Quella bella intuizione del F.R.E.M. Quartet

di Filippo Davoli

Definire una formazione stralunata e strampalata come il F.R.E.M. Quartet è impresa quasi titanica. Anzitutto perché, più che una formazione musicale in senso stretto (e in senso stretto proprio non lo era) e più che un’operazione studiata (e non era nemmeno questo), si trattava della necessità di trasformare in altro l’amicizia che stava legando il sottoscritto e il pittore Marco Grioli, il percussionista Roberto Sleepin’ Angeletti e il chitarrista Emanuele Franceschetti.

Con Emanuele ci si conosceva già: giovane poeta dall’impronta già delineata, nonché valente chitarrista montegranarese, allievo di Roberto Zechini, era stato tra i primi – insieme a Davide Tartaglia e Jonata Sabbioni – a contattarmi per avere un parere sulla propria scrittura.
Marco Grioli, invece, l’avevo cercato e rintracciato io, dopo essere rimasto folgorato da alcune sue tele esposte in una gelateria maceratese.
L’unico che faccio fatica a ricordare come l’abbia incrociato è proprio Roberto Angeletti.

Faccio fatica a ricordare, probabilmente, perché – come spesso accade in una città che è in realtà “un equivoco” (come amo ripetere, trattandosi infatti di un piccolo borgo che non arriva a cinquantamila abitanti) – almeno di vista ci si conosce da sempre un po’ tutti quanti. E quello spilungone dai lunghi capelli biondi, evocante un vichingo ma forse – più ancora – un antico franco (la nostra zona è piena di reperti carolingi), non era certo tipo da passare inosservato: magro, rugoso, occhio per contro vividissimo e attento, voce calda e profonda, delicatezza d’animo e di modi, spiccata ironia, abbigliamento perennemente casual tendente ai ’70, tra la nostra gente era più noto col nome d’arte di Deejay Sleepin’: che tutto faceva meno che far dormire con i suoi eccellenti mixaggi, ma – come già detto – l’ironia di cui era portatore sanissimo aveva saputo ricavarsi quel nome ossimorico. Sì, ai più era noto come un bravissimo deejay.

Ricordo invece molto bene, direi indelebilmente, le molte serate passate a raccontarci la vita di perenni spiantati, ma anche le intuizioni di un amore (quello per la musica, ma anche per la poesia, per la fotografia, per l’arte tutta) che pian piano ci hanno tutti e quattro coinvolti e stimolati a cercare una via comune, un intreccio, un’occasione di raccordo. Correva l’anno 2012.

un fotoritocco del F.R.E.M.

Intorno a noi gravitavano altri amici ed amiche, anch’essi implicati nel “non-progetto”: la pittrice Irene Dipré, il fotografo e architetto Carlo Ottaviani (cui dobbiamo un bel servizio in bianco e nero che racconta l’esordio in pubblico del F.R.E.M.), quà e là  Luca Morici, altro bravo pittore, e il contrabbassista Nico Iommi, il trombettista Filippo Cappelletti che suona jazz soffiando nei tubi delle gronde, etc.
Gente poco comune che, in determinati snodi della vita, ha chissà perché l’agio di confluire nel medesimo posto, anche senza l’ombrellino e la valigetta di Mary Poppins.

da sin.: in piedi, Marco Grioli; seduti: Filippo Davoli, Roberto Angeletti, Emanuele Franceschetti (foto di I. Dipré, 2012)

E il bravissimo deejay era invece soprattutto un eccellente percussionista: che finalmente mi diede modo di vedere da vicino un pandeiro e un berimbau. E di sentirli suonare live, grazie al tocco magico delle sue mani lunghissime e nodose. Per me, avvinto come l’edera alla MPB dagli anni dell’adolescenza, un regalo senza pari. Era come veder piovere, nelle stanze di fortuna che ci accoglievano in quei pomeriggi di delizia, Milton Nascimento insieme ai suoi angioletti neri di Minas Gerais; o farsi presente la voce risonante di Vinicius sottolineata dalla chitarra di Baden Powell; e con loro Jobim, Chico Buarque, Elis Regina, Maria Bethania, Dorival Caymmi, e Pixinguinha, fino a Carlo Marrale dei Matia Bazar – che magari fosse stato presente per davvero: la festa durerebbe ancora!

un’altra rilettura scherzosa del F.R.E.M.

Le nostre erano “jam sessions” a tutto tondo: nessuna prova precedente, si andava a sintonia. Se c’era, qualcosa usciva: erano i libri che avevamo commentato sere prima, o l’eco di manicaretti dell’ultim’ora, o i quadri che ci sapevano stordire; altrimenti silenzio. Marco Grioli si portava appresso dei lenzuoloni e una sterminata serie di colori e pennelli; poi la magia iniziava. Le tela registrava – come un elettrocardiogramma – le note e le parole, le voci e le pause. E ognuno di noi, in fondo, partecipava dell’esperienza dell’altro. Eravamo la forza del nostro incontro quotidiano, del nostro parlarci e frequentarci, del nostro metterci in comune con semplicità ma anche con attenzione reciproca e fondante.

un altro divertente fotoritocco del F.R.E.M.

F.R.E.M. stava per Filippo, Roberto, Emanuele, Marco. Le nostre iniziali. E arrivò pure qualcuno che credette in noi come gruppo (singolarmente ci conoscevano già, ognuno nel nostro specifico campo d’azione): fu tuttavia il critico d’arte Lucio Del Gobbo, che trovandosi ad allestire la Mostra-Omaggio “La casa di Peschi. Il perimetro del pensiero” in onore dello scultore Umberto Peschi presso Palazzo Buonaccorsi a Macerata, ci offrì la chance (unica e ormai, purtroppo, irripetibile) di un esordio pubblico durante la serata dell’inaugurazione.

da sin.: Marco Grioli, Emanuele Franceschetti, Filippo Davoli, Roberto Angeletti (foto di I. Dipré, 2012)

Ricordo che, tra un verso e un colore, tra un accordo e un graffio sulla pelle dei tamburi, mi permisi (accorgendomene quando era troppo tardi per tornare indietro) un sottofondo sussurrato della melodia di The day of wine and roses: un pianissimissimo quasi tra le lacrime, tale e tanta erano l’imbarazzo ma anche la commozione per tutta quella semplice bellezza che si dischiudeva intorno e in mezzo a noi.
Ci accorgevamo di non esserci sbagliati, che quella piccola cosa rappresentava un sicuro traguardo dialogante, ed anche un’occasione aperta ad altri. Un invito che si rilanciava di sguardo in sguardo, di ammiccamento in ammiccamento, nel mentre che si porgeva attraverso di noi.

Mary Poppins è ripartita, al tempo stabilito. Le incombenze della quotidianità ci hanno riassorbito. Giusto un anno fa, reincontrando Roberto al bar, seduti davanti a un buon caffè, ci siamo accorti che erano già passati sei anni.

Roberto Angeletti

Avevamo deciso di rivederci tutti, magari sotto le Feste. Una cenetta tra buoni amici un po’ ammaccati dalla vita, ma sempre di buon umore e propositivi (che forse è un po’ anche una prerogativa di noi nati a metà degli anni ’60). Roberto, però, ci ha lasciati qualche settimana fa, all’improvviso. In punta di piedi. Una malattia veloce e senza contraddittori.

 

Con Marco, allora, abbiamo deciso di rompere gli indugi senza aspettare oltre. E’ così che è nato il progetto (stavolta sì) di una “Piccola personale dialogante” tra poesia e pittura, che si inaugurerà il prossimo sabato 4 maggio alle ore 18 a Recanati, presso “SpazioCultura” in Via Roma 31.

E all’interno della mostra, un angolo sarà interamente dedicato a Roberto.Stavolta all’inaugurazione sarà con noi, con la sua chitarra e le sue nuove canzoni, l’amico cantautore Enzo Nardi. Ma speriamo che, nell’arco dell’intera mostra – che sarà aperta fino al 25 maggio prossimo – anche Emanuele torni a fare capolino, e con lui altri amici, altre occasioni, altre avventure.

