DA RONCHI ALLE FOCI DEL SERCHIO – recensione a cura di Marco Patrone

(Pubblichiamo, con l’autorizzazione dell’autore, la recensione di Marco Patrone apparsa sul blog recensireilmondo.it, del romanzo Le svedesi, di Silvano Ambrogi.)

La mia prima lettura del 2019, Le svedesi di Silvano Ambrogi, rientra tra i romanzi delle zone mie*, di quell´area che inizia con la Versilia, ma che se da Massa passeggi e hai buone gambe, arrivi in un paio d´ore a Torre del Lago, la passi di lato ed eccoti alla foce del Serchio, lì dove è ambientato questo racconto lungo.

A giudicare dalle note biografiche, la vera natura di Ambrogi era quella di commediografo/satirico/parodista, ma qui azzecca i toni del romanzo di formazione e scoperta delle schermaglie amorose, qualcosa che descriverei come un mix ovviamente impossibile di Sapore di Mare dei Vanzina, Agostino di Moravia, condito dal linguaggio toscano, asprigno e creativo di un Tozzi, qui virato in versione più cordiale.

Il protagonista Riccardo – studente di giurisprudenza – è l´alter ego dell´autore, attraverso i suoi occhi vedi questa vita di provincia, i paesani, i vari riti dell’adolescenza (le partite di calcio a piedi nudi, gli sfottò, le vanterie su conquiste reali o immaginate), raccontati con scrittura realistica, verace, e allo stesso tempo ricca di spunti lirici nella descrizione della natura e in particolare del mare, come introdotto nella prefazione uno dei protagonisti della storia.

Nella seconda e danzante sezione, dove si narrano le uscite notturne di Riccardo nel night club, alla ricerca di un bacio o di qualche spupazzamento, si nota maggiormente quella che sarebbe diventata evidentemente la cifra di Ambrogi, il tocco satirico, la descrizione dei tipi (ad esempio tutta la serie dei motivi per non cadere incantati di fronte alla dama a cui si è chiesto il ballo). Spassoso, eppure non crudele, non entomologico, ma filtrato attraverso lo schermo fatato della gioventù e delle infinite possibilità e dei sogni smisurati, ai quali il titolo allude (una immaginata gita di ragazze svedesi, bionde e liberali, nella Toscana marittima dove il protagonista vive).

In ultima analisi, una piccola e succosa opportunità di scoprire un nascosto, un dimenticato della nostra letteratura, un bel librino luccicante e quasi commovente per chi abbia vissuto in quelle zone, seppur ahimè in tempi già  meno romantici.

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Informazioni sul libro

Silvano Ambrogi – Le Svedesi

Ed. Divergenze 2018

144 pg.
Attualmente in commercio

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* per esempio i romanzi di Fabio Genovesi o il mio Come in una ballata di Tom Petty

QUATTRO INEDITI di Bernardo Pacini

Pubblichiamo quattro poesie di Bernardo Pacini, che fanno parte della raccolta inedita Cronache di un quadricottero.

 

 

GALLERIA (DCIM)

What if once on the other side of the room there remains only the urgency to use the door again?

(R. Edson)

 

I

La registrazione della rinascita
della rovina di una donna
dei doppi vetri della sua casa sul fiume.

Che parlava del più o
parlava del meno, sapendo bene
che non era lo stesso. Ne parlava
spesso col muro, diceva che almeno
parlava con uno, al più
con nessuno. E se parlava del tempo
ne parlava col tempo
non volendo rinunciare
al parere di un esperto.

Quando si accorgeva di essere ripresa
parlava alla tenda
le diceva, stai chiusa.

 

II

Accadeva nel mese di agosto, quando a valle
gorgogliavano fisarmoniche
alla sagra del paese.

Gli imponeva di scendere nella notte.
Aveva precisa indicazione: far alzare drastér i volumi
cosicché lei potesse sentire meglio
e dall’alto del colle, danzare.

Rincasava con sbreghi sui polpacci
e buchi sui calcagni – per darle un dispiacere
diceva che era felice di esser rimasto
per poco tempo
nello sguardo scomposto del tasso
che con lui risaliva
la macchia di eriche e lentischi.

 

III – (per Ignazio)

Ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
(A. Ceni)

Non sto più a contare le volte che è salito sul tetto
per vedere la via delle martore in fuga.
Quando lei sente i passi del figlio sopra la testa
e il rumore delle tegole che cedono
si ferma qualsiasi cosa stia facendo e osserva
– vetrosa come una lampada spenta –
lo spazio circostante.
Consulta l’oracolo di ciò che le capita davanti
sia esso un vaso o una testa d’alce
ancora integra nella sua custodia
di infelicità greca.

Non ha senso il suo impassibile disagio
ma è questo che ha insegnato a suo figlio:
a osservare dall’alto ogni posto di gioia
a diffidare della morte, anche se sta
precisa in una scatola da scarpe.

 

IV

… and read her in a mother’s farewell gaze.
(H. Crane)

 

Se (e quando) riuscirà a andarsene da quella gabbia azzurrina
verranno subito a sincerarsi che stia bene.
Precisamente addestrato, potrà solo mostrare
con la stessa padronanza della guida museale
quanto il taglio sia stato netto, geometrico.

Quando stava lì, la madre gli chiedeva sempre
di insufflare qualche nota nell’oboe, e lui obbediva.
Spalpebrava appena, ma poi obbediva.

 

Bernardo Pacini (1987) vive a Firenze. Ha studiato la poesia di Betocchi e Buzzati all’Università degli Studi di Firenze. Ha pubblicato in poesia Cos’è il rosso (Edizioni della Meridiana, 2013). Le poesie di questo libro hanno vinto i premi “De Palchi-Raiziss”, “Sertoli Salis”, “Beppe Manfredi”, “Antica Badiadi San Savino”, “Libero de Libero”, Selezione premio Ceppo “Luca Giachi”. Inoltre ha pubblicato il libro d’arte Per favore rimanete nell’ombra (Origini 2015) e La drammatica evoluzione (Oedipus 2016).

Suoi testi appaiono in varie antologie, tra le quali Voci di oggi (Istos 2017), Abitare il deserto (Osservatorio Fotografico Fusignano) e La consolazione della poesia (Ianieri 2015). Suoi testi e recensioni sono apparsi anche su riviste cartacee e online quali “Nazione Indiana”, “Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier”, “I poeti sono vivi”, “Nuovi argomenti”, “La balena bianca”, “Blanc de tanuque”, “UT”, “formavera”, “Soglie”, “Samgha”, “Il primo amore”, “Argo”, “Scrittori precari”, “Perigeion” e altro.

LEONARDO MANCINO. Un ricordo

di Filippo Davoli

Noi della mia generazione, da sempre vissuti nelle Marche dove siamo nati negli anni ’60 – dalla metà in poi – abbiamo fruito, nel tempo della formazione e negli incontri felici della biblioteca, di tante esperienze nostre conterranee, significative per tutta la Poesia italiana dell’Ultimo Novecento: Piersanti, D’Elia, Pagnanelli e Garufi, il gruppo anconitano facente capo a Scataglini (insieme a Scarabicchi e Raffaeli), De Signoribus, ma anche (sebbene più in ombra) Alvaro Valentini, Plinio Acquabona, Germana Duca…
Nella lista Leonardo Mancino riapparve quando rientrò nella sua terra d’origine dalla Puglia, e precisamente da Bari, dove era vissuto lunghi anni, tra l’altro dirigendo in maniera eccellente ed esemplare le pubblicazioni di poesia dell’editore Lacaita – unico vero contr’altare all’egemonia lombarda e, in misura minore, romana, dell’editoria di settore.

Mi venne presentato dal comune amico Guido Garufi, in occasione della presentazione del mio Mal d’auto (1990), cui Leonardo intervenne trovandolo molto convincente (e dire che, invece, mi sono “riconciliato” con quel mio librino soltanto da poco tempo: lo trovavo eccessivamente criptico e complesso).

Leonardo aveva alcune caratteristiche umane inconfondibili: fumava come una ciminiera (molto familiare, dunque; sia per la rivista di dieci anni dopo, che il per il comune vizio), aveva un carattere ben poco conciliante, oserei dire “scazonte” – se il  metro greco può aiutare a cogliere cosa intendo; ma un cuore largo e generoso, specie davanti a un buon bicchiere e ad un piatto di pasta, vantando – oltre ai meriti letterari – anche quelli culinari e gastronomici; al ritorno nelle Marche, era vissuto prima ad Osimo e poi a Macerata, da dove gli era più facile raggiungere la natia Camerino, dove per alcuni anni lavorò come direttore didattico.

