Il Corsivo di LELE CERRI – La 500

di Lele Cerri

Sgattaiolava, sgusciava via, sbucava da dietro l’angolo con lo sguardo curioso e un po’ embeh?… embeh!… della sua mascherina, la 500, novella “Topolino” come mandata da un alchimista-imbonitore, “raffreddata ad aria siori e siore!… raffreddata ad aria”, che avesse studiato nell’astuto mondo del Mago di Oz. Ci portava ovunque, per pianure e montagne, a scoprire le meraviglie del nostro Paese in rinascita, la 500, protetti nientepopodimenoché dalla sua cappottina di tela, dalla quale, aprendola con due click nella prima serie e, addirittura!, con uno solo nelle successive, si poteva sbucare a mezzo busto, in piedi sul sedile, a benedire tutt’intorno quell’immensa felicità che il mondo stava promettendoci. E ad affacciarci, da quella posizione, rasentando i marciapiedi delle “vasche” cittadine e delle passeggiate paesane, verso le scollature rotonde e fresche che l’esuberanza irrefrenabile di Brigitte Bardot aveva convogliato nel guardaroba delle nostre coetanee di neopatentati, di eterni gitanti destinazione “chissà che meraviglia!”.

In un Paese nel quale ancora regnava, come suggerimento utile e indicazione sovrana, la sintesi, la 500 ci informò, tutti, in pochissimi elementi, motore, freno, acceleratore e quel minimo indispensabile che li e ci conteneva, di che cosa fosse un’automobile. Al mio paese la presentarono di sabato pomeriggio, la 500, forse in uno strategico 27 giorno di paga, sulla piazza più bella sul lungomare, tra gran pavese di bandiere, con accanto un microfono per il conferenziere, il sindaco con la fascia; e venne il priore con i chierichetti a benedirla come gli avevo visto fare con le uova a Pasqua e gli animali sul sagrato non ricordo in che data ogni anno.

Prima auto di famiglie molto raramente obese, si trasformava in grande complice del primogenito e da chaperon dei suoi primi amori, visto che, come alcova, più che alloggio garantiva performances di contorsionismo. Ma garantiva camporelle, ovunque, portandoci via, via, via, caracollando, quel nostro primo E.T. solleticato, nel cielo del tettuccio, dalle cotonature odorose delle fanciulle allora in boccio.

Tra sogni generali di grandezza, le crebbe intorno, alla piccola 500, un mondo a misura, popolato di sfreccianti speedy gonzales che le somigliavano tanto, di radioline a transistor, di minicantanti che sgambettando sui loro ritmi di successo sembravano volersi muovere come lei che impavida affrontava le prime autostrade a due corsie infilando mbeh?… mbeh!… i primi caselli marziani con pensiline un po’ da capolinea lunare finalmente diversi da quella specie di case cantoniere che erano state fino allora le stazioni d’uscita.

Noi ragazzi toscani della costa, tra paghette e primi guadagnetti da studenti ingegnosi, con lo sconvolgente pieno di duemilacinquecento lire, la 500 ci portava dal mare a Firenze con giri in città e dintorni e ritorno, per un totale di circa una “dugentina” di chilometri, secondo la fresca lezione di Giotto. Ci riusciva perfino la guida “lunga”, sulla 500, nelle gite a due, il sedile tutto tirato indietro al limite degli scorrevoli oltre il fermo, le braccia allungate sul volante, le gambe distese sui pedali, la caviglia destra eternamente impegnata in un evitabilissimo puntatacco per un superfluo gioco di doppiette, i fianchi stretti fasciati dai primi pantaloni senza pinces comprati al mitico mercatino di Livorno, lo stesso che poco più tardi ci avrebbe fornito gli eskimo, a noi ragazzi toscani della costa. E le nottate d’inverno passate “a giro” al caldo di quella specie di phon sotto il cruscotto, vetri appannati dalla vitalità della folla di noi cinque occupanti, spia della benzina eternamente accesa fino a bruciare una sera la lampadina, e le tintarelle di luna doppiate a squarciagola mentre venivano fuori dai mangiadischi a pile fatti a tostapane, prima, e poi gli yellow submarine, le satisfation, le whiter shade of pale che venivano fuori dai primi mangianastri, a pile anche loro.

