Il corpo della lingua: le Historiae di Antonella Anedda

È un corpo spogliato della carne, un mondo ridotto alla pelle e alle ossa quello che da sempre Antonella Anedda ci rende attraverso la sua lingua di corda e sale: c’è in lei uno sguardo che precede la parola, un occhio che sprofonda nella realtà e ne tocca l’intima filigrana, fatta di oggetti quotidiani, isole, corpi in letti d’ospedale, stelle invernali, notti, articolandone il senso secondo un ritmo che è allo stesso tempo intimo e cosmico e un tono tenace e arreso, spietato e accudente.

Questo resta, la polvere e i suoi atomi sparsi,/cateti e ipotenusa per il teorema che chiamiamo poesia, recitano due versi tratti da Historiae (Einaudi, 2018), sesta raccolta della poetessa romana, che in modo estremamente coerente continua a scavare intorno a temi che appartengono ai suoi versi fin da Residenze invernali,  proiettandone i riflessi e le ombre entro un orizzonte che è privato e insieme condiviso. Lo stesso titolo ci dice dell’unità che come una corrente tra isole distanti lega e collega spunti e occasioni apparentemente molto diverse: il tempo e il suo accadere, la sua essenza profondamente umana, intrisa di lutto, ma anche di una gioia che si lascia intravedere nella quiete dei sassi e delle ossa.

Osservatorio, la prima di sei sezioni, si presenta come preludio a quello che sarà il cuore dell’opera, la perlustrazione di un territorio aspro e desertico che viene avvicinato e delimitato, lo stesso sguardo radioattivo gettato ugualmente dentro sé (comincia a perlustrare/te per prima, scollando dalla mente la pelle del passato/prendendo senza ira il tuo nulla tra le dita) e nelle profondità cosmiche (Gas che collidono, tempeste, scontro di comete,/in questo cielo curvo che ci appare in pace/nessuna eco, nessun solco d’aratro/nessun tragitto di linfa/dalla radice del platano al suo nero), nel quotidiano (Dicembre, non ancora Natale, e neppure Hanukkah) e ancora in quel movimento incessante e contraddittorio che è la storia umana vista nel suo insieme, nel suo evidente abbracciare crollo e progresso (È tanto facile disfare eppure questa specie si conserva/e avanza crollando lungo i secoli). Non si tratta di un cammino in avanti, ma di una discesa al fondo delle cose e al sentimento tutto umano di quel fondo (Davanti alla dismisura delle cose cerco di provvedere/scendo nel loro baratro). La Anedda dichiara apertamente quali sono gli strumenti a cui ricorre, la geografia (di terre che si spostano al ritmo di un’unghia che si allunga), la scienza (Dicono i fisici che la morte/sia presente da sempre in uno spazio esatto), la letteratura (Rileggendo il sesto libro dell’Eneide), lenti che gradualmente e da diversi punti di vista le consentono di mettere a fuoco il motivo centrale dell’opera: la perdita irrimediabile connessa al vivere, che si tratti della madre, morta recentemente (Cerco di ricordare un tuo gesto/ma non ho pazienza/so che se lo faccio mi colpisce il male), o di lutti collettivi, come quello dei migranti africani e delle stragi in Medioriente.

 

Antonella Anedda

Historiae, la sezione che dà il titolo all’intera raccolta e quella quantitativamente più rilevante, intreccia al suo interno morti pubbliche e private come facce della stessa livida medaglia. È come se il grigio orizzonte disegnato da Tacito nelle sue Historiae, con una lingua lapidaria e senza enfasi più vicina alla pietra gelida che al sangue che bagna quelle pagine, si riflettesse ora nel nero della storia recente, nelle tante ecatombi di migranti affogati nel Mediterraneo, nelle ossa arrese al cristallo dei coralli, nel sangue che si scioglie in sale e polvere. La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla/ai confini degli imperi nell’èra di ferro che ci irradia./Ha inizio un assedio senza nome./Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate/in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi/intenti a costruire le nostre piramidi di beni: c’è poco da aggiungere a questi versi, dove la civiltà econotecnocratica del terzo millennio si attesta come ultima erede dei grandi imperi dell’antichità.

Su questo sfondo prende forma l’esperienza individuale del lutto, rivissuto nella malattia e nella morte della madre come un procedere a tentoni, senza alcuna difesa, in un paesaggio gelido, invernale, dove solo l’idea di un amore che sia sguardo dedito rivolto agli altri che restano può rappresentare una bussola e una guida (Farsi una tana/e lì aspettare che ritorni l’amore dei vivi). Il tema della madre sarà molto presente in tutta la raccolta. Ritorna nella sezione Anatomie, in una poesia scritta in sardo, associato a quello della lingua: una Madre-lingua, senza una bara in cui deporre i propri resti, che in un ultimo viaggio si addentra nella sua parte di neve, terra dei morti di celaniana memoria, dove i venti si confondono ai nomi di una Babele rediviva, in cui ogni segno sembra vorticare su se stesso e smarrirsi. È qui che il brivido di una Figlia-lingua viene alla luce, e che si rivela il senso stesso del linguaggio, questo essere insieme creatore e creatura, forza che genera e testimoniale frammento di tempesta tra i pianeti, sotto un cielo in cui ogni genealogia è cancellata dalla fuga delle nuvole e del tempo.

È un cammino che conduce al sorriso dentato dei crani, al bianco delle ossa, alla pace che il nitore dello scheletro sa annunciare (Per il paradiso forse non c’è strada migliore/che ritornare pietre, saperci senza cuore), nel deserto immobile di una beatitudine minerale, in cui si dissolvono i tristi tumulti della specie.

In chiusura le quattro poesie di Futuro anteriore ritornano a guardare il mondo, ma questa volta senza lenti, lo contemplano con accettazione, come dalla pace di quelle orbite vuote: lo stesso mondo di sempre che continua a girare su se stesso, ma rinnovato da uno sguardo immediato, quasi animale, sempre rivolto, come per istinto, alla sottesa chiarezza ossea da portare alla luce.

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