Le arti in dialogo – sia al chiuso di un laboratorio che nello slargo della vita quotidiana – continuano a intrecciare discorsi e a far crescere gli uomini.

il manifesto della Mostra

 

LA VIGILIA DI NATALE. Un racconto inedito giovanile di Filippo Davoli

LA VIGILIA DI NATALE

I bambini aspettavano
trenini e bambole sognavano…
Papà Natale, si chiedevano,
perdonerà i miei capricci o no?
La sera sotto l’albero
il tuo regalo chissà cos’è…
le mani mi tremavano…
un foglio tuo col nome mio
e in fondo addio, amore  mio addio… 

Marco il malinconico ciondolava, da ragazzo, per le vie di Castello, canticchiandosi nella testa quella Vigilia di Natale di Mina, che sentiva come un vestito giusto per la propria identità, più nelle sonorità e nelle singole parole che nel significato delle frasi. Aspettare, sognare, chiedersi, essere perdonati… di che, poi? Forse di una riottosità caratteriale, con la quale si faceva scudo di fronte ai cinismi degli adulti che, fin da quando era bambino, gli sottolineavano i difetti e lo compativano – così intuiva lui – quando andava bene. Tremare… che è un po’ come desiderare senza avere la forza di un agire propositivo… e Marco tremava d’amore, desiderava l’amore, fin da piccolino, avendo cura di incartarselo negli occhi perché non gli avessero a rubare anche quella sete inesausta, quella delicata risorsa che ha nome speranza e che, pervicacemente, guarda avanti.

C’è chi sa ridere, anche delle cose serie; chi sa giocare alla corda, chi con la palla è un guizzo fulmineo che riempie di ammirazione le combriccole del pomeriggio; chi, infine, se capricciosamente chiede la pizza prima del pranzo o si sporca impunemente col gelato sulla camicetta fresca di bucato, può ottenere quello che pretende e pretendere anche ciò che non si può ottenere. Marco non era di questa specie. Assomigliava più ai cani, con cui peraltro andava d’amore e d’accordo; studiava come i ragni catturano le formiche, e come i piccioni invecchiano e poi muoiono, con un decoro inaudito, senza disturbare nessuno.

Il bambino Marco aveva preparato il ragazzo Marco ad essere un disincantato abitatore dell’adolescenza, ma non aveva saputo privarlo della speranza. Così, ciondolando, bighellonava per le vie antiche di quella cittadina, canticchiando la propria speranza sottovoce, sussurrandola crudamente, senza cedimenti di sorta al presente. Gli facevano eco gli archi che dissonando chiudevano quella Vigilia di Natale, dilatandosi in ogni dimensione dell’anima, sia che quel giorno si protendesse col sogno nell’oltre, sia che attendesse – da quelle pietre ricche di storia e di civiltà – riapparire le quotidianità che la storia sempre cela: acquattate nella polvere, Marco le scrutava, incise in un impercettibile bassorilievo; sembrano scorie e sono invece le tracce di chi, pure, su quei sampietrini poggiò i piedi; a quelle pareti porose strofinò magari un gomito mentre rientrava a casa dalla spesa, oppure le mani, accarezzando idealmente una speranza.

Una speranza, già… che ignara andava a ricongiungersi a quella di Marco, mentre nello stesso punto del muro, altrettanto casualmente, avvicinava i polpastrelli annullando nel tatto secoli e contingenze. Accettava di rientrare nel presente quando si avvicinava al portone sgangherato del palazzo di sua nonna. Era un po’ fatiscente, con una vistosa gobba sul frontespizio, e all’interno conservava un odore inconfondibile, laddove – tra un giro e l’altro dello scalone – giaceva una cassapanca grigia e le mattonelle improvvisamente si coloravano alternativamente di rosso vinaccio e di bianco. Quindi si continuava a salire, per gradini sempre più erti, fino a quella che un tempo era la soffitta, ideata come una sorta di piramide, con un’ulteriore scala addossata alla porta; sulla sommità un minuscolo pianerottolo dal quale si accedeva a due camere da letto, basse e ben adornate, coi travi in vista, arricchite da finestrelle che sembravano quelle delle fiabe e che aprivano su tetti e terrazze. Nella stanza un po’ più grande, quella di nonna Rina, troneggiava uno splendido comò, su cui riposavano una bella foto in bianco e nero di suo marito, il Conte Pirro, e a fianco una teca di cristallo con dentro bei fiori bianchi finti. Dirimpetto, il letto a barca della nonna, l’inginocchiatoio con sopra il crocifisso di legno scolpito a tutto tondo, curato in ogni segmento del corpo del Cristo, anche sulla schiena che, pure, non era di certo visibile se non dietro studio attento dei particolari; a quel Gesù altri bambini, in precedenti generazioni, avevano staccato – senza malizia – qualche dito dei piedi. Più in là, dove il soffitto inclinava, restava, a dispetto degli anni, un lettino più piccolo che Marco, sorridendo, riconosceva come suo. Dall’androne si poteva poi scegliere di scendere, sulla sinistra, per un’altra scala, che apriva al salottino e, sulla sinistra, in un biancore che profumava di latte e di spezie, alla cucina e al terrazzino; incuneato anch’esso tra i tetti, aveva incastonato su una parete un lavandino in pietra; in quel quadratino di aria e di cielo, sia in primavera che in estate, coi cuginetti, da piccoli, si divertivano a preparare la colla, a ritagliare dai giornali le figure che poi attaccavano sul bugnato che correva tutt’intorno, ad attendere Pisolo e Gri-grì, i due gattoni della nonna, quando facevano capolino provenendo da chissà dove.
Dove se n’era andata, nonna Rina? Il silenzio incantato di quel buco di casa in capo al borgo sembrava ricondurla. Da quelle anguste finestrelle si volava un po’ via, come scartando un regalo della memoria…

Nei giorni che seguirono
con i trenini che correvano,
correvo anch’io cercando te
in tutti i posti conosciuti insieme a me.
Ed era l’anno nuovo ormai:
qualcuno disse “L’ho visto io”,
andava verso il ponte, sai…
era Natale, c’era la neve,
mi ha detto “Sì, non dirle che ero qui”…

Il bambino Marco non era uno che cercava. Preferiva sedersi sulla sua vita ad aspettare, in una sequenza di ore di cui non conosceva l’entità, il giorno che la sua speranza, senza codificarglielo, gli assicurava sarebbe giunto. Di anno nuovo in anno nuovo, di Natale in Natale, di estate in estate.

La bici no,
trenini no
bambole no…
io voglio solo lui…

E all’interno di quei giorni qualunque, all’imbrunire, sempre il tramonto tornava a provocargli la doppia reazione di un accarezzamento e di una commozione segreti, in quella triade di “no” che solo Mina sapeva cantargli dentro; succedeva sempre così quando, ormai ventenne, stringendosi in un maglione di lana sui bermuda, attraverso i viottoli pietrosi e ripidi che si allungano dentro il borgo antico, Marco riconosceva un odore tipico, familiare, di erba asciugata da poco, pungente sulle ginocchia, in quel silenzio appena solcato da suole anonime, nelle prime ore delle domeniche piovose. Si ricordava dell’infanzia. Nascevano in quel freddo lieve pensieri in versi che dopo, a casa, tornava a cercare dentro di sé per trascriverli; il più delle volte, in realtà, addomesticati, più blandi di come li aveva percepiti; talaltra, invece, avevano un ritmo così potente e soggiogante da vincere il trascolorare degli attimi ed arrivare indenni a depositarsi sulla carta:

Oh, luce che bagliori lentamente…
quanto tempo è passato nel segreto
degli odori domestici, di travi
che un dissesto di topi mette a rischio…
Tutti già morti, gli altri; il loro soffio
torna talvolta nelle mezze stagioni
e parrebbe, a vederli, come un refolo
come fermo nell’attimo, credendo
che con loro si fermino le storie
che la  memoria forma. Sul sagrato…

Gli era piaciuta quell’idea della mezza stagione, in cui si riassumeva la maturità anticipe in cui si sentiva ed anche quel clima anomalo per l’estate; e ancora quell’immagine del sagrato, come una specie di sosta nella vita animata dalla sacralità dell’attesa, il cui valore – capiva – non era inferiore in nulla a un’esistenza totalmente agìta. In questo senso, lo seduceva fortemente la possibilità della poesia di concentrare e densificare i significati delle parole. Poi, una volta esaurito il flusso benefico della scrittura, tornava con la mente alle forme della memoria: la sera si stava al balcone a contare porcelle di Sant’Antonio, sulle crepe del muro. Talvolta si scendeva in strada, sul muròlo che recingeva l’orto;  più tardi preferirono il giardino: superato il primo spiazzo di ghiaia, su cui si stendeva un velo di vite americana, c’era l’orto vero: era piccolo, a rivederlo oggi, coi suoi cespugli di rosmarino, ma era un mondo a sé: l’ortolano ci piantava carciofi e cipolle, e i bambini andavano a sognarci.
Certi giorni Marco era il chirurgo che asportava la resina dall’albicocco; certi altri, con un attrezzo fatto per cogliere i fichi, alla cui sommità svettava una corona, con un asciugamano intorno al collo, giocava a fare il re. Certi altri ancora, innaffiando, seguiva i rivoli dell’acqua sulla terra, immaginando che fossero la Storia universale che si snodava e che un bel giorno, al massimo della sua espansione (una pozzanghera) avrebbe finito per ristagnare e per sparire.
Una volta, con le cuginette, trovarono una pantegana morta, che se la stavano mangiando le formiche; la seppellirono, scavando con le palette del mare una piccola fossa sotto un rotondo cespuglio dall’altro lato di casa, forse più per orrore che per pietà. Della pantegana rimaneva intatta la lunga coda e un dente, nella bocca mezza aperta, come quando si muore per un imprevisto, come sigillo dell’ultimo respiro, orma dell’affanno finale: quell’attimo fissato là, in quel dente che un giorno predava e oggi segnava invece la chiusura di un tempo, una pagina nuova. Posero a memoria del tumulo una piccola croce di cartone; si cominciava allora, di fronte agli sgomenti della  vita, ad affrontarli sotterrandoli in fretta; tacitando semmai la coscienza con educati rituali di superficie, perché far sparire la morte è un po’ dimenticarsi pure del senso della vita, anche nell’inconsapevolezza di scelte infantili, solo male interpretate dagli adulti.

