L’estate di Nuova Ciminiera – PIETRO CAGNI

da Adesso è tornare sempre (Le farfalle, 2015)

 

*

io non dimentico la somiglianza
la luce sull’incrocio prima di sera
non ascoltarmi se ti chiedo qualcosa
o ti stanco con troppo silenzio
sulle tue guance spegnimi gli occhi

*

non mi ha creato la morte
lo sai, il tuono della terra
sarà per me la tua voce
non so se è giorno, accesa
la carne, Dio lascia ancora
che mi guardi

*

ogni giorno ti chiamo, non posso
accogliere
se non in te la tua mancanza

rimani
sei intatto perdono
delle nostre deboli ciglia
il tuo nome insperato
che sugli occhi continua
a dilagare

*

adesso che appartieni a chi, di chi sei
con che occhi ci nutri di solitudine

Signore, dona loro la tua larva quotidiana
ma tienili, perché lasciano la presa
o si stringono
in quel momento nella tua

*

non ci saremmo più visti alla fine
saresti andato a seattle a suonare
o nel deserto della california
a invecchiare presto. e ogni sera
la breve meraviglia del silenzio
una primavera pazzesca sul tuo corpo

seattle di tutte le seattle
è leggera la tua dura zolla
la nostra schiena rimane a terra
e gli occhi
qui, non oltre. questo freddo
non è il tuo, a noi è preziosa figura

dagli casa, adesso, dimora

*

sul luogo dell’incidente
catania, come new york
senza notte, vestita di terra
dumnezeu, dumnezeu! sono lontane
le mie viscere, come navi sul fondo

dumnezeu! ho un fratello cinese
non conosce il tuo nome
è per lui il nome di sua madre

la memoria di te non è finita

*

a pesek il silenzio
era leggero, un passo
tra il buio e le labbra
io sono vostro
come sono di Dio
fondale oscuro dei rami e delle voci

 

 

Pietro Cagni (Palermo, 1990) vive e lavora a Catania, dove si è laureato in Lettere classiche con una tesi sulla Commedia. Ha promosso le due edizioni di “Poesia inChiostro”, progetto dell’associazione universitaria “La Traccia” in collaborazione con il Dipartimento di Scienze umanistiche. Tra i soci fondatori del “Centro di Poesia Contemporanea di Catania”, Adesso è tornare sempre è il suo libro d’esordio.

L’estate di Nuova Ciminiera – GIUSEPPE ROSATO

da Il mare (DiFelice Edizioni, 2016)

la copertina del libro

*

Una memoria che il cuore non ha
più, ma giura che sa
che gli ritornerà.

Tutta la gioia che avrà all’incontro
non dice, la tiene da conto
per farsene una novità.

Affidarci a quel suono di treno di là
dal muro, al finito orizzonte
prima che tocchi il mare e il monte.

E udirci parlare piano,
sentire che qualcosa ritorni.

Le corse, il morire dei giorni,
la luna sulla tua mano.

*

Dici ci aspetta il nulla, che però
non è un luogo, né un passo di dogana,
un momento accertabile nel tempo.
Con noi, allora che saremo uguale
nulla, sarà l’impatto un insonoro
incontro, un non visibile
aborto di simbiosi. Andiamo dunque.
Se il nulla che ci aspetta sia
un visto, un nulla osta
per continuare ad essere
quello che già non siamo.

*

Accompagnava un battito di cuore
sconosciuto quella ventura nuova,
io lo sentii tornare ora per ora
a possedermi. Poi fu la quiete,
la grazia della quiete. Durò quanto
durò la vita governata
dal battito chetato
nel fermo approdo. Ogni mattina
una barca moveva dalla rada
e percorreva il giorno, protetto
da ogni furia di vento e di burrasca.
La memoria non dissipi quel tempo
nel tumulto del cuore che ora torna
e non chiede più quiete.

*

La luce dal suo primo nascere
ora scaglia per scaglia a prosciugare
d’ogni giorno che s’apre
la pazienza tenace di oscurare
fino all’ultimo lembo. C’era stata
la grazia del mattino,
dalla rada tu mi facevi cenno
di affrettarmi, non concedevi indugi
alla tua voglia matta di salpare.

*

Se dovesse annunciarsi la demenza
sarà un mattino di smemoratezza
o una notte di insonni ricercari
e poi sentirsi perso nella nebula
ma senza più soffrire il labirinto
cercando ali di cera. Così
andare ignari al transito
per campi senza strade e senza margini,
sentire dolce il vento tra i capelli,
non lancinarvi più l’assenza
di un’amata carezza.

*

Il suono di metallo che mi giunge
è del cantiere, non è lei che chiama,
la campanella sopra il comodino
è immobile. E poi la sua
è troppo esile voce per farsi
segnale dell’incontro.
Che ci sarà, vedrai – lei mi ammoniva.
Ora potrei provarmi a dirle
va bene, ci sarà: resto in attesa…

*

La barca capovolta
e l’estate è finita

(a un tratto dà di volta
così la nostra vita,
così annuncia il commiato
nella tarda stagione
il gabbiano calato
a fiore del sabbione)

 

Giuseppe Rosato (Lanciano, 1932) ha insegnato Lettere e lavorato per la RAI, collaborando a varie rubriche. Ha pubblicato numerose raccolte di versi in lingua e in dialetto, tra cu si ricordano L’acqua felice (1956), L’inganno della luce (2002), La distanza (2012), Ecche lu fredde (1986), La ‘ddore de la neve (2006), E’ tempe (2013). Ha ottenuto premi letterari, dal “Carducci” (1960) al “Pascoli” e “Frentano d’oro” (2010).