Sulla mia, la prima volta che ci salì, Mina cercò inutilmente sul cruscotto, tastandolo per un quarto d’ora senza che io capissi cosa stesse facendo, l’accendino, chiamandolo alla fine addirittura “lighter” per dirmi cosa stava cerrcando. Le porsi i fiammiferi, il portacenere c’era.

I miei cani ne fecero la loro canemobile, proprio come Batman aveva fatto con la sua auto, arrivando ad ospitarci, felici, un gabbiano ferito che per una settimana diventò anche lui un nostro compagno di viaggio.
Un giorno lontano, la 500 mi portò ancora più lontano di quanto sia ormai lontano quel giorno; a Roma, a fare tutto quel che feci dopo.
Arrivò sull’orlo delle barricate con un coraggio da leone, quel topo quasi vicino al prepensionamento incalzato da altri modelli da rivoluzione. Ma la 500 era già, per noi, un numero molto importante, sappiamo adesso: le almeno 500 meravigliose cose che ognuno di noi, allora, era sicuro gli sarebbero successe nella vita.

“La prima volta che ci salì Mina…” – di Massimo Pierangeli, 2002

 

il corsivo di Lele Cerri – IL PESO DELLA BELLEZZA

Lele Cerri

Mentre le modelle grissino Twiggy-ramoscello e Jean-gamberetto    portavano  su e giù per quei moli anglo-franco-mondiali della fashion beauté che erano le passerelle anni 60 i loro trentotto o quaranta chili di peso percorrendo quelle folgoranti ribalte leggere come piume, evanescenti e cariche di una grazia inconfutabile quanto impalpabile, la Luigia profondeva ogni suo impegno e ogni robusta forza che straripava dal suo fisico paramilitare d’assalto nell’ infilare i suoi 84, di chili, in minigonne che lei riusciva a ricavare da scampoli di tappezzerie e trovarobati d’abbigliamento a suo credere molto up-to-date coi quali di giorno in giorno superava se stessa e colui che in epoca lontana aveva ideato il broccato, annientandolo nella, a paragone, semplicità della sua invenzione, con i suoi celebri, temuti quanto attesi broccati-patchwork; con addosso i quali, lei affrontava combattiva la lotta che quotidianamente le compagini femminili del L.C. Giosué Carducci ingaggiavano per essere guardate dal più bello dell’Istituto: il Serapioni Gigli, media dell’otto, palazzo avito. Biondo. Che la guardava eccome, la Luigia,  inebetito da ogni suo apparire, dal suo puntuale portare il mento in alto entrando nel portone dopo aver  attraversato il cortile con lo stesso incedere con cui lei credeva che la Shrimpton o la Twiggy riguadagnassero le quinte dopo ogni loro vai su e giù con miniabiti geometrici, minigonne non ancora micro ma comunque piccoline davvero, mini-altro e mini-chissàcosa di petali di begonia di rasatello o cellophane tenuti su da un niente di stringhe che, a rischio di segargliele, si appoggiavano sulle spalle di quei due fuscelli come viperini capelli d’angelo; o forse, quelle quasi suggestioni di abitini e stendardini pelvici erano semplicemente sorretti dalla sola imbronciata felicità di quelle sottilissime fette di fanciulla che sembrava che, più che abiti, sfilassero, a tratti cercando di negarla con bronci infantili da vicina di casa di Lewis Carroll, la loro gioia di essere giovanissime ed eteree, e celeberrime, e mitiche. E ricchissime; tanto che, se in quell’epoca di figli e figlie dei fiori, avessero voluto pensare ad una loro nonna, il loro pensiero avrebbe dovuto e potuto volare, posandovisi leggero, fin su di un’orchidea rarissima e preziosa se non su una qualche Camelia-nobilis  del Sahara  o Gardenia-regale delle Ande o Asfodelo-tibetanus ancora tutti da scoprire, magari nel corso di  un qualche loro ieratico viaggio in una nuova Shangri-là.