Quando, insomma, nei mesi dell’afa, qua e là arriva una giornata d’acquazzoni, l’aria un po’ fresca che li segue ha un odore particolare, quasi di muffa. Il cielo grigio, compatto, preme sui sampietrini delle strade e il desiderio di coprirsi almeno un po’ si fa tutt’uno con le case chiuse ed assonnate; qualcuno passa col quotidiano sotto il braccio ed ha generalmente buoni intenti nello sguardo, tanto da trasmetterti una rinnovata energia. Quando capitano giorni come questi, all’atto di abbracciarsi nella giacca per il freddo, si ha come la sensazione d’essere un’altra persona. Lo stesso atto di cingersi, mentre qualche altro ci incrocia indifferente col suo buon passo di provincia, magari pestando più del dovuto per sbrigarsi, sottolinea che tra noi non vi sono tracce comuni : è un’altra vita, un’altra storia, altre abitudini, altri nomi: “Roberta mi ha regalato questi dolcetti per i bambini, ancora dormono?” dirà alla moglie rincasando, e aprirà l’armadio per posare la giacca nel posto a lui familiare: le sue consuetudini, i suoi volti, i suoi luoghi… Ha la casa con le stanze disposte lungo il corridoio, oppure vive solo in un monolocale: allora accenderà la radio per sentire le notizie e confrontarle poi con la tv…
Lo incrocio e non mi appartiene: ma fa freddo, e il freddo mi richiude su me stesso, andando per altre strade con me stesso, forse verso me stesso.
Non mi appartiene, ma lo incrocio: e forse di me immaginerà che mi stringo nella giacca solo perché ho freddo, e che sto andando a sbrigare chissà quale commissione; o semplicemente sto ammazzando il giorno perché piove e non c’è altro da poter fare.

Marco giocava e rischiava, con quelle che lui chiamava “reveries”: nelle città che visitava, alla vista delle persone, si immaginava d’essere di là: parlare un altro dialetto, fare un altro mestiere, amare un’altra persona, confidarsi con altri amici. Qualche volta peggiorava il gioco, immaginandosi in visita alla sua città: incrocia la persona della sua storia d’amore migliore e quella non lo conosce, lo ignora;  ma neanche lui la conosce, così da ignorarla pure lui.
Gioco tremendo: così lo straniamento prendeva piede in Marco che, a un certo punto, decise finalmente di non concedersi più a quei presunti spassi, dai quali a volte si rischia di non saper tornare.

C’è un giorno per tutti che arriva: c’è un giorno segnato nel dolore, che prova e sfianca quasi del tutto, ma quando si sentono le forze abbandonarci, il buio si dirada come per incanto e torna il sole. Nasce quell’altro giorno segnato, il giorno dell’incontro, della fuoriuscita da sé. In esso domina lo stupore, l’incanto, la sorpresa. Marco, fatalista coi piedi per terra, oggi lo assaporava piano, più che altro godendolo lontano dalle belle tentazioni del domani, gustandolo come un dono, come un magnifico regalo di compleanno.
– C’è un tempo per ogni cosa… –  si ripeteva sillabando quel versetto dell’Ecclesiaste a cui allegava, spaziando in secoli interi, i versi conclusivi di una poesia di Cucchi:

perché c’è un arco chiaro, un’ala enorme che ci tocca dentro, e io divento quest’abulia sospesa e questo guscio pieno di fessure, ma è una sensazione molto bella, qualche volta! – e provava  un sussulto come di luce.

Filippo Davoli

“Dentro il meraviglioso istante”. Un ricordo di Mario Luzi

di Filippo Davoli

Mia madre mi diceva, quando ero adolescente: “Una parola è poca e due sono troppe”, per ironizzare sulla mia taciturneria. A quell’età, tuttavia, è un difetto diffuso. Da cui sono guarito – temo – anche troppo. C’era però una persona che mi rinfrancava – in quegli anni. Era una sagoma alta, dall’espressione vivida, dai lineamenti che sembravano quasi caricaturali, in quella sua incipiente vecchiaia. Avevo i suoi libri, li leggevo nel segreto, mi seducevano prepotentemente. La sua parola poetica non faceva sconti: e sempre più, invecchiando lui, artigliava la vita, la andava a scovare ovunque le sue propaggini prendevano forma; e a quelle forme aperte dava un nome, una voce, in una ricerca di senso che era – si intuisce – la sua stessa ragione d’essere (e di essere poeta).

Eppure il professore, il poeta, l’uomo Mario Luzi – perché è di lui che sto ricordando – si presentava con eleganza soffusa, silenziosa; un portamento di umanissima dignità, ma anche di profonda, di grande semplicità. Avrebbe avuto motivo di approfittare della sua altezza, di riempirla distanziandosi dagli altri, da noi: invece sembrava lievemente incurvato, quasi a chiedere scusa di tutti quei centimetri – di corpo e di spirito – che lo separavano dagli altri, da noi.

Un giorno di non so più bene quanti anni fa, andammo a prenderlo a Parma io e il mio amico Paolo Musicanti, allora studente d’ingegneria e completamente fuori dai discorsi della poesia. Paolo aveva una bella Audi lunga e spaziosa, avremmo percorso la strada con minor fastidio e soprattutto avremmo onorato l’illustre ospite con una macchina degna. Lui non se ne avvide affatto: ci salutò con normale serenità, salì a bordo, e per il tragitto parlammo di tutto. Della facoltà d’ingegneria che frequentava Paolo, del clima a Macerata, di “che dice il caro Guido (ndr.: Garufi), e come sta”, della contentezza che a Macerata avrebbe rivisto anche il suo amico Francesco Tentori, insieme a tutti i poeti delle Marche; lo portavamo ad una tavola rotonda organizzata per lui dalla “Associazione per le ricerche sulla scrittura”, che Garufi e Pagnanelli avevano fondato insieme e che, dopo la scomparsa di Remo, teneva viva Guido con il supporto, qua e là, del sottoscritto e di altri, pochi, fidati amici; dall’associazione scaturivano eventi ma soprattutto la redazione e pubblicazione della bella rivista “Verso”; quella volta si presentava il piccolo saggio di Luzi “Le parole agoniche della poesia”, edito dall’associazione e successivamente confluito in Natueralezza del poeta, Garzanti, 1995).

Mario Luzi era un uomo bellissimo: emanava luce radiosa, in quel rovello irredento che erano i suoi capelli bianchi ariosi e scompigliati, in quelle borse gigantesche sotto gli occhi – eccellente e involontario sprezzo alle liftature oggi tanto di moda anche tra i maschi (che sono poi liftature della pelle o dei cervelli?) -, quelle borse così cariche di memoria e di esperienze. Anche la pappagorgia, in lui, aveva personalità: era la fucina della sua voce esile ma tagliente, dei suoi respiri tonali, dei sussurrati che inchiodavano al muro. E poi le sue mani: ampie e magre, dalle dita affusolate e ricche di vene e di storia.

Mario Luzi era la sua poesia: era il Bisenzio, l’incontro con gli uomini per via, la riflessione e l’esercizio delle lettere, l’ermetismo che si scioglie nella vita senza mancare di centrarne l’essenza, la carnalità che si fa pensiero, il sogno che si incarna. Il cristianesimo da rimettere in movimento ogni nuovo giorno, nel tormento amoroso, nello scavo imperterrito, con tutte le ombre che la luce reca in dono e che, a ben cogliere, sono luci anch’esse.

Sono già passati sedici anni, da quando l’abbiamo lasciato, da quando non l’abbiamo trattenuto (e non avremmo potuto, sebbene avremmo voluto). Ce ne resta, sterminata, la sua opera che taglia e colma tutto il Secondo Novecento; e che si affaccia su questo tempo nuovo con le radici ben salde nel grande fiume della lirica. Nel “grande stile” di cui è stato maestro e figlio.  Un’eredità irrinunciabile.