L’estate di Nuova Ciminiera – REMO PAGNANELLI

da Quasi un consuntivo. 1975-1987 (Donzelli Poesia, 2017)

 

*

Mi riprendeva il gioco
del palmo nella mano,
anche l’azzurro bagliore del fondo
anche lo scherzo muto, l’inganno in agguato.
Strano ch’io ricordi della tua mano
il solo limitare come di una vita ancorata
con l’anulare a una boa che si spezza,
strano non aver detto nulla – il cielo
parlava per me schietto e gentile, coprendo
lordure e zone d’ombra.

*

Ondate di scirocco , della nuova estate
dietro il temporale, zaffate di frescura insperata
e assalti di delirio;
così mi confonde il mio amore
imbelletato e strano e non so se ridere
con trasporto o separarmi
tramite una cortina di pianto.
Addosso avrei una inespressa voglia,
ma tu non darmi retta, svolta e sparisci dietro l’angolo,
dimentico nel mattino odoroso.

*

Mia ombra mio doppio,
talvolta amico ma più spesso
straniero che mi infuria ostinato,
mio calco che nessuna malta riempie,
fantasma appena colto,
di te ho centinaia di fotogrammi
sfrenati dalle corse, trattenuti
nelle reti, mio ombrello protettivo
paratutto, già cieco già binomio d’altro,
convengo con te quel che segue.
Niente di umano scoperchia la follia.

*

(dai versi il mio (?) dramma non traspare,
come nulla filtra dalla selva autunnale.
E’ un tale mare, però, talvolta…)

*

quando stai per morire e fra nubi e pioggia
ciondolando si rifanno vivi puntualmente
gli apici gialli dell’alberello e spirano
gonfi i rossi consolatori…………………………………….
ti sembra di tornare (non lo potresti,
la vela ha passato ora la porta crepuscolare)

*

mio padre eterno estremo servo
che mai ho reso libero né liberato
raccoglie nella stanza le palle di neve
del mio lavoro, le carte arrotolate
di un passatempo scambiato per valore,
segni (per essere giusti) di un rigore
insanguinato

*

per tutto il tempo boschi rossi

chissà com’è l’autunno lassù
(verdi che possono cambiarsi
in fragranti lane friabili piogge)

oh, le macchie della mente incendiate dagli incendi

macchie proprio (e capelli allo stesso modo,
dello stesso tono)

ma pare che una cenere li avvolga
cresciuti e scuri, intere foreste prima che,
(è allora che il resto dello sfolgorio s’avventa,
ci stringe)

che tristezza rotolarsi nel vento,
così in pochi, fra i pochi restati,
nelle folate delle gallerie

 

Remo Pagnanelli (Macerata, 1955 – 1987) ha fondato e diretto, con Guido Garufi, la rivista di poesia “Verso” nel 1980. Tra le sue opere poetiche si ricordano Dopo (Forum, 1981), Musica da viaggio (Antonio Olmi, 1984), Atelier d’inverno (Accademia Montelliana, 1985) e, pubblicato postumo, Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, 1988). A cura di Eugenio De Signoribus è uscito Epigrammi dell’inconsistenza (Stamperia dell’arancio, 1992). Nel 1985 ha ricevuto il Premio “Montale” per l’inedito, pubblicato per i tipi di Scheiwiller nel 1986 col titolo de L’orto botanico. Tra i suoi scritti critici, La ripetizione dell’esistere (Scheiwiller, 1981) dedicato a Vittorio Sereni; e, postumo, Fortini (il lavoro editoriale, 1988).

L’estate di Nuova Ciminiera – PIETRO RUSSO

da A questa vertigine (Italic, 2016)

 

Per testimonianza e linea di basso

I
Ma la stella, la stella non l’abbiamo vista.
Il tempo di abbassare la testa,
montare le tende nell’informe deserto
una volta, oltre l’occhio e il suo limite.
Dopo
sono arrivati i mangiafuoco, le danzatrici del ventre
i burocrati con i loro geroglifici nero su bianco.
Non credevamo, in coscienza, di fissarlo
il nostro accampamento con gli anni
allargato, solo che abbiamo scordato
la stella e i muscoli del collo
hanno fatto presto a adattarsi di conseguenza.

II
Dubito fosse questione di maglie rotte
(a posteriori si fanno e si disfano
sembrano un’onda sulla rena)
la notte che non prendemmo niente
e quella dopo anche. Quindi capirete,
che c’è da perdere compagni
a seguire questo volto bizantino
o fiammingo o d’avanguardia, ora
sfigurato dalla lebbra ora immigrato, raccolto
in un suo cielo quando lo sbirciamo
a prua, forse ancora in parte diffidenti?
Eccoci dunque imbarcati al largo
gettare la rete accomodata dalle mogli
attendere lo strappo all’amo, l’abbocco.

III
Ecco che fa l’ingresso nell’arena.
Il pubblico invasato aperto
come un Mar Rosso di carne per lasciargli il passaggio.
Chi si sgola per un autografo, altri sgomitano
per un’intervista. Tutto molto prevedibile
e in sé previsto.
Largo alla star, al mito, alla divina celebrità
riconosciuta all’unisono, osanna
intanto che avanza con già addosso il sudario
dell’abbandono imminente, lo sai, certo
che dopo il primo spot il copione cambia.
Avanti il prossimo e che muoia
sbranato dalle belve o nell’anonimato
che differenza fa?

IV
Siamo qui, in quest’ora di carne e paura
e tu dietro quel rinforzo di cemento?
O nell’occhio del gufo o in che ansa del vento?
Sarebbe più facile dire: ecco, questa notte ti nego.
Ma non il corpo. Con il corpo ti cerco. Il corpo
non finge. Avvicina il calice, se devi, sono
un’anima triste e questa cicatrice
fino alla morte.
Diminuisci, nella grazia, il nostro ego.

V
A Damasco, il giorno che la luce sfondò lo spazio
c’ero anche io. Ero il terzo incomodo, l’intruso
dietro il pezzato che alza lo zoccolo,
quello che entra per sbaglio nelle foto.
Deve essere stato forte davvero il flash
ripensando il nitrito e il terrore della bestia
e poi l’urlo, il tondo sordo sul selciato.
Tenere salde le redini, la mia parte nella storia.
Perdonatemi ma
attimi come quello li conosci se hai visto,
se davvero sai cos’è peccare.

