LA VIGILIA DI NATALE. Un racconto inedito giovanile di Filippo Davoli

LA VIGILIA DI NATALE

I bambini aspettavano
trenini e bambole sognavano…
Papà Natale, si chiedevano,
perdonerà i miei capricci o no?
La sera sotto l’albero
il tuo regalo chissà cos’è…
le mani mi tremavano…
un foglio tuo col nome mio
e in fondo addio, amore  mio addio… 

Marco il malinconico ciondolava, da ragazzo, per le vie di Castello, canticchiandosi nella testa quella Vigilia di Natale di Mina, che sentiva come un vestito giusto per la propria identità, più nelle sonorità e nelle singole parole che nel significato delle frasi. Aspettare, sognare, chiedersi, essere perdonati… di che, poi? Forse di una riottosità caratteriale, con la quale si faceva scudo di fronte ai cinismi degli adulti che, fin da quando era bambino, gli sottolineavano i difetti e lo compativano – così intuiva lui – quando andava bene. Tremare… che è un po’ come desiderare senza avere la forza di un agire propositivo… e Marco tremava d’amore, desiderava l’amore, fin da piccolino, avendo cura di incartarselo negli occhi perché non gli avessero a rubare anche quella sete inesausta, quella delicata risorsa che ha nome speranza e che, pervicacemente, guarda avanti.

C’è chi sa ridere, anche delle cose serie; chi sa giocare alla corda, chi con la palla è un guizzo fulmineo che riempie di ammirazione le combriccole del pomeriggio; chi, infine, se capricciosamente chiede la pizza prima del pranzo o si sporca impunemente col gelato sulla camicetta fresca di bucato, può ottenere quello che pretende e pretendere anche ciò che non si può ottenere. Marco non era di questa specie. Assomigliava più ai cani, con cui peraltro andava d’amore e d’accordo; studiava come i ragni catturano le formiche, e come i piccioni invecchiano e poi muoiono, con un decoro inaudito, senza disturbare nessuno.

Il bambino Marco aveva preparato il ragazzo Marco ad essere un disincantato abitatore dell’adolescenza, ma non aveva saputo privarlo della speranza. Così, ciondolando, bighellonava per le vie antiche di quella cittadina, canticchiando la propria speranza sottovoce, sussurrandola crudamente, senza cedimenti di sorta al presente. Gli facevano eco gli archi che dissonando chiudevano quella Vigilia di Natale, dilatandosi in ogni dimensione dell’anima, sia che quel giorno si protendesse col sogno nell’oltre, sia che attendesse – da quelle pietre ricche di storia e di civiltà – riapparire le quotidianità che la storia sempre cela: acquattate nella polvere, Marco le scrutava, incise in un impercettibile bassorilievo; sembrano scorie e sono invece le tracce di chi, pure, su quei sampietrini poggiò i piedi; a quelle pareti porose strofinò magari un gomito mentre rientrava a casa dalla spesa, oppure le mani, accarezzando idealmente una speranza.

Una speranza, già… che ignara andava a ricongiungersi a quella di Marco, mentre nello stesso punto del muro, altrettanto casualmente, avvicinava i polpastrelli annullando nel tatto secoli e contingenze. Accettava di rientrare nel presente quando si avvicinava al portone sgangherato del palazzo di sua nonna. Era un po’ fatiscente, con una vistosa gobba sul frontespizio, e all’interno conservava un odore inconfondibile, laddove – tra un giro e l’altro dello scalone – giaceva una cassapanca grigia e le mattonelle improvvisamente si coloravano alternativamente di rosso vinaccio e di bianco. Quindi si continuava a salire, per gradini sempre più erti, fino a quella che un tempo era la soffitta, ideata come una sorta di piramide, con un’ulteriore scala addossata alla porta; sulla sommità un minuscolo pianerottolo dal quale si accedeva a due camere da letto, basse e ben adornate, coi travi in vista, arricchite da finestrelle che sembravano quelle delle fiabe e che aprivano su tetti e terrazze. Nella stanza un po’ più grande, quella di nonna Rina, troneggiava uno splendido comò, su cui riposavano una bella foto in bianco e nero di suo marito, il Conte Pirro, e a fianco una teca di cristallo con dentro bei fiori bianchi finti. Dirimpetto, il letto a barca della nonna, l’inginocchiatoio con sopra il crocifisso di legno scolpito a tutto tondo, curato in ogni segmento del corpo del Cristo, anche sulla schiena che, pure, non era di certo visibile se non dietro studio attento dei particolari; a quel Gesù altri bambini, in precedenti generazioni, avevano staccato – senza malizia – qualche dito dei piedi. Più in là, dove il soffitto inclinava, restava, a dispetto degli anni, un lettino più piccolo che Marco, sorridendo, riconosceva come suo. Dall’androne si poteva poi scegliere di scendere, sulla sinistra, per un’altra scala, che apriva al salottino e, sulla sinistra, in un biancore che profumava di latte e di spezie, alla cucina e al terrazzino; incuneato anch’esso tra i tetti, aveva incastonato su una parete un lavandino in pietra; in quel quadratino di aria e di cielo, sia in primavera che in estate, coi cuginetti, da piccoli, si divertivano a preparare la colla, a ritagliare dai giornali le figure che poi attaccavano sul bugnato che correva tutt’intorno, ad attendere Pisolo e Gri-grì, i due gattoni della nonna, quando facevano capolino provenendo da chissà dove.
Dove se n’era andata, nonna Rina? Il silenzio incantato di quel buco di casa in capo al borgo sembrava ricondurla. Da quelle anguste finestrelle si volava un po’ via, come scartando un regalo della memoria…

Nei giorni che seguirono
con i trenini che correvano,
correvo anch’io cercando te
in tutti i posti conosciuti insieme a me.
Ed era l’anno nuovo ormai:
qualcuno disse “L’ho visto io”,
andava verso il ponte, sai…
era Natale, c’era la neve,
mi ha detto “Sì, non dirle che ero qui”…

Il bambino Marco non era uno che cercava. Preferiva sedersi sulla sua vita ad aspettare, in una sequenza di ore di cui non conosceva l’entità, il giorno che la sua speranza, senza codificarglielo, gli assicurava sarebbe giunto. Di anno nuovo in anno nuovo, di Natale in Natale, di estate in estate.

La bici no,
trenini no
bambole no…
io voglio solo lui…

E all’interno di quei giorni qualunque, all’imbrunire, sempre il tramonto tornava a provocargli la doppia reazione di un accarezzamento e di una commozione segreti, in quella triade di “no” che solo Mina sapeva cantargli dentro; succedeva sempre così quando, ormai ventenne, stringendosi in un maglione di lana sui bermuda, attraverso i viottoli pietrosi e ripidi che si allungano dentro il borgo antico, Marco riconosceva un odore tipico, familiare, di erba asciugata da poco, pungente sulle ginocchia, in quel silenzio appena solcato da suole anonime, nelle prime ore delle domeniche piovose. Si ricordava dell’infanzia. Nascevano in quel freddo lieve pensieri in versi che dopo, a casa, tornava a cercare dentro di sé per trascriverli; il più delle volte, in realtà, addomesticati, più blandi di come li aveva percepiti; talaltra, invece, avevano un ritmo così potente e soggiogante da vincere il trascolorare degli attimi ed arrivare indenni a depositarsi sulla carta:

Oh, luce che bagliori lentamente…
quanto tempo è passato nel segreto
degli odori domestici, di travi
che un dissesto di topi mette a rischio…
Tutti già morti, gli altri; il loro soffio
torna talvolta nelle mezze stagioni
e parrebbe, a vederli, come un refolo
come fermo nell’attimo, credendo
che con loro si fermino le storie
che la  memoria forma. Sul sagrato…