Mario Luzi

 

(gocce)

L’inverno e la sua fine
escono da quei monti
nel cielo
alla battaglia,
esitano l’uno
e l’altra, essi, rapiti
a quella luce
di politissimo cristallo,
alla flagranza delle valli,
e ora
un poco si osservano a distanza,
un poco si mischiano e si azzuffano
finché grandine o vento non sbaraglia
l’incertezza dello scontro.
Ci ottenebra, noi stille
sorprese in medio campo
un infittito scroscio,
ci affoga
l’uragano, sgombra
poi il sole
i celesti rimasugli
del furente nubifragio.
È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità
continua delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

Mario Luzi, da Sotto specie umana (Garzanti, 1999)

DEL LASCIARSI DIRE… Intervista a Franco Loi (seconda parte)

(continua da sabato scorso)

Franco Loi

Davoli – Poesia e potere necessariamente viaggiano su binari diversi?
Loi – 
Bisogna vedere che cosa si intende per potere. Io appena adesso ho parlato di prepotenza. Qualcosa che viene prima della poetenza e tuttavia aspira al potere. Rispetto a questo determinarsi del potere, il poeta è certo un’antitesi. Sono due modi di affrontare la realtà.
Mi proverò ad esemplare questi due modi: se io mi penso, sento un vuoto, quasi sento la mia inesistenza; se invece mi ascolto, mi sento pieno, sento la mia presenza, mi sento vivo. Quindi, ci sono due modi di stare al mondo, e sono anche due modi di essere: trovare in sé le ragioni del proprio essere e il consenso alla propria azione, trovare dentro di sé il metro di giudizio; oppure, trovarlo fuori di sé, fondare il proprio essere sul consenso altrui o, peggio, sul potere che si può raggiungere sugli uomini e sulle cose – su questo versante abbiamo le ideologie del denaro, del successo. Quest’ultimo tipo d’uomo riconosce il proprio io in base al rapporto di possesso e di dominio.
Il poeta può anche occasionalmente avere potere o desiderare di averlo, ma non è il suo modo di affermarsi e di riconoscersi.
Raramente l’uomo di potere coincide con l’uomo d’arte o di poesia. Ne abbiamo tantissimi esempi nella storia, mentre più frequentemente abbiamo la contrapposizione storica di questi due modi di essere: Socrate, Dante, Leopardi, Pu-kin, Pound…

Davoli – Virgilio, però, ha scritto l’Eneide…
Loi – 
Ho detto che qualche volta il poeta può fiancheggiare il potere, ma non lo può esercitare. Virgilio ha conosciuto e stimato Augusto e forse ha avuto su di lui molte illusioni, mediate anche da Mecenate. Ma questo è umano. Le sue speranze sono però presto naufragate, e sappiamo che Virgilio si è ritirato da Roma e dal mondo di corte. Anche Dante si è fatto delle illusioni, via via, su Arrigo o Corradino, ma ha sempre sostenuto il primato dell’essere sull’avere, confermando che “si è per agire” e non il contrario. E tutta la sua vita attesta l’adesione a questo concetto, con la condanna subita, l’esilio, il saper quanto sa di sale lo scender e il salir per l’altrui scale.

Davoli – Esistono però anche poeti disillusi già in partenza, che la corte non la lasciano mai…
Loi – 
So a cosa alludi, ma non è cosa nuova. Direi che in ogni epoca sono molto più numerosi questi tipi di uomini, che però non chiamerei poeti ma letterati. Il prototipo è stato Vincenzo Monti, che ha reiteratamente sottoposto il proprio genio poetico alla sua ambizione e alle sue illusioni. In senso appropriato Dante dice coloro che la ragion sommettono al talento, intendendo per talento le passioni carnali, ma che in senso lato si può allargare anche alle passioni di potere e alla brama di successo. Bisogna anche notare che spesso gli uomini di questo tipo non fanno alcuno sforzo per diventare servi del potere. Non è così appariscente il tradimento. Sembra quasi naturale cedere alle tentazioni di un piccolo tornaconto o di un sottaciuto favore: è impercettibile lo scarto tra onestà e disonestà, in certi frangenti. Una volta fatta la scelta, come diceva Fromm, tra essere o avere, l’ambizione e il desiderio di ricchezza fanno il resto.
D’altra parte, per sua stessa natura l’uomo di potere non può sopportare la poesia, prova diffidenza per qualsiasi tipo di creatività, salvo adornarsene, come un fiore all’occhiello, quando il poeta  l’artista sono morti e l’opera è divenuta acquisizione scolastica.
Tutto ciò, forse, è nell’ordine delle vicende umane, visto che c’è un ripetersi della storia. Vediamo per un attimo la funzione di un uomo di potere: è soprattutto funzione di mediazione. Giacché in una società sappiamo che i raggiungimenti sociali e culturali sono diversissimi, conosciamo le differenze di classe e di coscienza, sappiamo che ci sono “molti che dormono e pochi che vegliano”, come scrive Shakespeare. Quindi è inaccettabile il poeta che rifiuta tutte le convenzioni e tutte le mediazioni. Come scrive Richelieu nei suoi diari: “Il genio è nocivo allo Stato”. Ed è comprensibile che lo sia, essendo in sé un’alternativa al modo di essere e di vivere degli uomini che ruotano attorno al potere.

Davoli – Ti complico la domanda: guardiamo al potere in sé, nel rapporto con sé stesso. Quanto il “piegare” la propria persona e la propria esperienza sul potere – credendo che da quello gli venga l’autorità per dare forza alla propria voce – quanto, dicevo, questo diventa inconciliabile col suo essere poeta?
Loi – 
Da quanto abbiamo abbondantemente detto, si comprende che – essendo il poeta un modo di essere – lo snaturare la propria natura per una qualsiasi altra motivazione esterna influisce certamente sul suo fare. E per chiarire meglio, bisogna considerare lo specifico dell’uso della parola. Abituarsi alla pratica della parola della poesia è completamente diverso dall’abitudine della parola per uno scopo qualsiasi. Si tratta proprio di un modo diverso di avere rapporto con la parola e di un modo diverso di esprimersi. Un giornalista è diverso da uno scrittore, uno scrittore è diverso da u poeta: sono tre modi di ascoltare e dire. E una modalità o l’altra preparano anche gli organi interni – l’atteggiamento mentale, la voce, la sensibilità, la psiche – ad un diverso approccio sia alle cose che alle parole. Certo, un poeta è come tutti gli altri uomini, con tutte le sue manchevolezze, le debolezze, le passioni, le convinzioni, le vanità, etc. Ciò che qui si delinea non è un tipo di uomo, ma una attitudine e un modo di praticarla.
Il poeta può anche illudersi che un certo tipo di potere sia più consono al proprio modo di vedere e di pensare, e quindi gli può dare consenso in buona fede, per adesione etica. Penso ai poeti che si illudono sulla rivoluzione o su certi uomini di potere. Anche se poi, in generale, pagano duramente questa loro illusione: vedi i poeti russi del periodo rivoluzionario o quelli francesi di un secolo prima. Oppure penso ai poeti che, in certi momenti della storia, identificano gli uomini di potere con un processo di affermazione ideale, di moralità dei costumi, maggior giustizia sociale, e di apertura verso l’arte, la musica, la poesia: vedi la Firenze di Lorenzo e l’Atene di Pericle o, per stare più vicini a noi, le illusioni di Ungaretti e tanti altri poeti sulle idee socialiste di Mussolini. C’è un bel racconto di Gogol sull’artista che vende la propria anima e finisce per perdere il proprio talento. E se vogliamo rimanere nella storia, la sorte di Majakowskji o lo sperpero del suo talento poetico, il suo drammatico declino artistico.

