Anita Ekberg risorge dalle ceneri della Fenice

recensione di Marco Lani

Perché proprio Anita Ekberg al centro di un romanzo? Perché un’attrice famosa degli anni Sessanta, dimenticata da tutti, vissuta in una casa di riposo a Rocca di Papa fino al 2015 (neppure nella sua Roma), purtroppo povera in canna nonostante i fasti del passato?

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) di Alessandro Moscè, è soprattutto un romanzo sulla vecchiaia e sulla morte. Certo, torna la diva degli anni Sessanta, nei ricordi, con la Fontana di Trevi che all’epoca la gente comune conosceva quanto la protagonista che ci camminò dentro nel film La dolce vita di Federico Fellini. Ma qui non si nota alcuna magnificenza. Moscè cattura le abitudini di una donna comune, di una persona anziana che sta per andarsene. Ci vuole dire, in fondo, che le vite si assomigliano tutte, prima o poi. Quelle dei ricchi e dei poveri, dei fortunati e dei meno fortunati. Moscè fa dialogare Anita Ekberg con Fellini, Mastroianni, Quasimodo, Gatto, Agnelli, Risi, Moro, infine con la madre, che aveva lasciato tanti anni prima. Ma all’inizio è un introverso giornalista che la cerca solo per vederla, che la invita a pranzo per estorcerle qualche confidenza di un passato troppo lontano per essere ancora ricordato felicemente. La diva scrive, legge, parla tra sé e sé, partecipa a grottesche sedute spiritiche con un prete, una menade, un vecchio della casa di riposo, una signora vedova da poco che vorrebbe rivedere il marito morto. Il romanzo di Moscè è realista, biografico, saggistico, ma è anche un affresco visionario. Anita Ekberg incontra la morte e non ne ha paura. Che cos’è la morte? Forse un sogno, una nuova vita uguale alla precedente? Una condizione stabile, pacifica, una sensazione piacevole, pulsante? Un vortice nero o un respiro soave?

la copertina del libro

Anita Ekberg, o meglio Alessandro Moscè, la sua risposta la dà eccome, e non è affatto prevedibile. Pablo Neruda paragonava la morte ad un suono, ad un porto, ad un vestito da ammiraglio, ad una nave che risale fiumi e mari. E’ proprio nel  mare, come fosse una stazione ferroviaria, che Moscè intraprende il viaggio, l’ultimo, per andare oltre i confini percettibili dell’uomo. Il romanzo è ben documentato, perché lo scrittore informato sulla vita di Anita Ekberg, ma è la parte verosimile e inventata, come in ogni narrazione, la più coinvolgente. Specie se la donna della quale si occupa Moscè, simbolo dell’eros, risorge dalla ceneri della Fenice.

Massimo Morasso. L’opera in rosso

di Umberto Piersanti

Sì, ne L’opera in rosso di Massimo Morasso c’è, come bene avverte Giancarlo Pontiggia nella presentazione, una ricerca continua del senso totale della vita e delle cose. Si tratta di operare uno sforzo tenace per arrivare al nucleo originario: “il quid che unisce rocce e scheletri”.

Questa ricerca del quid originario si accompagna ad uno sguardo, se non proprio svagato, libero e felice, su Genova, i suoi luoghi e la sua gente, che s’agita e s’affaccenda nel gran teatro della vita come i croceristi che scivolano in shorts nei dedali dei vicoli e la puttana che ammicca al fattorino.

Ed è uno sguardo, quello di Morasso, mai carico di livore o risentimento, ma sempre disposto ad accogliere e partecipare. Anche se non si crede più alle grandi illusioni della giovinezza, si alza il calice e si brinda, convinti comunque di questa vita e di questa terra, in cui si è pacatamente, molto pacatamente, lieti di abitare.

Tutto riporta alla radice originaria, ma ogni cosa ed ogni essere vive una sua identità specifica che però non l’aliena mai dagli altri esseri: perfino i vermi-tubo che il poeta vede dentro lo schermo televisivo aggirarsi nelle “immense praterie del sottomondo”, sono avvertiti come fratelli.

Non ci troviamo però di fronte ad un misticismo panteistico tipico della tradizione orientale, perché se è vero che tutti siamo polvere stellare in perenne movimento, è ancora più vero che per trovare un senso a tutto questo bisogna aggrapparsi alla pietà di Dio. E questo Dio non è una strana, assoluta e misteriosa energia primordiale, ma è il Dio-Persona della tradizione ebraico-cristiana. Come abbiamo visto per i vermi-tubo, la presenza degli animali è vissuta in modo profondo e talora fraterno come quella del suo cane Dick il quale “è come noi spirito, sragione”. E il pipistrello schiantatosi contro il muro: “… lo vedi/ tu, immobile e impaurito/ sul cemento,/ minuscolo, in preghiera?”

C’è una fiducia nel vivere che certo non nasconde dolori ed inquietudini: all’uomo scisso di Kierkegaard che comunque risponde ad una parte del vero, si contrappongono i giovani immortali che continuano a danzare guancia a guancia.

Altro tema costante, la presenza dei morti: che “mi risvegliano. Non mi lasciano in pace”.

Dov’è situata la contrada nella quale sono andati? Non fluttuano nell’aria come i fantasmi della tradizione sia popolare che letteraria. Neppure mi sembra di avvertirli in qualche più o meno definito luogo di dolore o di felicità. Sono “incisi nel mio corpo”. Ed anche il poeta dentro di loro: di nuovo ci troviamo di fronte ad un tutto inestricabile.

Se da  studente Morasso ha pensato ad un qualche spazio sovrannaturale come dimora dei morti, adesso crede che tornino a parlarci, a farci compagnia. Sì, c’è un Paradiso che fu prima del prima, la storia venne dopo e l’al di là del Verbo meglio è compreso dal fanciullo che gioca con la trottola del cielo sui ginocchi.

Vengono poi i ricordi dell’infanzia: c’è un fanciullo tra i libri destinato a scrivere che s’incarna in un Sandokan di sogno e poi s’aggira fra le rose e i gerani del giardino, fin da allora teso a dare un senso a tutto ciò che ci circonda.

Ritornando al culto dei morti, un posto importante occupa il poeta marchigiano Antonio Santori, prematuramente scomparso: “E poi pensai ad Antonio, al suo non esserci più,/ e avrei voluto trasformarmi in un camoscio,/ scendere giù dai Sibillini a Porto Sant’Elpidio/ brucargli via i germogli del suo male”.