Gli era piaciuta quell’idea della mezza stagione, in cui si riassumeva la maturità anticipe in cui si sentiva ed anche quel clima anomalo per l’estate; e ancora quell’immagine del sagrato, come una specie di sosta nella vita animata dalla sacralità dell’attesa, il cui valore – capiva – non era inferiore in nulla a un’esistenza totalmente agìta. In questo senso, lo seduceva fortemente la possibilità della poesia di concentrare e densificare i significati delle parole. Poi, una volta esaurito il flusso benefico della scrittura, tornava con la mente alle forme della memoria: la sera si stava al balcone a contare porcelle di Sant’Antonio, sulle crepe del muro. Talvolta si scendeva in strada, sul muròlo che recingeva l’orto;  più tardi preferirono il giardino: superato il primo spiazzo di ghiaia, su cui si stendeva un velo di vite americana, c’era l’orto vero: era piccolo, a rivederlo oggi, coi suoi cespugli di rosmarino, ma era un mondo a sé: l’ortolano ci piantava carciofi e cipolle, e i bambini andavano a sognarci.
Certi giorni Marco era il chirurgo che asportava la resina dall’albicocco; certi altri, con un attrezzo fatto per cogliere i fichi, alla cui sommità svettava una corona, con un asciugamano intorno al collo, giocava a fare il re. Certi altri ancora, innaffiando, seguiva i rivoli dell’acqua sulla terra, immaginando che fossero la Storia universale che si snodava e che un bel giorno, al massimo della sua espansione (una pozzanghera) avrebbe finito per ristagnare e per sparire.
Una volta, con le cuginette, trovarono una pantegana morta, che se la stavano mangiando le formiche; la seppellirono, scavando con le palette del mare una piccola fossa sotto un rotondo cespuglio dall’altro lato di casa, forse più per orrore che per pietà. Della pantegana rimaneva intatta la lunga coda e un dente, nella bocca mezza aperta, come quando si muore per un imprevisto, come sigillo dell’ultimo respiro, orma dell’affanno finale: quell’attimo fissato là, in quel dente che un giorno predava e oggi segnava invece la chiusura di un tempo, una pagina nuova. Posero a memoria del tumulo una piccola croce di cartone; si cominciava allora, di fronte agli sgomenti della  vita, ad affrontarli sotterrandoli in fretta; tacitando semmai la coscienza con educati rituali di superficie, perché far sparire la morte è un po’ dimenticarsi pure del senso della vita, anche nell’inconsapevolezza di scelte infantili, solo male interpretate dagli adulti.

Quando, insomma, nei mesi dell’afa, qua e là arriva una giornata d’acquazzoni, l’aria un po’ fresca che li segue ha un odore particolare, quasi di muffa. Il cielo grigio, compatto, preme sui sampietrini delle strade e il desiderio di coprirsi almeno un po’ si fa tutt’uno con le case chiuse ed assonnate; qualcuno passa col quotidiano sotto il braccio ed ha generalmente buoni intenti nello sguardo, tanto da trasmetterti una rinnovata energia. Quando capitano giorni come questi, all’atto di abbracciarsi nella giacca per il freddo, si ha come la sensazione d’essere un’altra persona. Lo stesso atto di cingersi, mentre qualche altro ci incrocia indifferente col suo buon passo di provincia, magari pestando più del dovuto per sbrigarsi, sottolinea che tra noi non vi sono tracce comuni : è un’altra vita, un’altra storia, altre abitudini, altri nomi: “Roberta mi ha regalato questi dolcetti per i bambini, ancora dormono?” dirà alla moglie rincasando, e aprirà l’armadio per posare la giacca nel posto a lui familiare: le sue consuetudini, i suoi volti, i suoi luoghi… Ha la casa con le stanze disposte lungo il corridoio, oppure vive solo in un monolocale: allora accenderà la radio per sentire le notizie e confrontarle poi con la tv…
Lo incrocio e non mi appartiene: ma fa freddo, e il freddo mi richiude su me stesso, andando per altre strade con me stesso, forse verso me stesso.
Non mi appartiene, ma lo incrocio: e forse di me immaginerà che mi stringo nella giacca solo perché ho freddo, e che sto andando a sbrigare chissà quale commissione; o semplicemente sto ammazzando il giorno perché piove e non c’è altro da poter fare.

Marco giocava e rischiava, con quelle che lui chiamava “reveries”: nelle città che visitava, alla vista delle persone, si immaginava d’essere di là: parlare un altro dialetto, fare un altro mestiere, amare un’altra persona, confidarsi con altri amici. Qualche volta peggiorava il gioco, immaginandosi in visita alla sua città: incrocia la persona della sua storia d’amore migliore e quella non lo conosce, lo ignora;  ma neanche lui la conosce, così da ignorarla pure lui.
Gioco tremendo: così lo straniamento prendeva piede in Marco che, a un certo punto, decise finalmente di non concedersi più a quei presunti spassi, dai quali a volte si rischia di non saper tornare.

C’è un giorno per tutti che arriva: c’è un giorno segnato nel dolore, che prova e sfianca quasi del tutto, ma quando si sentono le forze abbandonarci, il buio si dirada come per incanto e torna il sole. Nasce quell’altro giorno segnato, il giorno dell’incontro, della fuoriuscita da sé. In esso domina lo stupore, l’incanto, la sorpresa. Marco, fatalista coi piedi per terra, oggi lo assaporava piano, più che altro godendolo lontano dalle belle tentazioni del domani, gustandolo come un dono, come un magnifico regalo di compleanno.
– C’è un tempo per ogni cosa… –  si ripeteva sillabando quel versetto dell’Ecclesiaste a cui allegava, spaziando in secoli interi, i versi conclusivi di una poesia di Cucchi:

perché c’è un arco chiaro, un’ala enorme che ci tocca dentro, e io divento quest’abulia sospesa e questo guscio pieno di fessure, ma è una sensazione molto bella, qualche volta! – e provava  un sussulto come di luce.

Filippo Davoli

“Dentro il meraviglioso istante”. Un ricordo di Mario Luzi

di Filippo Davoli

Mia madre mi diceva, quando ero adolescente: “Una parola è poca e due sono troppe”, per ironizzare sulla mia taciturneria. A quell’età, tuttavia, è un difetto diffuso. Da cui sono guarito – temo – anche troppo. C’era però una persona che mi rinfrancava – in quegli anni. Era una sagoma alta, dall’espressione vivida, dai lineamenti che sembravano quasi caricaturali, in quella sua incipiente vecchiaia. Avevo i suoi libri, li leggevo nel segreto, mi seducevano prepotentemente. La sua parola poetica non faceva sconti: e sempre più, invecchiando lui, artigliava la vita, la andava a scovare ovunque le sue propaggini prendevano forma; e a quelle forme aperte dava un nome, una voce, in una ricerca di senso che era – si intuisce – la sua stessa ragione d’essere (e di essere poeta).

Eppure il professore, il poeta, l’uomo Mario Luzi – perché è di lui che sto ricordando – si presentava con eleganza soffusa, silenziosa; un portamento di umanissima dignità, ma anche di profonda, di grande semplicità. Avrebbe avuto motivo di approfittare della sua altezza, di riempirla distanziandosi dagli altri, da noi: invece sembrava lievemente incurvato, quasi a chiedere scusa di tutti quei centimetri – di corpo e di spirito – che lo separavano dagli altri, da noi.

Un giorno di non so più bene quanti anni fa, andammo a prenderlo a Parma io e il mio amico Paolo Musicanti, allora studente d’ingegneria e completamente fuori dai discorsi della poesia. Paolo aveva una bella Audi lunga e spaziosa, avremmo percorso la strada con minor fastidio e soprattutto avremmo onorato l’illustre ospite con una macchina degna. Lui non se ne avvide affatto: ci salutò con normale serenità, salì a bordo, e per il tragitto parlammo di tutto. Della facoltà d’ingegneria che frequentava Paolo, del clima a Macerata, di “che dice il caro Guido (ndr.: Garufi), e come sta”, della contentezza che a Macerata avrebbe rivisto anche il suo amico Francesco Tentori, insieme a tutti i poeti delle Marche; lo portavamo ad una tavola rotonda organizzata per lui dalla “Associazione per le ricerche sulla scrittura”, che Garufi e Pagnanelli avevano fondato insieme e che, dopo la scomparsa di Remo, teneva viva Guido con il supporto, qua e là, del sottoscritto e di altri, pochi, fidati amici; dall’associazione scaturivano eventi ma soprattutto la redazione e pubblicazione della bella rivista “Verso”; quella volta si presentava il piccolo saggio di Luzi “Le parole agoniche della poesia”, edito dall’associazione e successivamente confluito in Natueralezza del poeta, Garzanti, 1995).