Franco Loi e Filippo Davoli a Macerata nei primi anni ’90

Davoli – E il cosiddetto potere culturale (università, editoria, stampa, etc.)?
Loi – 
Beh, quello c’è sempre stato, e semmai nel cosiddetto tempo moderno s’è accentuato. Penso che, quando gli uomini fanno numero, cioè si intruppano in consorterie o organizzazioni politico-sociali, comprese le associazioni sindacali di scrittori o altre consimili, finiscono col concedere qualcosa agli altri, al gruppo – si diventa un po’ politici. Se diventi un socio non sei più indipendente, devi rispondere del tuo modo di essere alla consorteria. La carriera universitaria poi ha le sue regole di costume. Come qualsiasi carriera sociale, deve fare i conti con le amicizie, il portar borse ai potenti, il favorire certe tendenze letterarie, l’inopportunità di dire o fare cose in disaccordo con i canoni accademici.
L’anticonformismo non è mai andato d’accordo con nessuna carriera.
Questo non vuol dire che tra i professori e gli accademici non vi siano uomini di qualità o capaci di indipendenza; ma per un poeta si tratta di snaturare la propria indole. Lo sanno già gli studenti quando devono dare una tesi, che tipo di libertà viene loro concessa. Quello cui tu accenni è poi un potere così occulto, così poco appariscente, che risulta ancora più difficile resistergli. Intendo dire che giornali, televisione, editoria – specialmente la grande editoria – sono strumenti tali di opinione e di potere che è difficile non cedere alla loro corruzione: sembra persino naturale concedere qualcosa quando si tratta di pubblicare un libro o comparire in tv o farsi fare una recensione sul giornale.
Tanto più che non siamo nella Russia di Stalin o nella Germania di Hitler: nessuno ti obbliga, se non l’ambizione o, in alcuni casi rari, la necessità di guadagnarsi qualcosa più del pane. Se poi ti riferisci al vero “potere culturale”, cioè che un poeta possa entrarne a far parte e ad esercitare un potere, beh, di questo abbiamo già parlato.
Questo, come ogni altro potere, non rimarrà senza conseguenze sul fare del poeta. Vorrei però precisare qualcosa sulla parola “potere”, che abbiamo usato in questa conversazione fin troppo.
Io voglio scrivere, posso; io voglio cantare, canto; io voglio amare, amo. Nessuno me lo impedisce. Naturalmente questa volontà ha a che fare col mondo, con le sue leggi, coi suoi costumi, con le sue sirene. Ma laddove la necessità ti spinge tu puoi, e quello che chiamiamo potere politico deve urtare contro la tua necessità. E mi nasce la domanda: che potere effettivo ha quello che chiamiamo “uomo di potere”? Tolstoj, in una postfazione a Guerra e pace, parla di questo e conclude che l’uomo di potere deve fare i conti con l’adesione o meno degli uomini. Non solo, ma anche con la possibilità reale di far giungere il suo volere a tutti i livelli di una società.
Occorre al potere politico il consenso. E ciò deve farci riflettere su un potere che non tiene conto della qualità, del carattere, dell’anima degli uomini.
Quando Karol Wojtyla ha detto che con una visione materialistica della politica non si può esercitare il potere, ha toccato un punto che riguarda da vicino anche il poeta.

Davoli –  È interessante, quest’ultima citazione, da parte tua che vieni dall’estrema sinistra.
Loi – 
Ma che vuol dire essere di sinistra? Semplicemente che in un mondo di disuguali, che crea ingiustizia, che non ha equilibrio etico, ci si sente attratti dalla parte delle vittime, di coloro che patiscono, che si intende ristabilire un equilibrio sociale ed etico.
Quindi, fuori dall’accezione storica – la storia muta continuamente, come dice il Vico, la necessità di appoggiare una forza piuttosto che un’altra, così come possono essere diverse le forme idonee alla miglior conduzione etica della società – essere di sinistra ha per me un significato di resistenza.
Perciò figurati se io mi fermo di fronte a certe valutazioni veterocomuniste: accetto qualsiasi cultura e qualsiasi pensiero che si muovono nella direzione della verità e della giustizia.
L’uomo non è fatto di solo pane, non è un dato economico.
Questo tipo  di potere politico, fondato sul denaro sia in senso capitalistico che marxistico, riduce l’uomo a componente di un processo economico – è marxista la definizione che definisce l’economia come struttura e cultura, sentimenti, etc. come sovrastrutture, e ancora che “la società fa l’uomo”; ed è liberal-calvinista l’idea di una ricchezza che venfa da Dio e faccia il merito dell’uomo; ed è capitalistica l’usura, il danaro che fa danaro, il malthusianesimo, la riduzione dell’uomo a “forza-lavoro”.
La riduzione della complessità umana a puro oggetto di leggi economiche finisce col ridurre la politica a mediazione amministrativa.
Non si ha il consenso di un popolo con principii che scatenano i più bassi istinti e riportano l’umanità alle leggi della giungla. Fino a quando un uomo compirà il suo dovere di cittadino e di socio, se tutto si riduce a corsa verso la ricchezza?
La politica ha sempre cercato la coscienza degli uomini, non il loro basso ventre. Ne vediamo già le conseguenze nel disamore al lavoro, nella diminuzione del lavoro produttivo, nell’aumento delle nevrosi, dei suicidi, della violenza, nella disorganizzazione dei servizi, nella riduzione dello Stato a cane da guardia del capitale, nella degenerazione della democrazia. L’uomo si sottomette alle leggi per paura, non per convinzione. Se la molla è l’interesse, ognuno sarà portato a fare il proprio e non l’interesse della società, della convivenza, dello Stato.
Ecco perché ho accennato a Wojtyla e al ruolo del poeta: è appunto il poeta che richiama incessantemente alla complessità umana e al confronto con l’ignoto.

                                                                                                                                                   (continua e termina sabato prossimo)

MINA. Il vero “Paradiso” è la sua voce

di Filippo Davoli

Per la terza incursione discografica di Mina nel repertorio di Lucio Battisti, con due inediti per la sua interpretazione, graffiante il primo (Il tempo di morire, già affrontata in duetto col poggiobustese in tv negli anni ’70), ammaliante il secondo (una splendida versione di Vento nel vento, arrangiata da Rocco Tanica), val la pena tornare a parlare di questo “bell’animalone” (Jannacci) della canzone italiana, che percorsa da un talento micidiale, ha saputo metterlo a frutto con ironia, intelligenza, progressiva e sempre più commovente bravura.

Spiego: l’ironia.
Non c’è bisogno di rifarsi a brani dal testo equivoco per cogliere quelle venature in punta di voce, giocate su qualche falsetto o birignao; c’è un brano degli anni ’90 che continuo a ritenere emblematico. Era contenuto in Sorelle Lumiére, si intitolava Quando finisce una canzone. Un drammone imperniato sulla metafora tra la fine di una canzone e quella di una storia d’amore. Credo ragionevolmente che qualunque altra interprete l’avrebbe resa in tutto il suo dolore. Lei no: gigioneggiando, un po’ gassmanianamente, un po’ osirisianamente, pianta quando meno te l’aspetti un coltellaccio acuto in gola all’incauto ascoltatore; della serie “sì, è davvero una storia drammatica, ma giochiamoci un po’ su, dai…” – e “questo andare e venire” (non solo di pucciniana memoria), “questo guardarci così” dall’oscurità  del nascondimento operoso o dal fondo più fondo del fondo degli occhialoni da sole (per chi la stana nella sua più privata quotidianità, come se vederla al mercato inficiasse o modificasse la sua unicità artistica, che è poi l’unica dimensione a riguardarci…) c’è poco da fare, ha una seduttività pazzesca: è come il Totò di cui, proprio lei, asseriva – a proposito della sua comicità – che ridevi ridevi e alla fine ti ritrovavi con le lacrime agli occhi, tanto era bravo.

Mina riletta da Mauro Balletti per “Paradiso”

L’intelligenza: non si è mai fatta asserragliare dallo star system. Non solo per via dell’annosa – e anche stancante questione – “torna o non torna”, “si fa vedere oppure no”, “è grassa o è magra” (il grasso e magro è quello di un ottimo sugo caro ai miei ricordi d’infanza), e altre camarille fini a sé stesse.
Non si è mai fatta fregare dalle mode, dai generi, dalla sua conclamata tradizione, pesante – se si vuole – come un macigno: e così, animata da un corredo di feconde letture (da Landolfi a Gadda, che in fondo le somigliano anche un po’…), eccola passare da un “jazz da camera” (il recupero di Ferrio dopo decenni docet) alle austere e carnalissime arie sacre o del melodramma (in cui infila proditoriamente, però, anche una curiosa Cielito lindo come ghost track…), dalle sonorità contemporaneissime di musicisti come Boosta o Manuel Agnelli (con cui duetta in Adesso è facile) al recupero straniato o effervescente del grande Modugno (un altro che, proprio come Battisti, prima di Battisti, ha deciso le nuove sorti della nostra canzone d’autore), e tutto sempre con quella “fastidiosa” (si fa per dire… chi disprezza, ovviamente compra…) nonchalance che la rende permeabile a tutto ma in maniera sempre originale. Credo sia l’unica in grado di trasformare una cover in un inedito!