Interrogarsi certo, bisogna continuamente interrogarsi: questo è il tempo dove sembra caduta ogni certezza, ma qualcosa permane e non da poco: “… La prima verità, che è la speranza…”.

la copertina de “L’opera in rosso”

 

 

“Il tuo volto, Dio, io cerco”. Il nuovo libro del Card. Paul Josef Cordes

di Filippo Davoli

Con un successo di pubblico superiore ad ogni più rosea aspettativa (circa 400 persone), si è svolta mercoledì scorso 20 febbraio, presso il Seminario Redemptoris Mater di Macerata, la presentazione del nuovo libro dell’85enne Cardinale tedesco Paul Josef Cordes, che Giovanni Paolo II incaricò di dare avvio alle Giornate Mondiali della Gioventù, affidandogli anche la cura precipua del Rinnovamento nello Spirito e del Cammino Neocatecumenale; è stato creato cardinale nel 2007 da Benedetto XVI.

da sin.: Giulietta e Eusebio Astiaso, il Card. Paul J. Cordes, il vescovo di Macerata Mons. Nazzareno Marconi e Don Mario Malloni

A Macerata Mons. Cordes – che è teologo e ha all’attivo numerose pubblicazioni – è venuto a presentare il suo ultimo libro, intitolato Il tuo volto, Dio, io cerco (Edizioni Ares, 2018). A introdurlo, oltre al Vescovo di Macerata Mons. Nazzareno Marconi, il rettore del Seminario Don Mario Malloni, insieme a Eusebio e Giulietta Astiaso, coppia responsbaile dell’equipe itinerante del Cammino Neocatecumenale, che guida le comunità di Marche Abruzzo e Malta.

la copertina del libro

Ciò che colpisce, sia del cardinale che del suo ultimo libro, è l’immediatezza con cui sa conquistare l’uditorio, riuscendo a mettere a fuoco argomenti tutt’altro che semplici in maniera gradevolmente fruibile: è così che, sollecitato da Eusebio Astiaso, il Card. Cordes parla del problema della “dimenticanza di Dio” dal nostro tempo. Dimenticanza – dice – che si manifesta sempre più drammaticamente in chi asserisce di avere la fede e, magari, ha invece ridotto il proprio rapporto con il Dio cristiano alla considerazione di un’entità superiore che tuttavia non ha incidenza alcuna sul quotidiano. Atteggiamento, questo, che finisce per nuocere non soltanto a chi frequenta la chiesa, ma all’intera società.

La “dimenticanza di Dio” subisce un ulteriore contraccolpo dalla tendenza a considerare separati Antico e Nuovo Testamento. Si tratta di un grave errore. Mons. Cordes è perentorio nel ritenere indivisibili i due patrimoni scritturistici (e, in questo, la prossimità tra cristianesimo ed ebraismo), servendosi degli studi di Gadamer…

<Che amputazione della fede si è verificata, allorché il “protestantesimo culturale” ha voluto eliminare la rivelazione veterotestamentaria! (…) Sarebbe meglio parlare di “Primo Testamento” (Erich Zenger), per evitare l’impressione che la tradizione anteriore al nuovo sia come superata e vi si possa rinunciare. La scienza denominata ermeneutica si è dedicata a questo processo. Senza dubbio il suo più affidabile teorizzatore è stato Hans-Georg Gadamer. Anche se nel suo approfondito studio tocca marginalmente la questione di un’adeguata interpretazione delle fonti cristiane della rivelazione, le sue concezioni sono irrinunciabili per la corretta comprensione degli autori neotestamentari. (…) La rivelazione dell’Antico Testamento non è solo da prendere in considerazione in quanto è Parola di Dio, ma perché è anche determinante per la corretta comprensione del Nuovo Testamento. Le riflessioni di Gadamer indicano che il messaggio di Gesù non può in alcun modo depositarsi su una lavagna non scritta (tabula rasa): il seme cade su un campo già preparato.>

e prendendo a riferimento alcuni passi fondamentali dei Vangeli e delle Lettere, per giungere a questa conclusione:

<Il cristiano odierno, che si imbatte nel messaggio del Nuovo Testamento, soffre di fronte agli ebrei per una grande perdita; la sua sensibilità spirituale è purtroppo molto più povera: forse esposta a equivoci, poiché la parola del Vangelo diviene perfino manipolabile. I “cristiani tedeschi” hanno dimostrato questa carenza in maniera eclatante inserendo Cristo tra la razza ariana proclamata da Hitler. Distorsioni più sottili non emergono immediatamente né così platealmente, ma, anche quando dall’accantonamento della rivelazione veterotestamentaria non segue un riconoscibile danno immediato per la fede, comunque sbiadisce e viene messa in ombra la grandezza di Dio.>

Il libro prosegue raccogliendo anche episodi ed aneddoti della vita di alcuni santi (il sottotitolo del volume è “il fascino della santità”): dal Card. Newman a Charles De Foucauld, a Santa Teresa d’Avila che – riassumendone la vita – Mons. Cordes oppone sapientemente, efficacemente, e forse inaspettatamente, a Martin Lutero. Scrive, a pag. 190:

<Con umile confidenza (ndr.: Teresa) si sarebbe rivolta al suo amato Dio per lamentare il dolore del suo cuore: “Dopo tante sofferenze ci voleva anche questo!” E il Signore avrebbe risposto: “Teresa, questo è modo in cui tratto i miei amici”. Ed ella: “Eh, mi Dio, capisco ora perché ne avete così pochi!”. Riguardo al devoto botta e risposta di Teresa, spesso citato, non si può parlare d’impertinenza o di mancanza di rispetto. Pascal, conoscitore di anime, coglie la grandezza straordinaria di questa donna nella sua umiltà (B. Pascal, Pensées, 499). Teresa non pretende di essere “eguale” a Dio: il suo modo di comportarsi con Dio rispecchia il fatto che, dopo lunghi anni di ricerca, le ha donato l’abbandono alla sua volontà. Lei stessa qualifica il suo legame con Dio semplicemente come “rapporto di amicizia”, in una reciprocità di densità e di certezza dfficilmente raggiungibili. (…) Dio non svanisce mai nella nube di un destino impersonale. Egli si riserva un volto in Cristo. Rivolgendosi a questo Dio, è riluttante a servirsi solo di forme stereotipe; non vuole rivolgersi a Lui con le parole di altri. E anche i temi del suo dialogo con Dio non hanno alcun modello. Di tutto può intrattenersi con l’Altissimo.>