Mario Luzi era un uomo bellissimo: emanava luce radiosa, in quel rovello irredento che erano i suoi capelli bianchi ariosi e scompigliati, in quelle borse gigantesche sotto gli occhi – eccellente e involontario sprezzo alle liftature oggi tanto di moda anche tra i maschi (che sono poi liftature della pelle o dei cervelli?) -, quelle borse così cariche di memoria e di esperienze. Anche la pappagorgia, in lui, aveva personalità: era la fucina della sua voce esile ma tagliente, dei suoi respiri tonali, dei sussurrati che inchiodavano al muro. E poi le sue mani: ampie e magre, dalle dita affusolate e ricche di vene e di storia.

Mario Luzi era la sua poesia: era il Bisenzio, l’incontro con gli uomini per via, la riflessione e l’esercizio delle lettere, l’ermetismo che si scioglie nella vita senza mancare di centrarne l’essenza, la carnalità che si fa pensiero, il sogno che si incarna. Il cristianesimo da rimettere in movimento ogni nuovo giorno, nel tormento amoroso, nello scavo imperterrito, con tutte le ombre che la luce reca in dono e che, a ben cogliere, sono luci anch’esse.

Sono già passati sedici anni, da quando l’abbiamo lasciato, da quando non l’abbiamo trattenuto (e non avremmo potuto, sebbene avremmo voluto). Ce ne resta, sterminata, la sua opera che taglia e colma tutto il Secondo Novecento; e che si affaccia su questo tempo nuovo con le radici ben salde nel grande fiume della lirica. Nel “grande stile” di cui è stato maestro e figlio.  Un’eredità irrinunciabile.

Mario Luzi

 

(gocce)

L’inverno e la sua fine
escono da quei monti
nel cielo
alla battaglia,
esitano l’uno
e l’altra, essi, rapiti
a quella luce
di politissimo cristallo,
alla flagranza delle valli,
e ora
un poco si osservano a distanza,
un poco si mischiano e si azzuffano
finché grandine o vento non sbaraglia
l’incertezza dello scontro.
Ci ottenebra, noi stille
sorprese in medio campo
un infittito scroscio,
ci affoga
l’uragano, sgombra
poi il sole
i celesti rimasugli
del furente nubifragio.
È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità
continua delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

Mario Luzi, da Sotto specie umana (Garzanti, 1999)

IL NICHILISMO DIMENTICATO – recensione di Marco Patrone a Serotonina

Come tutte le nuove uscite di Michel Houllebecq anche questo Serotonina ha fatto molto discutere, tanto che ad appena due settimane dalla pubblicazione chi si trova ad averlo letto e volerne scrivere ha difficoltá a dire qualcosa di nuovo (ammesso che questo sia necessario) o trovare una chiave di lettura inedita.
Tra le cose che avevo sentito citare più spesso, per esempio, vi erano il riferimento ai gilet gialli e ovviamente il discorso sulla depressione, come ovvio visto il titolo.

Credo che come per altri scrittori sia ormai difficile aspettarsi da Houellebecq novità sostanziali, e infatti, dopo la trama tutto sommato elaborata de La carta e il territorio e la distopia di Sottomissione, torniamo in territori molto lineari, un po´come in Estensione del dominio della lotta, con un personaggio ragionevolmente disperato che in flashback racconta in prima persona la propria esperienza (il proprio tentativo) di vita, tra relazioni, modesti viaggi, un lavoro minimamente soddisfacente e altre cose che non sarebbe corretto anticipare.

Devo dire che a me Serotonina non pare tanto un libro sulla depressione clinica, quanto sull´irraggiungibilità della felicità, e aggiungo che la vera natura di questo romanzo è a mio modo di vedere sì riflessiva, come tipico dell´autore, e forse di stampo riflessivo-nichilista, ma con forti aggiunte di una certa tenera malinconia e di notevoli dosi di umorismo.
Il tipico personaggio di Houllebecq, insomma, non è mai stato tanto romantico, empatico, vicino alla realizzazione come uomo, e di fatto di questa mancata realizzazione e delle sue conseguenze, a partire da quelle mediche, tratta il romanzo.

Clamorosamente, il nostro protagonista sembra teorizzare come la felicità quella vera si possa trovare solo nell´amore (!) o, in subordine, nel sesso (e meno male, altrimenti sarebbe venuto da pensare che lo scrittore francese si sia rammollito!), per il resto non mi pare essere più sguaiato, razzista, onanista, pornografo, puttaniere della media della popolazione romanzesca o reale. Il che significa che lo è molto meno rispetto ad altre creazioni di Houellebecq.
E poi davvero, chi mai si sarebbe aspettato che un eroe houellebecquiano
a) scandalizzarsi di una fidanzata che fa sesso con gli animali
b) mettere in fuga un pedofilo?

Parlavo di umorismo: esso si sostanzia in tante frasi od osservazioni, a volte fulminanti, su vita, rapporti tra i sessi, società, manie contemporanee (qui ad esempio: i centri commerciali, gli show culinari e il rapporto col cibo in generale) e ha prodotto in me, durante la lettura, molti franchi sorrisi, alcuni ovviamente screziati di amarezza.
La parte identificata con i gilet gialli è tutto sommato breve, e mi è sembrato un espediente (riuscito) dello scrittore per creare un po´di azione ma anche un ben mirato attacco all´avidità di questa Europa che si sta muovendo verso strade ultra-liberiste.

Mi pare in ultima analisi un Houellebecq di buon livello, quasi certamente non ai suoi vertici, impossibilitato a provocare all´infinito o a escogitare nuove inquietanti distopie, e colto a rifugiarsi in una storia come detto semplice e lineare, con un messaggio addirittura di speranza, come se attraverso le vicende di Florent-Claude Labruste l´autore volesse dare un monito a chi, vonnegutianamente, sia almeno vicino alla felicità e non se ne renda conto, o se la lasci sfuggire per inedia o inerzia sentimentale, o perché gli mancano le parole.
Che sia stato il matrimonio, l´agiatezza, l´ingresso nei sessant´anni, mi pare per lo scrittore francese un progresso (molti lo vedranno come un regresso) non da poco.

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Informazioni sul libro

Michel Houellebecq – Serotonina

Traduzione di Vincenzo Vega

Ed. La Nave di Teseo 2019

322 pg.