 

 

Pietro Russo è nato a Catania, dove insegna materie letterarie nei licei e lingua italiana agli stranieri presso la locale Società Dante Alighieri, di cui è anche responsabile delle attività culturali. Collabora con diverse riviste sia cartacee che online. Ha pubblicato il saggio La memoria e lo specchio. Parole del Petrarca nella poesia di Sereni (Bonanno, 2013). E’ socio fondatore del Centro di Poesia Contemporanea di Catania, di cui è anche segretario.

 

L’estate di Nuova Ciminiera – GIANFRANCO LAURETANO

da Rinascere da vecchi (puntoacapo, 2017)

*

Il lavavetri chiede posso dicono no
sorride, torna nel sudicio pezzo di prato
ritagliato da fiumi d’asfalto
e canticchia il corano all’incrocio
l’orizzonte dello svincolo
una Bologna di vecchi condominî
fiumi di macchine e camion
palazzi popolari parallelepipedi
croste d’intonaco grigio
grigia gente, grigia fine di giorno
rumore nel sangue aria da conato
fiumi di cemento sulla terra
sembra cemento anche il cielo
che vita, che vita abbrutita ma
un piccolo maomettano
canticchia il corano sorride
e non sembra sottomesso
non è di questo mondo
ma mio fratello, di me infedele
fratello felice di uno mandato
a sciogliere inni ad un padre
dove il Padre sembrava impossibile.

*

Non fa mai giorno sul mondo tutto intero
qui il buio s’allarga ma un po’ oltre
le ombre si ritirano sotto le cose
e come il tempo si complica lo spazio
non si distinguono bene e male
ogni strada cammina sul baratro.
Eppure in questo paesaggio grigio
con la nebbia sfrontata sui colli
qualcosa da secoli incede
una sollevazione nel gelo, sommossa
che muove la materia fino all’osso
anche qui, dentro l’inverno, nel buio
durevole e morto di gennaio
l’erba ghiacciata del campetto
i frutteti stecchiti, la terra
assolutamente addormentata
la rarità degli uccelli che si appressano
con inedito coraggio alle finestre
anche nelle anime, le nostre
così rassomiglianti alla stagione
avanza la rivolta, corre da sempre
un’insurrezione. Anche noi
risorgiamo come il mondo intero
tutto sta levandosi, adesso
nell’inverno reale e apparente
adesso ossa e anime risorgono
adesso arriva la rivoluzione.

*

Ho fatto un sogno con una ragazza
e c’erano due me
e uno le diceva il suo amore
ma l’altro era più vecchio
si ritraeva, incapace e vergognoso

eppure tutto l’amore dichiarato
tutto il fiume di affezione lo investiva
e convertiva, come un antico bene

perché un amante non fa calcoli
si rtrova in balia dell’amata
e ama anche quella tempesta
appeso a labbra misteriose
alla navicella di un cuore in tumulto
nell’oceano dell’età ama quel tumulto
il vuoto che si apre nell’altro

e per esso accetta ogni penitenza
ogni esercizio spirituale
per l’ultima volta sanerebbe i suo vizî
volgerebbe totalmente lo sguardo
per ritrovarsi risorto nell’amata.

*

E’ della giovinezza innamorarsi.
Nell’amore dei vecchi c’è un morbo
una malattia del calcolo, la demenza
del possesso che porta all’omicidio
dell’amore. Nel mio sogno
allora i due me amavano
e al contempo avevano nostalgia
dell’amore dei giovani
il loro salto nel tumulto.

*

Mia figlia riceve i fiori
diciassette anni e un innamorato
addirittura non corrisposto
l’ha attesa per un pezzo
al portone del palazzo
per consegnarle un mazzo sontuoso
chiederle scusa per chissà che litigio
e poi è scappato via. Mia figlia
è al centro della guerra dell’amore
la più bella e spietata
quella che lascia sul campo
vittime su vittime e qualche vincitore
e non sa quanto io faccia il tifo per lei
e per il suo amore, che vedo fiorire
come il mazzo che riempie il salotto
e non sa che sto combattendo anch’io
dentro la stessa guerra.

*

Le auto fanno ressa
già di fronte a casa.
In ogni abitacolo un corpo
e i suoi pensieri avvinghiati.
Nuvole di scarichi e di dubbi
oscurano le vie e nel traffico
emozioni emozioni c’inseguono
incollate ai nostri gesti
che hanno le identiche movenze
di quei sentimenti, dei sogni
che non si staccano dai corpi.
E io non so più dove sei
ti ho persa perché abbiamo strade
separate e anche i sentimenti
che abbiamo tentato di narrarci
seguono itinerari differenti.

Gianfranco Lauretano è nato nel 1962, vive e lavora a Cesena. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi di poesia Preghiera nel corpo (1997), Occorreva che nascessi (2004), Di una notte morente (2016). Ha tradotto Il cavaliere di bronzo di Puskin (Raffaelli, 2003) e La pietra di Mandel’stam (Il Saggiatore, 2014). In ambito saggistico si ricordano La traccia di Cesare Pavese (Rizzoli, 2013), Incontri con Clemente Rebora (Rizzoli, 2013) e Il crepuscolo dell’incanto (Raffaelli, 2016). Dirige la rivista “Graphie”.

L’estate di Nuova Ciminiera – ANNALISA CIAMPALINI

da Le distrazioni del viaggio (Samuele Editore, 2018)

 

*
Io che scrivo vicino a una finestra
talvolta vedo il mare attraverso i vetri
lo vedo avanzare fino al mio portone
e la mia casa diventa scoglio tempestoso.
Il mare tra le mani è solo un sorso
d’acqua, l’azzurro vero è nelle vastità.
La costa prende vita dagli occhi.