Il degagé impegnatissimo del Serapioni Gigli  – giovane N.H. le cui giornate erano scandite da un puntuale rapsodico componimento di tweed e cachemere e alpaghe e english shoes con  un’ immancabile, appena percettibile “che” di stonato come una cravatta o un qualsiasi altro accessorio sapientemente fuori tono che l’eleganza edoardiana da lui mai un sol istante dimenticata raccomandava – costruiva, assieme all’ imperioso e autorevole ‘fai da te-fai di più’ della Luigia, l’autentico avvio, per via oftalmica, della nostra giornata.   Erano, il Serapioni Gigli e la Luigia, la più conclamata prova, e il più semplice e accessibile esempio in cui avremmo potuto sperare, delle idee di convivenza, di differenza di stili, di compatibilità degli opposti all’interno di una stessa struttura – la nostra classe – ; ed anche  di sinergia, visto quanto la  Luigia, nella determinazione di conquistare il Serapioni Gigli a forza di mini-salopettes e mini-falpalá in broccato e il Serapioni Gigli, con la sua volontà di ammaliare comunque anche la Luigia per non rinunciare nemmeno a una sola tacca sullo stipite-bloc notes delle sue conquiste, lavoravano molto produttivamente a garantirci quello che sarebbe poi diventato più in là lo sviluppo televisivo-internazional-popolar-familiare-stiro-cucino e ascolto dei concetti per i quali ognuno ha il diritto di amare, che anche i ricchi piangono, e di quanto si possa essere schiavi d’ amore, amati o amanti che siamo, schiavi cioè della pirotecnia del nostro amore per qualcuno, dell’amore di qualcuno per noi, o anche solo del nostro per noi stessi.

Mentre Londra, dopo aver ringhiato un bel po’ con i teddys e i mods, ruggiva sempre più forte in sottofondo alle raccomandazioni agli yé-yé di vivere bene e volersi meglio musicate e cantate dai lindi Beatles, la Luigia e il Serapioni Gigli sviolinavano l’una per l’altro e l’altro per sé la sinfonia dei loro guardaroba. Un ricordo che nella memoria riscalda le impronte ancora gelide di quella sfilza di spietate otto del mattino invernali  è quello delle loro apparizioni, l’uno a poca distanza dall’altra,  nell’atrio dell’Istituto: con il defilé con aria da ripasso di Seneca fumando una  Kent, dell’uno, sul marciapiede sul quale l’altra scendeva dalla macchina del fratello deputato a salvaguardare la sua totale, certissima, indubitabile integrità da eventuali disperate imboscate di chi non avesse alla fine più saputo resistere a tutta quella grazia di Dio avviluppata in quella marmellata di farfalle o soppressa  di bandiere internazionali, di quel frullato di campionari tessili ed eclettismo architettonico che erano le sue mises. Lanterna magica,  caleidoscopio, enciclopedia di colori e linee caduta nel pentolone della ribollita.

Il lampo dello psichedelico che in quegli anni illuminava il mondo era niente di fronte a quell’aurora boreale che erano i composé optical-rococò della Luigia, organizzati come un disegno di Hescher, che secondo il tuo umore e disponibilità del momento ti portavano sicuramente da qualche parte senza che tu potessi più essere in grado per il resto della tua vita di sapere dove e come c’eri arrivato. In quegli anni con le generazionali piantagioni di additivi vegetali ancora acerbi e di laboratori di chimica   underground ancora  freschi di calce, noi, pochi libri incerottati in una cinghia di gomma, ogni mattina eravamo automaticamente generosamente addizionati dall’ offerta continua della Luigia-Production, etonnante, stordente, sorprendente e insieme quotidianamente garantita, comoda e servita lì come un toboga imburrato come una fetta di pane sul quale scivolare, l’una e l’altra mattina, con continue varianti a seconda di  che rotta avesse deciso l’ impegno che la Luigia quel giorno aveva scelto, come sempre, di profondere per conquistare il Serapioni Gigli a botte di modeling; impegno  che, anche nelle giornate di stanca, faceva impallidire quello di Grimilde davanti allo specchio delle sue brame, delle sorellastre cattive di fronte all’ idea del ballo, di un Narciso inamovibile e impavido e imperturbabile di fronte al rischio reumatismi e della maga Enotea dalla bellezza  inarrivabile ed oltraggiosa.