Teresa rappresenta, cioè, una risposta concreta, storica, e alternativa, alla nostra contemporanea “dimenticanza”-distanza da Dio. Ma – si diceva – ancor più illuminante ci pare il raffronto alla figura di Lutero, anch’essa oggi prepotentemente alla ribalta, anche tra i cattolici. Scrive più avanti Mons. Cordes:

<La Sacra Scrittura e la sua coscienza per lui sono la chiave della fede e presume di possederla, ma è la chiave di una proprietà altrui. La moderna interiorizzazione del rapporto con Dio ha contribuito a causare il dramma della “dimenticanza di Dio”, poiché per molti si è dissolto l’ambiente sociale o ecclesiale che ne avrebbe richiamato il ricordo. Nella ricerca di un “Dio misericordioso”, a Lutero resta solo la Sacra Scrittura. Essa lo illumina perché gli fa conoscere che di fronte alla parola di Dio è “soltanto la fede” che salva. La fede deve assicurare quel “Dio misericordioso” così intensamente cercato. Indubbiamente, è proprio oggi che l’intensa ricerca di Lutero deve destare impressione. Lo tormenta il peso del peccato, lo spaventa la maestà di Dio, lo angoscia la paura della perdizione eterna. Non ha rinunciato al cielo. Anche quando Dio è stato soppiantato dal mondo e dalla società, lo ha ritrovato nel suo cuore. E il suo zelo sincero e l’alto valore del premio conseguito rimangono considerevoli. Tuttavia, Lutero considera ovvio che tale conoscenza si sia dischiusa proprio a lui – in una lettura privata dei testi scritti senza l’aiuto di altri. In questo gli piace vedere la propria elezione specifica, che stimola la sua fiducia in sé stesso. Si concepisce sempre più come il difensore della verità e interviene come persona molto decisa nella storia della Chiesa e dell’umanità. Dopo più di mille anni di ricerca umana della salvezza, presume di aver trovato la “pietra filosofale” del cristianesimo capace di rinnovare ogni cosa – un’ambizione riguardo alla quale un osservatore riflessivo certamente trattiene il respiro.>

Manca, cioè, la relazione. Manca il passaggio dall’io al tu. Più ancora: manca il contatto, l’incontro tra io-tu (e finanche, benché possa sembrare il contrario, tra io-Tu). È, se si vuole, un’altra faccia – oltre la Scrittura, e più prossima a noi – della torre di Babele, dove l’iniziativa parte dagli uomini per salire fino a Dio, e l’obiettivo è escludente per chiunque non parli la medesima lingua dei costruttori (l’altra lingua che li costringerebbe a uscire da sé stessi, ad andare all’altro, a relazionarsi, appunto).

il pubblico al Redemptoris Mater di Macerata

Sta proprio in questo – asserisce il cardinale durante l’incontro – la forza e l’importanza dei movimenti e delle nuove comunità sorti come frutto primigenio del Concilio Vaticano II: nel recuperare potentemente la relazione tra Parola e Vita, nel favorire la testimonianza concreta che evangelizza, il cambiamento reale dell’esistenza. Segni visibili che il cardinale non manca di enumerare, in forza dei lunghi anni passati a fianco del Cammino Neocatecumenale e dei suoi iniziatori Kiko Arguello e Carmen Hernandez: dallo slancio missionario delle famiglie (oltre che dei presbiteri) nelle zone più povere del pianeta alla nascita di oltre cento seminari in tutto il mondo; dal rilancio delle vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa all’apertura alla vita e alla ricostruzione di matrimoni; etc.): 

<Una nuova certezza del Dio presente che ci ama, e fa nascere una nuova qualità di fede.>

Papa Benedetto, leggendo la bozza del libro prima che andasse in stampa, ha scritto all’autore: “La lettera è diventata lunga; e spero che tu colga, in questo, quanto il tuo lavoro sia importante per me”.

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Paul Josef Cordes

Il Cardinale Paul Josef Cordes, è nato in Germania il 5 settembre 1934. È stato ordinato sacerdote il 21 dicembre 1961. Paolo VI lo ha eletto Vescovo nel 1976. Nel 1980 Giovanni Paolo II lo ha chiamato a servire la Curia romana nominandolo vice-presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Il Papa lo ha incaricato inoltre ad personam di seguire l’apostolato del Rinnovamento carismatico cattolico e del Cammino Neocatecumenale, incarico ricoperto fino al dicembre 1995. Dal 1995 al 2010 è stato Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, che si occupa della carità del Santo Padre. E’ stato creato Cardinale nel 2007 da Papa Benedetto XVI. È autore di varie pubblicazioni, nate soprattutto dalla conoscenza della realtà dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali.

Di verso in verso… la perversione

di Filippo Davoli

È il titolo della nuova plaquette (satirica?) del poeta lancianese Giuseppe Rosato: Di verso in verso la perversione. Che suggerirebbe tante opportune riflessioni su taluni guasti interpretativi del senso del “mestiere” dello scrivere. Rosato non si inoltra invece così in profondità, ritenendo (e come dargli torto, tutto sommato) siano più che sufficienti le brutture della nostra vita contemporanea, sempre più caotica e disastrata e disastrante:

Longevità in progresso
in regresso lo Stato:

più avvisi di reato
che avvisi di decesso

recita direttamente in copertina. Ma del resto, il poeta non è nuovo a incursioni satiriche in versi: ne ricordiamo con felice memoria Guerra e piace (Solfanelli, 1991), Poesie in forma di cosa? (Emblema, 1967), le splendide e a noi carissime Papere (Ediars, 1999).

Quante volte ho pensato, leggendolo o parlandoci – in uno dei nostri conciliaboli domestici nella sua bella Lanciano – a una rubrica stabile in rivista (già dalla cartacea “Ciminiera”, con cui collaborava come sapiente critico letterario e d’arte) di stroncaturine, paperette, “carognatelle”, cattiveriucce… intanto per saggiare l’ironia dei permalosissimi colleghi (!?!). L’avremmo intitolata “Letterabiura”. Chissà perché ce ne mancò  il coraggio. Si preferisce – come è noto – un educato silenzio, quando le cose che leggiamo non ci piacciono. Peccato.

