Michele Bordoni, “Gymnopedie”

Anche ciò che [il legislatore]
ha istituito in quarto luogo
io potrei provare a dire:
ha istituito gli esercizi per resistere al dolore…
(Platone, Leggi)

di Adone Brandalise

La giornata di oggi, è un aspetto che potrà sembrare estrinseco ma che porta con sé qualche elemento rilevante, rinvia a un contesto territoriale particolare e, in modo da alzare immediatamente il tono, a un mondo particolare, a un universo di segni, che è quello (pure estremamente variato all’interno) delle Marche. Lo dico perché, per molti versi, e per ciò che riguarda quel che dirò brevissimamente della raccolta di Michele Bordoni, è in un certo senso un antico, complesso e misterioso sposalizio tra quel paesaggio e un determinato andamento del respiro poetico che nel corso dei secoli è andato a consolidare un effetto marchigiano che non comporti nessuna limitazione provinciale per ciò che riguarda il dettato poetico del nostro autore ma che nello stesso tempo va sottolineato perché rappresenta un elemento non secondario nella ricchezza dell’amalgama di confronti con l’universo del linguaggio poetico che maturano all’interno di questi versi.

Gymnopedie. Ovviamente può essere una mossa banale partire da un commento del titolo ma, forse, val la pena di sottolineare (come credo sia risultato all’attenzione dei primi lettori del testo) che questo titolo, per un verso indubbiamente accattivante attraverso il riferimento musicale a Satie (per altri versi e immediatamente con l’esergo platonico) vale a portare l’attenzione a questo senso, che le Gymnopedie possono essere prese con un effetto un po’ diverso da quelle delle microvibrazioni in un acquario che caratterizzano la geniale invenzione di Erik Satie, quanto nel senso dell’esercizio. E visto che la citazione platonica rinvia a quella terribile e ferrigna e inquietante ultima prova di Platone, ovverosia le Leggi, effettivamente degli esercizi che sono pratiche di somministrazione o di auto-somministrazione di sofferenza che partono dalla registrazione (se vogliamo, questo spunto è di carattere molto musicale) dalla necessità di incominciare da una sofferenza diffusa, inesorabilmente somministrata nell’esistenza fino ad una sorta di trasformazione di un generico suono in suono musicale; e quindi, in un certo senso, ad una intonazione di una sofferenza inevitabile in una sofferenza nei confronti della quale si agisce nel modo di un esercizio di composizione. Sotto questo aspetto forse non sorprenderà che questa poesia sia, allo stesso tempo, carica di tratti che riportano ad antiche (e “benedette”) costrizioni da un certo punto di vista della pratica poetica. Riporta cioè a quelle condizioni in cui, tutto sommato, anche abbastanza a vista, il poeta opera a partire da un sistema di necessità o, per meglio dire, da un sistema di costrizioni che rappresentano il suo appuntamento con la realizzazione di una necessità dell’opera.

Sotto questo aspetto anche il respiro endecasillabico di questa poesia tende, per così dire, a mettere in evidenza che non si avvertirà l’esigenza di distanziarsi in maniera provocatoria dal verso più illustre della metrica italiana; nello stesso tempo il lettore avvertirà, da un certo punto di vista, l’assenza di una dipendenza esplicita da un’intonazione particolare di questo verso che consente effettivamente, anche nella sua musica, di accogliere consapevolmente, e senza volontà di imitazione, senza angosce per l’influenza – per dirla così alla Bloom –, alcune coincidenze di accenti. Volendo, il recensore malizioso potrebbe tentare di abbassare il livello della sua sensibilità sino al punto da registrare semplicemente frequenti echi di Luzi e, ancora più frequenti, di Rilke, presenze in alcuni casi plastiche nell’evidenza di Paul Celan. Ecco, in realtà questo rischia di essere un ritrovamento anche dei più scontati, dall’altro una sorta di auto-inganno del lettore, perché in realtà questi nomi sono evocati di proposito ma non sono certo l’oggetto di un’imitazione; sono, caso mai, nomi che indicano una solidarietà di eventi poetici avvenuti con ciò che si tende a fare all’interno di queste pagine. Quindi, in alcuni casi, possiamo dirle non fortuite ma non programmate coincidenze nella forma che il respiro prende quando viene scandito nel modo di un verso. Perché ogni poesia che abbia ragione di stare al mondo quindi anche quella meno ambiziosa, ma comunque inesorabilmente onesta – che è ciò che si chiede fondamentalmente alla poesia – ha il problema di confrontarsi con le proprie ragion d’essere e, quindi, anche di passare in una qualche incertezza di poter esistere. Ed è un’incertezza che può essere abissale ma che deve trasformare la potenzialità di un silenzio afasico nella qualità di un canto.
Tanto è vero che, visto che i vecchi sono poi di tanto in tanto propensi ad abbandonarsi ad alcuni ricordi personali, magari parassitando in questa forma una traccia di discorso che potrebbe fare a meno della loro evocazione, mi viene alla mente, Marche per Marche contro Marche, il titolo con cui Galimberti licenziava una sua poderosa introduzione a una raccolta di scritti su Leopardi, Meditazione e canto. Lo dico perché questa accoppiata potrebbe essere evocata per un accesso alla poesia come quella che qui viene proposta.

Dell’esempio rilkiano ad esempio potremmo ritrovare per analogia la propensione a far sorgere il melismo o anche, se vogliamo, il grande gesto melodico, da una riflessione che punta ad essere anche sforzo di argomentazione, che conosce anche il passo esitante che non vuole necessariamente ottenere subito e inesorabilmente il grande afflato ma che, proprio per questo, periodicamente si guadagna la possibilità di sfogare il canto e giungere ad alcune battute che hanno la caratteristica, non diminutiva per il resto, di valere un po’ per tutto il testo.

Un titolo della collana, Rive, potrebbe essere utilmente valorizzato nella lettura di questi testi, che sono tutti in qualche modo legati al tema di un approdo, di un bordo, di una sponda. Teniamo presente che le sponde, “amate sponde”, sono tutto sommato uno dei luoghi di auto-riconoscimento in sede poetica, perché le sponde sono quelle che caratterizzano, ad esempio, i fiumi infernali, le acque di passaggio tra un mondo e l’altro, le linee divisorie tra le parole e il silenzio. Le sponde alludono ad un attraversamento a volte necessariamente sostenuto dal concorso di uno psicopompo, che fanno anche da passaggio iniziatico. E senz’altro fanno da passaggio – come possiamo dire – dall’orizzonte in senso lato della prosa a quello di quel linguaggio ornato (lo uso in senso aristotelico) che in realtà caratterizza la poesia. La poesia è il luogo di altri tempi, di altro tempo e in qualche modo di altra qualità del linguaggio; di un linguaggio ricondotto al proprio tratto essenziale, al suo essere linguaggio e nient’altro. E per questo la poesia cerca dei riti. Tutto sommato l’approdo qui si riproduce nelle occasioni più diverse; sono importanti tutti gli approdi veneziani, le fondamenta appunto, e sono anche in un certo senso importanti quegli approdi che sono approdi all’andamento del verso. Ci sono attacchi che sono degli attracchi, come ad esempio questo:

C’è una pace oltre la quiete della sera,
breve castità d’attimi che affiora
tra le foglie dei platani e l’azzurro.