La casa di Leonardo rimane, per me, un indimenticabile e fecondissimo ricordo: di libri – poggiati ovunque, in pile interminabili dal pavimento al soffitto; di ritagli di giornale – anch’essi catalogati in maniera ossessiva e impilati ovunque; e naturalmente di una nuvola finanche palpabile di fumo blu, come nella canzone della “mia” Mina. Luce bassa di un abat-jour, e dietro la scrivania dello studio, il suo sguardo accigliato e luminoso al tempo stesso. Tagliente. Si stava insieme interi pomeriggi, baloccandoci tra illuminazioni dell’animo, i suoi ricordi di qualche stagione precedente – generalmente sempre interessanti e formativi, e qua e là – ci sta, anche se forse sarebbe meglio di no, ma ci sta… – qualche pettegolezzo sull’ambiente letterario e dintorni.

Leonardo non era uomo accomodante. Lo apostrofavo come “Tiro mancino” (sotto questo epiteto gli affidai una rubrica della durata di cinque minuti a Radio Nuova, al tempo in cui dirigevo per l’emittente la redazione cultura), o “Dente avvelenato” (perché pur avendo la dentiera preferiva evitarne l’uso il più possibile), quando – avvalendosi dell’indimenticabile premurosa lezione di un Danilo Dolci o finanche di un Don Milani – scagliava verso la piega che stava prendendo l’Italia politica e (civile?) i suoi strali senza ritorno: era la sua letteratura applicata alla vita, l’ideale che si incarnava, l’attenzione ai più piccoli (mirabili le sue attenzioni alla letteratura per bambini), la storia di cui non si può mai fare a meno (storia e biografie, per dirla tutta); erano i personaggi che avevano fatto grande l’Italia (da Salvemini in qua); era – anche – quel modo di approcciare la cultura, l’arte e la vita che è tipico di chi quella stessa cultura, quella stessa arte, le abita se è figlio del meridione: con un occhio che guarda molto diversamente rispetto a quanto facciano i colleghi del nostro Nord; e con un metro (non solo di valutazione, ma anche di scrittura) che è “altro”, e spesso “tutt’altro”, rispetto alla linea cosiddetta “lombarda” e a tutti gli altri canoni (di andata e di ritorno) sviluppatisi negli ultimi decenni della nostra Letteratura.

Ricordo tante discussioni su Scotellaro, Bodini, Tentori, Dolci, Pasolini, Alfonso Gatto. E puntualmente, nel bel mezzo di qualche nostro commento ad alta voce sulla perfezione di un verso o sulla profondità di un rilievo critico, scattava ad entrambi il desiderio di fare una telefonata agli amici comuni: Giovanni Tesio, Rodolfo Di Biasio, Alberto Cappi, Domenico Adriano…

Da casa Mancino difficilmente si usciva a mani vuote: come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, chissà perché lui regalava libri a chi andava a trovarlo e, la volta dopo che entravi in casa sua, i libri erano cresciuti di numero rispetto alla volta precedente.  Conservo – oltre ai suoi titoli di saggistica e di versi (ormai autentiche rarità) – un’edizione straordinaria dello Zibaldone di Leopardi in tre volumi di pregio, fedele compagno di lettura nelle domeniche pomeriggio piovose.

Poi nacque la rivista “Ciminiera”, poco tempo dopo la già avviata rassegna estiva di poesia che curavo dapprima a nome della Biblioteca “Mozzi-Borgetti”, poi a titolo personale, infine a nome dell’associazione facente capo alla rivista. Leonardo era un ospite quasi fisso: e per lui, più che l’occasione di presentare un suo libro (attività di cui non aveva certo bisogno, anche se – come tutti quelli che scrivono – fa sempre piacere avere una piazza con un uditorio), venire significava la bella concomitanza in cui passare una serata diversa in compagnia di vecchi e nuovi amici (in rassegna, nel corso degli anni, erano passati nomi come Cappi, Tesio, la Bre, Ruffilli, D’Elia, Piersanti, Garufi, la Frisa e Marco Ercolani, Sissa, Bertoni, Massari, Rondoni, il francese di origine belga Guy Goffette, Gianfranco Fabbri e Gian Ruggero Manzoni, Mauro Ferrari, e tanti giovani di ottime prospettive come Andrea Ponso, Gabriel Del Sarto, Massimo Gezzi, Stefano Raimondi, Massimo Fabrizi, Tiziana Cera Rosco, Alessandro Seri, Isabella Leardini, Nicola Riva, lo stesso Giovanni Cara che con me aveva fondato “Ciminiera”, più attori come Arnoldo Foà, Glauco Onorato, Lorenzo Anelli, Neri Marcorè, e tanti altri nomi che ora non mi sovvengono).

Mancino, Davoli e Marcorè a Fermo, nell’agosto 2003

Era una rassegna cresciuta negli anni, pur mantenendo la spesa per organizzarla a livelli bassissimi (a riprova del fatto che non serve dilapidare milioni, per far bene le cose). La scrittura diveniva, come per incanto, quell’intromettersi in un retrobottega che accorcia le distanze e allunga lo sguardo. E il mattatore Leonardo, il trasvolatore Mancino, non perdeva occasione di segnare il punto, di  vociare con quel suo timbro incalzante e l’accento ora teneramente camerte, ora poderosamente barese.

A distanza di alcuni anni dalla sua morte, purtroppo quasi nessuno lo ricorda. Mi è parso invece opportuno, quest’oggi, tornare alle sue carte. Non alla produzione poetica in dialetto camerte (forse la più convincente e sopravvissuta all’oblio), ma ad alcune altre belle poesie in lingua che aveva pubblicato proprio per i tipi di “Biblioteca di Ciminiera” (con noi, cioè) e che erano apparse nel numero quattro della rivista (novembre/dicembre 2002).

Leonardo Mancino (foto di F. Davoli, 2004)

MADRE
Madre che fosti così buona
nella tua vita di lunghi cammini
di orizzonti ignorati
nel panorama del monte
e sul mare, ho bisogno che le tue mani
curino la ferita
perché possa camminare
nel giardino.
Madre, se l’universo buono esiste
tu che gli sei dentro la rosa
su qual cielo aperto
immenso e vasto, curvo
reclinata come un trifoglio
nel suo cuore.
Se esiste l’immenso come sguardo
che si perde al sole
digli
che il figlio porta la sua vita
come un inferno;
se questo è Lui
vicino a te vuole finire,
morire
e non voleva mai
averne bisogno.

(da Le virtù, le occasioni, le cose, “Biblioteca di ciminiera”, 2003)


SONO STATO

Sono stato nel ventre della nuvola
per troppo tempo.
Ora se qualcosa accadrà
sarà cercare un rifugio nel buio
come per dipanare un inganno.
Tra un movimento e l’altro
brilla sinistro l’antico museo
reso tra ombre di spettri
e i rari chiarori della luna.
A tratti improvvise luci
rivelano nudità di carne:
oggetti terreni e vaghe soluzioni.


VIDI LE CITTÀ

Eppure in tutte queste frasi
inverosimili e perfette logiche
sintattiche c’è un filo conduttore,
parole non dette
serpeggiando nel mezzo ad altre pronunciate
compongono resoconti precisi
e il tutto dura pochi istanti.
Queste piccole città molli,
distese di schiena sul dorso dei colli,
senza importanza,
a mezza strada tra il mare
e i segni della civiltà di campagna,
chiuse da campi e da colline
dove la nebbia bassa ed un colore stinto
confonde, intorbida
paesaggi e pensieri,
vivono una vita intima propria,
ai margini della storia degli uomini
e del sole straniero alle volute dei cieli.


CITTÀ NON MIA

Tutti i temporali dell’estate inconsueta
erano trascorsi,
il primo autunno compensava
d’una stagione perduta.
Sulla sera scendeva dalle colline
ad increspare il fiume
una brezza leggera come di lenzuolo,
un fruscio appena sentito,
vagava in lenti recessi
per i prati, le alterate pettinature, i profondi silenzi.
Al di là dello sguardo
– sorta di luna sfera –
le cascine lontane si offrivano silenziose
come la lunga siepe accarezzata
dal palmo della mano in un brivido.
Una voce si perdeva quasi senza risonanza
come se la querce la trattenessero
o la luna.