Edoardo Zuccato, Gli incubi di Menippo – di Fabrizio Bajec

di Fabrizio Bajec

Gli incubi di Menippo, di Edoardo Zuccato, è il libro più dialettale fra le raccolte non dialettali scritte negli ultimi decenni. Voglio dire che pur avendo fatto l’eccezione, per una volta, di scrivere versi direttamente in italiano (e quindi di non tradurre dall’alto-milanese), con questo sorprendente volume di versi egli conserva tutte le qualità eversive, espressionistiche di una certa letteratura medioevale, che mescola l’alto col basso, non solo per quanto concerne i registri linguistici e i toni, ma anche i temi. Troverebbe il suo posto ideale in un’antologia europea della satira. A colpi di parodia e crudi adattamenti moderni di mitologie più o meno gloriose, ecco denunciate le piccole miserie urbane in cui il poeta è caduto (e già rimpiange la sua Tebaide). La prosa prorompe soprattutto nella prima delle quattro parti del libro, la più acida, crudele e divertente. Ma preferisco di gran lunga la seconda, in cui si opera una sintesi perfettamente equilibrata tra l’asprezza della commedia umana e lo splendore malinconico di una lingua che ha conosciuto la lezione del romanticismo, passando per autori frequentati e graffianti come l’inglese Tony Harrison. Tra un incubo contemporaneo e l’altro, c’è il tempo di meditare sulla letteratura e sui rischi che si prendono (in modo mai banale. Esempio: la più grande traduttrice di tutti e tempi è la morte). Zuccato lo fa allineando, per esempio, la propaganda di Lotta Continua con quella di Comunione e Liberazione. Ma osa perché le idee per lui sono maschere, pose, non contano più, anzi crollano come qualsiasi teoria seriosa. Eppure il poeta non ride sotto, sotto. E’ tremendamente amareggiato. E ciò non si deve vedere. Meglio il riso giallo, grasso, fino a quell’incendio finale che per me è “Il sacco di Roma”.

la copertina del libro

Una poesia giullaresca, in definitiva, di una non comune radicalità in un’epoca trasparente per la sua compostezza letteraria. Non tutto luccica quando il sistema allegorico cede, qua e là, sotto il peso della marcia carnevalesca e la ripetizione dei soggetti triviali, ma vi sono vari tesori, nell’intervallo (seconda sezione) vi sono dei mirabili tesori e lezioni di antinovecentismo.

DA RONCHI ALLE FOCI DEL SERCHIO – recensione a cura di Marco Patrone

(Pubblichiamo, con l’autorizzazione dell’autore, la recensione di Marco Patrone apparsa sul blog recensireilmondo.it, del romanzo Le svedesi, di Silvano Ambrogi.)

La mia prima lettura del 2019, Le svedesi di Silvano Ambrogi, rientra tra i romanzi delle zone mie*, di quell´area che inizia con la Versilia, ma che se da Massa passeggi e hai buone gambe, arrivi in un paio d´ore a Torre del Lago, la passi di lato ed eccoti alla foce del Serchio, lì dove è ambientato questo racconto lungo.

A giudicare dalle note biografiche, la vera natura di Ambrogi era quella di commediografo/satirico/parodista, ma qui azzecca i toni del romanzo di formazione e scoperta delle schermaglie amorose, qualcosa che descriverei come un mix ovviamente impossibile di Sapore di Mare dei Vanzina, Agostino di Moravia, condito dal linguaggio toscano, asprigno e creativo di un Tozzi, qui virato in versione più cordiale.

Il protagonista Riccardo – studente di giurisprudenza – è l´alter ego dell´autore, attraverso i suoi occhi vedi questa vita di provincia, i paesani, i vari riti dell’adolescenza (le partite di calcio a piedi nudi, gli sfottò, le vanterie su conquiste reali o immaginate), raccontati con scrittura realistica, verace, e allo stesso tempo ricca di spunti lirici nella descrizione della natura e in particolare del mare, come introdotto nella prefazione uno dei protagonisti della storia.

Nella seconda e danzante sezione, dove si narrano le uscite notturne di Riccardo nel night club, alla ricerca di un bacio o di qualche spupazzamento, si nota maggiormente quella che sarebbe diventata evidentemente la cifra di Ambrogi, il tocco satirico, la descrizione dei tipi (ad esempio tutta la serie dei motivi per non cadere incantati di fronte alla dama a cui si è chiesto il ballo). Spassoso, eppure non crudele, non entomologico, ma filtrato attraverso lo schermo fatato della gioventù e delle infinite possibilità e dei sogni smisurati, ai quali il titolo allude (una immaginata gita di ragazze svedesi, bionde e liberali, nella Toscana marittima dove il protagonista vive).

In ultima analisi, una piccola e succosa opportunità di scoprire un nascosto, un dimenticato della nostra letteratura, un bel librino luccicante e quasi commovente per chi abbia vissuto in quelle zone, seppur ahimè in tempi già  meno romantici.

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Informazioni sul libro

Silvano Ambrogi – Le Svedesi

Ed. Divergenze 2018

144 pg.
Attualmente in commercio

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* per esempio i romanzi di Fabio Genovesi o il mio Come in una ballata di Tom Petty

QUATTRO INEDITI di Bernardo Pacini

Pubblichiamo quattro poesie di Bernardo Pacini, che fanno parte della raccolta inedita Cronache di un quadricottero.

 

 

GALLERIA (DCIM)

What if once on the other side of the room there remains only the urgency to use the door again?

(R. Edson)

 

I

La registrazione della rinascita
della rovina di una donna
dei doppi vetri della sua casa sul fiume.

Che parlava del più o
parlava del meno, sapendo bene
che non era lo stesso. Ne parlava
spesso col muro, diceva che almeno
parlava con uno, al più
con nessuno. E se parlava del tempo
ne parlava col tempo
non volendo rinunciare
al parere di un esperto.

Quando si accorgeva di essere ripresa
parlava alla tenda
le diceva, stai chiusa.

 

II

Accadeva nel mese di agosto, quando a valle
gorgogliavano fisarmoniche
alla sagra del paese.

Gli imponeva di scendere nella notte.
Aveva precisa indicazione: far alzare drastér i volumi
cosicché lei potesse sentire meglio
e dall’alto del colle, danzare.

Rincasava con sbreghi sui polpacci
e buchi sui calcagni – per darle un dispiacere
diceva che era felice di esser rimasto
per poco tempo
nello sguardo scomposto del tasso
che con lui risaliva
la macchia di eriche e lentischi.

 

III – (per Ignazio)

Ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
(A. Ceni)

Non sto più a contare le volte che è salito sul tetto
per vedere la via delle martore in fuga.
Quando lei sente i passi del figlio sopra la testa
e il rumore delle tegole che cedono
si ferma qualsiasi cosa stia facendo e osserva
– vetrosa come una lampada spenta –
lo spazio circostante.
Consulta l’oracolo di ciò che le capita davanti
sia esso un vaso o una testa d’alce
ancora integra nella sua custodia
di infelicità greca.

Non ha senso il suo impassibile disagio
ma è questo che ha insegnato a suo figlio:
a osservare dall’alto ogni posto di gioia
a diffidare della morte, anche se sta
precisa in una scatola da scarpe.

 

IV

… and read her in a mother’s farewell gaze.
(H. Crane)

 

Se (e quando) riuscirà a andarsene da quella gabbia azzurrina
verranno subito a sincerarsi che stia bene.
Precisamente addestrato, potrà solo mostrare
con la stessa padronanza della guida museale
quanto il taglio sia stato netto, geometrico.

Quando stava lì, la madre gli chiedeva sempre
di insufflare qualche nota nell’oboe, e lui obbediva.
Spalpebrava appena, ma poi obbediva.

 

Bernardo Pacini (1987) vive a Firenze. Ha studiato la poesia di Betocchi e Buzzati all’Università degli Studi di Firenze. Ha pubblicato in poesia Cos’è il rosso (Edizioni della Meridiana, 2013). Le poesie di questo libro hanno vinto i premi “De Palchi-Raiziss”, “Sertoli Salis”, “Beppe Manfredi”, “Antica Badiadi San Savino”, “Libero de Libero”, Selezione premio Ceppo “Luca Giachi”. Inoltre ha pubblicato il libro d’arte Per favore rimanete nell’ombra (Origini 2015) e La drammatica evoluzione (Oedipus 2016).

Suoi testi appaiono in varie antologie, tra le quali Voci di oggi (Istos 2017), Abitare il deserto (Osservatorio Fotografico Fusignano) e La consolazione della poesia (Ianieri 2015). Suoi testi e recensioni sono apparsi anche su riviste cartacee e online quali “Nazione Indiana”, “Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier”, “I poeti sono vivi”, “Nuovi argomenti”, “La balena bianca”, “Blanc de tanuque”, “UT”, “formavera”, “Soglie”, “Samgha”, “Il primo amore”, “Argo”, “Scrittori precari”, “Perigeion” e altro.