*

Roma arde nella luce di luglio
giace con pigrizia orizzontale,
nella distrazione dissolve il suo passato.
Tu invece continui a sezionare la città,
a voler tenere la luce tra le mani.
Sogni di scavare in verticale,
di trovare una dimensione all’eterno.

*

La donna che ci ospita ha mani calde e forti
e porta con sé il silenzio della terra.
Le ore annullate dal viaggio si ricompongono
nell’annebbiarsi della sera, si insediano
in queste case di confine, nel precipizio
delle mura. Le finestre al mattino
ci guardano, sognano il viaggio che faremo.

*

Certe persone chiedono riposo eterno
tu, invece, vivi nelle trasparenze.
Con la precisione dell’amore
conti i letti nelle stanze smisurate
e metti un seme sotto le mie palpebre.
Al mattino le strade bisbigliano,
tramano un disegno comune.
Nelle piazze spargimento di luce.

*

Prima di spirare alcuni fiori
mutano i petali in aureola pallida.
L’aria attorno cerca somiglianza
perde affinità con l’altitudine
lascia che la morte allunghi la sua mano.
Poi la luce irrompe nelle fronde
e ci alziamo del tutto ricomposti
come se fragilità non fosse ogni nostra vena
e l’intero disegno del giorno.

*

Si celebra l’arrivo nel vento del cortile
la luce migra senza impronte né clamore.
L’aria si posa sulle nostre teste chine
ci battezza tutte con lo stesso nome.
E’ strano vedere come in questa fredda quiete
ogni cosa si consumi lentamente,
come tutto alla fine si somigli.

*

Ci vuole un canto nuovo per l’inverno che verrà,
ricami d’oro che lo fermino in leggenda,
lo splendore del grano sempre da una parte
a opporsi al sonno della terra. Il lamento
del lupo alle finestre quando rincasare
è solo un nocciolo di legno e i gesti
si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura.

 


Annalisa Ciampalini (Firenze, 1968), oltre a Le distrazioni del viaggio, ha pubblicato le raccolte L’istante si dilata (Ibiscos, 2008) e L’assenza (Ladolfi Editore, 2014).

L’estate di Nuova Ciminiera – EVELINA DE SIGNORIBUS

da Le notti aspre (il canneto editore, Genova, 2018)

la copertina del libro

*

Eri vicino a queste mani
ma non immune dalla salvezza

eppure deve esserci un nodo
in cui trovare l’origine dell’errore
che non sia il peccato della nascita
né un trauma casuale

eri ragione di vita e non disciplina
né studio o concetto
eri già all’alba sveglio
pronto sull’uscio

ti ho aperto quella mattina
e che sia la tua vita un filo, la mia traccia.

*

Ti porto con me in altri volti
dove sei salvo e protetto,
nulla è diretto a colpirti.
Ma quando non so dove vivi
vive la mia immaginazione.

Il tuo sguardo è mimetizzato
l’aria umida d’un tratto
il viso meno marcato
ma scorgo la tua dimora,
oggi sei nella pupilla:
l’illusione si dilata
per riceverti.

*

Non so dirti ora la parola che sento.
Riesco a captarne lo strascico, come chi
ripassa la corona tra le dita
e ha un credo di respiri brevi.

Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo,
se è un posto dove abbiamo vissuto
se salivamo le scale o non c’erano gradini.
Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo.
Avevi voce? Avevo vita?
Mi occorre sapere se ricordi
perché io altro non so che eri tu.

*

Se solo questi inverni
non fossero stati un flagello
di monti scoronati e scalzi
che entrano nelle case senza bussare
e infangano i tuoi piedi e i tuoi beni
custoditi, solo quelli, con i denti

hanno ragione i monti – i morti
a mostrarti la fine e il daccapo.

*

Nell’ora in cui hai un solo pensiero
il mare trema e le spighe muovono il campo
tutto chiama al ritorno
ma le strade non sono mai state così tante
da desiderarne che una sola, chiara

mutano i colori, cambia il tempo, scorgi il cielo
che nero avanza: mai inquinare le fonti
perché si sta alla sete come ai ricordi.

*

Si specchiano i sogni
anche ad occhi chiusi

sulle mura non ci sono più rovi
né vi è dipinto il labirinto

è forse tratteggiato sottoterra
il passaggio per la sopravvivenza.

 


Evelina De Signoribus 
si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi sulla poesia di Paolo Volponi. Alcune sue sequenze poetiche sono apparse su “Nuovi Argomenti”, “Il Caffè illustrato” e in antologie. Ha pubblicato il quaderno di racconti La capitale straniera (Quodlibet, 2008) e la raccolta di poesie Provincia d’inverno (Catalini e Santoni, 2009).

 

 

 

 

Quel memorabile “edificio fermo” di Ugo Magnanti

di Dante Maffia

Un bell’albergo di quaranta stanze. Ogni lettore può scegliersi quella che più gli aggrada.

Io ho scelto la trentunesima, forse perché la mia infanzia è piene di gechi che ricamavano i muri delle case del mio paese, o forse perché ho sentito la similitudine del poeta con il bruttissimo ma innocuo animale, come un atto di agnizione umile, un coinvolgimento emotivo dal quale ho potuto poi rifrequentare le altre stanze con maggiore adesione e discernimento.

Ma avevano allertata la mia attenzione anche gli scritti di Antonio Veneziani e di Cristina Annino, due poeti non facili alle concessioni, e che per Ugo Magnanti invece hanno espresso giudizi lusinghieri.

E che dire delle citazioni di Cesare Pavese, di Jorge Luis Borges, di Leopoldo Maria Panero?