SIGNIFICANDO L’ANTICA CASA

Il mondo, dai bargigli ai piedi,
è un inferno.
Pensare allora di dover commettere
comunque gesti di bambino
per vivere
per sempre.
I cassetti del comò
ci appartengono
come i momenti della nostra storia:
ringiovanire le stanze della casa,
ecco il compito che ci siamo dati.
La casa significa i volti
che le stanze ospitano:
gli vogliamo bene per questo
senza nulla sapere o forse.
La nostra vita sono le strade e le piazze
universali di razza, d’antico pelo,
come si dice sorridendo.
C’è sempre qualcosa al di là
di questa nostra repubblica di parole;
tutto può avere un senso
d’archeologia
di eldorado insieme; per correre
occorre esser rasati
e con indosso i vestiti migliori.
Tra noi e le cose della memoria
ci divide un sentimento impreciso
vivo
rivalità
emulazione e rissa.

(da “Ciminiera”, n.4, novembre/dicembre 2002)

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Leonardo Mancino era nato a Camerino (MC) nel 1939. Autore di numerosi contributi critici su autori del Novecento (tra cui Pasolini, Zanzotto, Volponi, Scotellaro, Sciascia, Quasimodo, Bodini, Sereni, Bartolini), aveva collaborato anche a quotidiani come “La gazzetta del Mezzogiorno” e il “Corriere Adriatico”. In ambito poetico ha pubblicato diversi volumi, tra cui si ricordano Il sangue di Hebert (prefazione di R. Roversi e A. Zanzotto, Lacaita, 1979), Dichiarazioni silenzio e giorni (Cappelli, 1987), La casa la madre il colle e l’orto (Schena, 1989), La curva di Peano (Stamperia dell’arancio, 1999), Le virtù, le occasioni, le cose (Ged, Biblioteca di ciminiera, 2003). L’opera poetica è stata antologizzata in L’utopia reale (prefazione di Giovanni Tesio, Caramanica, 1994). In ambito saggistico ha pubblicato, tra gli altri, Oltre a Eboli la poesia: antologia della lirica “civile” meridionale (Lacaita, 1979), Lo scrittore vulnerabile (La nuova Italia, 1984), Transito e forza del ricercatore operoso (Stamperia dell’arancio, 1995).

il “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua

di Riccardo Canaletti

Come si affronta un viaggio salvatico? Gianpaolo G. Mastropasqua, classe ’79, è poeta che sembra praticare il cammino da secoli. La sua poesia fa eco ai Lorca e Donne della storia, senza risparmiare incursioni, più o meno apertamente stabilite, con la Beat, in particolare con il Kaddish di Allen Ginsberg (si senta il ritmo, la verticalità del dettato, che sempre si alza, sempre si carica). La poesia di Mastropasqua è polifonica, oltre che corale. È, cioè, fatidica e giustapposta, determinata oltre che composita, intrecciata, complessa. Non è una poesia per tutti, ma sembra già ricordarlo la terza di copertina, dove si parla della collana “Il drago verde” della Fallone editore, diretta da Michele Zizzi, e ben chiara sulla linea alta che vuol tenere. Parliamo della aristocrazia della poesia, quindi di una poesia che non è né semplice, nel senso di diretta, né retorica. No.

In Viaggio salvatico il poeta imprime la forza del suo pensiero nella poesia, traducendo dai suoi testi le coordinate per dirigere l’intera opera verso concatenazioni di stelle, quindi di concetti, di intuizioni. Gianpaolo Mastropasqua affresca le pagine, ce ne rende la vastità in questo “eccesso di parole” che non è mai, quasi tenendo a mente la massima luziana, “eccesso di Parola”. Questi versi sono, in qualche modo, la prole; ma ancor prima gli amici; ancor prima una voce primordiale, originaria, antidiluviana, che sostiene tutto il discorso.

La realtà è più della somma delle parti”. Quello che ci porta a fare l’autore è leggere poesie, nel senso, quasi imposto dal taglio di ogni brano, di frequentare il linguaggio utilizzato, fino a diventarne padroni. A dire il vero si rimane sempre un po’ fuori, ammirati e anche intimoriti da questa nuova cosmogonia, da questa istanza profonda del reale che si fa più che reale, che si innalza ad architettura, a sinfonia, ovvero scardina il suono dal flusso naturale dei rumori, per renderlo qualcosa di attraversabile. Ecco noi attraversiamo ciò che della realtà è stato preso; ciò che dalla realtà arriva alla pagina in una forma contratta, spremuta e sintetica.

Discutere di questa raccolta non è facile, ma non è per paura del compito che ho scelto di evitare un’analisi capillare, specifica, aiutandomi magari con testi o con la prefazione, attentissima, di Giuseppe Conte. Ma, piuttosto, è quasi un’ipotesi di obbedienza, di ascolto totale verso questo cosmo, questo ex caos che trova, in un lavoro decennale, una compiutezza e una raffinatezza rarissime nel panorama poetico italiano.

Voce che si sostiene da sola, voce che affama nel propagarsi, la poesia di Gianpaolo Mastropasqua riscopre la complessità in ordini espressivi di grande sapienza, costruiti, è il caso di intendere letteralmente, ad arte. Ma ancora di più è una certa rotondità, una certa perizia, una certa attenzione musicale a stabilire il valore di questa ultima figlia (perché, io credo, che questo libro non possa essere figlio). Figlia dalle braccia assenti e dallo sguardo inviso ai più. Figlia che si sfracella nella strada, ma che, carica di energia, di fiamma, sbriciola il terreno intorno. La poesia di Mastropasqua è questo: una vena sapienziale concentrata in una potenza romantica e maledetta, una poesia mediterranea, che sa espandersi, che sa farsi epica quotidiana. Una grandezza e una spinta alla grandiosità che suggeriscono uno spirito titanico. Eppure, c’è qualcosa che ti inchioda con dolcezza, come una premura di maestro che t’illumini il cammino.

la copertina di Viaggio salvatico

Alcune poesie estratte dal libro:

dalla sezione Scherzo per uomo e orchestra

Scorpione in acquario

Nella camera del grido misurò la potenza
della perdita, l’acquisizione vocale
e sanguigna, il dolore nascituro,
la gola che capì l’ossigeno e l’immobilità
del mondo, la mancanza di rotazione
reciproca, l’assenza della danza;
solo volti animali e alieni, facce stupide,
masse o massi di buchi bianchi e il presagio
della somiglianza, dell’essere parenti
stretti, o rumore che mostrava i denti
e rubava il pollicino, adorato ossicino
ambito da cuore e fiati, nell’orchestra
materna, fiutava l’amore, la traccia
epidermica, la madornale voce.
Dopo molto lavoro e tragica luce
l’ombra covava, tra l’umido e il vapore
e addome l’abbandonò; mostrò a tutti
la nuova forza e il regalo, lo sforzo,
tutto quanto già di marcio e di umano
aveva in corpo: fu fare l’universo, farsi
a pezzi, lasciare le orbite e gli occhi appesi.

*

dalla sezione Sudaria

Parto rurale

Marcia che svegli l’erba sulla nuca e batti
tra le gravine sorvegliate dal bracciante lunare
con la falce millenaria e metà faccia bruciata,
passeggiano in campagne uomini secolari
sbucano dai pozzi o dalle grotte alberate
con i nomi grezzi e le ossa dolcissime,
hanno doline di figli, foreste di nipoti
e danzano in amore sui colli caveosi,
a volte richiamano dai timidi torrenti
o dai buchi neri delle querce siderali
si prendono cura dei poeti grillai
mentre cianciano coi cirri o scrivono l’aria
vegliano i nidi e la fame dei corvi,
quelle barbe imberbi di dèi divoranti,
o il sarcasmo rampante delle gazze ladre
che ammaliano i passeri per depredarli;
si inoltrano nel solco dei sassi per scivolare
nell’infanzia sonora di un presepe vivente
dove in vasi comunicanti nuotano paesi
con voci labirintiche e madri di pietralacrima.
Sono i reali lettori del suolo, i rimasti,
guardiani mormorei della lingua dei mondi,
gli altri mammiferi sono andati in letargo
con la pancia ripiena e i neuroni spenti
qualcuno ride dal tafanario e sfiata silenzio
qualcun altro è già masso da un pezzo.

*

L’ultima traccia il figlio

Cigno di carta disarmata madre
distesa sull’acqua gonfia di morte
un pennello d’astri tra dita ovattate
dipinge la vita sul vetro diluviato.
Le onde materne dondolavano la culla
insegnando l’oceano dove si addormentava
il crepuscolo, quando parole disegnavano
l’universo delle somiglianze nella mente.
Regina del pianto atomico abbandonata
in un lago di sillabe sciolte, mio padre
e i padri dalle ombre imponenti furono degni
del tuo seno, ma questi figli oramai dormono
privi del gene, senza labbra. Sulla tua fronte
la sera non può specchiarsi e il giorno non ha ore
per baciarti, io selvatico visionario inseguo
le tue pupille, nuvole fisse nel profilo lunare,
l’ultimo lupo si estingue da tempo, restano
i meticci netturbini, orfani di luce e grazia
che brancolano nel buio, digrignando i denti
per raccogliere l’aria ignota che disperdesti.
E quel vento arido dove più non volano
lucciole o filastrocche, ricorda l’aroma
di un corpo vivo, murato, tra Ovest
ed Est, il salice scalcia tra le mani
attende il fiume degli occhi quiescenti,
l’anemone tace, l’eredità è una lacrima.