Michele Bordoni (foto di R. Frolloni, 2019)

Se, seguendo un suggerimento alla Mallarmé, volessimo lasciare per un attimo lontano la (per altro facile) ricostruzione del senso, vedremmo essenzialmente alcune ben precise indicazioni cromatiche, e la sinopia di alcune forme. La quiete della sera, e l’azzurro della sera. Un approdo a che cosa? In un certo senso anche alla memoria di Trakl senza problemi di differenziazione.
Tra l’altro uno dei meriti di questo testo è di essere un testo in cui la memoria dei poeti e la cultura, la fine cultura dell’autore, effettivamente diventa un motivo in più per ascoltare il respiro che anche, per tanti versi, la trascende. E in questo senso parlavo prima di meditazione, non tanto l’andamento argomentante e meditante di un contenuto, quanto l’effetto meditativo della poesia. La meditazione come si sa ha caratteristiche diverse dalla riflessione che conosciamo come esercizio, perché ha la caratteristica di essere una sorta di metrica della mente; ha una sua pulsazione, è un pensare, un riflettere volontariamente posseduto dalla pulsazione di un sentimento, ed è qualcosa che in un certo senso ha la caratteristica di un passare attraverso, laboriosamente e in maniera sommovente, il corpo e l’anima – una volta tanto non distinti – di chi medita. Insomma, quella ricongiunzione – ne abbiamo parlato tante volte con Michele – di spirito e respiro, di grande orizzonte del pensiero e di sensorialità e immediato calore vitale che in un certo senso è uno dei grandi compiti della poesia, almeno di quella poesia che indubbiamente ha aiutato Michele Bordoni a muoversi verso i suoi, assolutamente suoi, e solo suoi, versi.

Michele Bordoni, Gymnopedie, Italic, 2019

Anita Ekberg risorge dalle ceneri della Fenice

recensione di Marco Lani

Perché proprio Anita Ekberg al centro di un romanzo? Perché un’attrice famosa degli anni Sessanta, dimenticata da tutti, vissuta in una casa di riposo a Rocca di Papa fino al 2015 (neppure nella sua Roma), purtroppo povera in canna nonostante i fasti del passato?

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) di Alessandro Moscè, è soprattutto un romanzo sulla vecchiaia e sulla morte. Certo, torna la diva degli anni Sessanta, nei ricordi, con la Fontana di Trevi che all’epoca la gente comune conosceva quanto la protagonista che ci camminò dentro nel film La dolce vita di Federico Fellini. Ma qui non si nota alcuna magnificenza. Moscè cattura le abitudini di una donna comune, di una persona anziana che sta per andarsene. Ci vuole dire, in fondo, che le vite si assomigliano tutte, prima o poi. Quelle dei ricchi e dei poveri, dei fortunati e dei meno fortunati. Moscè fa dialogare Anita Ekberg con Fellini, Mastroianni, Quasimodo, Gatto, Agnelli, Risi, Moro, infine con la madre, che aveva lasciato tanti anni prima. Ma all’inizio è un introverso giornalista che la cerca solo per vederla, che la invita a pranzo per estorcerle qualche confidenza di un passato troppo lontano per essere ancora ricordato felicemente. La diva scrive, legge, parla tra sé e sé, partecipa a grottesche sedute spiritiche con un prete, una menade, un vecchio della casa di riposo, una signora vedova da poco che vorrebbe rivedere il marito morto. Il romanzo di Moscè è realista, biografico, saggistico, ma è anche un affresco visionario. Anita Ekberg incontra la morte e non ne ha paura. Che cos’è la morte? Forse un sogno, una nuova vita uguale alla precedente? Una condizione stabile, pacifica, una sensazione piacevole, pulsante? Un vortice nero o un respiro soave?

la copertina del libro

Anita Ekberg, o meglio Alessandro Moscè, la sua risposta la dà eccome, e non è affatto prevedibile. Pablo Neruda paragonava la morte ad un suono, ad un porto, ad un vestito da ammiraglio, ad una nave che risale fiumi e mari. E’ proprio nel  mare, come fosse una stazione ferroviaria, che Moscè intraprende il viaggio, l’ultimo, per andare oltre i confini percettibili dell’uomo. Il romanzo è ben documentato, perché lo scrittore informato sulla vita di Anita Ekberg, ma è la parte verosimile e inventata, come in ogni narrazione, la più coinvolgente. Specie se la donna della quale si occupa Moscè, simbolo dell’eros, risorge dalla ceneri della Fenice.

LA TRASMIGRAZIONE DI REMO

di Alessandro Moscè

Nel 2017 l’editore Donzelli ha pubblicato Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marcheschi, che raccoglie i testi più significativi del solitario Remo Pagnanelli, poeta e critico che si è lasciato andare nel 1987. Ancora vivissimo nella consapevolezza del dibattito odierno e nell’ascolto di più generazioni, leggendo la sua opera si ha l’impressione di imbattersi in un territorio dal lucore opalescente, nella persuasione di un verso scritto in un luogo nordico o non ancora scoperto nella deriva dei continenti, animato da un pensiero anacronistico, sempre vigile, infibrato da una poetica dolente, da uno squarcio ineludibile.

La visione e il metasogno pungenti di Pagnanelli sono intagliati di una lingua creante, di una parola-forma, dall’immagine del dopo morte. Come se davvero il poeta presago e infinito, sapesse muoversi con dimestichezza nell’alba dell’aldilà. Nota Marcheschi che Pagnanelli ha fatto della scrittura il “crogiuolo della sua esistenza e dell’intera sua esperienza di uomo e di intellettuale”. Era in possesso di armi analitiche non facilmente accessibili, poiché la sua cultura antropologica, psicoanalitica, oltreché letteraria, gli ha permesso di praticare l’arte della comparazione e della transcodificazione (come precisato da Guido Garufi), che rimane un punto fermo della ricognizione fondante di tutto lo studio del marchigiano.

L’anno ha pochi giorni perfetti. / Non ci lascia mai incolumi la divinità felpata. / Noi la subiamo come l’eccessivo caldo / o il troppo freddo.

Remo Pagnanelli

Sono questi i versi iniziali di Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977), dove il sonno, lo spolio, l’inumazione danno proprio la sensazione di un mondo da cercare altrove, nell’ordine di una nuova, “altra memoria”, dove le cose assumono la veste della trascolorazione. Pagnanelli lo dice con una pronuncia decisa: Vorrei fare una lunga vacanza nella terra, come fosse il gesto del trasmigrante che abbandona la corporeità per entrare in un’altra dimensione.
I lari affollano la mente, danno conforto, ma allo stesso tempo bofonchiano e sono scorporati dalle luci, ammuffiti. Gli spiriti delle anime defunte accompagnano profili senza forma, immagini sfrangiate.

Preparativi per la villeggiatura (1985-1987) è una raccolta di silenzi, di sguardi fugaci, provvisori, di brughiere, di vento, di fole. Paesaggi umbratili e incantati sono invasi di ombre tra i giardini e gli orti, le spiagge e le acque:

Sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra.

Emergono i bagliori della mente, un animismo attribuito in una terra di nessuno, abbandonata. Remo Pagnanelli non è mai concreto, non nomina la sua Macerata e la sua valle pre-appenninica con affermazioni perentorie, ma sublima la realtà e la fa rifiatare in un mondo tutto suo, corredato di rovine che provengono da un canto trasfigurato, quello appunto del dopo morte, di un tempo a venire con sponde sabbiose dalle grane sciolte in lacrime.

Pagnanelli è un poeta postumo. Non perché il suo talento sia stato riconosciuto successivamente alla tragica decisione di togliersi la vita, ma in ragione di una poetica che indica una verità successiva, un “dopo attivo”.

Il post mortem si allinea perfettamente ad una dichiarazione etica, per la quale la scrittura in versi altro non è che un’operazione archeologica nella duplice direzione del principio, della conservazione e della custodia di ciò che è andato perduto. Il poeta varia con dimestichezza e padronanza da un territorio all’altro, da un io personale che investe il quotidiano, ad un io lenticolare che legge e interpreta il domani. Il quadro compositivo rinvigorisce sequenze variabili con spiriti protettori che registrano una tensione vagamente metafisica. Il culto, però, non è per i morti, ma per il mistero delle cose, anticipazione del reale e prosecuzione del presente. Proprio i lari sono la testimonianza della “villeggiatura”: entrano ed escono dalla vita, da ogni atto che la sostiene, in un verso che tende a guardare lontano dalla terra. La riflessione e il dubbio si circostanziano di una seconda vita tangibile.