Tornando invece ai minuscoli e introvabili volumetti (specie i vecchi) di Peppino Rosato, ne traiamo qui alcuni esempi folgoranti: che confermano la sua vena strepitosa; nel solco della sua amicizia con un aforista imbattibile della caratura di Ennio Flaiano, ma anche nel segno di un retrogusto che è comunque amaro e dolente, e che sa affiorare con potenza nel suo altro repertorio, sia poetico che narrativo che critico. E che fanno di lui – non solo ai nostri occhi, riteniamo – una delle voci migliori e più attendibili del nostro panorama.

Giuseppe Rosato

da Di verso in verso la perversione (2018)

*
Urli, sberleffi, insulti faccia a faccia:
è quel che alle tivù di più fa gola.
C’era stata in principio la parola,
oggi (alla fine?) c’è la parolaccia.

*
Anche la morte a volte si distrae
perdendo i conti, e stamattina trae
a sé il poeta sedicente tale
ch’era convinto d’essere immortale.

*
Per far carriera (una scrittrice ha detto)
occorre avere scritto e avere letto

*
GLORIE DI TERRA NOSTRA

Meglio l’amabile
spumante, o il brut?
Saranno, a dircelo,
più tardi i rutt

*
LATINO-ITALIANO

“La pietas latina”,
dici, “i miei versi fa!”
Li ho letto stamattina,
ne taccio per pietà

*
SIC TRANSIT

Breve fu la stagione per l’amore
di gruppo, poi la fine e l’interdetto.
Così s’è perso (addio, senza rancore?)
anche l’ultimo ben dell’interletto.

*ABALA DI GIORNATA

Al TG1 39 arresti,
diciotto i corruttori al TG3,
al TG2 sono 23
i politici messi sotto inchiesta:
i “numeri” son più o meno questi
che ogni giorno la cronaca ci appresta.
Il popolo paziente
ascolta e non fa motto,
quindi italianamente
ne cava un terno e se lo gioca al lotto.

LA RICERCA DELLA VITA DENTRO LA LETTERATURA. Su “Vita contro letteratura” di P. Gervasi

di Gabriel Del Sarto

Paolo Gervasi in questo saggio attraversa Cesare Garboli per descriverci come sia possibile rinnovare una visione della letteratura alleata della vita. In fondo già il titolo, che pone i due termini in forma di antinomia, è acutamente garboliano: un parallelismo irrisolvibile fra poli che si attraggono e si respingono, come accade alla vita che non si accontenta della superficie.

Per quanto sia vero quello che dice Berardinelli, che il titolo, un po’ ad effetto, contrappone “due entità ovviamente incommensurabili e inconfrontabili, perché la vita è un tutto mentre la letteratura è una parte” è perciò altrettanto vero che la letteratura esiste solo all’ombra (o come ombra?) della vita. Gervasi è consapevole del rischio («Ho dato a questo libro un titolo dissonante, sghembo, anacronistico nella scelta lessicale e nella formula nettamente oppositiva, irricevibile se intesa letteralmente […] Vita contro letteratura mi è sembrato un titolo sbagliato nello stesso modo in cui  sbagliati appaiono quasi tutti i saggi di Garboli se guardati frontalmente») ma lo corre perché è il solo modo di rendere evidente la differenza di Garboli dal resto del gruppo.

Per questo il titolo, oltre che molto bello, è azzeccato, perché ci porta immediatamente a contatto con le frizioni fondamentali, perché ci suggerisce la genialità e insieme l’impossibilità (almeno nel recinto della letteratura circostante della nostra epoca) di replicare una tale esperienza critica. Garboli sembra essere un po’ quello che è stato J. McEnroe per il tennis, un talento puro, forse il più cristallino di sempre, ma così originale nello stile e nel metodo, così apparentemente indisciplinato e alieno dallo standard, da non poter essere insegnato o imitato. Nella letteratura contemporanea il “modo” di Garboli si può analizzare, sviscerare, ma imparare no.

C’è un passaggio di Gervasi che mi ha molto colpito e che spiega in poche parole perché ho amato questo saggio. È quando si sostiene che per Garboli: «la letteratura riguarda l’umanità in modo viscerale contro le mistificazioni che fanno della letteratura (della cultura) un dispositivo di occultamento». Tralascio, seppure la tentazione sia forte, la riflessione su cosa resterebbe della letteratura che si scrive oggi (ma oserei dire di tutto lo storytelling che informa le varie narrazioni che circolano in forme multi e crossmediali) se la passassimo attraverso il filtro dello “svelamento/occultamento”, del vero della vita e della sua falsificazione, in un’epoca che non conosce più la verità, ormai orientata al “sacro della percezione”. Mi basta il gesto, teatrale e garboliano anch’esso, di porsi di fronte all’umanità e con domande come questa: come può la critica tornare a mostrare il legame originario tra la letteratura e la vita biologica, esistenziale e sociale degli esseri umani? Qual è il ruolo della critica nell’era della mutazione di tutti i sistemi comunicativi?.

È l’esperienza, il corpo, di Garboli che rende autorevoli questi interrogativi. È questo gesto, a mio avviso, che supera, almeno in parte, le critiche che Marchesini (su Doppio Zero) pone al libro, quando individua l’errore di fondo di Gervasi nell’aver voluto inserire la comprensione di Garboli in una “cornice incongrua”. La cornice cui Marchesini fa riferimento è, in sintesi, il voler ricondurre «il suo ritratto in un’astratta cornice ricavata dalle teorie biopoetiche della letteratura a cui si stanno arrendendo i dipartimenti delle humanities». In realtà gli approcci teorici descritti, ad esempio, da Casadei nel suo recente Biologia della Letteratura possono favorire, accanto, è vero, a possibili scivoloni metodologici (non presenti in Gervasi), dei campi di indagine nuovi e tali da rendere giustificato il tentativo di comprendere il lavoro di Garboli, a posteriori, come quello di un creativo (di un creatore) di una narrazione originale a partire dal proprio corpo, dalla propria vita biologica.