LEONARDO MANCINO. Un ricordo

di Filippo Davoli

Noi della mia generazione, da sempre vissuti nelle Marche dove siamo nati negli anni ’60 – dalla metà in poi – abbiamo fruito, nel tempo della formazione e negli incontri felici della biblioteca, di tante esperienze nostre conterranee, significative per tutta la Poesia italiana dell’Ultimo Novecento: Piersanti, D’Elia, Pagnanelli e Garufi, il gruppo anconitano facente capo a Scataglini (insieme a Scarabicchi e Raffaeli), De Signoribus, ma anche (sebbene più in ombra) Alvaro Valentini, Plinio Acquabona, Germana Duca…
Nella lista Leonardo Mancino riapparve quando rientrò nella sua terra d’origine dalla Puglia, e precisamente da Bari, dove era vissuto lunghi anni, tra l’altro dirigendo in maniera eccellente ed esemplare le pubblicazioni di poesia dell’editore Lacaita – unico vero contr’altare all’egemonia lombarda e, in misura minore, romana, dell’editoria di settore.

Mi venne presentato dal comune amico Guido Garufi, in occasione della presentazione del mio Mal d’auto (1990), cui Leonardo intervenne trovandolo molto convincente (e dire che, invece, mi sono “riconciliato” con quel mio librino soltanto da poco tempo: lo trovavo eccessivamente criptico e complesso).

Leonardo aveva alcune caratteristiche umane inconfondibili: fumava come una ciminiera (molto familiare, dunque; sia per la rivista di dieci anni dopo, che il per il comune vizio), aveva un carattere ben poco conciliante, oserei dire “scazonte” – se il  metro greco può aiutare a cogliere cosa intendo; ma un cuore largo e generoso, specie davanti a un buon bicchiere e ad un piatto di pasta, vantando – oltre ai meriti letterari – anche quelli culinari e gastronomici; al ritorno nelle Marche, era vissuto prima ad Osimo e poi a Macerata, da dove gli era più facile raggiungere la natia Camerino, dove per alcuni anni lavorò come direttore didattico.

La casa di Leonardo rimane, per me, un indimenticabile e fecondissimo ricordo: di libri – poggiati ovunque, in pile interminabili dal pavimento al soffitto; di ritagli di giornale – anch’essi catalogati in maniera ossessiva e impilati ovunque; e naturalmente di una nuvola finanche palpabile di fumo blu, come nella canzone della “mia” Mina. Luce bassa di un abat-jour, e dietro la scrivania dello studio, il suo sguardo accigliato e luminoso al tempo stesso. Tagliente. Si stava insieme interi pomeriggi, baloccandoci tra illuminazioni dell’animo, i suoi ricordi di qualche stagione precedente – generalmente sempre interessanti e formativi, e qua e là – ci sta, anche se forse sarebbe meglio di no, ma ci sta… – qualche pettegolezzo sull’ambiente letterario e dintorni.

Leonardo non era uomo accomodante. Lo apostrofavo come “Tiro mancino” (sotto questo epiteto gli affidai una rubrica della durata di cinque minuti a Radio Nuova, al tempo in cui dirigevo per l’emittente la redazione cultura), o “Dente avvelenato” (perché pur avendo la dentiera preferiva evitarne l’uso il più possibile), quando – avvalendosi dell’indimenticabile premurosa lezione di un Danilo Dolci o finanche di un Don Milani – scagliava verso la piega che stava prendendo l’Italia politica e (civile?) i suoi strali senza ritorno: era la sua letteratura applicata alla vita, l’ideale che si incarnava, l’attenzione ai più piccoli (mirabili le sue attenzioni alla letteratura per bambini), la storia di cui non si può mai fare a meno (storia e biografie, per dirla tutta); erano i personaggi che avevano fatto grande l’Italia (da Salvemini in qua); era – anche – quel modo di approcciare la cultura, l’arte e la vita che è tipico di chi quella stessa cultura, quella stessa arte, le abita se è figlio del meridione: con un occhio che guarda molto diversamente rispetto a quanto facciano i colleghi del nostro Nord; e con un metro (non solo di valutazione, ma anche di scrittura) che è “altro”, e spesso “tutt’altro”, rispetto alla linea cosiddetta “lombarda” e a tutti gli altri canoni (di andata e di ritorno) sviluppatisi negli ultimi decenni della nostra Letteratura.

Ricordo tante discussioni su Scotellaro, Bodini, Tentori, Dolci, Pasolini, Alfonso Gatto. E puntualmente, nel bel mezzo di qualche nostro commento ad alta voce sulla perfezione di un verso o sulla profondità di un rilievo critico, scattava ad entrambi il desiderio di fare una telefonata agli amici comuni: Giovanni Tesio, Rodolfo Di Biasio, Alberto Cappi, Domenico Adriano…

Da casa Mancino difficilmente si usciva a mani vuote: come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, chissà perché lui regalava libri a chi andava a trovarlo e, la volta dopo che entravi in casa sua, i libri erano cresciuti di numero rispetto alla volta precedente.  Conservo – oltre ai suoi titoli di saggistica e di versi (ormai autentiche rarità) – un’edizione straordinaria dello Zibaldone di Leopardi in tre volumi di pregio, fedele compagno di lettura nelle domeniche pomeriggio piovose.

Poi nacque la rivista “Ciminiera”, poco tempo dopo la già avviata rassegna estiva di poesia che curavo dapprima a nome della Biblioteca “Mozzi-Borgetti”, poi a titolo personale, infine a nome dell’associazione facente capo alla rivista. Leonardo era un ospite quasi fisso: e per lui, più che l’occasione di presentare un suo libro (attività di cui non aveva certo bisogno, anche se – come tutti quelli che scrivono – fa sempre piacere avere una piazza con un uditorio), venire significava la bella concomitanza in cui passare una serata diversa in compagnia di vecchi e nuovi amici (in rassegna, nel corso degli anni, erano passati nomi come Cappi, Tesio, la Bre, Ruffilli, D’Elia, Piersanti, Garufi, la Frisa e Marco Ercolani, Sissa, Bertoni, Massari, Rondoni, il francese di origine belga Guy Goffette, Gianfranco Fabbri e Gian Ruggero Manzoni, Mauro Ferrari, e tanti giovani di ottime prospettive come Andrea Ponso, Gabriel Del Sarto, Massimo Gezzi, Stefano Raimondi, Massimo Fabrizi, Tiziana Cera Rosco, Alessandro Seri, Isabella Leardini, Nicola Riva, lo stesso Giovanni Cara che con me aveva fondato “Ciminiera”, più attori come Arnoldo Foà, Glauco Onorato, Lorenzo Anelli, Neri Marcorè, e tanti altri nomi che ora non mi sovvengono).

Mancino, Davoli e Marcorè a Fermo, nell’agosto 2003

Era una rassegna cresciuta negli anni, pur mantenendo la spesa per organizzarla a livelli bassissimi (a riprova del fatto che non serve dilapidare milioni, per far bene le cose). La scrittura diveniva, come per incanto, quell’intromettersi in un retrobottega che accorcia le distanze e allunga lo sguardo. E il mattatore Leonardo, il trasvolatore Mancino, non perdeva occasione di segnare il punto, di  vociare con quel suo timbro incalzante e l’accento ora teneramente camerte, ora poderosamente barese.

A distanza di alcuni anni dalla sua morte, purtroppo quasi nessuno lo ricorda. Mi è parso invece opportuno, quest’oggi, tornare alle sue carte. Non alla produzione poetica in dialetto camerte (forse la più convincente e sopravvissuta all’oblio), ma ad alcune altre belle poesie in lingua che aveva pubblicato proprio per i tipi di “Biblioteca di Ciminiera” (con noi, cioè) e che erano apparse nel numero quattro della rivista (novembre/dicembre 2002).