Il tema dell’oggetto è qualcosa che sta a cuore a Remo Pagnanelli, ma in una percezione per lo più sovraumana (si pensi alla camera con stucchi biondi e spenti). Sembra di entrare in un luogo magico dove le storie non finiscono e mantengono una voce, un tono, un movimento. Dio è una risposta inquieta, non una fede inconfondibile: un Dio che pulisce la visuale, da evocare e che potrebbe apparire da un momento all’altro, anche durante i preparativi per la villeggiatura, per una fine senza fine.

Alla creazione si connette una quota più o meno alta di violenza. Quale più abile degli architetti celesti, Dio presiede a questa mistura di bellezza appellato da tremendo.

Allora lo zoppo salterà come un cervo

di Filippo Davoli

Una via incasinata. Inquadrata dal  sommo di una discesa. L’unica nota di conforto allo sguardo è, in basso a destra nella foto, l’insegna di una Pastisserie. Il dolce, però, è nel significato di quella foto scelta come copertina di un cd. E poi, una volta liberato dalle strettoie infernali del cellophan, nelle canzoni che contiene.

La via è quella dove è nato Georges Brassens. Il cd è quello appena uscito di Enzo Nardi. Enzo Nardi è quello che è cresciuto “a pane e Brassens“, l’altro cantautore docente di lettere della nostra canzone italiana (insieme a Vecchioni). Ma Enzo Nardi è anche un amico del sottoscritto, causa la sorte di essere figli della stessa terra e – che non è proprio un accessorio… – legati alla chanson française, alla grande poesia, alla bellezza, alla musica, all’arte.

Georges Brassens

Tipo strano, Enzo. Anzitutto troppo alto (credo sia lui, una delle cause del mio insorgere precoce della cervicale). Poi fastidioso, felicemente fastidioso: così controcorrente, così per niente commerciale, così teneramente caustico (come un bambino con gli occhi sognanti che strappa un fiore malamente perché se ne è innamorato), così dannatamente francese nel gusto, nelle sonorità; e poi – che è la cosa davvero più insopportabile (agli altri, non a me) – così intelligente nella scrittura dei testi. Che non puoi proprio fare a meno di ascoltare due volte le canzoni: una per cogliere le finezze musicali dell’armonia (mai scontata, mai piana come uno se la attenderebbe, ma sempre rimandante ad altro, prima di tornare); un’altra per immergerti in quello che dicono. E poi, ricomponendo il loro simbolo, veder affiorare la compiutezza nella semplicità, la più difficile delle arti. La più lampante.

Enzo Nardi

Nardi non ha bisogno di sofisticherie elettroniche, la sua è una musica nuda, acustica, libera vorrei dire. In questo suo nuovo cd lo accompagnano fior di musicisti: da un percussionista stellare come Alfredo Laviano al tocco pulitissimo di un contrabbassista come Davide Padella, dalla freschezza giovanissima del violino virtuoso (e non virtuale) di Paolo Moscatelli ai fiati multipli (sax, clarinetto, flicorno, flauto dolce) dell’altro Moscatelli, Maurizio; dal pianoforte presente e mai ingombrante di Marco Ferrara alla batteria di Luca Ventura,  all’armonica di Luigi Ferrara, alla fisarmonica di Daniele Cococcioni, alla sua chitarra: il terzo braccio di Enzo, che se la stringe sempre come una fidanzata (fossi sua moglie mi ingelosirei un po’).

Già dal titolo, questo nuovo lavoro è spiazzante: Enzo utilizza un versetto biblico del profeta Isaia, Allora lo zoppo salterà come un cervo (continuerebbe griderà di gioia la lingua del muto, perché sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella steppa).

Non può sfuggire, ai più avveduti, che è curiosa anche la tripartizione interna delle canzoni, quasi si trattasse di un libro di versi: un solo cd in tre sezioni tematicamente diverse. La prima richiama proprio i versetti di Isaia mancanti dal titolo: Canti dell’amarezza e della finitudine. Canti, cioè, dove ancora non s’è data l’irruzione dei torrenti e lo sgorgare delle acque nel deserto. Canzoni che figurano, per così dire, una sua discesa agli inferi, a cominciare dalla splendida Le vite, in cui il gioco pericoloso ma seduttivo dell’altro incontrato può significare la vita che si sarebbe potuta vivere se si fosse imboccata un’altra strada. A seguire con la divertente ed urticante Solo come Verlaine, in cui canta

Solo come Verlaine / in un due stelle di Trento, / con la tazza del bidet mezza crinata, / in cuor mio mando i trentini a trotterellare / sotto la panca / dove c’è una capra che a stento campa: / l’anima mia stanca!

E quindi Bruxelles, già inserita nell’album precedente, La farfalla in canottiera:

Al tramontar del sole / dietro un caseggiato / eccolo: il Passato! / S’apre in un cortile, / tra verdi ringhiere… / Oh, la vastità! / Ma non sono altro / che lampi di remoto, / vacuo trasparire / di nonne e di panchine, / di dei di sottobosco / di statue e di giardini / e un fiore ancora rosso / che implora un po’ di vita. 

Bruxelles apre la porta alla seconda “cantica”: che è, forse, la più poetica, in senso stretto. Quella cioè che decide della sorte finale, della rinascita che è racchiusa nella terza. Ma restiamo a questa, per un po’.

Restiamo un po’ sulla meraviglia della canzone che la apre, Memoriale. Un brano di una difficoltà impari, dove al primo ascolto un orecchio non allenato sospetta stonature, e che invece è di una bellezza sorprendente. Un colpo da maestro che squassa e innalza. Se Enzo non ci distraesse subito dopo, con la ballata Anni Settanta, rimarremmo inchiodati al suo Memoriale e forse saremmo ancora lì.

Invece, per certi versi fortunatamente (ma non ne sono così sicuro: io nell’incantante Memoriale ci sarei rimasto volentieri…), eccoci ripiombare nel bailamme della contemporaneità: anche se, a ben guardare, gli Anni Settanta sono ormai, per i più giovani, una sorta di preistoria. Quasi cinquant’anni fa… Fa strano a dirlo, a pensarlo vero, ma è così. E allora, tra depositi della Shell, Pelè e Rivera, esami di terza media, motorini, appare anche la mucca Carolina, in mano a una bambina / che anni dopo morirà. Che è una sentenza tragica, ma anche liberante nella sua cruda verità.

Si rientra in noi: si arriva all’ Incontro. E’ un altro dei momenti migliori del disco:

Se mi accadrà di incontrarti, / prima che i nostri cuori si apriranno a raggera, / tu mi aspetterai / seduta sulla panchina / di un viale in discesa / dove nell’aria invernale / un cane saltellava. / E una vecchia in pelliccia ma senza un volto… / i suoi atomi fluttuano / con un fosco clinamen. // Fiorivano, madre, per noi / ilari incroci di fati, / teatrini verdi e celie / di donne dai colli lunghi. / Si esalava l’incenso degli ippocastani. / Tu mi apparirai / come una gaia colomba / presso un cortile / in penombra / dove un giovane glabro / tirava colpi su colpi e forti volées. // Io ti abbraccerò / come nei campi elisi / ma le mie mani sul petto / mi ritroverò. / Verrà però il tempo fissato in cui la vecchia / riprenderà il suo volto svanito! / Mi spiegherai allora il senso / di ogni volatile urbano, / i casi, le contingenze / di quelle nostre uscite / in un frangente improvviso ci fulmineranno. // Grande magia dei viali / dove anche i vecchi han vent’anni / e ai glabri tennisti rinasceranno i capelli / sotto una luce che abbaglia / e non finirà.

la copertina del cd

Sì, Enzo Nardi è cantautore ma è anche poeta (le due cose non sono assimilabili, checché si pretenda ai giorni nostri): Enzo ha entrambe le corde. Nel grande interrogativo sul senso della vita e della morte – in cui peraltro si consuma ogni riflessione e ogni bellezza d’arte – affiorano i nessi coi versi di Montale e di Dante che lui stesso pone in esergo al testo, ma a me richiamano anche una prosa dai Preparativi per la villeggiatura di un altro nostro indimenticato amico e conterraneo, Remo Pagnanelli:

sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra… Uno solicello basta ad accenderli dell’invidiabile voglia di correre, di stare con la gioia di gioventù non spenta ancora.