Non si tratta quindi di sposare le humanities figlie degli anni ’60, di cui è bene diffidare come giustamente ricorda Marchesini, ma di aprirsi a quanto di originale e valido le neuroscienze propongono anche agli studiosi di letteratura. Esse possono aiutare a meglio capire perché la teatralità di Garboli, con o senza gesto che sia, risulti efficace, perché il suo “porsi di fianco” agli autori sia il grande insegnamento che questo critico ci ha lasciato. Vero, può non essere importante applicare le scoperte scientifiche sull’embodiment e i neuroni specchio ai fini di uno studio nuovo della letteratura o di un’acquisizione critica innovativa. Ma pure può essere che una biologia (e un’ecologia) della letteratura siano una strada utile per agganciare nuovamente il legame, e il conflitto vivificante, fra vita e letteratura. Per sfuggire alle paludi a volte bisogna attraversare territori insidiosi, discernendo in essi gli strumenti buoni posti accanto, mescolati, a “prodotti” dozzinali, frutto di mode e di pigrizie. D’altronde se è pur vero che il rischio dell’ibridazione è uno dei più alti, sappiamo che è anche l’unico che ci può portare a incontrare l’altro da noi, in ogni accezione possibile.

Gervasi, quindi, grazie a questa cornice, vera e propria bussola, può inoltrarsi nella vasta opera di Garboli e regalarci pagine meravigliose, mappe per noi lettori, come quelle su Penna. Il Penna ricostruito da Garboli è esemplare per rappresentare il suo modo di porsi di fronte all’opera e all’autore, nonché capitolo fondamentale, ci ricorda Gervasi, della sua contro-storia del Novecento. Garboli individua (e Gervasi ci restituisce) quale sia realmente la grande trasgressione di Penna: quel «miracolo di felicità» che esplode nel sistema ideologico del Novecento. Quel miracolo altro non è che riportare la vita, la strana gioia di vivere, al centro della poesia. Garboli, ci ricorda Gervasi, cerca in Penna come in tutti i personaggi della sua narrazione, quella forza e quella perversione che è «la capacità di vivere la malattia e la depressione con uno splendido abbandono da sano, respirandone a pieni polmoni come su un sentiero di montagna». Il suo disegno critico è l’inevitabile risultato di chi concepisce la «vocazione diagnostica» del critico come esercitabile solo «nella patologia di chi gli è più vicino», in una sorta di processo empatico che spii da vicino l’atto creativo, per «sorprendere il residuo di vita che gualcisce il margine della poesia».

Garboli ha reso presente, vivendolo nel proprio corpo e poi trasferendolo sullo «spazio separato della pagina», il punto di congiunzione fra due realtà, la cultura e la biologia, di cui siamo intimamente impastati. La vita in relazione alla letteratura è stata «la sua preoccupazione fondamentale» perché la vita, sia come intricata somma di fatti biologici che come trauma del nostro esserci nel mondo, resta «incomprensibile, impercettibile, se non trova il modo di tradursi in una forma scritta. Mentre la scrittura resta illeggibile se non mostra in trasparenza, come fosse uno specchio d’acqua, il fondale della vita che le dà forma».

Seduto accanto a Gervasi osservo l’orizzonte che con questo libro ha tracciato davanti a sé: la vita spesso cancellata dal testo, l’epoca del trionfo del post-umanesimo, la vittoria della superficie contro la profondità; osservo e penso, come lui, che sia possibile, se ci interessa, rilanciare il valore dell’arte e della letteratura solo se si torna «a mostrare la coimplicazione tra le forme della vita e le forme della cultura, la rilevanza dell’elaborazione artistica del mondo per le esigenze individuali e per i destini collettivi».

La ricerca della vita dentro la letteratura è la stessa spinta che consegna le nostre esistenze al bisogno di narrare, perché, come fosse un’ascesi infinita, raccontare è il nostro miglior modo di vivere insieme, di superare i confini, di cercare una ragione al dolore innocente. Esiste solo questo, alla fine.

Una poesia misurata. “La luce di taglio” di Elisabetta Pigliapoco

di Riccardo Canaletti

Ragionare sulla poesia è compito complesso, compito che molti grandi hanno fatto loro, da Leopardi a Bigongiari, da Bonnefoy a poeti viventi come Milo de Angelis (lui che, durante il post-sessantotto, scansava la politica per la Parola, la Parola in sé, cercando qualcuno che “amasse la poesia” – così scriveva nelle bacheche universitarie). Ma questo ragionare sulla poesia non è un obbligo, un passaggio obbligato. La poesia di oggi, che sembrerebbe affetta da intimismo spicciolo e superficialità cavalcante, è invece semplicemente un altro percorso. La poesia, infatti, al netto della riflessione sulla poesia, è e resta tale grazia alla mietitura quotidiana, al setaccio, non alla difficoltà o alla complessità filosofica del pensiero “poetante” alla base. Non tutti sono Leopardi, non tutti sono Luzi. È mio parere, personalissimo, che filosofia e poesia possano camminare insieme, arrivando a realizzare la priorità della prima sulla seconda (“Les jugements sur la poesie ont plus de valeur que la poesie”, scriveva Lautreàmont). Ma questo non toglie valore a una poesia temperata, moderata, “apparentemente semplice”, che comunque e sempre si distingue dalle banalità in voga, come pure dal poetese, o dal vuoto cognitivo di tanta poesia contenutistica che con nonchalance liquida la forma. Ci piace piuttosto, nel rispetto e nella prosecuzione della nostra lirica, rinvenire le tracce di un andamento che si rinnova, senza tuttavia perdere o sminuire la lezione di quanto abbiamo alle spalle.

La luce di taglio, titolo esplicativo, è l’opera poetica di Elisabetta Pigliapoco, ospitata dalla collana diretta da Umberto Piersanti per Archinto, “La città ideale”; riprendendo dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia le prime righe, potremmo arrivare a dire che la poesia della Pigliapoco si inserisce in quella linea, frequentata in questa epoca, che mira ad una immediatezza nella percezione di un qualcosa di più. Potremmo chiamare questo “sovvenire” una evocazione, ciò che esce fuori dopo una lunga frequentazione con un dato fisico. Su questo punto, possiamo riconoscere (insieme a qualche analogia con il canto marchigiano) soprattutto le differenze con una poesia contemplativa, concettualmente a volte intrattabile per difficoltà del dettato; qui, invece, ogni poesia, qualunque sia l’argomento (particolare rilievo hanno i testi sul dolore), riemerge con naturalezza dal proprio campo semantico senza perdersi, senza dissimulare, misurandosi costantemente con l’evidenza dell’osservazione, la pervasività delle esperienze di vita che, pur accolte nel tempo, non cedono al filosofare facile sui temi archetipici. I versi sono diretti: diretti nel senso di netti e nel senso di orientati. La poesia di Pigliapoco è consapevole, conscia delle proprie modalità di espressione. Una poesia misurata che ha la grazia (e la sapienza) del proprio porsi così e in nessun’altra maniera che così. Una sorta di compiuta e convincente autoregolamentazione, in cui linearità non significa in nessun modo scontatezza. Con La luce di taglio, piuttosto, Elisabetta Pigliapoco ci consegna una raccolta profondamente rispettosa e – vorremmo dire – accogliente della parola poetica e della vita.