La progressiva e sempre più commovente bravura: sì. Vive nel nascondimento operoso, dove invecchia. Già: invecchia. Fortunatamente. Ossia, nel tempo delle cariatidi tirate fino allo stremo e in abbronzature che evocano gli zombie dei più terrorizzanti horror, lei invecchia come una donna normale. Anche nella voce. Che qua e là si graffia, si sporca, è più nera di quando Louis Armstrong la definì “la bianca più nera del mondo”. È sempre Mina: la riconosceresti a qualunque latitudine vocale, ma è ogni volta un’altra Mina, un’altra storia, un’altra condizione umana. E in questo è ferocemente autentica. Cambia con il passare del tempo, rimanendo sé stessa. È anche una lezione: a non diventare petrarchisti, a lasciarsi abitare anche dal limite. A non aver paura di invecchiare, che è poi anche crescere (non solo d’età, ma anche di intensità).

Sospetto che quando Carmine D. apre il microfono di Mina, un’entità più grande di lei se ne impossessi e lei glielo conceda, mettendosi – ma con tutta sé stessa, attenzione! – al suo completo servizio. Con tutti gli eventuali gap (minimi, in una col suo strumento, ma pur sempre possibili). E nei dischi tutto questo c’è. Si chiama onestà intellettuale. Ed è la migliore replica a chi sospetta non so più quali trucchi quando, invece, la sua bravura e la sua generosità la spingono ancora ad altezze impervie e miracolose.

In questo Paradiso, strenna natalizia 2018 in occasione del ventennale della scomparsa dell’amico Lucio (in cui, per completezza, notiamo una svista. In un repertorio così vasto è possibile accada, però è un peccato: manca l’eccellente versione de La compagnia, incisa nel 1993 per l’album “Ridi pagliaccio”), i brani – eccetto le nuove incisioni di cui abbiamo detto – sono stati tutti quanti rimasterizzati e rimixati. Ci sono Minacantalucio del 1975, i due inediti compresi in Mazzini canta Battisti (Perché no Il leone e la gallina), le canzoni espressamente composte da Battisti per Mina (Insieme, Amor mio, La mente torna, Io e te da soli), il medley dal Live del 1978 (e, sempre live, ma del 1972, Io vivrò senza te), alcune altre versioni in spagnolo e in francese.

Grande eleganza e attenzione alle nuove sonorità nei remixaggi (supervisionati maniacalmente da lei); ma soprattutto – ed è la vera chicca – interventi inediti di Mina a sottolineare un passaggio o a svisare in un codino. Basta poco: un accenno, una griffe, una parola… e il paradiso si schiude. Una volta di più.

Lucio Battisti e Mina durante il loro storico duetto televisivo

 

DEL LASCIARSI DIRE… Una memorabile intervista a Franco Loi

La nostra rivista – già dalla sua versione cartacea, pubblicata dal 2002 al 2006 – ha potuto vantare amici e collaboratori di vaglia. Uno di loro è stato Franco Loi, oggi senz’altro il maggior poeta italiano vivente, nato a Genova nel 1930 e da sempre vissuto a Milano. Tra le occasioni che ci hanno visti fianco a fianco negli anni, nelle letture come nei convegni, nelle giurie dei premi come negli incontri privati, spicca ancora oggi una intervista che ci rilasciò proprio per “Ciminiera”, a cura di FIlippo Davoli, e che faceva un po’ il punto sulla sua teoria della poesia, enucleata anche nei begli articoli che per tanti anni ha pubblicato nella rubrica che curava per l’inserto domenicale del Sole 24 Ore, presentando ai lettori le uscite di poesie più vicine al suo sentire. La riproponiamo divisa in tre parti:

Franco Loi e Filippo Davoli a casa Loi (Milano, 2008)

Filippo Davoli – “Ciminiera” vuole essere una rivista militante; per questo, ci pare importante andare alla radice delle cose, nella fattispecie alla radice della poesia…
Franco Loi
– La poesia è un modo di essere, un modo di aver rapporto col mondo. L’espressione letteraria di questo rapporto è soltanto l’aspetto di un lavoro, di studio, di esperienza alla scrittura, ma anche di costanza nell’ascolto e nell’attenzione a sé stessi, agli altri, alla natura, alle cose. Quindi, la poesia è, in un certo senso, antecedente e immanente la scrittura. È un modo di essere e di vivere. Perciò è dentro ogni uomo. Anche se non tutti se ne rendono conto, essendo abituati ad avere rapporti secondo convenzioni – di carattere sociale, ideologico, educativo, sentimentale. In generale, tra gli uomini non c’è la consuetudine dell’ascolto e dell’espressione; gli uomini si soffermano raramente a considerare il proprio rapporto col mondo, e ancora più raramente ascoltano sé stessi.
Dante scrive, e lo dice nel XXIV Canto del Purgatorio:

I’ mi son un che quando
amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’ei ditta dentro vo significando,

che si può tradurre:
Io sono uno che quando l’amore mi mette in movimento, ascolto, annoto, e a quel modo che l’amore mi detta dentro io vado riempiendo di segni – segni di cultura, di lingua, di storia. Il poeta si riferisce certamente al “prendere nota” di ciò che accade dentro un uomo nel momento del rapporto.
Una prima importanza della poesia è data dal fatto che l’ascolto e la sua espressione danno una maggiore consapevolezza, ampliano la coscienza di sé e del mondo. In questo senso, la poesia non è tanto importante per ciò che si scrive – è un falso problema quello che va sotto l’antinomia contenuto-forma, e deleterio è dare impostazione ideologica o teologica al fare della poesia. Sono quindi pure chiacchiere letterarie quelle che vertono attorno alla scrittura, all’impegno, ai valori, al ruolo della poesia nella società, etc.
Semmai, la poesia ha una funzione sociale in quanto richiama gli uomini a sé stessi, alle proprie memorie, a quell’ascolto che è così prezioso per il poeta. Tante volte ho sentito dirmi: “Tu hai detto quelle cose che io ho sempre avuto dentro e non sono stato mai capace di dire”. Questo richiama alla consapevolezza di sé e all’ascolto dell’altro da sé, del mondo, è l’invito che la poesia rivolge agli uomini del tempo. Un poeta passa in mezzo alla natura, ha a che fare con gli alberi, con l’erba, col cielo, con l’aria, con le pietre, con le cose tutte,  e poi con gli uomini, con le donne, coi loro sentimenti, col loro corpo , e con sé stesso, con i suoi ricordi, i pensieri, le emozioni, la storia, il passato, e tutto questo cerca di esprimerlo. Non come lo pensa, ma come lo sente nella rivisitazione dell’esperienza, nel momento in cui l’amore l’induce a esprimersi. Certo, anche le passioni ideologiche, sociali, religiose: tutto può essere investito dalla poesia e tutto può essere espresso. Ma la poesia non consiste nel dare all’espressione dei temi, ma assumerli durante la vita, amare tutte le cose e amare di dirle. Quindi, consiste soprattutto nel tipo di rapporto che tu hai con la realtà.

Davoli –  La poesia, dunque, nasce dall’ascolto, piuttosto che dalla volontà di dire?
Loi – 
Direi che le due cose sono unite, ma l’ascolto e lo sforzo di esprimerlo vengono prima della scrittura. Dico sempre che un rapporto con le cose e con gli uomini determina un movimento – noi lo chiamiamo “emozione” (la gente dice “sono emozionato”, quella cosa “mi ha dato emozione”). Ma da emotus, l’emozioneè in realtà un tipo di movimento. Un movimento che può essere di sensi, di pensiero, di centri affettivi, di memoria: un movimento che investe tutto te stesso, anche la profondità di te che non conosci e di cui non hai consapevolezza. È l’ascolto di questo movimento che probabilmente – dico probabilmente, perché alcuni studi fatti su questo argomento hanno in qualche modo appurato che tutte le cose, compresi gli uomini, vibrano, emettono suoni: sembra addirittura che nel DNA si costituisca un suono particolare per ogni persona – questo movimento, dicevo, porta con sé un’emissione di suobni. Il poeta ascolta e, se la sua cultura e la sua consuetudine all’ascolto e la preparazione tecnica lo aiutano, è indotto a trasformare quei suoni in significati, quindi in parola.
Dice Mandel’stam nei suoi saggi sulla poesia che “prima si sente un suono e poi arriva la parola”. Per un pittore, questo ascolto gli fa cogliere una pulsione luminosa – sappiamo che l’emissione di luce è u altro aspetto della naturale vibrazione delle cose. Proprio perché questo fenomeno interessa tutti, e la poesia, la musica, ogni arte, sono i canali di un fenomeno che coinvolge tutti gli uomini, l’importanza della poesia e delle arti sta nella funzione che assolvono di far emergere esperienze latenti o sommerse, e anche di dare espressione a quelle esperienze che altrimenti non potrebbero contribuire alla maggiore consapevolezza di tutti coloro che non sono provveduti di studi e di sviluppo razionale.