E siamo quindi alla sezione conclusiva (non finale, giacché non si finisce mai, sin quando si è in movimento dentro la vita): sono i Canti del perdono e della speranza. Un recente studio dell’Università di Pisa afferma che il perdono, la riconciliazione, aiutano grandemente i malati terminali ad entrare nella loro condizione con serenità, con pace. Aprendosi, vorrei dire, alla nascita ulteriore. E’ quello che ci appare in Polinice, il brano del conflitto insanabile che tuttavia può sanarsi, tra due che non si sono mai piaciuti.

E’ quello che accade anche nella bellissima Sul far della sera:

Quando le tenebre bussano alla porta / e ombre di foglie invadono la cucina, / sui ghirigori della graniglia / nascono mentiti mostri, / e pensi che la vita sia fuggita / e lì ti sovviene una malinconia / di bottega serale, senza gente, / e l’uomo dai baffi tristi / che ossessivo pensa al fallimento, / che maledice le cooperative, / quando tutto nel grido si attutisce / di un Erebo suburbano / e dalle fioche finestre  tu intravedi / pallidi fantasmi cenare, / quando senti che accade tutto questo, / una pietà ti prende delle persone / che ti hanno guastato la vita / e le ami e le comprendi / e le raccomandi a Dio. 

E’ la luce d’agosto che ricompone le trame dell’intero percorso, che finalmente vede sgorgare l’acqua nel deserto: che non è manichea, che prende di peso tutto quello che c’è stato e che c’è, ma lo trasforma in una Sua luce nuova:

Allora lo zoppo salterà come un cervo. 

 

Massimo Morasso. L’opera in rosso

di Umberto Piersanti

Sì, ne L’opera in rosso di Massimo Morasso c’è, come bene avverte Giancarlo Pontiggia nella presentazione, una ricerca continua del senso totale della vita e delle cose. Si tratta di operare uno sforzo tenace per arrivare al nucleo originario: “il quid che unisce rocce e scheletri”.

Questa ricerca del quid originario si accompagna ad uno sguardo, se non proprio svagato, libero e felice, su Genova, i suoi luoghi e la sua gente, che s’agita e s’affaccenda nel gran teatro della vita come i croceristi che scivolano in shorts nei dedali dei vicoli e la puttana che ammicca al fattorino.

Ed è uno sguardo, quello di Morasso, mai carico di livore o risentimento, ma sempre disposto ad accogliere e partecipare. Anche se non si crede più alle grandi illusioni della giovinezza, si alza il calice e si brinda, convinti comunque di questa vita e di questa terra, in cui si è pacatamente, molto pacatamente, lieti di abitare.

Tutto riporta alla radice originaria, ma ogni cosa ed ogni essere vive una sua identità specifica che però non l’aliena mai dagli altri esseri: perfino i vermi-tubo che il poeta vede dentro lo schermo televisivo aggirarsi nelle “immense praterie del sottomondo”, sono avvertiti come fratelli.

Non ci troviamo però di fronte ad un misticismo panteistico tipico della tradizione orientale, perché se è vero che tutti siamo polvere stellare in perenne movimento, è ancora più vero che per trovare un senso a tutto questo bisogna aggrapparsi alla pietà di Dio. E questo Dio non è una strana, assoluta e misteriosa energia primordiale, ma è il Dio-Persona della tradizione ebraico-cristiana. Come abbiamo visto per i vermi-tubo, la presenza degli animali è vissuta in modo profondo e talora fraterno come quella del suo cane Dick il quale “è come noi spirito, sragione”. E il pipistrello schiantatosi contro il muro: “… lo vedi/ tu, immobile e impaurito/ sul cemento,/ minuscolo, in preghiera?”

C’è una fiducia nel vivere che certo non nasconde dolori ed inquietudini: all’uomo scisso di Kierkegaard che comunque risponde ad una parte del vero, si contrappongono i giovani immortali che continuano a danzare guancia a guancia.

Altro tema costante, la presenza dei morti: che “mi risvegliano. Non mi lasciano in pace”.

Dov’è situata la contrada nella quale sono andati? Non fluttuano nell’aria come i fantasmi della tradizione sia popolare che letteraria. Neppure mi sembra di avvertirli in qualche più o meno definito luogo di dolore o di felicità. Sono “incisi nel mio corpo”. Ed anche il poeta dentro di loro: di nuovo ci troviamo di fronte ad un tutto inestricabile.

Se da  studente Morasso ha pensato ad un qualche spazio sovrannaturale come dimora dei morti, adesso crede che tornino a parlarci, a farci compagnia. Sì, c’è un Paradiso che fu prima del prima, la storia venne dopo e l’al di là del Verbo meglio è compreso dal fanciullo che gioca con la trottola del cielo sui ginocchi.

Vengono poi i ricordi dell’infanzia: c’è un fanciullo tra i libri destinato a scrivere che s’incarna in un Sandokan di sogno e poi s’aggira fra le rose e i gerani del giardino, fin da allora teso a dare un senso a tutto ciò che ci circonda.

Ritornando al culto dei morti, un posto importante occupa il poeta marchigiano Antonio Santori, prematuramente scomparso: “E poi pensai ad Antonio, al suo non esserci più,/ e avrei voluto trasformarmi in un camoscio,/ scendere giù dai Sibillini a Porto Sant’Elpidio/ brucargli via i germogli del suo male”.

Interrogarsi certo, bisogna continuamente interrogarsi: questo è il tempo dove sembra caduta ogni certezza, ma qualcosa permane e non da poco: “… La prima verità, che è la speranza…”.

la copertina de “L’opera in rosso”

 

 

“Il tuo volto, Dio, io cerco”. Il nuovo libro del Card. Paul Josef Cordes

di Filippo Davoli

Con un successo di pubblico superiore ad ogni più rosea aspettativa (circa 400 persone), si è svolta mercoledì scorso 20 febbraio, presso il Seminario Redemptoris Mater di Macerata, la presentazione del nuovo libro dell’85enne Cardinale tedesco Paul Josef Cordes, che Giovanni Paolo II incaricò di dare avvio alle Giornate Mondiali della Gioventù, affidandogli anche la cura precipua del Rinnovamento nello Spirito e del Cammino Neocatecumenale; è stato creato cardinale nel 2007 da Benedetto XVI.

da sin.: Giulietta e Eusebio Astiaso, il Card. Paul J. Cordes, il vescovo di Macerata Mons. Nazzareno Marconi e Don Mario Malloni

A Macerata Mons. Cordes – che è teologo e ha all’attivo numerose pubblicazioni – è venuto a presentare il suo ultimo libro, intitolato Il tuo volto, Dio, io cerco (Edizioni Ares, 2018). A introdurlo, oltre al Vescovo di Macerata Mons. Nazzareno Marconi, il rettore del Seminario Don Mario Malloni, insieme a Eusebio e Giulietta Astiaso, coppia responsbaile dell’equipe itinerante del Cammino Neocatecumenale, che guida le comunità di Marche Abruzzo e Malta.

la copertina del libro

Ciò che colpisce, sia del cardinale che del suo ultimo libro, è l’immediatezza con cui sa conquistare l’uditorio, riuscendo a mettere a fuoco argomenti tutt’altro che semplici in maniera gradevolmente fruibile: è così che, sollecitato da Eusebio Astiaso, il Card. Cordes parla del problema della “dimenticanza di Dio” dal nostro tempo. Dimenticanza – dice – che si manifesta sempre più drammaticamente in chi asserisce di avere la fede e, magari, ha invece ridotto il proprio rapporto con il Dio cristiano alla considerazione di un’entità superiore che tuttavia non ha incidenza alcuna sul quotidiano. Atteggiamento, questo, che finisce per nuocere non soltanto a chi frequenta la chiesa, ma all’intera società.