Elcito

Il capitello mostrava le sue linee
curve e azzurre alla luce bianca
d’una piccola torcia a manovella

ma l’ombra più chiara l’ho trovata
nella strana pianura sopra il monte
e tronchi stretti e fitti
quei ceppi giganti,
alberi soli e immensi
nella vasta faggeta che declina
appena, tra erbe basse e chiare

splendevano i cardi luminosi
il fiore salto sopra il gambo
qualcuno d’argento già ricaduto
come lieve soffione dietro al vento

eravamo un originale assortimento
a salire i gradini del paese
al nudo scoglio abbarbicato
chiuse le finestre piccole
sul vuoto grande e verde
dove calda l’aria, a raffica
sibila anche a luglio

ci saremmo tornati tutti
più tardi, ma i tuoi posti
li abbiamo visti un venerdì
dell’anno che ci divideva

rimangono ora secche sulla mensola
e troppo fragili le foglie
di quegli alberi che non sapevamo

Vento di novembre

fili d’erba gialla
scolorano il giardino.
Dal prato ogni resistenza
vana al passo consueto
che lo abita.

“novembre ti sarà lieve
se conservi il tepore del giorno”

Ma dentro s’alza
un vento impercettibile
come quello che alla sera
agita i bambini
e li fa piangere.

 

Elisabetta Pigliapoco

Elisabetta Pigliapoco è nata nel 1972 a Jesi (AN), dove insegna Lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Ha curato insieme a Maria Cristina Casoni il volume La terra e le stagioni. Il modello marchigiano nella letteratura contemporanea (Fernandel 2003). Nel 2005 è uscito Fuori dal coro. L’opera di Massimo Ferretti, (peQuod). Nel 2006 ha ha firmato insieme a Massimo Fabrizi il capitolo Novecento del volume Introduzione alla letteratura delle Marche. Nel 2010 ha curato Patrie poetiche. Luoghi della poesia contemporanea (peQuod). Nel 2018 pubblica per Archinto il libro di poesie La luce di taglio per Archinto editore. Collabora alla rivista «Pelagos» ed organizza eventi e incontri di poesia e narrativa contemporanea. Sue poesie sono uscite su «Pelagos», «clanDestino», «nostro lunedì», «Liberal».

BIOLOGIA DELLA LETTERATURA. Un libro coraggioso

di Gabriel Del Sarto

La riflessione letteraria si è arricchita di diversi contributi nel corso degli ultimi mesi, segno di una vivacità che non può che stimolare anche la produzione di nuova letteratura.

Uno dei testi più interessanti e coraggiosi è senza dubbio Biologia della letteratura,  di Alberto Casadei, edito da Il Saggiatore.

Provare una sintesi di questo ricco volume, non è semplice, considerando anche il tentativo originale, per il nostro panorama, di mescolare gli apporti delle neuroscienze agli approcci più tradizionali in ambito artistico-letterario. Questo volume, infatti, parte da una ricognizione delle più importanti acquisizioni nell’ambito delle neuroscienze in rapporto al problema della creatività artistica, per poi tentare di proporre un quadro teorico e storico originale riguardo alla nascita e ai cambiamenti di quella che oggi chiamiamo letteratura. Il progetto è quello di inserire la creazione artistica all’interno dei processi biologici per ripensare i processi creativi su basi biologico-cognitive.

Nel I capitolo, Casadei introduce alcuni concetti-chiave (come quelli di nucleo di senso e di attrattore), volutamente molto simili a quelli impiegati in varie discipline, dalla linguistica alla fisica alla stessa biologia, per favorire un confronto interdisciplinare. Questo mi pare già un primo elemento di interesse, almeno per un altro obiettivo che l’autore si pone: precisare il ruolo essenziale dell’elaborazione creativa e simbolica, nella fattispecie stilistica, a partire da una base biologico-cognitiva. Il proposito è quello di costruire un “quadro unitario, all’interno del quale le diverse valenze stilistiche e i diversi esiti riescono a trovare una motivazione, magari storicamente diversificata”, un tentativo che Casadei porta avanti, secondo me, in modo convincente. L’idea interessante è quello del passaggio dalla mimesi allo stile, e quindi al “nucleo di senso” in quanto elemento distintivo della produzione artistica.

Alberto Casadei

Nel II capitolo la questione dello stile viene affrontata, mi pare, su fondamenti non consueti, derivanti dalla base biologico cognitiva in precedenza evidenziata. Ogni autore, se ho ben inteso il ragionamento di Casadei, attraverso il processo di stilizzazione, veicola (consciamente o incosciamente) degli elementi attrattori, simili al concetto di punctum di R. Barthes, per orientare o suscitare l’attenzione del pubblico. Lo stile, va detto subito, non è da intendersi come un insieme di tratti formali, più o meno originali o all’altezza dei tempi, ma piuttosto come un’elaborazione higher level delle forme disponibili. Si tratta di proprietà “in grado di sublimare o di combinare singoli presupposti o propensioni, in modo da generare forme semplici e marcate, e successivamente forme sempre più complesse, in rapporto a una progressiva crescita interpretativa e culturale nell’interazione individuo-mondo”.

Mario Barenghi, su DoppioZero, ha ben individuato alcuni assi portanti di questa parte dello studio di Casadei. Dagli studi attuali sul rapporto corpo-mente-cervello risultano quattro principali elementi:

-la percezione «attimale», che accende e focalizza l’attenzione;
-la «ritmicità/ ricorsività», cioè la sensibilità alle ricorrenze e alle regolarità ritmiche;
-la «mimesi/ simulazione incarnata», che si lega ai fenomeni di empatia;
-il cosiddetto blending o «metaforizzazione», ossia la tendenza a fondere elementi disparati in campi concettuali nuovi.

È su questi presupposti che lavora, secondo modalità storicamente mutevoli, lo stile.