Insomma, Magnanti avvisa il lettore che il suo libro tratta anche di come approcciarsi ai versi, di come entrare nel fluido poetico che lo ha spinto ad attraversare l’intero edificio di una storia che, ovviamente, vuole essere emblematica dell’intera esistenza.

la copertina de “Il nome che ti manca” (2019)

Cominciamo da Uscita. Si parla di un desiderio imperdonabile, cioè di una prepotenza, di un qualcosa che a tutti i costi vorrebbe esistere al di là delle convenienze?

Non è specificato, ma il poeta lo ribadisce alla fine, come a volerci invitare a una meditazione che deve rovesciare le acquisizioni che si sono conquistate fino a un minuto prima.

Le stanze, in questo modo, assumono la contezza di stazioni dalle quali si parte e si ritorna per districare i nodi dell’amore e della vita, il fiume di sensazioni che non accettano la sirena delle divagazioni e fermano squarci di vita con puntigliosa acredine.

Dicevo delle citazioni, che non sono mai casuali. Il tono, anche se i versi sono brevi, è pavesiano, Magnanti racconta con semplicità, va avanti con pacatezza e le immagini scorrono senza fretta, come se lo stesso poeta volesse ripercorrerle e rimeditarle. E Borges? Borges è lì per farci sapere che “le sette strade dell’ambiguità interpretativa della poesia” sono a portata di mano nei testi de L’edificio fermo. Insomma, il libro ha una sua valenza alta e senza servirsi di clamori musicali o di impennate liriche ci accompagna alla scoperta di alcune verità imponderabili colte sul filo dello sguardo e su quello della memoria. Non ci sono eccessi, in queste pagine, un equilibrio direi bacchelliano domina la sintassi e i vari quadri e il risultato è molto convincente perché riusciamo a entrare anche nei segreti della quotidianità per esercitarci “come … / matti un po’ a morire”.

 

Ugo Magnanti

Ugo Magnanti ha pubblicato diverse opere di poesia, tra le quali il poemetto in ‘stanze’ L’edificio fermo (con prefazione di Antonio Veneziani e una nota di Cristina Annino, FusibiliaLibri, 2015), confluito recentemente ne Il nome che ti manca (peQuod, 2019), oltre alla plaquette Ciclocentauri (con tavole di Gian Ruggero Manzoni, FusibiliaLibri, 2017). Fra le curatele Quanto non sta nel fiato, tutte le poesie della poetessa serba Duška Vrhovac (prefazione di Ennio Cavalli, FusibiliaLibri, 2015); Sogni di terre lontane, di Gabriele D’Annunzio (prefazione di Pietro Gibellini, Scoprirenettuno, 2010).

LE EPIFANIE DI FRANCESCO ASTIASO GARCIA. Un ponte tra Cina e Occidente

di Filippo Davoli

C’è soltanto un rischio (ma molto serio), nello sfogliare il meraviglioso volume fotografico  “Epifanie” dell’artista romano Francesco Astiaso Garcia: quello di rimanere coinvolti, sconvolti ed estasiati su ogni pagina, senza riuscire a muoversene per parecchio tempo. Un incantamento che è anche un incatenamento.

 

Ho conosciuto Francesco parecchi anni orsono: ne ho avuto la fortuna, ma vorrei dire la grazia, in occasione di una sua mostra pittorica che si teneva nelle Marche, presso l’Abbazia di Rambona. Siamo diventati buoni amici, e ho avuto modo di conoscerlo più a fondo, pur riuscendo a frequentarlo meno di quanto mi sarebbe piaciuto.

In lui, nel suo approcciare il mondo (e la bellezza che segretamente lo pervade), ho sempre ammirato (ed approvato) la libertà totale dello sguardo, la fondamentale innocenza dell’approccio, la difficile arte della semplicità che appartiene agli artisti veri, a quelli cioè che non decidono da sé stessi che cosa fare da grandi, ma scoprono in sé una vocazione particolare all’ascolto, all’attenzione, all’apertura di sé, all’accoglienza della voce che chiede di essere interpretata e detta.

È la vocazione dei poeti e dei pittori, dei musicisti e dei fotografi d’arte. È la vocazione primaria degli artisti, quale che ne sia l’ambito di intervento e di ricognizione; qualcosa che sta prima della specializzazione e che, tuttavia, sta anche durante e dopo. Ma in un’ottica privilegiata di servizio e mai di possesso. Ideale ma non ideologica.

Geniale ritrattista nelle velature, funambolo inesausto in un arioso colorismo astratto che tuttavia mai si disgiunge dalla carne e dalla vita, delicato interprete dell’umanità più nuda che sa farsi diafana a ciò che di più intimo e sovrannaturale reca nascosto nel suo più profondo, oggi lo ritroviamo fotografo: del mondo, di alcuni suoi luoghi che parrebbero anonimi e invece ci riguardano, di scorci d’anima che suggeriscono Dio nelle pieghe del quotidiano, attraverso la categoria che più gli è propria: la bellezza.

Occorrerà anzitutto puntualizzare di quale bellezza si stia parlando. Se ne è occupata la Fondazione “Padre Matteo Ricci” di Macerata in un convegno tenutosi lo scorso 7 giugno presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, col Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un telegramma di saluto del Presidente della Repubblica, e l’intervento di personalità come Paolo Ruffini (Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Città del Vaticano), Song Haojie (Deputy Director Heritage and Culture Centre of Shanghai), il Prof. Li Tiangang (Chair of Department of Religiours Studies Fudan University di Shanghai), Licia Colò (autrice televisiva e scrittrice), Eusebio Astiaso Garcia (catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale).

È grazie alla Fondazione che è stato pubblicato il volume di cui stiamo parlando: “Epifanie” (in due versioni: una in italiano e l’altra in cinese). Perché Astiaso Garcia, nel fotografare la bellezza scovata in quindici anni di ricerca attraverso i continenti, ha inteso costruire un ponte tra Italia e Cina, tra la visione occidentale della bellezza e quella orientale. E pone – a didascalia di ogni pagina – testi e riflessioni di autori atei e credenti, orientali e occidentali, dedicati al tema della bellezza.

la veste editoriale in italiano del volume

Come scrive François Cheng, “Al primo approccio la visione della bellezza occidentale e quella orientale appaiono molto diverse ma quando il soggetto viene approfondito fino a raggiungere i sensi, siamo toccati dallo stesso mistero indicibile che ci abbraccia. In questo senso, lo scambio e il dialogo sono costruttivi e necessari”.