La “dimenticanza di Dio” subisce un ulteriore contraccolpo dalla tendenza a considerare separati Antico e Nuovo Testamento. Si tratta di un grave errore. Mons. Cordes è perentorio nel ritenere indivisibili i due patrimoni scritturistici (e, in questo, la prossimità tra cristianesimo ed ebraismo), servendosi degli studi di Gadamer…

<Che amputazione della fede si è verificata, allorché il “protestantesimo culturale” ha voluto eliminare la rivelazione veterotestamentaria! (…) Sarebbe meglio parlare di “Primo Testamento” (Erich Zenger), per evitare l’impressione che la tradizione anteriore al nuovo sia come superata e vi si possa rinunciare. La scienza denominata ermeneutica si è dedicata a questo processo. Senza dubbio il suo più affidabile teorizzatore è stato Hans-Georg Gadamer. Anche se nel suo approfondito studio tocca marginalmente la questione di un’adeguata interpretazione delle fonti cristiane della rivelazione, le sue concezioni sono irrinunciabili per la corretta comprensione degli autori neotestamentari. (…) La rivelazione dell’Antico Testamento non è solo da prendere in considerazione in quanto è Parola di Dio, ma perché è anche determinante per la corretta comprensione del Nuovo Testamento. Le riflessioni di Gadamer indicano che il messaggio di Gesù non può in alcun modo depositarsi su una lavagna non scritta (tabula rasa): il seme cade su un campo già preparato.>

e prendendo a riferimento alcuni passi fondamentali dei Vangeli e delle Lettere, per giungere a questa conclusione:

<Il cristiano odierno, che si imbatte nel messaggio del Nuovo Testamento, soffre di fronte agli ebrei per una grande perdita; la sua sensibilità spirituale è purtroppo molto più povera: forse esposta a equivoci, poiché la parola del Vangelo diviene perfino manipolabile. I “cristiani tedeschi” hanno dimostrato questa carenza in maniera eclatante inserendo Cristo tra la razza ariana proclamata da Hitler. Distorsioni più sottili non emergono immediatamente né così platealmente, ma, anche quando dall’accantonamento della rivelazione veterotestamentaria non segue un riconoscibile danno immediato per la fede, comunque sbiadisce e viene messa in ombra la grandezza di Dio.>

Il libro prosegue raccogliendo anche episodi ed aneddoti della vita di alcuni santi (il sottotitolo del volume è “il fascino della santità”): dal Card. Newman a Charles De Foucauld, a Santa Teresa d’Avila che – riassumendone la vita – Mons. Cordes oppone sapientemente, efficacemente, e forse inaspettatamente, a Martin Lutero. Scrive, a pag. 190:

<Con umile confidenza (ndr.: Teresa) si sarebbe rivolta al suo amato Dio per lamentare il dolore del suo cuore: “Dopo tante sofferenze ci voleva anche questo!” E il Signore avrebbe risposto: “Teresa, questo è modo in cui tratto i miei amici”. Ed ella: “Eh, mi Dio, capisco ora perché ne avete così pochi!”. Riguardo al devoto botta e risposta di Teresa, spesso citato, non si può parlare d’impertinenza o di mancanza di rispetto. Pascal, conoscitore di anime, coglie la grandezza straordinaria di questa donna nella sua umiltà (B. Pascal, Pensées, 499). Teresa non pretende di essere “eguale” a Dio: il suo modo di comportarsi con Dio rispecchia il fatto che, dopo lunghi anni di ricerca, le ha donato l’abbandono alla sua volontà. Lei stessa qualifica il suo legame con Dio semplicemente come “rapporto di amicizia”, in una reciprocità di densità e di certezza dfficilmente raggiungibili. (…) Dio non svanisce mai nella nube di un destino impersonale. Egli si riserva un volto in Cristo. Rivolgendosi a questo Dio, è riluttante a servirsi solo di forme stereotipe; non vuole rivolgersi a Lui con le parole di altri. E anche i temi del suo dialogo con Dio non hanno alcun modello. Di tutto può intrattenersi con l’Altissimo.>

Teresa rappresenta, cioè, una risposta concreta, storica, e alternativa, alla nostra contemporanea “dimenticanza”-distanza da Dio. Ma – si diceva – ancor più illuminante ci pare il raffronto alla figura di Lutero, anch’essa oggi prepotentemente alla ribalta, anche tra i cattolici. Scrive più avanti Mons. Cordes:

<La Sacra Scrittura e la sua coscienza per lui sono la chiave della fede e presume di possederla, ma è la chiave di una proprietà altrui. La moderna interiorizzazione del rapporto con Dio ha contribuito a causare il dramma della “dimenticanza di Dio”, poiché per molti si è dissolto l’ambiente sociale o ecclesiale che ne avrebbe richiamato il ricordo. Nella ricerca di un “Dio misericordioso”, a Lutero resta solo la Sacra Scrittura. Essa lo illumina perché gli fa conoscere che di fronte alla parola di Dio è “soltanto la fede” che salva. La fede deve assicurare quel “Dio misericordioso” così intensamente cercato. Indubbiamente, è proprio oggi che l’intensa ricerca di Lutero deve destare impressione. Lo tormenta il peso del peccato, lo spaventa la maestà di Dio, lo angoscia la paura della perdizione eterna. Non ha rinunciato al cielo. Anche quando Dio è stato soppiantato dal mondo e dalla società, lo ha ritrovato nel suo cuore. E il suo zelo sincero e l’alto valore del premio conseguito rimangono considerevoli. Tuttavia, Lutero considera ovvio che tale conoscenza si sia dischiusa proprio a lui – in una lettura privata dei testi scritti senza l’aiuto di altri. In questo gli piace vedere la propria elezione specifica, che stimola la sua fiducia in sé stesso. Si concepisce sempre più come il difensore della verità e interviene come persona molto decisa nella storia della Chiesa e dell’umanità. Dopo più di mille anni di ricerca umana della salvezza, presume di aver trovato la “pietra filosofale” del cristianesimo capace di rinnovare ogni cosa – un’ambizione riguardo alla quale un osservatore riflessivo certamente trattiene il respiro.>

Manca, cioè, la relazione. Manca il passaggio dall’io al tu. Più ancora: manca il contatto, l’incontro tra io-tu (e finanche, benché possa sembrare il contrario, tra io-Tu). È, se si vuole, un’altra faccia – oltre la Scrittura, e più prossima a noi – della torre di Babele, dove l’iniziativa parte dagli uomini per salire fino a Dio, e l’obiettivo è escludente per chiunque non parli la medesima lingua dei costruttori (l’altra lingua che li costringerebbe a uscire da sé stessi, ad andare all’altro, a relazionarsi, appunto).

il pubblico al Redemptoris Mater di Macerata

Sta proprio in questo – asserisce il cardinale durante l’incontro – la forza e l’importanza dei movimenti e delle nuove comunità sorti come frutto primigenio del Concilio Vaticano II: nel recuperare potentemente la relazione tra Parola e Vita, nel favorire la testimonianza concreta che evangelizza, il cambiamento reale dell’esistenza. Segni visibili che il cardinale non manca di enumerare, in forza dei lunghi anni passati a fianco del Cammino Neocatecumenale e dei suoi iniziatori Kiko Arguello e Carmen Hernandez: dallo slancio missionario delle famiglie (oltre che dei presbiteri) nelle zone più povere del pianeta alla nascita di oltre cento seminari in tutto il mondo; dal rilancio delle vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa all’apertura alla vita e alla ricostruzione di matrimoni; etc.): 

<Una nuova certezza del Dio presente che ci ama, e fa nascere una nuova qualità di fede.>

Papa Benedetto, leggendo la bozza del libro prima che andasse in stampa, ha scritto all’autore: “La lettera è diventata lunga; e spero che tu colga, in questo, quanto il tuo lavoro sia importante per me”.