*

dalla sezione Adagio limbico

Piazza degli eroi

Ci trovammo nella piazza imbandita della sera
nel nucleo di una tavola meccanica
come tante posate volanti, come macchine scolpite
nel capodanno preistorico della fame: cigolavano
le moire dell’equilibrio, le muse strepitose
del ferro, come lance definitive, come teoremi
a orologeria, prima dell’ultimo canto nuziale
vagavano a folle i mulini a vento, le imprese ruotanti
di una storia che da un futuro voleva essere
raccolta, raccontata, come una bimba! E scoppiava
in lacrime d’argento, fiorivano i tarli argentini
sfinivano nell’estasi come il diavolo del passo
e smarrimmo l’alfabeto nella folgore cenerina
ma la tecnica non bastò a disarmare il sogno
la festa è un passaggio fossile, un furto della polvere,
un ronzino che acceca la corsa, una morte accesa.

(nota: rappresentazione urbana del “Don Quijote” del Teatro Nucleo argentino)

Gianpaolo G. Mastropasqua

Una Lucetta nell’intimo del mondo

di Filippo Davoli

Ogni volta che butto l’occhio nella cassetta della posta tremo: specialmente se vedo bianco (equitalia, scadenze e rinnovi, bollettume vario) o verde (beccata un’altra multa, vediamo dove stavolta). Ma altre volte fa capolino un bel colore ocra: libri. Un dono che arriva, e una curiosità grande di scoprire chi lo manda. È così che ho ricevuto l’antologia poetica di Lucetta Frisa (versi dal 1970 al 2014), edita per i tipi di Puntoacapo in un formato delizioso, estremamente maneggevole, di bella grammatura di carta e raffinata copertina.

Lucetta… ci conoscemmo perché mi ero messo sulle sue tracce dopo aver acquistato in un mercatino il suo, per me indimenticabile, Gioia piccola: ero rimasto sedotto dal suo racconto della polvere, elemento a me così familiare. E poi dalla musicalità naturalissima del suo verso, dalla delicata ironia e dalle molte fulminazioni disseminate con sapienza qua e là.
Lucetta… una poetessa in punta di penna, percorsa da quella grazia che è propria dei veri talenti.

È bello poter scrivere di un libro prendendolo anche a pretesto (o pre-testo) per una ricognizione del vissuto: quante occasioni ci hanno visto a fianco, sia a Macerata che nella sua Genova, con lei e con Marco Ercolani, a casa mia e a casa loro, nel nostro cortile municipale (che ospitava l’allora rassegna di “Poeti di Ciminiera” – anni a cavallo del nuovo millennio) o in una biblioteca rivierasca.
Ci siamo sempre di-vertiti, insieme: sia nel senso comune del termine, sia in quello più sottile del prendersi di peso e ripartire per nuove direzioni. Reciprocamente stimolati a nuovi e differenti percorsi. Sono anche contento che il suo Siamo appena figure (un dialogo in versi con alcuni dipinti per lei, ma anche per tutti gli altri, emblematici) vide la luce per i tipi di “Biblioteca di ciminiera”, nel 2003. Credo, a tutt’oggi, che sia uno dei suoi libri più significativi e particolari. Bello ogni volta che lo riapro. Che non subisce usura temporale e nemmeno emotiva, come invece mi accade con tanti altri.

L’antologia dell’opera di Lucetta Frisa, come dicevo, si intitola Nell’intimo del mondo (puntoacapo, 2016). Se ne può parlare anche a un po’ di distanza dall’uscita: perché i libri, fortunatamente, non scadono come gli yogurt. Sicché meglio tardi che mai, specie se meritevoli di attenzione.

Lucetta Frisa

Leggere dunque da capo a piedi questa antologia conferma un dato: la scrittura di Frisa è sempre in evoluzione, e tuttavia conserva un tenace fil rouge interno, dall’inizio alla fine.
Molti non lo sanno, ma Lucetta è anche stata attrice (legge la poesia come pochi) e cantante (ho alcuni suoi nastri rarissimi che chiariscono una volta di più da dove prenda origine la forte musicalità dei suoi versi, la felice tenuta metrica dell’intero suo dettato, che tuttavia scava e indaga la vita senza filtri, senza sconti): come scrive Vincenzo Guarracino in prefazione, <è a partire da questo omphalos, luminoso e insieme oscuro, esaltante ma anche doloroso, che prende il via un’avventura esperita col viatico consolatorio della scrittura (si scrive “respirando”), costruendo ogni volta vere e proprie partiture liriche e drammatiche, storie di un’inquieta ricerca di luce in cui si coniugano e trovano corpo pensiero e memoria in strutture di controllata densità, in una lingua mutevole e lunare, a tratti dramamaticamente franta, cavalcantiana (“una scrittura / di nervi e sinapsi”, come è definita nella raccolta L’altra, 2001), la cui esplicita ambizione è quella di far lievitare e sopravvivere “in punta di penna”> – appunto… – <quell’idea di sé enigmatica e femminile, cangiante, che ognuno si porta dentro, nei propri intimi “inferni”, come una risorsa o una condanna>.

Credo convintamente che l’avventura poetica di Lucetta Frisa sia una delle più convincenti nell’attuale panorama italiano. Può essere una lezione di autenticità per tanti, specie giovanissimi. E un monito per tanti altri, più scafati per così dire….

 

Lucetta Frisa e Marco Ercolani

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alcuni testi dall’antologia

*
Solo chi sale conosce il precipizio solo
chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo.
Ad ogni cosa mi portano segreti canali
quando le torri delle parole si rovesciano
in pozzi. Sepolti tutti i significati,
allora aperte si allacciano correnti
universi creati dentro altri. Il gallo
canta ed entra la sua voce nel nuovo
grembo del mattino che fu seme notturno
e sono albe tramonti frutti delle ore. Girano
gli occhi sul fondo delle lune, nuotano
verso il giorno che le ritorna morte
come pesci. E lo scheletro sta diventando
luce ho ancora sangue e nervi,
questo viaggio è testardo: è sempre
chiudere il libro e, soli, tentare.

*
Scrivere
La percezione del buio nello studio
mi insegna a non dimenticare
gli oggetti del giorno incolori e orfani
che scintillano assenti nello specchio.

Calma, nella notte, non invento nulla
neppure una parola logica – scrivo
respirando, tocco l’alfabeto infantile
che inavvertitamente si è fatto adulto.
Non ho imparato nulla di ciò che volevo sapere
qualcosa dico ma dimentico o ricordo
fuori di me, senza sforzo.
Il dolore c’è stato prima.

La percezione del buio nell’alta attenzione
ha distrutto lo sfondo, invaso
carne e cervello che provano nuovi sopori.
Le congetture bruciano.

È così facile scrivere. Lascio alla luce
ogni angoscia, pongo la mano sulla penna,
la stringo. Mi porta via, cieca.

*
L’arte di non pensarla
Spostando una sedia o una virgola si torna
nella pelle selvatica come negli abiti stagionali
(è la lezione dei climi variabili): lei si sposta da
un’altra parte.

Oggi ad esempio non ho voglia di morire,
non so perché, forse oggi il mio cervello ha humour
le butta addosso una testa d’asino
le appicca fuocherelli insidiosi.

Mentre brucia ficco gli occhi nei suoi che sgusciano
via e anche i miei se ne vanno di là e i pensieri
sono tutti laterali, non hanno voglia di esserci.
Visioni e illusioni la coprono di ghirigori.

C’è chi pensa che cambiando spesso registro
non si è seri. Verissimo. Si comincia a passi pesanti
per poi stornarsi, si apre la lotta con verità secche
si finge di chiuderla con finti fiori.

*
Maddalena
                        (George de la Tour)
Meditare davanti a oggetti chiusi
l’apertura del mondo:
uno specchio un teschio il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
L’occhio e il teschio per incantamento
si fissavano immobili allo specchio
mentre cadevano i miei lunghi capelli.
E lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro
la notte simulò un buio più vasto.
L’aria si accese vibrando mutava
le certezze vsibili in ombre
che tornavano in luci inconosciute
al buio ritornando, se ardevo il tempo
in trasparente polvere d’aria –

e fui solo uno sguardo nello spazio.