Davoli – Intendi dire che ogni poeta ha un compito?
Loi – 
Sì, ma dobbiamo distinguere. Quando un poeta, invece di ascoltare il nascere della forma, pretende di proiettare un’immagine ideologica o letterario-culturalistica dell’esperienza, quando cioè costruisce versi secondo maniere letterarie o intenzioni razionali, sempre connesse alle mode e alle convenzioni del sentire o del vedere, allora dà luogo a proiezioni di carattere intellettualistico, intese solo nella ristretta cerchia accademica o intellettuale. Ecco perché tanta gente semplice si è allontanata dall’arte e dalla poesia moderne. Come ha scritto Giacomo Noventa, “Questa poesia non si raccomanda a un cuore semplice“. E torna la lezione di Dante: a quel modo ch’ei ditta dentro, non come voglio io, non come intende la cultura, non secondo schemi di maniera, ma come il mio intero essere, conscio e inconscio, suggerisce.
Certo, con questo non voglio dire che la cultura, la conoscenza letteraria non siano necessarie. Anzi. Proprio il bagaglio culturale agevolerà il poeta nel suo ascolto e nell’espressione. Ma intendo confermare, secondo tradizione, che la cultura deve farsi sangue e corpo d’uomo, ché non fa scienza / senza lo ritener aver inteso, e che senza l’attenzione e l’ascolto di sé non c’è inizio di poesia.

Loi e Davoli nell’estate del 2015

Davoli – Dunque, farsi voce dell’armonia del mondo e non creare la disarmonia per sostituirsi a Dio…
Loi – 
Ecco, non vorrei che la parola “Dio” desse luogo ad equivoci. Se tu, nei confronti del mondo ti disponi ad ascoltare, se lo avvicini senza preconcetti, che tu lo voglia o no ti disponi ad accettare una alterità. E tanto più, come scriveva Musil, “devo aver devozioni verso l’alterità sconosciuta”. E chi è l’altro da te? Può essere una pietra, un albero, un uomo, quasiasi cosa altra… da questo modo di porsi il Dio che riconosciamo non è più un Dio concettuale e teologico, ma imprendibile e innominabile, proprio come dice la Bibbia, è l’Altro che si conosce solo per esperienza, sia quando si tratta di noi stessi, sia quando si tratta del mondo. Intendo dire che Dio non si può “comprendere”, ossia “prendere dentro” come un dato qualsiasi della razionalità, non è un “a+b=c”. Ogni popolo si fa un’immagine di Dio secondo dati proiettivi, un Dio antropomorfo; invece Dio è sempre l’eterno Sconosciuto, proprio perché è l’Altro.
Faccio un esempio semplice, poetico: guardo un albero – non sempre “vediamo” davvero un albero, più spesso ne vediamo l’entità nozionale, l’aristotelica “alberità” – ma quando lo vediamo, sentiamo il suo essere albero, sentiamo insieme l’altro da sé e la possibilità della simbiosi: si fa l’esperienza dell’albero. Allo stesso modo, penso, si faccia l’esperienza di DIo.
La fede, comunque, è indipendente dal fare o non fare questa esperienza. Io posso affidarmi a un amico, a un docente, a una strada, al giorno, anche senza averne esperienza profonda. Ti fidi ad affrontare la strada, il giorno, far progetti; ti fidi di ciò che un docente t’insegna, ti fidi dell’amico, che può anche tradirti. Senza averne troppa  consapevolezza, noi compiamo ogni giorno atti di fede. Dice Dante, citando San Paolo “Fede è sostanza di cose sperate”. Perché questa è la fede: affidamento all’esperienza di un altro, ma anche all’ignoto che affronti ogni giorno nella vita senza sapere se in futuro perverrai alla comprensione. Sia gli atei che i teologi pretendono di pervenire a conoscenza di Dio, cercano cioè di farlo proprio. Il che è movimento tipico dell’Io, giacché l’Io pretende sempre di prendere possesso dell’altro da sé; l’Io nella propria chiusura egoica tende ad amministrare le cose, gli uomini, Dio. Da qui l’arroganza e la prepotenza del potere. Anche nel caso dell’esperienza personale, l’Io tende a sovrastare il Sé, piuttosto che ascoltarlo e servirlo.
(fine prima parte)

Franco Loi e Filippo Davoli a Macerata, nel 2010

(continua sabato prossimo)

Babele. Un paradigma efficace

di Filippo Davoli

I
Babele non si afferra mai in tutta la sua portata. Ci si limita, generalmente, a considerarla come un affronto a Dio, a cui quest’ultimo risponde con una memorabile reprimenda.
Ma Dio è padre, non è un mostro. Non nutre invidia nei confronti delle Sue creature. È la menzogna primordiale a presentarci Dio come un mostro che non ama l’uomo, ed anzi – siccome lo teme – lo limita dentro una storia a termine.
Leggendo con attenzione il passo della Genesi che racconta Babele, ci si accorge che l’obiettivo primario degli arditi costruttori era prioritariamente quello di evitare la dispersione del popolo, mettendolo invece nella condizione di poter vivere unito e parlando una sola lingua.
Che c’è di male in questa unità sigillata da un’unica lingua? Molto.

II
Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza, non solo dotandolo di un’anima oltre il corpo (insieme al corpo, distinta dal corpo), ma soprattutto confermandogli la libertà: di amarLo oppure no, di obbedirGli oppure no, di riconoscerLo oppure no.
Dio non stupra l’uomo, per amarlo; non lo prende con la forza, non lo costringe. Permette – se l’uomo lo rifiuta – che questo parli un’altra lingua: che, cioè, non vi sia comprensione nella comunicazione; che, ancora, non ci sia relazione.
Dio permette che l’uomo divenga egoista. Permette – non senza rammarico – che l’uomo, rompendo il legame comunicativo/relazionale con il Suo creatore, tocchi la morte, faccia realmente un sacramento in cui – tagliando la condotta del suo unico ossigeno, che è lo Spirito Santo, l’amore di Dio, il flatus vitae – sperimenti che, al di là della Vita, non c’è un’altra possibilità di vita, bensì la morte.

III
C’è, nella Scrittura, un personaggio che è l’antitesi di Babele: Abramo.
Abramo è di Ur; parla già di suo un’altra lingua, ma è una lingua morta, una lingua che non salva, che non lo salva: Abramo è un condannato a morte; dal suo fallimento esistenziale (niente figli, niente terra dove essere sepolto) e nessun senso a quanto gli accade; la sua lingua non chiarisce il perché della sua esistenza.
C’è bisogno di un’irruzione che lo “di-verta”: qualcosa che lo attragga con una promessa tangibile, invogliandolo a mettersi “in gioco”. Occorre che Uno accetti di parlare la sua lingua per portarlo, pian piano, a far propria la lingua di Dio.
Ma l’invito parte da una richiesta preliminare esclusiva e escludente: Abramo riceverà il figlio e la terra come dono gratuito di Dio, a patto che accetti di uscire dalla sua terra, dalla sua casa, dai suoi affetti, dalle sue sicurezze, dalle sue abitudini.

IV
Perché si manifesti l’amore salvifico di Dio, Abramo deve uscire ed allontanarsi; l’esatto contrario dei costruttori di Babele. Allontanarsi per aprirsi ad un’altra lingua; decostruirsi mediante l’allontanamento, per poter essere ricostruito da Dio.

V
Quando Dio crea il mondo, non lo crea monolitico, ma a coppie di apparenti opposti che – incontrandosi – possano unirsi, salvaguardando ciascuno la propria diversità.
Dio ha creato il mondo come entità dialogica e compenetrantesi: il giorno e la notte, l’acqua e il fuoco, l’uomo e la donna, la voce e il silenzio, la vita e la morte, etc.
Nessuna di queste opere è negativa: sono tutte uscite dalla mente di Dio, sono Parole di Dio che conservano una loro vocazione primigenia; la propria identità chiamata a parteciparsi alle altre identità.
Sono, in altri termini, parole che si parlano reciprocamente, in cui l’unità non è data da una medesima lingua, bensì dall’amore necessitante che le spinge a parlarsi.
L’unità, allora, non è una torre che si innalza fino al cielo rigidamente arroccata su sé stessa, quanto piuttosto un braccio orizzontale che si allarga da un opposto all’altro, ricongiungendosi al suo centro: lì dove riposa il capo della Parola fatta carne e donatasi per amore.