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Paul Josef Cordes

Il Cardinale Paul Josef Cordes, è nato in Germania il 5 settembre 1934. È stato ordinato sacerdote il 21 dicembre 1961. Paolo VI lo ha eletto Vescovo nel 1976. Nel 1980 Giovanni Paolo II lo ha chiamato a servire la Curia romana nominandolo vice-presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Il Papa lo ha incaricato inoltre ad personam di seguire l’apostolato del Rinnovamento carismatico cattolico e del Cammino Neocatecumenale, incarico ricoperto fino al dicembre 1995. Dal 1995 al 2010 è stato Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, che si occupa della carità del Santo Padre. E’ stato creato Cardinale nel 2007 da Papa Benedetto XVI. È autore di varie pubblicazioni, nate soprattutto dalla conoscenza della realtà dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali.

L’ultima didascalia del mondo. I morti di Gabriele Galloni

di Filippo Davoli

Antonio Bux, in introduzione, se ne stupisce: che un ragazzo di soli 23 anni possa interessarsi ai morti in maniera così matura, così compiuta, come riesce a fare Gabriele Galloni nel suo In che luce cadranno (RP, 2018).

Anzitutto che dispersione – vorrei dire in inciso – tutta questa quantità di librini, spesso ottimi, condannati ad una circolazione limitata tra gli addetti ai lavori e nemmeno tutti. L’agio di non esser più giovanissimo e d’essermi mosso, specialmente negli ultimi vent’anni, mi permette di riceverne parecchi: alcuni improponibili, ma in mezzo la perla ci esce molte volte. Solo che io sono io. Tutti gli altri? Il buon lettore ignaro in cerca di qualche parola onesta destinata a rimanere nel suo bagaglio interiore,  probabilmente nemmeno ponendosi l’ipotesi che farebbe al suo caso un libro di poesia, come farà a cambiare idea se nelle librerie molte di queste perle nemmeno arrivano?
Ma qui – e l’inciso si avvia alla conclusione – l’argomento si amplierebbe mostruosamente, allontanandoci da quanto invece oggi mi preme: e cioè concentrarmi anch’io sui morti di Galloni.

“Tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente”, così Antonio Bux si incanta di fronte ai testi di In che luce cadranno. A me, più che questo immaginabile stupore, la poesia di Gabriele conferma l’attendibilità delle poche volte che ci siamo parlati e detti di noi, della poesia, della vita. Sì, è un ragazzo già uomo, Galloni: con uno spessore interiore più ampio rispetto a quelli della sua età. Non soltanto perché scrive dei morti, quanto soprattutto per come ne scrive.

Nei suoi versi non c’è traccia di, per quanto sottili, perversioni; i suoi amici morti (e tutti i morti danno l’impressione, nei suoi versi, di essergli amici) lui li muove con sapienza nello scacchiere multiforme della vita (e delle vite: sia quelle che li incrociano – anche noi -, sia le vite che diversamente, noi e loro, siamo chiamati a vivere); li anima, per così dire, di una sana vivacità, di una poliedrica umanità; li incarna pur sapendoli fuori del tempo e dalla carne; ne scevra l’alone misterico senza tuttavia avvilirne la portata ultraterrena.
Ecco: sa conviverci senza patemi, e aprendo a noi lo sguardo sul tempo che verrà , anche per noi.

Mi preme anche sottolineare come questo “gioco” di rimandi, di allontanamenti e riallacci, di contatti garbati, si compia attraverso una lingua giusta di toni e di modi, accorta (e ironica), sorvegliata e sentimentale, ma anche musicale, ritmica, eufonica e felicemente lirica, compiutamente nella linea del nostro Grande Stile. Un universo che si schiude e si ricompone con grazia nel breve tratto degli ipogrammi dalla metrica perfetta.
Sono anch’io folgorato da tanta misurata naturalezza.

Gabriele Galloni

 

da In che luce cadranno

*
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile.

*
Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

*
I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*
I morti guardano alla luna come
un errore, uno sgarbo del creato;
pensano infatti che sia cosa messa
lì per illuderli (non percorribile).
L’imitazione di un antico sesso
senza ingresso né uscita né sala
d’attesa.

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

 

la copertina del libro

Gabriele Galloni vive a Roma, dove è nato nel 1995. Studente di Lettere Moderne all’Università La Sapienza, in ambito poetico ha pubblicato Slittamenti (2017, con una nota di Antonio Veneziani) e In  che luce cadranno(2018, introduzione di Antonio Bux).

MINA. Il vero “Paradiso” è la sua voce

di Filippo Davoli

Per la terza incursione discografica di Mina nel repertorio di Lucio Battisti, con due inediti per la sua interpretazione, graffiante il primo (Il tempo di morire, già affrontata in duetto col poggiobustese in tv negli anni ’70), ammaliante il secondo (una splendida versione di Vento nel vento, arrangiata da Rocco Tanica), val la pena tornare a parlare di questo “bell’animalone” (Jannacci) della canzone italiana, che percorsa da un talento micidiale, ha saputo metterlo a frutto con ironia, intelligenza, progressiva e sempre più commovente bravura.

Spiego: l’ironia.
Non c’è bisogno di rifarsi a brani dal testo equivoco per cogliere quelle venature in punta di voce, giocate su qualche falsetto o birignao; c’è un brano degli anni ’90 che continuo a ritenere emblematico. Era contenuto in Sorelle Lumiére, si intitolava Quando finisce una canzone. Un drammone imperniato sulla metafora tra la fine di una canzone e quella di una storia d’amore. Credo ragionevolmente che qualunque altra interprete l’avrebbe resa in tutto il suo dolore. Lei no: gigioneggiando, un po’ gassmanianamente, un po’ osirisianamente, pianta quando meno te l’aspetti un coltellaccio acuto in gola all’incauto ascoltatore; della serie “sì, è davvero una storia drammatica, ma giochiamoci un po’ su, dai…” – e “questo andare e venire” (non solo di pucciniana memoria), “questo guardarci così” dall’oscurità  del nascondimento operoso o dal fondo più fondo del fondo degli occhialoni da sole (per chi la stana nella sua più privata quotidianità, come se vederla al mercato inficiasse o modificasse la sua unicità artistica, che è poi l’unica dimensione a riguardarci…) c’è poco da fare, ha una seduttività pazzesca: è come il Totò di cui, proprio lei, asseriva – a proposito della sua comicità – che ridevi ridevi e alla fine ti ritrovavi con le lacrime agli occhi, tanto era bravo.

Mina riletta da Mauro Balletti per “Paradiso”

L’intelligenza: non si è mai fatta asserragliare dallo star system. Non solo per via dell’annosa – e anche stancante questione – “torna o non torna”, “si fa vedere oppure no”, “è grassa o è magra” (il grasso e magro è quello di un ottimo sugo caro ai miei ricordi d’infanza), e altre camarille fini a sé stesse.
Non si è mai fatta fregare dalle mode, dai generi, dalla sua conclamata tradizione, pesante – se si vuole – come un macigno: e così, animata da un corredo di feconde letture (da Landolfi a Gadda, che in fondo le somigliano anche un po’…), eccola passare da un “jazz da camera” (il recupero di Ferrio dopo decenni docet) alle austere e carnalissime arie sacre o del melodramma (in cui infila proditoriamente, però, anche una curiosa Cielito lindo come ghost track…), dalle sonorità contemporaneissime di musicisti come Boosta o Manuel Agnelli (con cui duetta in Adesso è facile) al recupero straniato o effervescente del grande Modugno (un altro che, proprio come Battisti, prima di Battisti, ha deciso le nuove sorti della nostra canzone d’autore), e tutto sempre con quella “fastidiosa” (si fa per dire… chi disprezza, ovviamente compra…) nonchalance che la rende permeabile a tutto ma in maniera sempre originale. Credo sia l’unica in grado di trasformare una cover in un inedito!