E in questo processo, gli artisti sono fondamentali perché – come ha detto Paolo Ruffini nel suo prezioso intervento – “gli artisti vedono e fanno vedere le cose al di là della loro apparenza. Com’è difficile vedere, senza l’Epifania. Ogni particella del creato porta iscritta in sé una traccia, un codice, un orientamento, tanto che il mondo intero si presenta come una parola. E l’uomo può contemplare così il cosmo non solo da fuori, ma anche dall’interno. Può vedere ciò che è visibile unito con ciò che è invisibile. Perché la bellezza di quel che vede gli racconta ciò che non vede. (…) Lo sguardo catturato dalle Epifanie è lo sguardo contemplativo che fa passare la luce, che fa passare il Logos. L’arte del vedere (e del rivelare) è dunque una vera contemplazione, una forza trasformatrice e creatrice. Una forza che attraverso la trasformazione del cuore e dello sguardo trasforma realmente anche il mondo. Una forza che permette di ricondurre tutto ad unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite aprendo una finestra sull’eternità.”

 

La forza degli scatti di Francesco Astiaso Garcia, dunque, non sta tanto nel sapére come catturare un luogo e proporlo al nostro sguardo (e lui sa come fare, non è un improvvisatore), quanto nel sàpere, ossia nella gratitudine di un’accoglienza che è prima di tutto sua, che lo interpella e si serve della sua disponibilità, per essere partecipata – attraverso di lui – a tutti noi.

Questa umiltà dell’approccio che lascia trapelare la luce, la bellezza, in definitiva l’amore che riempie e dà senso ad ogni cosa, emerge in maniera lampante e dirimente, nelle sue opere fotografiche.

Dice lui stesso, durante il convegno, raccontando questo suo lavoro:

“Mi piace considerare quest’opera come un progetto di pace e di bellezza, luogo d’incontro e di dialogo tra l’Occidente cristiano e la cultura cinese. (…) Nel cuore d’ogni uomo c’è un profondo anelito alla verità e al suo splendore: Sant’Agostino definiva la bellezza splendor veritatis. La verità unisce l’Oriente e l’Occidente, la bellezza unisce tutti e tutto. L’animo umano è abitato dal desiderio di trascendere tutti i limiti, la bellezza è fragile custode di questo insopprimibile anelito. Custodire il creato significa custodirne la bellezza.”

Mette quindi il dito nella piaga della nostra contemporaneità:

“Tutto è connesso, non esistono oggi due crisi separate: una sociale e una ambientale, c’è una sola unica e complessa crisi socio-ambientale. L’armonia secondo le antiche tradizioni cinesi, riguarda tanto l’estetica quanto l’etica, l’estetica senza etica riduce tutto ad estetismo, l’etica senza estetica conduce al moralismo. La contemplazione della bellezza ha la forza di farci scoprire la nostra divina somiglianza, mettendoci in contatto con la scintilla eterna che è in noi, spesso sepolta da troppi affanni terreni, e questo per l’uomo di oggi, italiano o cinese, è più che mai urgente, indispensabile come il pane.”

Come scrive Papa Francesco nella sua Laudato si’“Non possiamo – continua Astiaso Garcia – sottovalutare la dimensione spirituale della conversione ecologica, esiste un intimo rapporto tra Dio, l’uomo e l’ambiente, anche se ovunque questa relazione appare minacciata. Questa è la bellezza per cui il mondo si salva, la bellezza che schiude la visione del Cielo; una sola è la speranza alla quale siamo chiamati. Non temiamo le differenze tra Oriente e Occidente; nella diversità, l’audacia creativa trova stimoli e ispirazioni per il futuro pacifico dei popoli, senza tralasciare nessuna fonte di saggezza, perché come dice Eraclito: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”.

Ecco allora il nesso tra le Epifanie” e la Fondazione Padre Matteo Ricci”.
Il missionario gesuita, infatti, rimane agli occhi dei cinesi come un esempio eccellente di amicizia e di rispetto, senza per questo mancare alla propria vocazione evangelizzatrice. È quella illuminazione ratzingeriana a riguardo dell’identità: non si ha comunione con l’altro da sé rinunciando alla propria identità, bensì – al contrario – permettendo che entrambe le diversità dialoghino e crescano insieme.

I cinesi lo sanno. Gli autorevoli rappresentanti venuti da Shanghai per l’occasione lo ribadiscono con convinzione ed entusiasmo: grazie anche all’impegno solerte della Fondazione, i rapporti si vanno intensificando, coinvolgendo anche altre realtà sia italiane che cinesi, dalle università alle istituzioni, dal commercio alle arti. Si assiste – in un certo senso – ai frutti di quanto Padre Ricci, insieme al suo sodale cinese Xu “Paolo” Guangqi, seminarono nel 1600. Insieme – come è stato ricordato anche dal Dott. Dario Grandoni della Fondazione – si dedicarono allo studio delle scienze, tradussero gli Elementi di Euclide, formarono il popolo cinese sulle tecniche occidentali di ingegneria idraulica, segnando un capitolo glorioso e indimenticato.

Una bellezza che origina dall’incontro (e dall’amore).