Leonardo Mancino (foto di F. Davoli, 2004)

MADRE
Madre che fosti così buona
nella tua vita di lunghi cammini
di orizzonti ignorati
nel panorama del monte
e sul mare, ho bisogno che le tue mani
curino la ferita
perché possa camminare
nel giardino.
Madre, se l’universo buono esiste
tu che gli sei dentro la rosa
su qual cielo aperto
immenso e vasto, curvo
reclinata come un trifoglio
nel suo cuore.
Se esiste l’immenso come sguardo
che si perde al sole
digli
che il figlio porta la sua vita
come un inferno;
se questo è Lui
vicino a te vuole finire,
morire
e non voleva mai
averne bisogno.

(da Le virtù, le occasioni, le cose, “Biblioteca di ciminiera”, 2003)


SONO STATO

Sono stato nel ventre della nuvola
per troppo tempo.
Ora se qualcosa accadrà
sarà cercare un rifugio nel buio
come per dipanare un inganno.
Tra un movimento e l’altro
brilla sinistro l’antico museo
reso tra ombre di spettri
e i rari chiarori della luna.
A tratti improvvise luci
rivelano nudità di carne:
oggetti terreni e vaghe soluzioni.


VIDI LE CITTÀ

Eppure in tutte queste frasi
inverosimili e perfette logiche
sintattiche c’è un filo conduttore,
parole non dette
serpeggiando nel mezzo ad altre pronunciate
compongono resoconti precisi
e il tutto dura pochi istanti.
Queste piccole città molli,
distese di schiena sul dorso dei colli,
senza importanza,
a mezza strada tra il mare
e i segni della civiltà di campagna,
chiuse da campi e da colline
dove la nebbia bassa ed un colore stinto
confonde, intorbida
paesaggi e pensieri,
vivono una vita intima propria,
ai margini della storia degli uomini
e del sole straniero alle volute dei cieli.


CITTÀ NON MIA

Tutti i temporali dell’estate inconsueta
erano trascorsi,
il primo autunno compensava
d’una stagione perduta.
Sulla sera scendeva dalle colline
ad increspare il fiume
una brezza leggera come di lenzuolo,
un fruscio appena sentito,
vagava in lenti recessi
per i prati, le alterate pettinature, i profondi silenzi.
Al di là dello sguardo
– sorta di luna sfera –
le cascine lontane si offrivano silenziose
come la lunga siepe accarezzata
dal palmo della mano in un brivido.
Una voce si perdeva quasi senza risonanza
come se la querce la trattenessero
o la luna.


SIGNIFICANDO L’ANTICA CASA

Il mondo, dai bargigli ai piedi,
è un inferno.
Pensare allora di dover commettere
comunque gesti di bambino
per vivere
per sempre.
I cassetti del comò
ci appartengono
come i momenti della nostra storia:
ringiovanire le stanze della casa,
ecco il compito che ci siamo dati.
La casa significa i volti
che le stanze ospitano:
gli vogliamo bene per questo
senza nulla sapere o forse.
La nostra vita sono le strade e le piazze
universali di razza, d’antico pelo,
come si dice sorridendo.
C’è sempre qualcosa al di là
di questa nostra repubblica di parole;
tutto può avere un senso
d’archeologia
di eldorado insieme; per correre
occorre esser rasati
e con indosso i vestiti migliori.
Tra noi e le cose della memoria
ci divide un sentimento impreciso
vivo
rivalità
emulazione e rissa.

(da “Ciminiera”, n.4, novembre/dicembre 2002)

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Leonardo Mancino era nato a Camerino (MC) nel 1939. Autore di numerosi contributi critici su autori del Novecento (tra cui Pasolini, Zanzotto, Volponi, Scotellaro, Sciascia, Quasimodo, Bodini, Sereni, Bartolini), aveva collaborato anche a quotidiani come “La gazzetta del Mezzogiorno” e il “Corriere Adriatico”. In ambito poetico ha pubblicato diversi volumi, tra cui si ricordano Il sangue di Hebert (prefazione di R. Roversi e A. Zanzotto, Lacaita, 1979), Dichiarazioni silenzio e giorni (Cappelli, 1987), La casa la madre il colle e l’orto (Schena, 1989), La curva di Peano (Stamperia dell’arancio, 1999), Le virtù, le occasioni, le cose (Ged, Biblioteca di ciminiera, 2003). L’opera poetica è stata antologizzata in L’utopia reale (prefazione di Giovanni Tesio, Caramanica, 1994). In ambito saggistico ha pubblicato, tra gli altri, Oltre a Eboli la poesia: antologia della lirica “civile” meridionale (Lacaita, 1979), Lo scrittore vulnerabile (La nuova Italia, 1984), Transito e forza del ricercatore operoso (Stamperia dell’arancio, 1995).

il “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua

di Riccardo Canaletti

Come si affronta un viaggio salvatico? Gianpaolo G. Mastropasqua, classe ’79, è poeta che sembra praticare il cammino da secoli. La sua poesia fa eco ai Lorca e Donne della storia, senza risparmiare incursioni, più o meno apertamente stabilite, con la Beat, in particolare con il Kaddish di Allen Ginsberg (si senta il ritmo, la verticalità del dettato, che sempre si alza, sempre si carica). La poesia di Mastropasqua è polifonica, oltre che corale. È, cioè, fatidica e giustapposta, determinata oltre che composita, intrecciata, complessa. Non è una poesia per tutti, ma sembra già ricordarlo la terza di copertina, dove si parla della collana “Il drago verde” della Fallone editore, diretta da Michele Zizzi, e ben chiara sulla linea alta che vuol tenere. Parliamo della aristocrazia della poesia, quindi di una poesia che non è né semplice, nel senso di diretta, né retorica. No.

In Viaggio salvatico il poeta imprime la forza del suo pensiero nella poesia, traducendo dai suoi testi le coordinate per dirigere l’intera opera verso concatenazioni di stelle, quindi di concetti, di intuizioni. Gianpaolo Mastropasqua affresca le pagine, ce ne rende la vastità in questo “eccesso di parole” che non è mai, quasi tenendo a mente la massima luziana, “eccesso di Parola”. Questi versi sono, in qualche modo, la prole; ma ancor prima gli amici; ancor prima una voce primordiale, originaria, antidiluviana, che sostiene tutto il discorso.

La realtà è più della somma delle parti”. Quello che ci porta a fare l’autore è leggere poesie, nel senso, quasi imposto dal taglio di ogni brano, di frequentare il linguaggio utilizzato, fino a diventarne padroni. A dire il vero si rimane sempre un po’ fuori, ammirati e anche intimoriti da questa nuova cosmogonia, da questa istanza profonda del reale che si fa più che reale, che si innalza ad architettura, a sinfonia, ovvero scardina il suono dal flusso naturale dei rumori, per renderlo qualcosa di attraversabile. Ecco noi attraversiamo ciò che della realtà è stato preso; ciò che dalla realtà arriva alla pagina in una forma contratta, spremuta e sintetica.

Discutere di questa raccolta non è facile, ma non è per paura del compito che ho scelto di evitare un’analisi capillare, specifica, aiutandomi magari con testi o con la prefazione, attentissima, di Giuseppe Conte. Ma, piuttosto, è quasi un’ipotesi di obbedienza, di ascolto totale verso questo cosmo, questo ex caos che trova, in un lavoro decennale, una compiutezza e una raffinatezza rarissime nel panorama poetico italiano.