Per questo gli stili permettono di esercitare attrattività, consentono la creazione di un senso comunicabile (in ogni caso) e soprattutto lavorano per la lunga durata dell’opera. In altre parole, gli stili possono permanere a lungo, prima di sclerotizzarsi. I ‘nuclei di senso’ veicolati si modificano profondamente nel tempo, in virtù della continua interazione fra biologia e cultura, e tuttavia i processi di stilizzazione restano evidenti.

Nel III capitolo l’analisi si concentra su altre componenti che risultano fondamentali per l’inventio letteraria (termine che ricorre spesso nell’opera, e da intendersi alla maniera di Barthes: tutto esiste già, bisogna solo ritrovarlo: è una nozione più ‘estrattiva’ che ‘creativa’). In particolare, sul versante della poesia viene riconsiderata la categoria dell’oscurità un problema affrontato in molti lavori d’insieme ma tuttora da approfondire soprattutto nelle sue cause e nei suoi effetti extralinguistici. Scrive, tra l’altro, Casadei: “L’inventio si esercita tra l’eventfulness e l’oscurità, ovvero tra l’accettazione piena del reale ‘ritagliato’ e la sua negazione e ‘ricreazione’.” I due poli sono quindi i limiti del campo in cui si muovono le forze oscure della creatività e, al contempo, i generatori del dicibile in letteratura. Da una parte l’oscurità, con cui si indica qui l’impossibilità di “esporre una parafrasi condivisa di un testo letterario”, che è vista come “una potenzialità generatrice di senso”, di infiniti mondi possibili, di “processi conoscitivi divergenti che tolgono ogni fondamento all’equazione filosofica realtà = razionalità = verità.” L’oscurità letteraria costituisce quindi “una componente indispensabile per lavorare sui nuclei fondativi della realtà, intercettati attraverso l’inconscio cognitivo e non attraverso la razionalità.” Dall’altra la pienezza dell’evento, l’eventfulness, ossia la spinta a rappresentare la ‘pienezza dell’evento’ “avendo colto un aspetto del vivere che costituisce una piega nel continuum spaziotemporale, ma soprattutto un fenomeno degno di essere ricordato e trasmesso perché ha toccato in qualche modo l’esistenza di un essere umano.” Il rapporto fra stile, nuclei di senso e queste due spinte generatrici, è ciò che genera la letteratura, in quanto dispositivo, strumento che ha puntato “a un potenziamento e a un addensamento dei nuclei di senso da veicolare, in modo da continuare ad attrarre l’attenzione e l’attività ermeneutica quando i livelli stilistici in uso diventavano troppo scontati.”

Dante

Nel IV capitolo ci si confronta con il concetto di classico. Il tentativo è quello di ancorare le riflessioni precedenti a uno sviluppo storico preciso Proprio Dante, poeta ‘globale’ come pochi altri, fornisce numerosi spunti per approfondire il rapporto fra presupposti biologico-cognitivi e stilizzazione in un capolavoro che viene ri-letto a distanza di secoli.

Ma è nel V e ultimo capitolo che si arriva all’attualità. Si tratta di una parte del lavoro di Casadei, decisamente innovativa, che avanza ipotesi su scenari futuri di ricerca artistico-letteraria. A Casadei interessa, innanzitutto, dimostrare che, anche in condizioni mutate (la letteratura non è più quella di una volta), i presupposti biologico-cognitivi individuati e descritti nei capitoli precedenti sono operanti, e quindi possono costituire un indicatore, una pista, di analisi dell’opera nell’era del Cloud. “Le figure dell’autore, del libro-testo, persino del lettore e delle sue capacità di ricezione” scrive “sono state fortemente segnate dall’attuale mix di cultura allargata e collettiva che trova nella Rete Web e, in senso ancora più largo, nel Cloud la sua forma simbolica”

Questi fondamenti (il nucleo di senso, l’attrattore, lo stile ecc.) devono essere necessariamente reinterpretati, “sia per rinnovare i concetti di letteratura, arte e tradizione, sia per offrire qualche proposta non ideologica e non vetero-umanistica riguardo al ruolo in particolare delle opere letterarie oggi”, perché le prossime opere ibride (cfr. il concetto di blending caro ai neuroscienziati spesso citato da Casadei) o comunque inter o multi-mediali, possano essere analizzate e comprese nel loro valore. La partita è di quelle serie e forse avrebbe meritato un’enfasi maggiore. Casadei sta qui cercando di porre alcuni fondamenti di metodo e strumenti che possano permetterci di cogliere i tratti distintivi di un’opera letteraria che valga la pena di leggere e studiare anche in futuro. Cosa sarà la letteratura, quali forme assumerà, essendo ormai chiaro che la forma scritta da sola non sarà l’unica? E poi: cosa la distinguerà anche domani dal resto della produzione circolante? La letteratura supererà il processo di banalizzazione cui ogni arte è sottoposta se sarà in grado di rappresentare i qualia della vita, “sulla base di un profondo e non ideologizzato sentire biologico-cognitivo” attraverso un prodotto “che si deve presentare come dotato di nuclei di senso stilizzati: i nuovi elementi attrattori potranno manifestare con sempre maggiore esattezza gli eventi e le oscurità di un reale in apparenza indifferenziato e chiarissimo”.

La sfida è quindi apertissima e Casadei qua si spinge oltre, ipotizza la necessità di una nuova integrazione fra la scrittura e la visualità, “nell’accezione ‘densa’ del termine, ma con uno scatto di inventio che renda effettiva una fruizione stratificata”  perché le nuove opere potrebbero “proporre un blending con escursioni semantiche eccezionali, e quindi in grado di generare attrattori non banali”. La nuova educazione estetica dovrà esprimere una percezione del reale stratificata e mai definitiva, “quasi un esame molecolare del Cloud, che riesca a veicolare un campione del mondo-ambiente contemporaneo abbastanza vario per essere rappresentativo”.

Su questo pensiero aperto si chiude uno degli studi più stimolanti degli ultimi tempi. Non sappiamo se la strada intravista e descritta da Casadei sia realmente quella che la letteratura seguirà, e il rapporto che essa intratterrà con la forma più tradizionale della letteratura come l’abbiamo conosciuta è un mistero ancora più grande. Che, fortunatamente, ci affascina.