La progressiva e sempre più commovente bravura: sì. Vive nel nascondimento operoso, dove invecchia. Già: invecchia. Fortunatamente. Ossia, nel tempo delle cariatidi tirate fino allo stremo e in abbronzature che evocano gli zombie dei più terrorizzanti horror, lei invecchia come una donna normale. Anche nella voce. Che qua e là si graffia, si sporca, è più nera di quando Louis Armstrong la definì “la bianca più nera del mondo”. È sempre Mina: la riconosceresti a qualunque latitudine vocale, ma è ogni volta un’altra Mina, un’altra storia, un’altra condizione umana. E in questo è ferocemente autentica. Cambia con il passare del tempo, rimanendo sé stessa. È anche una lezione: a non diventare petrarchisti, a lasciarsi abitare anche dal limite. A non aver paura di invecchiare, che è poi anche crescere (non solo d’età, ma anche di intensità).

Sospetto che quando Carmine D. apre il microfono di Mina, un’entità più grande di lei se ne impossessi e lei glielo conceda, mettendosi – ma con tutta sé stessa, attenzione! – al suo completo servizio. Con tutti gli eventuali gap (minimi, in una col suo strumento, ma pur sempre possibili). E nei dischi tutto questo c’è. Si chiama onestà intellettuale. Ed è la migliore replica a chi sospetta non so più quali trucchi quando, invece, la sua bravura e la sua generosità la spingono ancora ad altezze impervie e miracolose.

In questo Paradiso, strenna natalizia 2018 in occasione del ventennale della scomparsa dell’amico Lucio (in cui, per completezza, notiamo una svista. In un repertorio così vasto è possibile accada, però è un peccato: manca l’eccellente versione de La compagnia, incisa nel 1993 per l’album “Ridi pagliaccio”), i brani – eccetto le nuove incisioni di cui abbiamo detto – sono stati tutti quanti rimasterizzati e rimixati. Ci sono Minacantalucio del 1975, i due inediti compresi in Mazzini canta Battisti (Perché no Il leone e la gallina), le canzoni espressamente composte da Battisti per Mina (Insieme, Amor mio, La mente torna, Io e te da soli), il medley dal Live del 1978 (e, sempre live, ma del 1972, Io vivrò senza te), alcune altre versioni in spagnolo e in francese.

Grande eleganza e attenzione alle nuove sonorità nei remixaggi (supervisionati maniacalmente da lei); ma soprattutto – ed è la vera chicca – interventi inediti di Mina a sottolineare un passaggio o a svisare in un codino. Basta poco: un accenno, una griffe, una parola… e il paradiso si schiude. Una volta di più.

Lucio Battisti e Mina durante il loro storico duetto televisivo

 

LA RICERCA DELLA VITA DENTRO LA LETTERATURA. Su “Vita contro letteratura” di P. Gervasi

di Gabriel Del Sarto

Paolo Gervasi in questo saggio attraversa Cesare Garboli per descriverci come sia possibile rinnovare una visione della letteratura alleata della vita. In fondo già il titolo, che pone i due termini in forma di antinomia, è acutamente garboliano: un parallelismo irrisolvibile fra poli che si attraggono e si respingono, come accade alla vita che non si accontenta della superficie.

Per quanto sia vero quello che dice Berardinelli, che il titolo, un po’ ad effetto, contrappone “due entità ovviamente incommensurabili e inconfrontabili, perché la vita è un tutto mentre la letteratura è una parte” è perciò altrettanto vero che la letteratura esiste solo all’ombra (o come ombra?) della vita. Gervasi è consapevole del rischio («Ho dato a questo libro un titolo dissonante, sghembo, anacronistico nella scelta lessicale e nella formula nettamente oppositiva, irricevibile se intesa letteralmente […] Vita contro letteratura mi è sembrato un titolo sbagliato nello stesso modo in cui  sbagliati appaiono quasi tutti i saggi di Garboli se guardati frontalmente») ma lo corre perché è il solo modo di rendere evidente la differenza di Garboli dal resto del gruppo.

Per questo il titolo, oltre che molto bello, è azzeccato, perché ci porta immediatamente a contatto con le frizioni fondamentali, perché ci suggerisce la genialità e insieme l’impossibilità (almeno nel recinto della letteratura circostante della nostra epoca) di replicare una tale esperienza critica. Garboli sembra essere un po’ quello che è stato J. McEnroe per il tennis, un talento puro, forse il più cristallino di sempre, ma così originale nello stile e nel metodo, così apparentemente indisciplinato e alieno dallo standard, da non poter essere insegnato o imitato. Nella letteratura contemporanea il “modo” di Garboli si può analizzare, sviscerare, ma imparare no.

C’è un passaggio di Gervasi che mi ha molto colpito e che spiega in poche parole perché ho amato questo saggio. È quando si sostiene che per Garboli: «la letteratura riguarda l’umanità in modo viscerale contro le mistificazioni che fanno della letteratura (della cultura) un dispositivo di occultamento». Tralascio, seppure la tentazione sia forte, la riflessione su cosa resterebbe della letteratura che si scrive oggi (ma oserei dire di tutto lo storytelling che informa le varie narrazioni che circolano in forme multi e crossmediali) se la passassimo attraverso il filtro dello “svelamento/occultamento”, del vero della vita e della sua falsificazione, in un’epoca che non conosce più la verità, ormai orientata al “sacro della percezione”. Mi basta il gesto, teatrale e garboliano anch’esso, di porsi di fronte all’umanità e con domande come questa: come può la critica tornare a mostrare il legame originario tra la letteratura e la vita biologica, esistenziale e sociale degli esseri umani? Qual è il ruolo della critica nell’era della mutazione di tutti i sistemi comunicativi?.

È l’esperienza, il corpo, di Garboli che rende autorevoli questi interrogativi. È questo gesto, a mio avviso, che supera, almeno in parte, le critiche che Marchesini (su Doppio Zero) pone al libro, quando individua l’errore di fondo di Gervasi nell’aver voluto inserire la comprensione di Garboli in una “cornice incongrua”. La cornice cui Marchesini fa riferimento è, in sintesi, il voler ricondurre «il suo ritratto in un’astratta cornice ricavata dalle teorie biopoetiche della letteratura a cui si stanno arrendendo i dipartimenti delle humanities». In realtà gli approcci teorici descritti, ad esempio, da Casadei nel suo recente Biologia della Letteratura possono favorire, accanto, è vero, a possibili scivoloni metodologici (non presenti in Gervasi), dei campi di indagine nuovi e tali da rendere giustificato il tentativo di comprendere il lavoro di Garboli, a posteriori, come quello di un creativo (di un creatore) di una narrazione originale a partire dal proprio corpo, dalla propria vita biologica.

Non si tratta quindi di sposare le humanities figlie degli anni ’60, di cui è bene diffidare come giustamente ricorda Marchesini, ma di aprirsi a quanto di originale e valido le neuroscienze propongono anche agli studiosi di letteratura. Esse possono aiutare a meglio capire perché la teatralità di Garboli, con o senza gesto che sia, risulti efficace, perché il suo “porsi di fianco” agli autori sia il grande insegnamento che questo critico ci ha lasciato. Vero, può non essere importante applicare le scoperte scientifiche sull’embodiment e i neuroni specchio ai fini di uno studio nuovo della letteratura o di un’acquisizione critica innovativa. Ma pure può essere che una biologia (e un’ecologia) della letteratura siano una strada utile per agganciare nuovamente il legame, e il conflitto vivificante, fra vita e letteratura. Per sfuggire alle paludi a volte bisogna attraversare territori insidiosi, discernendo in essi gli strumenti buoni posti accanto, mescolati, a “prodotti” dozzinali, frutto di mode e di pigrizie. D’altronde se è pur vero che il rischio dell’ibridazione è uno dei più alti, sappiamo che è anche l’unico che ci può portare a incontrare l’altro da noi, in ogni accezione possibile.