Pieter Brugel il vecchio, La Torre di Babele, 1523

VI
C’è un altro aspetto che rischia di essere frainteso: quello di convincersi che la diversità delle lingue generi rumore e che, contemporaneamente, una sola lingua sia segno e sigillo di un’armonia, di una bellezza che fonda sul silenzio. In realtà è esattamente il contrario. Se la torre di Babele avesse raggiunto lo scopo unificante di tutti i popoli della Terra sotto una sola lingua, avremmo assistito a un disperante e ossessivo monologo; niente che provenisse dall’Alto, come la luce o la pioggia, ma solo dal basso; dai processi angusti di una logica cieca, dai moti a senso unico delle spinte di un solo ego.
Babele è un onanismo: i suoi frutti non danno e non hanno vita (da offrire), sono parole morte come gli idoli di pietra che non avevano saputo aiutare Abramo. Il seme degli onanisti non porta frutto, non feconda, muore nella sua volontà di autocompiacimento, cade nel nulla, si disperde, secca. È una lingua solitaria e fine a sé stessa, uno spreco, un rumore.
E’ invece la diversità delle lingue che impone la necessità dell’ascolto di un altro-da-sé, qualcuno che si intuisce prossimo ma ancora non si conosce e che, dunque, per rivelarsi, chiede un’attenzione, una disponibilità, un’apertura, una concessione, uno spazio, un vuoto, un silenzio. È una mancanza percepita/esperita ad alimentare/solidificare l’apertura al dono.

VII
Non si tratta di tacere. Si tratta di fare silenzio, che è tutt’altra cosa. Tacere è un po’ “non voler dire”. Fare silenzio è invece già oltre, è aprirsi all’ascolto. Come scrive Franco Loi nel suo volumetto dedicato al silenzio e edito da Mimesis, “rendiamoci conto che non solo il silenzio va onorato ma è un tramite necessario alla nostra sete di conoscenza”.
Penso spesso, con sgomento, alla morte di Remo Pagnanelli, uccisosi infilandosi in bocca un tubo collegato con la marmitta dell’auto. Casualità del mezzo scelto? O invece un definitivo segnale di una volontà di tacere, di non più dire, di ricacciare indietro il respiro inquinandolo, fino a spegnere ogni possibilità di voce?
Se il silenzio segnala, nella presa di coscienza della propria finitudine, della propria cavità, la necessità di una risonanza, di un fiato che le dia voce, e dunque un’apertura che è attenta e attiva e pro-positiva; il tacere va invece nella direzione opposta, potrebbe dirsi un “silenzio border-line” con (ri)piegamento verso la depressione e la chiusura.

VII
Tornando per un momento al tema della Creazione, che Dio attua in maniera duale e non dualistica, compenetrativa e non oppositiva, e che porta a compimento trinitariamente nell’amore, ossia nello Spirito (il flatus vitae), un recente studio di Fabrizio Guarducci, La parola ritrovata (Rubbettino, 2013), fornisce un’ulteriore illuminazione al nostro argomentare: “i due emisferi cerebrali devono essere in armonia per poter ottenere il meglio. (…) Gli emisferi coesistono in un rapporto di continua interattività. (…) Il pensiero creativo mescola le carte per una nuova partita.” Anche l’uomo con sé stesso e non altri, dunque, è vocato ad una dualità, ad una interattività. Come scrive Schleiermacher, “confrontarsi dialetticamente con l’altro significa crescere nel conoscere.” Partendo anzitutto da sé stessi, dal nostro personale mistero, che ci attraversa, ci dà significanza, ma anche ci supera.

VIII
Si ascolta nel silenzio e “si ascolta il silenzio come si ascolta l’infinito, e cioè non con la ragione calcolante ma con le ragioni del cuore” (Borgna): l’ascolto del silenzio, allora, diviene una metafora calzante della riflessione profonda, dello scavo esistenziale, ma anche del dialogo con le cose, sino al canto di ritorno che l’arte e la poesia incarnano. È ancora Eugenio Borgna, nel suo recente “Il tempo e la vita”, ad asserire che “l’indicibile fa parte del dicibile e lo condiziona”.

Gustave Doré, La torre di Babele

 

EDITORIALE – il Grande Stile

RIVISTA “CIMINIERA”: dall’editoriale del n.16, marzo 2005
di Filippo Davoli e Gabriel Del Sarto

“Per conoscere il significato della bellezza, dell’amore o di qualsiasi cosiddetto valore della vita, dobbiamo abbandonarci alla partecipazione. Così, facendone esperienza, noi li conosceremo ‘sulla nostra pelle’, come dice Keats. È pura follia pensare di poter conoscere un altro attraverso l’analisi o delle formule; qui la comprensione in quanto partecipazione trova i suoi veri termini. In altre parole, è impossibile conoscere un’altra persona senza esserne innamorati, in senso lato.”

Rollo May

 

Filippo Davoli e Gabriel Del Sarto

Nuova Ciminiera si muove da un desiderio di descrizione delle arti circostanti. Un sito, in questo senso, militante. Prima di tutto, quindi, l’ascolto come arte, la più ardua.

La poesia e le arti, le letterature circostanti, nel loro compito più alto e nei loro risultati migliori, sono un medium che ci parla dell’uomo, e delle verità che lo riguardano, attraverso la rappresentazione o la narrazione di quei frammenti di vita nei quali il senso si è come concentrato. Uno sguardo diacronico e sincronico è la nostra curiosità, senza gli accanimenti anagrafico-tematico-catalogatorii che ci tocca subire, come fossero una modalità di vera conoscenza.

Cerchiamo l’emersione di voci autentiche: una bocca che, svuotandosi e aprendosi, permette la circolazione del respiro, del flatus vitae, originando il suono. Per questo, a fianco di recensioni e articoli distesi, proporremo i testi nella loro assoluta nudità, senza biglietti da visita o credenziali. Così come chiamiamo gli autori ad aprire al pubblico ciò che si cela dietro le quinte del loro lavoro quotidiano.

È così che, in maniera assolutamente paritetica, ospitiamo nomi celebri a fianco di esordienti, i cui testi si raccordano in maniera assolutamente naturale, a dispetto delle infinite antologie tematiche che sono in circolazione.

Una parola in merito alla scelta di privilegiare la poesia negli articoli che pubblichiamo. Siamo convinti che la poesia sia come un abito di altissima sartoria. I libri di poesia dovrebbero costare moltissimo e invece faticano a essere pubblicati, nonostante tanti editori di buona volontà. Ebbene siamo convinti che il Grande Stile tornerà a farsi sentire, a mettere in scena una voce non più depotenziata, io grammaticale senza storia, ma storica e carnale, in grado di avvicinare forme di verità sull’uomo.

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La responsabilità degli articoli (“post”) è dei singoli collaboratori, che ne rispondono interamente e legalmente.

IL PRIMO ROMANZO DI DANIELE MENCARELLI

Filippo Davoli

Essenziale. Lapidario. Crudo. Eppure delicato, disarmato, innocente. E’ così lo stile che abbiamo imparato a conoscere e riconoscere nelle poesie di Daniele Mencarelli. Romano, classe 1974, la sua è una delle firme più attendibili della giovane poesia italiana. Come non ricordare lo struggente e splendido Figlio (edito nel 2013 da Nottetempo) e, per gli stessi tipi, Bambino Gesù (2010), che già aveva visto la luce per le Tipografie Vaticane esattamente nove anni prima?

Mencarelli però rilancia: alle soglie della piena maturità pubblica il suo primo romanzo, La casa degli sguardi, in uscita con Mondadori.
Ccrediamo possa trattarsi di un caso letterario destinato a segnare la nostra stagione, fornendole anzi qualche chiave importante per reagire all’imbarbarimento sempre più incombente.

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Autobiografica senza cedere all’autobiografismo, la trama del libro racconta la storia di Daniele, un giovane poeta oppresso da un affanno sconosciuto, “una malattia invisibile all’altezza del cuore, o del cervello”. Il giovane protagonista, rifiutandosi di obbedire automaticamente ai riti cui sembra sottostare l’umanità (trovare un lavoro, farsi una famiglia, etc.), è piuttosto sedotto da una prospettiva nichilistica che gli impedisce finanche di scrivere, cadendo in una progressiva apatia che lo smangia e distrugge dal di dentro.
Per amore dei genitori, tuttavia, prova a chiedere aiuto e firma un contratto di lavoro con una cooperativa legata all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Sarà lì, tra bambini malati e segnati da un destino spinoso, che troverà la via della rinascita; le risposte arriveranno – al di là di qualsiasi retorica e con deflagrante potenza  – dall’esperienza quotidiana di fatica e solidarietà tra compagni di lavoro, in un luogo – quell’ospedale, appunto – in cui l’essenza della vita si mostra in tutta la sua brutalità e contemporaneamente, però, in squarci di inattesa e insospettabile bellezza.

Con la consueta lingua precisa e affilata che già conosciamo, seppure qui nella misura lunga e distesa della prova narrativa, Mencarelli ci rivela con coraggio il rifiuto cercato nell’alcol, la solitudine radicale, il senso di fallimento insormontabile, fino alla rinascita della speranza, verso la più completa guarigione.