*
Gli sposi Arnolfini
                                          (Van Eyck)
Nel silenzio lo specchio mostra figure rovesciate
se è vero che siamo qui a bisbigliarci qualcosa
di molto elegante scandendo sillabe leggere
dove l’eco si cancella sulle labbra e pure
le mani, appena sfiorandosi, non osano farsi domande.
Se fosse questo il sogno di un’altra coppia
un mistero cortese che invisibile soffoca
nel quieto disegno delle cose per svelarsi
solo di là, nell’ardore di gesti dissennati
in ombre e profili capovolti. Ma è così
che ci immagina il nostro desiderio.

*
Le
parole
Le ama ancora nella loro dissennata
liturgia e nella loro folla cerca
un doppio che sembri ancora vivo,
e ama il loro rotolarsi
per espellere la disperazione
che sulla pagina imparerà uno stile.
Più infelice e inquieta se non scrive
scrive per aggiungere un po’ di fiato
al fiato il suo poco amore
all’amore se un giorno aveva traboccato
se si era fatta trapassare dall’ebbrezza
di suoni   uomini mare alberi stelle
notte vento animali
e se sapeva emozionarsi.
Quale poesia – si domanda –
ha l’arte di disarmare la tristezza?

 

 

3 inediti di Michele Bordoni, aspettando (ancora per poco) l’opera prima

Michele Bordoni

 

                                                           11 ottobre 2017, Varsavia

“Devi ridisegnare la tua ombra,
sottrarla alla lettura, alle influenze,
riconquistarti un volto nello specchio.
È questo l’esercizio necessario,
tutto il resto è onanismo, superficie”.

In questa forma, in questa esatta metrica,
nel parco sotto casa di Varsavia, mentre
s’inseguono a spirale gli scoiattoli
su per i tronchi dei noccioli, sagome
rosse, figure quasi umane. Poi
come loro si rientra nel fogliame,
ci si saluta in un incrocio di sole,
tu ed io rientrando in fretta dentro la vita.

(Mi chiedo  se anche questo sia onanismo,
questo altruismo di linguaggio, questa
necessità di ritrovarsi scritti.
Forse è il luogo migliore, ancora meglio
dello specchio, per compiere il lavoro
che dicevi: riafferrarsi. Però
senza lasciarti fuori, senza andarmene
avaro del tuo volto dentro il mio).

Varsavia – Łazienki Park

                                                 

*

                                                             Cimitero di Strudà, 4 agosto 2018

L’odore aperto dei fiori, del mare
di là dal muro a secco – non lo vedi
se non per un rintocco di memorie –
e il frullo degli uccelli tra gli ulivi
anticipano il sangue, la parola
e sembra tutto un vuoto, un margine
d’azzurro
la vita che si dona al suo contrario.

Eppure stabile nella sua forma
di cuspide e granito, la pietra d’ambra
che dall’alto delimita il cimitero.
“Non se ne andranno i morti dalla luce.
Resteranno ancora
gelosi del loro corpo, alla materia
alla caduta che li ha resi storia
due volte in doppia lingua
e voce”.

Strudà (LE) – Cappella della Madonna delle Grazie

*

                                                              Duino, 17 agosto 2018

Crêuza de mä

Il mare da Duino e dai suoi tetti
è un orizzonte azzurro impenetrabile
a chi guarda dal sommo della torre
il rivoltarsi in esso delle nuvole.

“Non separare ciò che è unito” – dice
la schiena rubiconda delle tegole
quella strada di pietra tra acqua ed aria
che indica il cammino della vista.
Tutto qui si offre al suo riflesso, all’ombra
d’angelo che intercetta la corrente,
o al rapido passaggio di una vela
bianca di gabbiano.

Duino (TS)

RESPIRARE IL MARE VOLANDO. Le giovani radici di Wladimiro Tulli e Umberto Peschi

di Filippo Davoli

Come si dice del mondo? Che siamo circondati dai vecchi. Non è vero: siamo invece circondati dal vecchio. Il futuro è come inceppato, ma cammina! Per questo i giovani sono la speranza, la forza del mondo! E capiscono, capiscono tutto e bene! Invece i falsi giovani fanno finta di capire, sono la vera rovina; perché il mondo va verso l’avvenire incontrando i giovani, con una forza innovativa continua.

A parlarmi così, durante una delle ultime interviste che gli feci, era stato Wladimiro Tulli, scomparso 15 anni fa, artista e figura emblematica del Secondo Futurismo da cui aveva preso le mosse nella sua Macerata, all’interno di quella feconda esperienza che è stato il “Gruppo Boccioni”.

l’allora Caffè Montecchiari a Macerata

Fondatore del “Gruppo Boccioni-Tano” – alla morte di quel Bruno Tano che constituiva un po’ l’anima del primo gruppo futurista maceratese, poi marchigiano (per dichiarazione dello stesso Marinetti) – Tulli era il più giovane di quei ragazzi “sotto i trenta” che nel 1936 decisero, seduti ai tavolini dell’allora Caffè Montecchiari, in quello che oggi si chiama Corso della Repubblica, di costituirsi come “Gruppo Boccioni”, aprendosi alle sperimentazioni artistiche di cui giungeva voce dalla capitale.

Umberto Boccioni era morto in guerra, segnando con le proprie ricerche pittoriche il primo quindicennio del secolo, tanto da costituire ancora oggi il maggior punto di riferimento dell’intera avventura futurista, quasi che il cosiddetto Secondo Futurismo non abbia avuto argomenti altrettanto degni di nota e di memoria, al di là della sua citazione cronologica.

In realtà, dopo il riflusso degli entusiasmi seguìto al sanguinoso primo conflitto mondiale, il risvegliarsi delle attenzioni intorno ai programmi estetici di rinnovamento, di cui senza dubbio il Futurismo era stato il motore primo (e a livello europeo), consentì un’attenzione nuova a quegli intendimenti, favorendo il sorgere di vere e proprie scuole locali: da quella torinese a quella umbra, a quella maceratese-marchigiana.

Se cioè la prima fase di sviluppo del Futurismo si era incentrata sulla figura del fondatore, il Secondo Futurismo guardava ancora a Marinetti, ma rendendosene autonomo, in grado di sviluppare i propri percorsi di ricerca senza venire meno alla coerenza di ciascuno sia come singolo artista, sia come membro attivo del gruppo di appartenenza. In questo senso, ancora, se ad esempio nel gruppo umbro l’attività gravitava intorno alla dominante presenza di un Dottori, il gruppo maceratese-marchigiano – come sottolineato da Enrico Crispolti nella prefazione al volume Futuristi nelle Marche (De Luca Editore, 1982) – “se ebbe in Tano una personalità molto intensa, fu in realtà più corale, dunque disposto più ad esprimere una dialettica di modelli possibili, che non un modello dominante e perciò più definito”.

Bruno Tano, Senza titolo

Ricordo una chiacchierata fenomenale con Umberto Peschi, un altro protagonista di quella stagione maceratese (e romana, perché era vissuto nella capitale dal 1936 al ’46), e maestro di un altro maceratese illustre, lo scenografo Dante Ferretti. Mi diceva Peschi:
Io sono stato a Roma dal ’36 al ’46, negli anni migliori… e qui Tulli ha commesso un errore: non ha lasciato il paese… intendo dire Macerata… perché il paese non gli poteva dare più di tanto, non lo poteva contaminare… perché Macerata è proprio così, si sa, c’è  come una cappa di piombo sopra… A Roma, invece, vivevi il Futurismo in prima persona… Prampolini, Marinetti, Licini, insomma un’altra cosa…
Per quanto, peraltro, Casa Peschi in Via Lauro Rossi a Macerata fu il teatro naturale del primo incontro tra Tulli e Marinetti, ospite del primo e animatore di una serata indimenticabile, a base di arte, castagne e vino rosso. Lo slancio creativo e ideale mischiato fatalmente alla semplicità della vita.