In un’epoca in cui assieme ad hot pants a stelle e strisce “alti” come un ansaplasto, gonne ad effetto mantovana non più alte, dall’orlo alla cintura con fibbia da un chilo, di un cassetto di comodino con dentro una porzione di ragazza ultramoderna e ultralanciata verso una vita assolutamente intesa come interminabilmente da ragazza  ultramoderna e ultralanciata – in quel tempo in cui, nonostante l’avvio verso l’amore libero e bello e la famiglia dove capitava di farsela, si avviavano latentemente al trionfo i concetti di partenogenesi e non avrò altro figlio all’infuori di me – la perenne floridità della Luigia dirompeva straripando da quegli accenni d’abito coi quali la moda pretendeva d’essere omaggiata da ogni, ma proprio ogni, ragazza rinfrescandoci, in alcuni casi – col soffocare devoto di alcune dentro ogni che ci fosse di piccolo e sottotaglia –  il ricordo delle balie strabordanti dai corsetti conosciute nei racconti pieni di latte di campagna, umano e bovino, delle nonne e delle prozie.

Aver perso di vista la Luigia, negli anni immediatamente post scolari, mi fa sentire come derubato della testimonianza  diretta di un bel trancio di possibilità-esempio di evoluzione della specie. E più dell’ infinita lungimiranza della Twiggy che “cavalcata l’onda travolgente degli anni Sessanta” (M.C. Repubblica 28/09/02) “non ne conobbe l’infrangersi, la deriva”  prendendo in tempo “le distanze da un mondo al limite” – quando si dice il buonsenso, signora cara! – mi affascina la capacità della Luigia di essere silenziosamente andata, di sorpresa, oltre ogni apparentemente lampante scontato orizzonte già delineato da ingannevoli evidenze.

Un anno dopo il liceo, dopo cinque anni in cui l’aveva guardata come le Rolleiflex dell’epoca guardavano le auto pubblicitarie del Binaca fatte a forma di tubo di dentifricio al seguito del giro d’Italia attraversare Piazza Duomo a Milano e come in epoca successiva Boldi avrebbe guardato Moira Orfei sdraiata in turbante sotto un elefante, il Serapioni Gigli la Luigia la sposò. Da allora non ne sappiamo più niente, nessuno. Di tutta la classe nemmeno uno ne sa qualcosa. So soltanto che si trasferirono a New York. Ma quando ho letto di Twiggy su quel giornale che ne celebrava le qualità e la forza di mito intatto e di sopravvissuta al crollo di un’epoca titolando:  “Prima modella poi mito. Twiggy torna a sfilare a Roma”, ho avuto un brivido. Ho rivisto come un lampo scorrermi davanti agli occhi le mattine di cinque inverni, mi sono sentito in bocca di colpo il gusto di determinazione dell’ impegno di 84 chili di Luigia a camuffare da defilé hippy-surreal-camp-burino-peloponnesico la sua corte al Serapioni Gigli. E nell’animo una convinzione come una rivelazione: non era Twiggy a Roma. Era la Luigia.

il corsivo di Lele Cerri – L’atomo, questo conosciuto

Lele Cerri

“Mercuzio si accascia al suolo in un tripudio di velluti e ghinee nella speranza che il suo amico Romeo sappia, nei giorni a venire, vestire con ironia tutte le mises che lui gli lascerà” . E che diamine!, diamo a Shakespeare quel che è di Shakespeare. Se non mi trovo di fronte ad un falso clamoroso, secondo il prezioso incunabolo dal quale ho attinto il periodo testé sopra trascritto, con questa frase, lo smargiasso autore elisabettiano  avrebbe, in una delle prime stesure, dopo tutto quel noioso polemicare e fiorir di lame, congedato Mercuzio nel momento del di lui trapasso. E allora rientrerebbero tra i classici anche i titoli che ci tramandano la forza dell’indagine sociologico-antropologica con la quale una giornalista di Repubblica, in occasione dell’ultima kermesse Milano-Moda-Uomo, a forza di “l’uomo di Cucibellotrallallero veste con ironia” e altri titoli così, aprendosi sulla testa, come un uovo sul mucchio della farina per le tagliatelle, il trattatello Pirandelliano al proposito,  ci rassicura che, come si è potuto vedere a Milano in tempo di sfilate, da una collezione all’altra “va di moda l’intellettuale”. E nella mente, mi riappare, nel fascio di luce di questa garanzia, un dimenticato anticipatore di questo tipo di convinzioni che sbrogliano l’annosa matassa di congetture sul concetto di “essere o divenire”, ovvero quello che tutti credevamo il più cretino degli attori teatrali italiani che ci prometteva meraviglie col suo puntuale “vedrete!, quando sarò diventato un genio…”.