Ma attenzione: una bellezza che non è sufficiente di per sé, come fosse una categoria autonoma; anzi – come asserisce Eusebio Astiaso Garcia nel suo splendido (e, per molti aspetti, necessario intervento) – “la bellezza è fragile”, rischia di essere “inconsistente: il suo splendore è offuscato dalla caducità, dalla corruzione e dall’incapacità di superare il tempo e lo spazio. La menzogna, il male, la violenza e le nostre brutture mettono in discussione la bellezza, resa effimera dalla morte e dal non senso della vita dell’uomo. La bellezza, richiamo alla trascendenza” (ecco il punto…), “è incapace di saziare il cuore dell’uomo, suscitando in noi quella nostalgia di Dio che Sant’Agostino espresse con accenti ineguagliabili: Tardi t’amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Ed ecco, tu eri dentro di me ed io ti cercavo fuori di me, e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione. Tu hai chiamato e gridato, hai spezzato la mia sordità, hai sparso la tua fragranza ed io ho respirato, e ora anelo verso di te; ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te”.

La bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità.

“Il mistero pasquale di Cristo” – continua – “proietta una nuova luce sull’uomo e sul significato della sua esistenza. Dio ha risuscitato il suo servo Gesù e l’uomo ha nuovamente accesso all’albero della vita. Lui ha vinto la morte ed ha preso la nostra carne umana, e l’ha portata ad una trascendenza più alta degli astri, facendoci entrare nella divinità come figli di Dio.
Questa Epifania dell’invisibile che apre alla trascendenza e all’eternità apporta un nuovo slancio alla bellezza, offuscata dall’inconsistenza e dall’effimero, catapultandola alla festa senza fine alla quale aspira ogni uomo. (…) È attraverso Cristo crocifisso, immagine del Dio invisibile, irradiazione della Sua gloria e impronta della sua sostanza, che ci viene svelato il senso profondo della bellezza: l’amore. È stato l’incontro con Cristo risorto che ha fatto sì che Padre Matteo Ricci, giovane della borghesia di Macerata con un brillante avvenire, lasciasse tutto per partire per l’Oriente, sapendo che non sarebbe mai tornato. Non è andato in Cina per portare la cultura occidentale ma per portare la vita immortale per mezzo dell’annuncio del Vangelo, accettando ingiurie e opposizioni. È proprio l’amore che portava dentro a metterlo nella condizione di poter vedere la grandezza e la bellezza della cultura cinese. Li Ma Du ha amato profondamente la Cina e il nobile popolo cinese che, ancora oggi, corrisponde a questo amore con un ricordo perenne.”

Ne è testimonianza ulteriore la mostra fotografica con le opere di Francesco Astiaso Garcia, insieme a quelle del cinese Yang Dongbai, inaugurata al termine del convegno nei locali espositivi della Gregoriana. Due approcci differenti, una medesima bellezza. Sotto lo stesso Cielo e sulla stessa Terra.

un autoritratto fotografico di Francesco Astiaso Garcia

 

Michele Bordoni, “Gymnopedie”

Anche ciò che [il legislatore]
ha istituito in quarto luogo
io potrei provare a dire:
ha istituito gli esercizi per resistere al dolore…
(Platone, Leggi)

di Adone Brandalise

La giornata di oggi, è un aspetto che potrà sembrare estrinseco ma che porta con sé qualche elemento rilevante, rinvia a un contesto territoriale particolare e, in modo da alzare immediatamente il tono, a un mondo particolare, a un universo di segni, che è quello (pure estremamente variato all’interno) delle Marche. Lo dico perché, per molti versi, e per ciò che riguarda quel che dirò brevissimamente della raccolta di Michele Bordoni, è in un certo senso un antico, complesso e misterioso sposalizio tra quel paesaggio e un determinato andamento del respiro poetico che nel corso dei secoli è andato a consolidare un effetto marchigiano che non comporti nessuna limitazione provinciale per ciò che riguarda il dettato poetico del nostro autore ma che nello stesso tempo va sottolineato perché rappresenta un elemento non secondario nella ricchezza dell’amalgama di confronti con l’universo del linguaggio poetico che maturano all’interno di questi versi.

Gymnopedie. Ovviamente può essere una mossa banale partire da un commento del titolo ma, forse, val la pena di sottolineare (come credo sia risultato all’attenzione dei primi lettori del testo) che questo titolo, per un verso indubbiamente accattivante attraverso il riferimento musicale a Satie (per altri versi e immediatamente con l’esergo platonico) vale a portare l’attenzione a questo senso, che le Gymnopedie possono essere prese con un effetto un po’ diverso da quelle delle microvibrazioni in un acquario che caratterizzano la geniale invenzione di Erik Satie, quanto nel senso dell’esercizio. E visto che la citazione platonica rinvia a quella terribile e ferrigna e inquietante ultima prova di Platone, ovverosia le Leggi, effettivamente degli esercizi che sono pratiche di somministrazione o di auto-somministrazione di sofferenza che partono dalla registrazione (se vogliamo, questo spunto è di carattere molto musicale) dalla necessità di incominciare da una sofferenza diffusa, inesorabilmente somministrata nell’esistenza fino ad una sorta di trasformazione di un generico suono in suono musicale; e quindi, in un certo senso, ad una intonazione di una sofferenza inevitabile in una sofferenza nei confronti della quale si agisce nel modo di un esercizio di composizione. Sotto questo aspetto forse non sorprenderà che questa poesia sia, allo stesso tempo, carica di tratti che riportano ad antiche (e “benedette”) costrizioni da un certo punto di vista della pratica poetica. Riporta cioè a quelle condizioni in cui, tutto sommato, anche abbastanza a vista, il poeta opera a partire da un sistema di necessità o, per meglio dire, da un sistema di costrizioni che rappresentano il suo appuntamento con la realizzazione di una necessità dell’opera.