Gervasi, quindi, grazie a questa cornice, vera e propria bussola, può inoltrarsi nella vasta opera di Garboli e regalarci pagine meravigliose, mappe per noi lettori, come quelle su Penna. Il Penna ricostruito da Garboli è esemplare per rappresentare il suo modo di porsi di fronte all’opera e all’autore, nonché capitolo fondamentale, ci ricorda Gervasi, della sua contro-storia del Novecento. Garboli individua (e Gervasi ci restituisce) quale sia realmente la grande trasgressione di Penna: quel «miracolo di felicità» che esplode nel sistema ideologico del Novecento. Quel miracolo altro non è che riportare la vita, la strana gioia di vivere, al centro della poesia. Garboli, ci ricorda Gervasi, cerca in Penna come in tutti i personaggi della sua narrazione, quella forza e quella perversione che è «la capacità di vivere la malattia e la depressione con uno splendido abbandono da sano, respirandone a pieni polmoni come su un sentiero di montagna». Il suo disegno critico è l’inevitabile risultato di chi concepisce la «vocazione diagnostica» del critico come esercitabile solo «nella patologia di chi gli è più vicino», in una sorta di processo empatico che spii da vicino l’atto creativo, per «sorprendere il residuo di vita che gualcisce il margine della poesia».

Garboli ha reso presente, vivendolo nel proprio corpo e poi trasferendolo sullo «spazio separato della pagina», il punto di congiunzione fra due realtà, la cultura e la biologia, di cui siamo intimamente impastati. La vita in relazione alla letteratura è stata «la sua preoccupazione fondamentale» perché la vita, sia come intricata somma di fatti biologici che come trauma del nostro esserci nel mondo, resta «incomprensibile, impercettibile, se non trova il modo di tradursi in una forma scritta. Mentre la scrittura resta illeggibile se non mostra in trasparenza, come fosse uno specchio d’acqua, il fondale della vita che le dà forma».

Seduto accanto a Gervasi osservo l’orizzonte che con questo libro ha tracciato davanti a sé: la vita spesso cancellata dal testo, l’epoca del trionfo del post-umanesimo, la vittoria della superficie contro la profondità; osservo e penso, come lui, che sia possibile, se ci interessa, rilanciare il valore dell’arte e della letteratura solo se si torna «a mostrare la coimplicazione tra le forme della vita e le forme della cultura, la rilevanza dell’elaborazione artistica del mondo per le esigenze individuali e per i destini collettivi».

La ricerca della vita dentro la letteratura è la stessa spinta che consegna le nostre esistenze al bisogno di narrare, perché, come fosse un’ascesi infinita, raccontare è il nostro miglior modo di vivere insieme, di superare i confini, di cercare una ragione al dolore innocente. Esiste solo questo, alla fine.

Una poesia misurata. “La luce di taglio” di Elisabetta Pigliapoco

di Riccardo Canaletti

Ragionare sulla poesia è compito complesso, compito che molti grandi hanno fatto loro, da Leopardi a Bigongiari, da Bonnefoy a poeti viventi come Milo de Angelis (lui che, durante il post-sessantotto, scansava la politica per la Parola, la Parola in sé, cercando qualcuno che “amasse la poesia” – così scriveva nelle bacheche universitarie). Ma questo ragionare sulla poesia non è un obbligo, un passaggio obbligato. La poesia di oggi, che sembrerebbe affetta da intimismo spicciolo e superficialità cavalcante, è invece semplicemente un altro percorso. La poesia, infatti, al netto della riflessione sulla poesia, è e resta tale grazia alla mietitura quotidiana, al setaccio, non alla difficoltà o alla complessità filosofica del pensiero “poetante” alla base. Non tutti sono Leopardi, non tutti sono Luzi. È mio parere, personalissimo, che filosofia e poesia possano camminare insieme, arrivando a realizzare la priorità della prima sulla seconda (“Les jugements sur la poesie ont plus de valeur que la poesie”, scriveva Lautreàmont). Ma questo non toglie valore a una poesia temperata, moderata, “apparentemente semplice”, che comunque e sempre si distingue dalle banalità in voga, come pure dal poetese, o dal vuoto cognitivo di tanta poesia contenutistica che con nonchalance liquida la forma. Ci piace piuttosto, nel rispetto e nella prosecuzione della nostra lirica, rinvenire le tracce di un andamento che si rinnova, senza tuttavia perdere o sminuire la lezione di quanto abbiamo alle spalle.

La luce di taglio, titolo esplicativo, è l’opera poetica di Elisabetta Pigliapoco, ospitata dalla collana diretta da Umberto Piersanti per Archinto, “La città ideale”; riprendendo dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia le prime righe, potremmo arrivare a dire che la poesia della Pigliapoco si inserisce in quella linea, frequentata in questa epoca, che mira ad una immediatezza nella percezione di un qualcosa di più. Potremmo chiamare questo “sovvenire” una evocazione, ciò che esce fuori dopo una lunga frequentazione con un dato fisico. Su questo punto, possiamo riconoscere (insieme a qualche analogia con il canto marchigiano) soprattutto le differenze con una poesia contemplativa, concettualmente a volte intrattabile per difficoltà del dettato; qui, invece, ogni poesia, qualunque sia l’argomento (particolare rilievo hanno i testi sul dolore), riemerge con naturalezza dal proprio campo semantico senza perdersi, senza dissimulare, misurandosi costantemente con l’evidenza dell’osservazione, la pervasività delle esperienze di vita che, pur accolte nel tempo, non cedono al filosofare facile sui temi archetipici. I versi sono diretti: diretti nel senso di netti e nel senso di orientati. La poesia di Pigliapoco è consapevole, conscia delle proprie modalità di espressione. Una poesia misurata che ha la grazia (e la sapienza) del proprio porsi così e in nessun’altra maniera che così. Una sorta di compiuta e convincente autoregolamentazione, in cui linearità non significa in nessun modo scontatezza. Con La luce di taglio, piuttosto, Elisabetta Pigliapoco ci consegna una raccolta profondamente rispettosa e – vorremmo dire – accogliente della parola poetica e della vita.

Elcito

Il capitello mostrava le sue linee
curve e azzurre alla luce bianca
d’una piccola torcia a manovella

ma l’ombra più chiara l’ho trovata
nella strana pianura sopra il monte
e tronchi stretti e fitti
quei ceppi giganti,
alberi soli e immensi
nella vasta faggeta che declina
appena, tra erbe basse e chiare

splendevano i cardi luminosi
il fiore salto sopra il gambo
qualcuno d’argento già ricaduto
come lieve soffione dietro al vento

eravamo un originale assortimento
a salire i gradini del paese
al nudo scoglio abbarbicato
chiuse le finestre piccole
sul vuoto grande e verde
dove calda l’aria, a raffica
sibila anche a luglio

ci saremmo tornati tutti
più tardi, ma i tuoi posti
li abbiamo visti un venerdì
dell’anno che ci divideva

rimangono ora secche sulla mensola
e troppo fragili le foglie
di quegli alberi che non sapevamo

Vento di novembre

fili d’erba gialla
scolorano il giardino.
Dal prato ogni resistenza
vana al passo consueto
che lo abita.

“novembre ti sarà lieve
se conservi il tepore del giorno”

Ma dentro s’alza
un vento impercettibile
come quello che alla sera
agita i bambini
e li fa piangere.

 

Elisabetta Pigliapoco

Elisabetta Pigliapoco è nata nel 1972 a Jesi (AN), dove insegna Lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Ha curato insieme a Maria Cristina Casoni il volume La terra e le stagioni. Il modello marchigiano nella letteratura contemporanea (Fernandel 2003). Nel 2005 è uscito Fuori dal coro. L’opera di Massimo Ferretti, (peQuod). Nel 2006 ha ha firmato insieme a Massimo Fabrizi il capitolo Novecento del volume Introduzione alla letteratura delle Marche. Nel 2010 ha curato Patrie poetiche. Luoghi della poesia contemporanea (peQuod). Nel 2018 pubblica per Archinto il libro di poesie La luce di taglio per Archinto editore. Collabora alla rivista «Pelagos» ed organizza eventi e incontri di poesia e narrativa contemporanea. Sue poesie sono uscite su «Pelagos», «clanDestino», «nostro lunedì», «Liberal».