Voce che si sostiene da sola, voce che affama nel propagarsi, la poesia di Gianpaolo Mastropasqua riscopre la complessità in ordini espressivi di grande sapienza, costruiti, è il caso di intendere letteralmente, ad arte. Ma ancora di più è una certa rotondità, una certa perizia, una certa attenzione musicale a stabilire il valore di questa ultima figlia (perché, io credo, che questo libro non possa essere figlio). Figlia dalle braccia assenti e dallo sguardo inviso ai più. Figlia che si sfracella nella strada, ma che, carica di energia, di fiamma, sbriciola il terreno intorno. La poesia di Mastropasqua è questo: una vena sapienziale concentrata in una potenza romantica e maledetta, una poesia mediterranea, che sa espandersi, che sa farsi epica quotidiana. Una grandezza e una spinta alla grandiosità che suggeriscono uno spirito titanico. Eppure, c’è qualcosa che ti inchioda con dolcezza, come una premura di maestro che t’illumini il cammino.

la copertina di Viaggio salvatico

Alcune poesie estratte dal libro:

dalla sezione Scherzo per uomo e orchestra

Scorpione in acquario

Nella camera del grido misurò la potenza
della perdita, l’acquisizione vocale
e sanguigna, il dolore nascituro,
la gola che capì l’ossigeno e l’immobilità
del mondo, la mancanza di rotazione
reciproca, l’assenza della danza;
solo volti animali e alieni, facce stupide,
masse o massi di buchi bianchi e il presagio
della somiglianza, dell’essere parenti
stretti, o rumore che mostrava i denti
e rubava il pollicino, adorato ossicino
ambito da cuore e fiati, nell’orchestra
materna, fiutava l’amore, la traccia
epidermica, la madornale voce.
Dopo molto lavoro e tragica luce
l’ombra covava, tra l’umido e il vapore
e addome l’abbandonò; mostrò a tutti
la nuova forza e il regalo, lo sforzo,
tutto quanto già di marcio e di umano
aveva in corpo: fu fare l’universo, farsi
a pezzi, lasciare le orbite e gli occhi appesi.

*

dalla sezione Sudaria

Parto rurale

Marcia che svegli l’erba sulla nuca e batti
tra le gravine sorvegliate dal bracciante lunare
con la falce millenaria e metà faccia bruciata,
passeggiano in campagne uomini secolari
sbucano dai pozzi o dalle grotte alberate
con i nomi grezzi e le ossa dolcissime,
hanno doline di figli, foreste di nipoti
e danzano in amore sui colli caveosi,
a volte richiamano dai timidi torrenti
o dai buchi neri delle querce siderali
si prendono cura dei poeti grillai
mentre cianciano coi cirri o scrivono l’aria
vegliano i nidi e la fame dei corvi,
quelle barbe imberbi di dèi divoranti,
o il sarcasmo rampante delle gazze ladre
che ammaliano i passeri per depredarli;
si inoltrano nel solco dei sassi per scivolare
nell’infanzia sonora di un presepe vivente
dove in vasi comunicanti nuotano paesi
con voci labirintiche e madri di pietralacrima.
Sono i reali lettori del suolo, i rimasti,
guardiani mormorei della lingua dei mondi,
gli altri mammiferi sono andati in letargo
con la pancia ripiena e i neuroni spenti
qualcuno ride dal tafanario e sfiata silenzio
qualcun altro è già masso da un pezzo.

*

L’ultima traccia il figlio

Cigno di carta disarmata madre
distesa sull’acqua gonfia di morte
un pennello d’astri tra dita ovattate
dipinge la vita sul vetro diluviato.
Le onde materne dondolavano la culla
insegnando l’oceano dove si addormentava
il crepuscolo, quando parole disegnavano
l’universo delle somiglianze nella mente.
Regina del pianto atomico abbandonata
in un lago di sillabe sciolte, mio padre
e i padri dalle ombre imponenti furono degni
del tuo seno, ma questi figli oramai dormono
privi del gene, senza labbra. Sulla tua fronte
la sera non può specchiarsi e il giorno non ha ore
per baciarti, io selvatico visionario inseguo
le tue pupille, nuvole fisse nel profilo lunare,
l’ultimo lupo si estingue da tempo, restano
i meticci netturbini, orfani di luce e grazia
che brancolano nel buio, digrignando i denti
per raccogliere l’aria ignota che disperdesti.
E quel vento arido dove più non volano
lucciole o filastrocche, ricorda l’aroma
di un corpo vivo, murato, tra Ovest
ed Est, il salice scalcia tra le mani
attende il fiume degli occhi quiescenti,
l’anemone tace, l’eredità è una lacrima.

*

dalla sezione Adagio limbico

Piazza degli eroi

Ci trovammo nella piazza imbandita della sera
nel nucleo di una tavola meccanica
come tante posate volanti, come macchine scolpite
nel capodanno preistorico della fame: cigolavano
le moire dell’equilibrio, le muse strepitose
del ferro, come lance definitive, come teoremi
a orologeria, prima dell’ultimo canto nuziale
vagavano a folle i mulini a vento, le imprese ruotanti
di una storia che da un futuro voleva essere
raccolta, raccontata, come una bimba! E scoppiava
in lacrime d’argento, fiorivano i tarli argentini
sfinivano nell’estasi come il diavolo del passo
e smarrimmo l’alfabeto nella folgore cenerina
ma la tecnica non bastò a disarmare il sogno
la festa è un passaggio fossile, un furto della polvere,
un ronzino che acceca la corsa, una morte accesa.

(nota: rappresentazione urbana del “Don Quijote” del Teatro Nucleo argentino)

Gianpaolo G. Mastropasqua

Una Lucetta nell’intimo del mondo

di Filippo Davoli

Ogni volta che butto l’occhio nella cassetta della posta tremo: specialmente se vedo bianco (equitalia, scadenze e rinnovi, bollettume vario) o verde (beccata un’altra multa, vediamo dove stavolta). Ma altre volte fa capolino un bel colore ocra: libri. Un dono che arriva, e una curiosità grande di scoprire chi lo manda. È così che ho ricevuto l’antologia poetica di Lucetta Frisa (versi dal 1970 al 2014), edita per i tipi di Puntoacapo in un formato delizioso, estremamente maneggevole, di bella grammatura di carta e raffinata copertina.

Lucetta… ci conoscemmo perché mi ero messo sulle sue tracce dopo aver acquistato in un mercatino il suo, per me indimenticabile, Gioia piccola: ero rimasto sedotto dal suo racconto della polvere, elemento a me così familiare. E poi dalla musicalità naturalissima del suo verso, dalla delicata ironia e dalle molte fulminazioni disseminate con sapienza qua e là.
Lucetta… una poetessa in punta di penna, percorsa da quella grazia che è propria dei veri talenti.

È bello poter scrivere di un libro prendendolo anche a pretesto (o pre-testo) per una ricognizione del vissuto: quante occasioni ci hanno visto a fianco, sia a Macerata che nella sua Genova, con lei e con Marco Ercolani, a casa mia e a casa loro, nel nostro cortile municipale (che ospitava l’allora rassegna di “Poeti di Ciminiera” – anni a cavallo del nuovo millennio) o in una biblioteca rivierasca.
Ci siamo sempre di-vertiti, insieme: sia nel senso comune del termine, sia in quello più sottile del prendersi di peso e ripartire per nuove direzioni. Reciprocamente stimolati a nuovi e differenti percorsi. Sono anche contento che il suo Siamo appena figure (un dialogo in versi con alcuni dipinti per lei, ma anche per tutti gli altri, emblematici) vide la luce per i tipi di “Biblioteca di ciminiera”, nel 2003. Credo, a tutt’oggi, che sia uno dei suoi libri più significativi e particolari. Bello ogni volta che lo riapro. Che non subisce usura temporale e nemmeno emotiva, come invece mi accade con tanti altri.

L’antologia dell’opera di Lucetta Frisa, come dicevo, si intitola Nell’intimo del mondo (puntoacapo, 2016). Se ne può parlare anche a un po’ di distanza dall’uscita: perché i libri, fortunatamente, non scadono come gli yogurt. Sicché meglio tardi che mai, specie se meritevoli di attenzione.

