volta che ti vedo, mi stacca
La strada da sotto i piedi, ci separa,
Mette nello spazio d’aria di una linea d’occhi
Un alfabeto da ciechi, e così ho rivisto
In mille versi il quotidiano, quello che ti devo.

Ho messo in verso diagrammi
Ho iniziato solo per spirito e ora domino
Il potere di pensarti e di difenderti
Solo perché con due cuori si sente
Più del doppio e io che lo so
Dovrei ricordare: sei
La modulazione del mio canone,
Sei il mentore, tracci un’idea pura
Che sporco ad arte con la voce.

**
Comunque tu la metta, Ancona
È sempre sotto la luna piena,
Guarda dalle case alte la staffetta
Delle onde, lì dove l’uomo ancora
Glielo permette. La banchina salata
Preda già dai primi raggi delle riprese
Di film senza volume, è lì che oggi
Si áncora il mio pensare ad assonanze
E sinalefi, questo gomitolo di lingue
Che registro dalle ventitré alle cinque,
Perché si sa, il sogno più vile,
Quello più infantile,
È il sogno del poeta.

**
Se la semplicità vincesse contro
i mostri che architettano il raggiro

se odorando il vento aprissi una scala
che approda in arcipelaghi di luce

se sussurrando amore prima del sonno
potessi sentirla stretta al petto

se umiliassi il fuoco alla maniera della neve


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Esco dal tuo ramo come un grappolo
Sei in tutto quello che penso, sei
Ogni possibile variante dell’equazione
Che apre la pagina, sei la combinazione
Infinita di strategie d’arresa e di vittoria,
Sei, sei e tanto mi basta a svettare
Su come la luna, io caduto con lo sguardo
Sullo spazio, all’aperto. Guarda, adesso
Contengo la forma, sarò io l’acqua
Nella brocca cristallina del dettato,
La materia adatta alla stesura di principi
Divenuti ad un tratto imprescindibili
Come i rullanti di un’orchestra, il respiro
Trattenuto da un golfista,
La calma emozione dell’algebra.

 

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Lorenzo Fava

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno ‘94, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con “Il Resto del Carlino”. Sue poesie sono apparse su “Poetarum Silva”, “Yawp”, “Arcipelago Itaca” blo-mag, “Carteggi Letterari”, “Critica Impura”, “Inverso e Poesia Ultracontemporanea”.