Umberto Peschi

A fondare il “Gruppo Boccioni” – sotto l’egida di Bruno Tano – erano stati Rolando Bravi, Paolo Ferdinando Angeletti, Sante Monachesi e Mario Buldorini (nome caro ancora oggi ai concittadini, ma per l’attività alimentarista e gastronomica condotta inesaustamente fino a vecchiaia inoltrata; e presso la sua bottega – tra il profumo dei supplì – il dibattito sull’arte era continuato anche negli anni della Ricostruzione, del Boom e oltre, fino alla chiusura dello storico negozio).
All’interno del Gruppo c’erano anche due musicisti: il fratello di Mario Buldorini, Ermete Jr. detto Mimì (pianista), e Mario Monachesi Chesimò (primo maestro di canto di Mario Del Monaco): fu proprio Chesimò a pubblicare su L’azione fascista locale, il 6 marzo 1934, un articolo di intenzioni fortemente innovative nel campo della musica, in cui peraltro, si avvertono ancora molto certi toni dei Manifesti pratelliani:

Pittori e poeti sono riusciti a rendere con la nuova Arte la spiritualità delle cose, perché dunque noi musicisti non abbiamo il coraggio di affrontare il medesimo ed arduo problema? E’ ora che anche nella musica si cominci a svecchiare. Basta con le stranezze armoniche e contrappuntistiche applicate al melodramma, basta anche con questa specie di spettacolo che ai nostri tempi non ha più ragione di esistere (…) La musica che fino ad oggi abbiamo ascoltata ed eseguita sta sulle nostre anime irrequiete come starebbe la cipria sul volto di un minatore appena uscito dalle viscere della terra. Bisogna avere il coraggio di staccarsi dalle tradizionali convenzioni e cercare di creare ancora, di creare sempre per appagare le nostre anime di artisti che fissano arditamente il sole, cercando nuovi motivi e creazioni dell’animo”. 

Firmarono pochi spartiti aerofuturisti, perché presumibilmente per primi non credettero fino in fondo in quella auspicata rivoluzione; però, sorprendentemente, a riesaminarli oggi, ci si rende conto che sono spartiti più futuristi di certe pagine di Balilla Pratella, così legate – invece – nei fatti alla tradzione da cui – essendo allievo di Mascagni – Pratella discendeva direttamente.

Wladimiro Tulli e Filippo Davoli negli anni ’80

Di Peschi, l’anno prima della morte di quest’ultimo, Tulli mi raccontava:
Con Peschi si sta bene, perché ti dà fiducia. Peschi, a quasi ottant’anni, è giovane. Non ha mai paura di ricominciare. Abbiamo fatto tante cose insieme, ne facciamo ancora tante, insieme… gli sono molto grato per il calore che riesce a infondere, per l’energia, per la passione che mette nel suo lavoro… siamo stati insieme per il mondo, insieme nella creatività, insieme nell’invenzione di situazioni, insieme nel rischio, nell’avventura (che è il rischio più il movimento).
E ancora:
E’ l’amore che muove tutto! Io e Peschi l’abbiamo conosciuta e raggiunta, la luna! Era la luna di Licini, sulla quale eravamo da soli, all’atterraggio. Gli altri sono venuti dopo vent’anni, quando la colonizzazione della luna era già avvenuta… Con Peschi sono sempre partito, attraversando con le seconde classi tutto il Paese, e siamo sempre in partenza!

Gli faccio io:
Però tu sei sempre tornato…
E lui:
Non ho lasciato Macerata perché allora era difficile anche partire, ma molto più coraggioso restare! Se non fossi restato, forse non saremmo stati insieme nell’arte, chissà… abbiamo fatto molto per Macerata, sapendo il valore delle radici, che sono anche il punto di arrivo: la madre, ma anche l’obiettivo (…). Ciò che conta non è il risultato, ma il rischio insieme, l’incontro. L’amicizia è fervore, stima, ricerca insieme. Questo oggi, a Macerata, è possibile;  a Roma non più. E’ finito, quel tempo. Oggi la grande città è possibilità di incontro-mercato… ci siamo accorti che oggi la fucina è l’artista, che è solo contro la città. Lui fa ricerca ovunque. Tutti noi artisti restiamo vigili fuori dalle mura… io e Peschi abbiamo sognato insieme, lottato non contro ma a favore di qualcuno… di noi stessi e dei giovani, che sono la nostra unica certezza-conforto, verso cui si dirige la nostra espressività, che ci emoziona ancora e sempre come la prima volta. 

un’aeropittura di Tulli

Credo, a distanza di anni, ripensandoli tutti e due nei luoghi che sono anche i miei, con quella loro bella e calda energia, quella innamorata e innamorante innocenza, quella freschezza da dentro che non dimenticherò mai; credo, dicevo, che il motore primo di quella loro esperienza giovanile (non ideologica né tanto meno in linea coi ranghi in voga allora…) risieda proprio nell’amicizia.

L’amicizia tra più o meno coetanei, in un periodo buio della storia italiana, combattuto con l’arma tenace e semplice di una forte sinergia animata dall’arte prima, e nella Resistenza poi; periodo di stenti economici, di pochi divertimenti, ma anche – per contro – di fervide curiosità; un periodo in cui la fame e la povertà hanno avuto il potere di generare una solida complicità tra ragazzi: così, dalla sensibilità di un Tano o dalla fama di un Pannaggi (già in Germania al Bauhaus e poi in Norvegia); dalle letture collettive ad alta voce offerte in una cantina agli analfabeti da chi sapeva leggere; come pure dai primi e timidi – ma fortemente cercati e voluti – contatti con gli artisti della Capitale, si sono originati i linguaggi artistici degli uni e degli altri, in una fervida sperimentazione tra pittura, poesia, musica, scultura e cinema (sì: anche cinema, ad opera di Amorino Tombesi, un altro di quel gruppo formidabile).
Stagione nata dalla vita di tutti i giorni e destinata inconsapevolmente alla storia.

Umberto Peschi, Aeroritratto di un aviatore

 

Una poesia misurata. “La luce di taglio” di Elisabetta Pigliapoco

di Riccardo Canaletti

Ragionare sulla poesia è compito complesso, compito che molti grandi hanno fatto loro, da Leopardi a Bigongiari, da Bonnefoy a poeti viventi come Milo de Angelis (lui che, durante il post-sessantotto, scansava la politica per la Parola, la Parola in sé, cercando qualcuno che “amasse la poesia” – così scriveva nelle bacheche universitarie). Ma questo ragionare sulla poesia non è un obbligo, un passaggio obbligato. La poesia di oggi, che sembrerebbe affetta da intimismo spicciolo e superficialità cavalcante, è invece semplicemente un altro percorso. La poesia, infatti, al netto della riflessione sulla poesia, è e resta tale grazia alla mietitura quotidiana, al setaccio, non alla difficoltà o alla complessità filosofica del pensiero “poetante” alla base. Non tutti sono Leopardi, non tutti sono Luzi. È mio parere, personalissimo, che filosofia e poesia possano camminare insieme, arrivando a realizzare la priorità della prima sulla seconda (“Les jugements sur la poesie ont plus de valeur que la poesie”, scriveva Lautreàmont). Ma questo non toglie valore a una poesia temperata, moderata, “apparentemente semplice”, che comunque e sempre si distingue dalle banalità in voga, come pure dal poetese, o dal vuoto cognitivo di tanta poesia contenutistica che con nonchalance liquida la forma. Ci piace piuttosto, nel rispetto e nella prosecuzione della nostra lirica, rinvenire le tracce di un andamento che si rinnova, senza tuttavia perdere o sminuire la lezione di quanto abbiamo alle spalle.

La luce di taglio, titolo esplicativo, è l’opera poetica di Elisabetta Pigliapoco, ospitata dalla collana diretta da Umberto Piersanti per Archinto, “La città ideale”; riprendendo dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia le prime righe, potremmo arrivare a dire che la poesia della Pigliapoco si inserisce in quella linea, frequentata in questa epoca, che mira ad una immediatezza nella percezione di un qualcosa di più. Potremmo chiamare questo “sovvenire” una evocazione, ciò che esce fuori dopo una lunga frequentazione con un dato fisico. Su questo punto, possiamo riconoscere (insieme a qualche analogia con il canto marchigiano) soprattutto le differenze con una poesia contemplativa, concettualmente a volte intrattabile per difficoltà del dettato; qui, invece, ogni poesia, qualunque sia l’argomento (particolare rilievo hanno i testi sul dolore), riemerge con naturalezza dal proprio campo semantico senza perdersi, senza dissimulare, misurandosi costantemente con l’evidenza dell’osservazione, la pervasività delle esperienze di vita che, pur accolte nel tempo, non cedono al filosofare facile sui temi archetipici. I versi sono diretti: diretti nel senso di netti e nel senso di orientati. La poesia di Pigliapoco è consapevole, conscia delle proprie modalità di espressione. Una poesia misurata che ha la grazia (e la sapienza) del proprio porsi così e in nessun’altra maniera che così. Una sorta di compiuta e convincente autoregolamentazione, in cui linearità non significa in nessun modo scontatezza. Con La luce di taglio, piuttosto, Elisabetta Pigliapoco ci consegna una raccolta profondamente rispettosa e – vorremmo dire – accogliente della parola poetica e della vita.