Lucetta Frisa

Leggere dunque da capo a piedi questa antologia conferma un dato: la scrittura di Frisa è sempre in evoluzione, e tuttavia conserva un tenace fil rouge interno, dall’inizio alla fine.
Molti non lo sanno, ma Lucetta è anche stata attrice (legge la poesia come pochi) e cantante (ho alcuni suoi nastri rarissimi che chiariscono una volta di più da dove prenda origine la forte musicalità dei suoi versi, la felice tenuta metrica dell’intero suo dettato, che tuttavia scava e indaga la vita senza filtri, senza sconti): come scrive Vincenzo Guarracino in prefazione, <è a partire da questo omphalos, luminoso e insieme oscuro, esaltante ma anche doloroso, che prende il via un’avventura esperita col viatico consolatorio della scrittura (si scrive “respirando”), costruendo ogni volta vere e proprie partiture liriche e drammatiche, storie di un’inquieta ricerca di luce in cui si coniugano e trovano corpo pensiero e memoria in strutture di controllata densità, in una lingua mutevole e lunare, a tratti dramamaticamente franta, cavalcantiana (“una scrittura / di nervi e sinapsi”, come è definita nella raccolta L’altra, 2001), la cui esplicita ambizione è quella di far lievitare e sopravvivere “in punta di penna”> – appunto… – <quell’idea di sé enigmatica e femminile, cangiante, che ognuno si porta dentro, nei propri intimi “inferni”, come una risorsa o una condanna>.

Credo convintamente che l’avventura poetica di Lucetta Frisa sia una delle più convincenti nell’attuale panorama italiano. Può essere una lezione di autenticità per tanti, specie giovanissimi. E un monito per tanti altri, più scafati per così dire….

 

Lucetta Frisa e Marco Ercolani

___________________
alcuni testi dall’antologia

*
Solo chi sale conosce il precipizio solo
chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo.
Ad ogni cosa mi portano segreti canali
quando le torri delle parole si rovesciano
in pozzi. Sepolti tutti i significati,
allora aperte si allacciano correnti
universi creati dentro altri. Il gallo
canta ed entra la sua voce nel nuovo
grembo del mattino che fu seme notturno
e sono albe tramonti frutti delle ore. Girano
gli occhi sul fondo delle lune, nuotano
verso il giorno che le ritorna morte
come pesci. E lo scheletro sta diventando
luce ho ancora sangue e nervi,
questo viaggio è testardo: è sempre
chiudere il libro e, soli, tentare.

*
Scrivere
La percezione del buio nello studio
mi insegna a non dimenticare
gli oggetti del giorno incolori e orfani
che scintillano assenti nello specchio.

Calma, nella notte, non invento nulla
neppure una parola logica – scrivo
respirando, tocco l’alfabeto infantile
che inavvertitamente si è fatto adulto.
Non ho imparato nulla di ciò che volevo sapere
qualcosa dico ma dimentico o ricordo
fuori di me, senza sforzo.
Il dolore c’è stato prima.

La percezione del buio nell’alta attenzione
ha distrutto lo sfondo, invaso
carne e cervello che provano nuovi sopori.
Le congetture bruciano.

È così facile scrivere. Lascio alla luce
ogni angoscia, pongo la mano sulla penna,
la stringo. Mi porta via, cieca.

*
L’arte di non pensarla
Spostando una sedia o una virgola si torna
nella pelle selvatica come negli abiti stagionali
(è la lezione dei climi variabili): lei si sposta da
un’altra parte.

Oggi ad esempio non ho voglia di morire,
non so perché, forse oggi il mio cervello ha humour
le butta addosso una testa d’asino
le appicca fuocherelli insidiosi.

Mentre brucia ficco gli occhi nei suoi che sgusciano
via e anche i miei se ne vanno di là e i pensieri
sono tutti laterali, non hanno voglia di esserci.
Visioni e illusioni la coprono di ghirigori.

C’è chi pensa che cambiando spesso registro
non si è seri. Verissimo. Si comincia a passi pesanti
per poi stornarsi, si apre la lotta con verità secche
si finge di chiuderla con finti fiori.

*
Maddalena
                        (George de la Tour)
Meditare davanti a oggetti chiusi
l’apertura del mondo:
uno specchio un teschio il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
L’occhio e il teschio per incantamento
si fissavano immobili allo specchio
mentre cadevano i miei lunghi capelli.
E lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro
la notte simulò un buio più vasto.
L’aria si accese vibrando mutava
le certezze vsibili in ombre
che tornavano in luci inconosciute
al buio ritornando, se ardevo il tempo
in trasparente polvere d’aria –

e fui solo uno sguardo nello spazio.

*
Gli sposi Arnolfini
                                          (Van Eyck)
Nel silenzio lo specchio mostra figure rovesciate
se è vero che siamo qui a bisbigliarci qualcosa
di molto elegante scandendo sillabe leggere
dove l’eco si cancella sulle labbra e pure
le mani, appena sfiorandosi, non osano farsi domande.
Se fosse questo il sogno di un’altra coppia
un mistero cortese che invisibile soffoca
nel quieto disegno delle cose per svelarsi
solo di là, nell’ardore di gesti dissennati
in ombre e profili capovolti. Ma è così
che ci immagina il nostro desiderio.

*
Le
parole
Le ama ancora nella loro dissennata
liturgia e nella loro folla cerca
un doppio che sembri ancora vivo,
e ama il loro rotolarsi
per espellere la disperazione
che sulla pagina imparerà uno stile.
Più infelice e inquieta se non scrive
scrive per aggiungere un po’ di fiato
al fiato il suo poco amore
all’amore se un giorno aveva traboccato
se si era fatta trapassare dall’ebbrezza
di suoni   uomini mare alberi stelle
notte vento animali
e se sapeva emozionarsi.
Quale poesia – si domanda –
ha l’arte di disarmare la tristezza?

 

 

3 inediti di Michele Bordoni, aspettando (ancora per poco) l’opera prima

Michele Bordoni

 

                                                           11 ottobre 2017, Varsavia

“Devi ridisegnare la tua ombra,
sottrarla alla lettura, alle influenze,
riconquistarti un volto nello specchio.
È questo l’esercizio necessario,
tutto il resto è onanismo, superficie”.

In questa forma, in questa esatta metrica,
nel parco sotto casa di Varsavia, mentre
s’inseguono a spirale gli scoiattoli
su per i tronchi dei noccioli, sagome
rosse, figure quasi umane. Poi
come loro si rientra nel fogliame,
ci si saluta in un incrocio di sole,
tu ed io rientrando in fretta dentro la vita.

(Mi chiedo  se anche questo sia onanismo,
questo altruismo di linguaggio, questa
necessità di ritrovarsi scritti.
Forse è il luogo migliore, ancora meglio
dello specchio, per compiere il lavoro
che dicevi: riafferrarsi. Però
senza lasciarti fuori, senza andarmene
avaro del tuo volto dentro il mio).

Varsavia – Łazienki Park

                                                 

*

                                                             Cimitero di Strudà, 4 agosto 2018

L’odore aperto dei fiori, del mare
di là dal muro a secco – non lo vedi
se non per un rintocco di memorie –
e il frullo degli uccelli tra gli ulivi
anticipano il sangue, la parola
e sembra tutto un vuoto, un margine
d’azzurro
la vita che si dona al suo contrario.

Eppure stabile nella sua forma
di cuspide e granito, la pietra d’ambra
che dall’alto delimita il cimitero.
“Non se ne andranno i morti dalla luce.
Resteranno ancora
gelosi del loro corpo, alla materia
alla caduta che li ha resi storia
due volte in doppia lingua
e voce”.

Strudà (LE) – Cappella della Madonna delle Grazie

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                                                              Duino, 17 agosto 2018

Crêuza de mä

Il mare da Duino e dai suoi tetti
è un orizzonte azzurro impenetrabile
a chi guarda dal sommo della torre
il rivoltarsi in esso delle nuvole.

“Non separare ciò che è unito” – dice
la schiena rubiconda delle tegole
quella strada di pietra tra acqua ed aria
che indica il cammino della vista.
Tutto qui si offre al suo riflesso, all’ombra
d’angelo che intercetta la corrente,
o al rapido passaggio di una vela
bianca di gabbiano.

Duino (TS)