Sotto questo aspetto anche il respiro endecasillabico di questa poesia tende, per così dire, a mettere in evidenza che non si avvertirà l’esigenza di distanziarsi in maniera provocatoria dal verso più illustre della metrica italiana; nello stesso tempo il lettore avvertirà, da un certo punto di vista, l’assenza di una dipendenza esplicita da un’intonazione particolare di questo verso che consente effettivamente, anche nella sua musica, di accogliere consapevolmente, e senza volontà di imitazione, senza angosce per l’influenza – per dirla così alla Bloom –, alcune coincidenze di accenti. Volendo, il recensore malizioso potrebbe tentare di abbassare il livello della sua sensibilità sino al punto da registrare semplicemente frequenti echi di Luzi e, ancora più frequenti, di Rilke, presenze in alcuni casi plastiche nell’evidenza di Paul Celan. Ecco, in realtà questo rischia di essere un ritrovamento anche dei più scontati, dall’altro una sorta di auto-inganno del lettore, perché in realtà questi nomi sono evocati di proposito ma non sono certo l’oggetto di un’imitazione; sono, caso mai, nomi che indicano una solidarietà di eventi poetici avvenuti con ciò che si tende a fare all’interno di queste pagine. Quindi, in alcuni casi, possiamo dirle non fortuite ma non programmate coincidenze nella forma che il respiro prende quando viene scandito nel modo di un verso. Perché ogni poesia che abbia ragione di stare al mondo quindi anche quella meno ambiziosa, ma comunque inesorabilmente onesta – che è ciò che si chiede fondamentalmente alla poesia – ha il problema di confrontarsi con le proprie ragion d’essere e, quindi, anche di passare in una qualche incertezza di poter esistere. Ed è un’incertezza che può essere abissale ma che deve trasformare la potenzialità di un silenzio afasico nella qualità di un canto.
Tanto è vero che, visto che i vecchi sono poi di tanto in tanto propensi ad abbandonarsi ad alcuni ricordi personali, magari parassitando in questa forma una traccia di discorso che potrebbe fare a meno della loro evocazione, mi viene alla mente, Marche per Marche contro Marche, il titolo con cui Galimberti licenziava una sua poderosa introduzione a una raccolta di scritti su Leopardi, Meditazione e canto. Lo dico perché questa accoppiata potrebbe essere evocata per un accesso alla poesia come quella che qui viene proposta.

Dell’esempio rilkiano ad esempio potremmo ritrovare per analogia la propensione a far sorgere il melismo o anche, se vogliamo, il grande gesto melodico, da una riflessione che punta ad essere anche sforzo di argomentazione, che conosce anche il passo esitante che non vuole necessariamente ottenere subito e inesorabilmente il grande afflato ma che, proprio per questo, periodicamente si guadagna la possibilità di sfogare il canto e giungere ad alcune battute che hanno la caratteristica, non diminutiva per il resto, di valere un po’ per tutto il testo.

Un titolo della collana, Rive, potrebbe essere utilmente valorizzato nella lettura di questi testi, che sono tutti in qualche modo legati al tema di un approdo, di un bordo, di una sponda. Teniamo presente che le sponde, “amate sponde”, sono tutto sommato uno dei luoghi di auto-riconoscimento in sede poetica, perché le sponde sono quelle che caratterizzano, ad esempio, i fiumi infernali, le acque di passaggio tra un mondo e l’altro, le linee divisorie tra le parole e il silenzio. Le sponde alludono ad un attraversamento a volte necessariamente sostenuto dal concorso di uno psicopompo, che fanno anche da passaggio iniziatico. E senz’altro fanno da passaggio – come possiamo dire – dall’orizzonte in senso lato della prosa a quello di quel linguaggio ornato (lo uso in senso aristotelico) che in realtà caratterizza la poesia. La poesia è il luogo di altri tempi, di altro tempo e in qualche modo di altra qualità del linguaggio; di un linguaggio ricondotto al proprio tratto essenziale, al suo essere linguaggio e nient’altro. E per questo la poesia cerca dei riti. Tutto sommato l’approdo qui si riproduce nelle occasioni più diverse; sono importanti tutti gli approdi veneziani, le fondamenta appunto, e sono anche in un certo senso importanti quegli approdi che sono approdi all’andamento del verso. Ci sono attacchi che sono degli attracchi, come ad esempio questo:

C’è una pace oltre la quiete della sera,
breve castità d’attimi che affiora
tra le foglie dei platani e l’azzurro.

Michele Bordoni (foto di R. Frolloni, 2019)

Se, seguendo un suggerimento alla Mallarmé, volessimo lasciare per un attimo lontano la (per altro facile) ricostruzione del senso, vedremmo essenzialmente alcune ben precise indicazioni cromatiche, e la sinopia di alcune forme. La quiete della sera, e l’azzurro della sera. Un approdo a che cosa? In un certo senso anche alla memoria di Trakl senza problemi di differenziazione.
Tra l’altro uno dei meriti di questo testo è di essere un testo in cui la memoria dei poeti e la cultura, la fine cultura dell’autore, effettivamente diventa un motivo in più per ascoltare il respiro che anche, per tanti versi, la trascende. E in questo senso parlavo prima di meditazione, non tanto l’andamento argomentante e meditante di un contenuto, quanto l’effetto meditativo della poesia. La meditazione come si sa ha caratteristiche diverse dalla riflessione che conosciamo come esercizio, perché ha la caratteristica di essere una sorta di metrica della mente; ha una sua pulsazione, è un pensare, un riflettere volontariamente posseduto dalla pulsazione di un sentimento, ed è qualcosa che in un certo senso ha la caratteristica di un passare attraverso, laboriosamente e in maniera sommovente, il corpo e l’anima – una volta tanto non distinti – di chi medita. Insomma, quella ricongiunzione – ne abbiamo parlato tante volte con Michele – di spirito e respiro, di grande orizzonte del pensiero e di sensorialità e immediato calore vitale che in un certo senso è uno dei grandi compiti della poesia, almeno di quella poesia che indubbiamente ha aiutato Michele Bordoni a muoversi verso i suoi, assolutamente suoi, e solo suoi, versi.

Michele Bordoni, Gymnopedie, Italic, 2019