E dunque,  tutti tranquilli, adesso, quanti si preoccupavano dell’imbufalimento delle linee di pensiero!,  si rassicurino quanti temevano il dilagare del demenzial coatto: che nelle sue punte massime, tra l’altro, lo giuro, mi piace pure. Stiano tranquilli quanti vivevano terrorizzati dalla presunta caducità del pensiero esistenziale di questi giorni! Ormai  è accertata la soluzione al problema: un paio di culotte un po’ così, due giri manica comme il faut, un orlo qua e un altro là, una marsina color zafferano e un bavero color ciclamino ed eccolo qua, il nuovo intellettuale all brand new, nuovo di zecca, non più solamente sulla rotta Lodi-Milano né solamente con la bella Gigogín, ma sprofondato in una poltrona business class sul jet Milano-Parigi-Londra-New York pagata con i frutti del fluire del suo pensiero che sgorgando da stivaletti pitòn-orsetto, cappellini avant-retró, polsini d’Artagnan-Kundera sciorina meraviglie mentr’ il s’en va, sottobraccio a chi sapremo poi chi, da un party internazionale all’altro in sella alla stessa ironia della quale si ammantava nelle passerelle milanesi del pret à porter  proprio come Buffalo Bill stava a cavallo di un caval!

Non sono riuscito a capire una cosa, però, e ancora cerco mi domando: è vero che in questo periodo ci si può anche chiedere se hanno fatto più vittime gli olocausti di tutte le epoche, passate e presenti,  in tutto il mondo, o l’imbufalimento delle moltitudini che ciclicamente ha davastato le società che, come fenici goethiane, sono poi rinate dalle loro ceneri per migliorarsi, progredire nonostante tutto? Oh, come avrei voluto, già allora, che Pasolini, dopo essersi ben benino organizzato l’intuizione, la visione anticipata del peggio che inevitabilmente sarebbe dovuto accadere, fosse riuscito a prevedere, scorgere lontani e indicarci sia pure larvatamente,  anche gli esiti della rinascita che dovrà esserci, che forse, quasi sicuramente, dopo questo periodo che si abbuia che ci è stato dato da vivere, noi non vedremo ma  ci sarà; e anche se, pure, ci sarà dato, almeno, intravederla, forse faticheremo a penetrarla perché sarà sicuramente diversa, dal nostro vivere, nella grammatica e nella sintassi dell’esistenza. Una rinascita che dovrà esserci, però, caro amico della Guadalupa che mi hai scritto quella deliziosa letterina nella quale mi chiedi se ho qualche palandrana patchwork o redingote regimental-guerra-sul golfo-ma scherzosa-tanto ironica dismessa da mandarti, se non vorremo ritrovarci come Zira e gli altri a guardare i resti della statua della Libertà su una spiaggia del pianeta delle scimmie.

Per mantenere una parvenza di ironia, a volte, comicamente mi infilo i miei vestiti rivoluzionari pieni di acari delle epoche recenti, e con indosso quegli attestati di impegno ed intelligenza, quelle barricate tra me e i sogni chiamati utopia di una realtà che non saprò mai capire se si sia almeno in parte realizzata, mi siedo sullo scoglio dove si sedeva lo scemo del mio paese col quale sono cresciuto e guardo lontano come lui e forse, dimenticandolo subito, vedo quello che vedeva lui. E così, nell’attimo di pausa tra uno sciabordio e l’altro delle onde, vigliaccamente fuori da ogni responsabilità, mi sento il diritto di chiedermi, velocemente, già pronto alla fuga da una risposta, se mai ci fosse, se mai ci sarà, se ha fatto più vittime la produzione di acciaio per cannoni o il dono delle fedi alla Patria. Poi, mi guardo il giro manica, il collo del giaccone un po’ buttato lì, le toppe di velluto sui ginocchi dei pantaloni di cavalry, il polsino di cachemere-shetland che si abbandona debosciato sfilacciandosi verso le dita e mi dico: “cretino!, baciati, stupido! E smettila di fare tutta quest’ironia!”