Elcito

Il capitello mostrava le sue linee
curve e azzurre alla luce bianca
d’una piccola torcia a manovella

ma l’ombra più chiara l’ho trovata
nella strana pianura sopra il monte
e tronchi stretti e fitti
quei ceppi giganti,
alberi soli e immensi
nella vasta faggeta che declina
appena, tra erbe basse e chiare

splendevano i cardi luminosi
il fiore salto sopra il gambo
qualcuno d’argento già ricaduto
come lieve soffione dietro al vento

eravamo un originale assortimento
a salire i gradini del paese
al nudo scoglio abbarbicato
chiuse le finestre piccole
sul vuoto grande e verde
dove calda l’aria, a raffica
sibila anche a luglio

ci saremmo tornati tutti
più tardi, ma i tuoi posti
li abbiamo visti un venerdì
dell’anno che ci divideva

rimangono ora secche sulla mensola
e troppo fragili le foglie
di quegli alberi che non sapevamo

Vento di novembre

fili d’erba gialla
scolorano il giardino.
Dal prato ogni resistenza
vana al passo consueto
che lo abita.

“novembre ti sarà lieve
se conservi il tepore del giorno”

Ma dentro s’alza
un vento impercettibile
come quello che alla sera
agita i bambini
e li fa piangere.

 

Elisabetta Pigliapoco

Elisabetta Pigliapoco è nata nel 1972 a Jesi (AN), dove insegna Lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Ha curato insieme a Maria Cristina Casoni il volume La terra e le stagioni. Il modello marchigiano nella letteratura contemporanea (Fernandel 2003). Nel 2005 è uscito Fuori dal coro. L’opera di Massimo Ferretti, (peQuod). Nel 2006 ha ha firmato insieme a Massimo Fabrizi il capitolo Novecento del volume Introduzione alla letteratura delle Marche. Nel 2010 ha curato Patrie poetiche. Luoghi della poesia contemporanea (peQuod). Nel 2018 pubblica per Archinto il libro di poesie La luce di taglio per Archinto editore. Collabora alla rivista «Pelagos» ed organizza eventi e incontri di poesia e narrativa contemporanea. Sue poesie sono uscite su «Pelagos», «clanDestino», «nostro lunedì», «Liberal».

Turoldo, Giona e il Dio che è una rovina

di Gabriel Del Sarto

Nella raccolta Il grande Male, ora pubblicata in O sensi miei, Turoldo dedica un breve ciclo di poesie a Giona e al suo libro profetico, dal titolo Novena per Giona[1].

Giona lo conosciamo, è il profeta disubbidiente, e per questo estremamente simpatico e umano, che tenta di sottrarsi alla missione che Dio ha predisposto per lui: predicare la conversione a Ninive, a una città non israelitica, perché gli abitanti si possano salvare dalla sua collera. Giona le prova tutte, fugge a Ioppe e si imbarca per Tarsis per sfuggire alla chiamata di Dio.[2] “Giona prende la fuga – scrive H. Bloom[3] – perché non vuol essere il Geremia di Ninive; probabilmente pensa di fuggire davanti allo Jahveh di Geremia e di Giobbe, il Dio di coloro che soffrono.”

Alla fine, come sappiamo, Giona, dopo aver passato tre giorni nel ventre del pesce, si vede costretto a seguire il volere di quel Dio implacabile e sconcertante che è JHWH.  Si reca a Ninive e profetizza la sua distruzione. Ninive, continua Bloom “con suo grande scandalo sconforto […] accetta il suo messaggio, si pente ed è salvata, e questo lascia Giona di pessimo umore.”

Il quadretto finale, con lo sdegno di Giona per la pianta di ricino che Dio ha fatto crescere e poi seccare, è la degna, ironica e sublime chiusa di un piccolo capolavoro della letteratura biblica, che ci insegna che in fondo JHWH è libero di non dare seguito alle sue minacce e di impietosirsi, senza doverci poi troppe spiegazioni. La missione del profeta è riuscita, anche se costui non è d’accordo. Il Dio che viene mostrato in questa storia è un Dio aperto anche ai non israeliti, come sono i niniviti e come scrive sempre Bloom: “L’autore di Giona torna allo Jahveh benignamente sconcertante di J, uno Jahveh dotato di notevole ironia e di un forte senso dell’umorismo. […] Udiamo di nuovo lo Jahveh di J, incommensurabile ma sottilmente benevolo, sconcertante ma anche rassicurante, in questo rimprovero a quell’imitatore fallito di Geremia.”.

Turoldo nutre un sentimento di vicinanza, di fratellanza, con questo profeta insolito, così lontano dal nabi incarnato da tanti altri profeti maggiori. Per questo si cimenta con Giona: desidera raccontare una vicinanza di destini, una solidarietà impellente, anche lui con quel suo carattere ribelle e troppo sensibile. Novena per Giobbe è un esempio di quell’atteggiamento assunto dal frate-poeta nei confronti del testo biblico, che lo rende affine alla tradizione midrashica ebraica: il testo è lì, per essere tenuto fra le mani, per essere indagato, aperto, continuamente ridetto. Un testo vivo, da trattare alla maniera della tradizione midrashica.

Giona, piccolo profeta,
fratello mio e amico
di sventura, Giona
dove vai?

Non andare a Tarsis.
Tarsis è nell’Occidente,
L’Occidente è la notte
la tomba della luce:

Non andare a Tarsis,
Giona, o colomba
di Dio!

Fuggire, fuggire,
Dio è una rovina:

Fuggire dove?
Ovunque,
ma non in Occidente.[4]

Il consiglio è quello di non andare nella terra che ha preferito le tenebre alla luce, quell’Occidente che ha ucciso Dio e che, fra le altre cose, ha teorizzato una distinzione fra il mondo dello spirito e quello della materia, assolutamente contraria al pensiero biblico ebraico.

Ma prima di questa condanna storica, Giona è per Turoldo come un compagno di ventura che fugge da colui che è “una rovina”. Nel testo biblico di Giona non sta scritto che Dio è una rovina, si tratta di una aggiunta di Turoldo, una di quelle libertà necessarie per potersi davvero intrattenere con le sacre verità: la libertà del dialogo. Il poeta friulano pare non riuscire a darsi una spiegazione soddisfacente dell’accaduto,  per questo si insinua in un vuoto del testo sacro proponendo un punto di vista che è spiazzante: facendosi solidale con Giona, commenta il testo biblico e ne fa scaturire nuove sfumature e riflessioni, nuove possibili letture. Come a dire: “Anch’io, che pure ho scelto il sacerdozio, sono d’accordo con te, e il nostro è un Dio che trascina con sé alla rovina, una “inesorabile voce” che chiama ad un’avventura troppo grande”.[5]
Allo stesso modo nella parte IV:

Quando il mare e il vento e la bufera
e i marinai impauriti
eseguivano tutti
un unico disegno:

– perché bisogna,
è necessario,
è volere (oh,
vocazione!)
[…][6]

il profeta Giona

È il tema della vocazione a cui è impossibile scampare. Persino la natura e i pagani concorrono al disegno divino e alla fine della fuga di Giona. Tutti i nove componimenti turoldiani, brevi e brevissimi, si pongono, in definitiva, come una sintesi esegetica originale del libretto veterotestamentario. La stessa chiusura rivela, nel suo concentrarsi attorno ad un simbolo unico ed esatto, un desiderio di dire cose ulteriori, di suscitare, con analogie e simboli, nuovi legami.

Giona, piccolo
profeta, non ti è dato
neppur di morire:
o colomba di Dio.[7]

Tutto è nell’ultimo verso: la colomba di Dio. Il simbolo della colomba è, nel Nuovo Testamento, quello dello Spirito di Dio, legato alla ruah delle origini. Giona è indicato da Turoldo come una creatura prediletta da Dio, a tal punto da assimilarla al suo Spirito. Il nostro poeta è certo che JHWH avesse un debole per lui, che lo trovasse, diversamente dai commentatori della Bibbia di Gerusalemme, estremamente simpatico[8].

In questi testi, dunque, c’è il desiderio di comprendere le ragioni di Giona, per trarne un barlume di conoscenza sulla natura dell’azione di Dio. Dio può chiedere cose contrarie alla nostra indole, costringerci in qualche modo a compierle e poi persino rivoltarle in favore dei “pagani”, negandoci ogni immediata soddisfazione. Un Dio poco prevedibile, che pare giocare con tutti, soprattutto con Giona, il suo profeta, che si trova costretto a fare ciò che non vorrebbe, ma anche coi niniviti che, dopo lo spavento e la decisione di cambiare comportamento, sono facilmente perdonati, e infine con la natura che, nelle figure della tempesta del pesce e della pianta di ricino, appare materia nelle mani di un creatore irriverente.