SE FOSSI STATO RICCO… un racconto lungo di Bichelberger

di Filippo Davoli

La prima cosa che mi piace sottolineare, di questo libro, è il fatto che si tratti di un racconto. Ossia, quasi un apax, nella produzione narrativa della nostra contemporaneità: oggi, si sa, vige il romanzo e, nella sua fattispecie, quel genere ormai odioso che è rappresentato dal noir. Sembra che, o si scrive un noir o non valga la pena metter mano alla penna. Ma ancor prima di (de)cadere nel noir, le segreterie editoriali dei nostri principali editori hanno dato il via ad una lotta al racconto e alla poesia, in favore esclusivamente del romanzo. Contravvenendo, tra l’altro, a quella che è sempre stata la nostra tradizione letteraria migliore: prescindendo dalla Poesia, limitandoci alla Narrativa, basti citare Boccaccio per renderci conto che più di qualcosa si è inceppato, nel modo di concepire la nostra Letteratura.

Un racconto, dunque. Un racconto lungo (e non un romanzo breve). Roger Bichelberger – che è anche autore di notevoli saggi e romanzi, tra cui si ricordano le Notti a ritroso (“Les Noctambules”, tradotto e pubblicato eroicamente in Italia per i tipi di un piccolo introvabile editore che si chiama “Città armoniosa” nel 1978)  – ci regala qui un delizioso racconto lungo, tradotto  magnificamente da Daniela Fabiani, docente di Lingua e traduzione francese all’Università di Macerata, nonché traduttrice in italiano di Jeanine Moulin (Aracne, 2008) e Paul Gadenne (Solfanelli, 2013).

la copertina del libro

Anzitutto un plauso sincero alla EUM (Edizioni Università Macerata) che – come si diceva – in controtendenza nazionale decide di pubblicare un racconto lungo e non un romanzo (breve o lungo che sia). Poi un secondo plauso alla EUM che, tra i racconti, accoglie di buon grado la pubblicazione di un autore cristiano. La nostra critica letteraria del Novecento, come si sa, ha progressivamente obliato gli autori con un solido retroterra religioso, prediligendo piuttosto i nichilismi dell’epoca alle solidità del grande fiume della nostra tradizione;  i pifferi della rivoluzione e della non-rivoluzione-purché-pifferi al senso Altro di autori come Eugenio Corti (scomparso da poco) o Fortunato Pasqalino, tanto per citarne qualcuno. E invece una bella tradizione letteraria, una solida lezione letteraria in ambito cristiano esiste ancora. Vorremmo dire anzi che resiste, in mezzo alle sirene del mercato editoriale e della dissoluzione (volontaria o indotta) della critica. E in questo, dunque, la Eum ha doppio merito.

Roger Bichelberger ci regala qui un racconto lineare nella forma, profondo nei contenuti. Si intitola Se fossi stato ricco. Un “se” che la dice lunga sull’opportunità di discernere, nei fatti della vita, imparando a leggere ciò che avviene non solo da una prospettiva ma anche da quella opposta. La prima è quella che la pubblicistica ci propina di continuo su ciò che conti davvero nella vita: la realizzazione sociale, il profitto economico, la libertà sessuale, l’autonomia sentimentale, e più in generale tutto ciò che possa contribuire all’emersione dell’io – ivi compresa l’arte (che è invece in realtà quella fastidiosa ed elitaria voce che si permette di chiamare a dire chi decide lei; e se ne serve, appunto, per “dire”; per “trans-mettere”, per “con-muovere”; e poi si libera del suo servitore fino a nuovo ordine; e il povero servitore lì, a perfezionarsi, a studiare, a limare ciò che – come scrive Dante nel Paradiso – “Amor gitta dentro”; e questo finché “gitta”, appunto; perché non è detto che continui a “gittare” ininterrottamente per tutta la vita).

L’altra prospettiva, invece; la prospettiva illuminata dalla fede, apre lo sguardo sui fatti senza pretendere di cambiarli a proprio vantaggio; scoprendo anzi che il vero vantaggio è proprio quello di prendersi di peso e viverli così come sono.

È questo che Bichelberger fa, nel suo racconto: ci racconta la sua esperienza di vita, ce ne fa dono con delicata ironia (ma profondissimo senso); ce la mette in mano con semplicità (e la semplicità è sempre la più difficile delle arti), rivelandoci le segrete ricchezze della povertà, della precarietà: di mezzi, anzitutto. Ma anche di sicurezze ideologiche, così fuorvianti quando la vita preme “in direzione ostinata e contraria” (De André). La povertà interiore, la beatitudine evangelica della povertà di spirito (di cui quella materiale è una facilitazione) apre invece lo sguardo dell’intelletto e della comprensione; ha il potere – non senza ridiscussioni e quotidiane fatiche, ovviamente – di illuminare l’esistenza nella sua interezza. Impedisce di arroccarsi in un pensiero debole (che è spesso fortemente debole e dunque fortemente forte…), permettendo a questo narratore eccellente di diventare metaforicamente “un mendicante di fiori”. Ossia, un raccoglitore pulsante di doni. Un grato abitatore della vita.

Non pare poco, in un tempo disarticolato come il nostro (e la disarticolazione, come sanno bene i medici, non è smembramento cieco: presuppone conoscenza, non è una pratica affidabile al caso, esprime una capacità chirurgica e dunque – nel nostro caso – una presumibile cinica volontà).

Il “mendicante di fiori”, in conclusione, può davvero significare un piccolo ma significativo tassello per la ricostruzione. Bravissima Daniela Fabiani ad essere stata ri-creatrice di questo delizioso testo, servendolo a sua volta. Come in una maternità rivissuta e al contempo priva di lacci, come è bene che sia per un traduttore che voglia trasmetterci l’anima di ciò che traduce senza tuttavia cedere alla tentazione di farla propria più del dovuto.

Roger Bichelberger

Note sull’autore
Roger Bichelberger (Alsting,1938) professore e scrittore francese, ha pubblicato, oltre a opere di varia spiritualità, molti saggi e romanzi. Membro di numerose giurie di premi letterari francesi ha ottenuto riconoscimenti importanti per la sua attività di romanziere, tra cui il Premio Tedesco “Peter Wust”, il Prix Henri Mondor, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Eve Delacroix assegnati dall’Académie Française, il Grand Prix du Roman della Société des gens de lettres. In Italia è stato tradotto e pubblicato anche il suo romanzo Les Noctambules, (Notti a ritroso, Città Armoniosa, 1978).