Novena per Giona, in sostanza, sonda la natura della vocazione a seguire JHWH, il Dio insondabile eppure rivelato. Un mistero che Turoldo invece di svelare infittisce, facendoci cogliere come la chiamata derivi dagli abissi insondabili dei pensieri di Dio. E la poesia è lo strumento unico per dire qualcosa attorna ad essa, “perché” come scrive lo stesso poeta “la poesia non racconta ma suggerisce”.[9]

Cozzano qui due pietre focaie: il testo eterno e rivelato da una parte, la biografia di tutti dall’altra.

David Maria Turoldo

_____________________________
[1] O sensi miei, BUR, 1990 (d’ora in poi OSM) pp.521-526
[2] Gn 2,1
[3] H. Bloom, Rovinare le sacre verità. Poesia e fede dalla Bibbia a oggi, op. cit. Citazioni da pp. 32-33.
[4] Novena per Giona, parte I, ora in OSM p. 521
[5] Cfr. da Nel segno del Tau op. cit.la poesia Il cielo non risparmia nessuno ora in OSM p. 669
[6] Novena per Giona, parte IV, ora in OSM p. 523
[7] Id. p. 526
[8] Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, pag 159: “Qui ognuno è simpatico, i marinai pagani del naufragio, il re, gli abitanti e perfino gli animali di Ninive, ognuno, salvo il solo israelita che sia in scena – ed è profeta – Giona!”.
[9] Da Mie notti con Qohelet, op cit. p.45

“Sdegno il verso che suona e che non crea”. Appunti a margine di un verso del Foscolo

di Michele Bordoni

I versi che intitolano questo tentativo di riflessione provengono da un’opera che, come è ben noto, è rimasta incompiuta. Sembra significativo che Le Grazie, poema finalizzato alla celebrazione evocativa della quintessenza dell’arte resti impigliato nello sforzo di dare legge e corpo a qualcosa (la poesia) che ha solo se stessa per dimostrarsi. Se Foscolo resta ai nastri di partenza quando si tratta di concettualizzare – seppur simbolicamente, con l’apporto del mito – la poesia è, questo, conseguenza del fatto che essa sia destinata a fare i conti con quanto di più vecchio ci sia al mondo, ossia il proprio nome. È fin troppo risaputo che “poesia” derivi da poiein, “fare”, così come è ben conosciuta la derivazione di “dramma” da dran, “azione”. Queste due parole greche, lungi dall’ipostatizzare qualcosa al di sotto del loro nome, richiamano l’essenza della loro costituzione facendola equivalere ad un’attività che è pura pratica, gestualità che resta legata al suo corpo ed al suo peso. Poesia come pratica allora, e nulla più di questo. Sorprende che, dalla grecità a Foscolo e fino ai nostri giorni, non si sia potuti avanzare un minimo da questa definizione: forse perché essa non è una definizione: forse perché più oltre di così la poesia, calata nella gestualità del reale, non dimentica della sua contingenza né dell’essere legata ad una verità che è un hic et nunc (per dirla con Yves Bonnefoy) e non il mallo, la mandorla di un manipolo di essenze (per dirla invece con Mallarmè) non deve veramente andare. Tra la pratica della poesia e la sua definizione infatti si compie un salto, sempre dannoso. Tra affermare che la poesia è ciò che è, sfiorando la tautologia, e affermare che essa è la patria dell’essenza e dell’Essere si rischia di finire dentro un baratro che risucchia la poesia e la sua forza.

Chi scrive quel baratro l’ha sperimentato e l’ha visto; nulla di preoccupante ovviamente, per quanto a volte anche un autobus (perché esso è veramente reale) possa essere provvisto di una pericolosità emotiva assai superiore alle aspettative. Specie se nell’autobus chi scrive assiste ad un furioso litigio fra l’autista e un passeggero abitualmente refrattario dal pagamento del biglietto, fra questi e il coro tutt’altro che impartecipe degli altri viaggiatori. Specie se il biglietto costa un’inezia e per questo nonnulla si inizia una gara di insulti e di grida fra gente umana, semplice. Specie se questa scena di umanità “al grado zero” si presenta con la sua disarmante semplicità dopo un’intera giornata passata a condividere con altri poeti e scrittori le proprie idee sulla poesia, giornata il cui leitmotiv è stato quello di: “La poesia è la parola scavata nel silenzio in cui si ascolta l’essenza e questa si fa voce spezzata nella condivisione”. Questa frase “suona”, come direbbe Foscolo, ma si trova nell’imbarazzo di una povertà che è impotenza nei confronti di quello che sta succedendo su un autobus. Quella poesia concorde alla sua definizione non “crea” nulla, nessuno la avverte. Non serve a niente. Non che la poesia debba servire ad uno scopo chiaro…ma qui si tratta di impotenza nei confronti del reale e della parola che pure, mi dicevo, anche in questo aspetto barbaro e spiacevole meritano un posto tra tutto quello che è il “dicibile”. Se la poesia è questo spazio del dicibile, perché escludere quanto di più umano possa esserci e andarsi a rintanare nel mondo delle essenze? Perché quell’impotenza si tramuta in snobismo e allontanamento? Mi veniva in mente una frase di Paul Valery: “Non ci ubriachiamo mica con le etichette del vino”. Traduco: una poesia che mi priva del piacere-dolore del reale rinchiudendolo in categorie che annullano l’impatto di questo, di questo qui e ora, che poesia è? Che umanità si nasconde in essa?

Rainer Maria Rilke

L’autobus poi, consumato il litigio, è partito e nel viaggio di ritorno ho potuto rimeditare alcune parole che Rilke scrisse a Lou Andreas Salomè sulla scia della recente conoscenza di August Rodin. Sono parole del 1903: “In qualche modo devo giungere anch’io a fare cose, non plastiche, scritte – realtà che scaturiscono dall’arte”[1]. Fare cose, trovare la loro realisation per mezzo di un estenuante lavoro. Lavoro che, nell’epistolario rilkiano, torna ad essere il metronomo principale delle lettere nel 1907, stavolta affiancato al nome di Cezanne, con tutta la valenza artigiana nascosta nel poiein. Questo è un lavoro che non sopporta eccezioni, un atto di devozione che per il quale ci si rende quasi schiavi, costretti ad aderire alla plasticità tattile delle cose, come un “vecchio cane di quel lavoro che lo chiama e lo chiama, e che lo batte ce che gli fa patire la fame”[2]. Il lavoro, la pratica che queste lettere suggeriscono è una pratica dello sguardo, un Anschauen, un guardare dentro gli oggetti e la realtà che possa finalmente risolvere la contraddizione dialettica tra intenzione (la precipua tonalità delle cose che le rende uniche e irripetibili) e intonazione (la resa che, attraverso la voce del poeta, dalle cose torna alle cose). Il poeta produce cose; le trova nella realtà, le accoglie e le restituisce nella poesia. Nessuna trasformazione metafisica, nessuna sublimazione, puro lavoro di lima nei propri confronti. La poesia è una pratica di dizione, non la teorizzazione di una parola “innamorata” che concettualizzi il poiein rendendolo la messa in pratica (non la pratica) di un protocollo. È osservando Cezanne che Rilke nota come:

“ci si accorge anche meglio, di volta in volta, di come fosse necessario andare oltre l’amore […] Si dipingeva : questa è la cosa che amo, invece di dipingere: ecco la cosa”[3].

Ecce res. Questo basterebbe, rendere agli occhi, come per la prima volta, la realtà nella sua spietata faccia di realtà, senza possibilità di scelta, con immensa onestà nel gesto di accogliere. La poesia è una pratica di resistenza, il grido con cui si afferma che qualcosa in se è qui presente, qui, ora, tangibilmente, come questo litigio, questa tensione, questo senso di impotenza in un autobus serale. E se è vero che tutto, nell’imminenza e nel rischio della perdita, sembri acquisire maggiore evidenza, la poesia è la voce di quella evidenza:

Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo, dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare[4].

La poesia mi pare più fraterna, più umana, nella sua difesa da una definizione. Forse anche più sana, esercizio che sospende la presa e che si limita ad indicare che questo è quello che viviamo, questo è quel che è. Come per l’amore, la poesia non si dice. Si fa.

 

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[1]Rainer Maria Rilke, Lettere su Cezanne, Passigli, Firenze, 2001, p.23
[2]Ivi, p. 58.
[3]Ivi, p. 67
[4]Ivi, p. 26