E certo! Prendiamola sul serio questa bilancia dei pagamenti! Entro nel bar del porto dove nelle loro tute al contempo selvagge e ironiche, con i saldatori che come indicatori stradali sbucano dai tasconi sulle cosce, sono tutti così up-to-date, à-la`page, come si diceva prima anche nelle famiglie aristocratiche russe. Mi rallegra il profumo del caffè, dilagante, e col procedere del mio delirio mi tormenta la martellante ingiustificata domanda: “Ma chi tira avanti il Paese, allora? I munti? I mungitori?”.  E se non avessi il cuore rimpicciolito dalla paura di distoglierla, così, da una sfolgorante carriera di modella, proporrei: la mucca di Vipiteno al governo!

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Lele Cerri

Unico cantante jazz della sua generazione, Lele Cerri alla fine degli anni 70 forma un gruppo con i migliori giovani jazzisti romani ed ha residenze fisse nei principali jazz club di Roma. Anche se lui non ama definirsi cantante jazz, ma “uno che canta canzoni con accompagnamento jazz”, la rivista Musica Jazz lo chiama a rappresentare il jazz vocale italiano. Alla fine degli anni 70 la Rai gli riserva un programma radiofonico in diretta e Canale 5 gli dedica una puntata del programma musicale Pop Corn. Seguono altri speciali radiofonici e televisivi a lui dedicati. Autore di più di trenta brani per Mina, con cui ha ha anche duettato e di cui cura il sito internet e la pagina facebook, Cerri ha recentemente formato un gruppo con giovanissimi talenti da lui scoperti, e da tre anni è il vocalist della Galaxy Big Band di Bruno Biriaco. Penna brillante e felicissima, è stato fin dal primo numero l’insostituibile corsivista della rivista cartacea “Ciminiera” (2002-2006).

 

il corsivo di Lele Cerri – IL MANGIADISCHI

Lele Cerri

Chi, tra quanti di noi erano stati a Roma in gita scolastica o avevano visto al cinema in un pomeriggio odoroso di caloriferi e pavimento di legno umido di impronte di suole bagnate Vacanze romane con il Gregory Peck che con la disinvoltura di una stalagmite di legno faceva lo scherzo della mano mangiata ad un’atterrita Hepburn portata in Vespa alla bocca della verità a  Santa Maria in Cosmedin,  sotto sotto, dentro dentro, tra sé e sé, non sognava, oh sì che lo sognava!, che nell’infilarci un disco della Connie Francis – e via giù a ridere col suo “g’è… quaccuno…” -, di Pat Boone o Celentano piccolo o di Paul Anka o Nat King Cole o Serenade della Sarah Vaughan o la zebra a pois nel disco rigatissimo della Mina o Cry ancora di Johnny Ray o Hotta, hotta chocccolatta di chi si ricorda più chi ma ascoltata per ore e ore di seguito fino allo straveggolamento, o Just a dream just a dream mi sembra di Frankie Avalon e Just in time di Nat King Cole e Answer me di Frankie Lane e Magic moment di Perry Como e poi le pere mature e i pullover e i barattoli e le gatte dei neonati cantautori italiani, il mangiadischi, sdentato come una prozia ma vorace come un cugino grasso e bulimico, gli azzannase la mano? Se qualcuno mi giurasse il contrario non gli crederei, non potrei rassegnarmi all’idea, non sopporterei di appartenere ad una generazione così poco visionaria. Accessorio prevalentemente delle giovani fanciulle in musica, macchinetta per me irrinunciabile per la mia necessità di ascoltare ovunque e sempre la musica che mi piaceva e complice a pile di quel certo che di transilvanico dei maschietti che è poi maturato nelle tre o quattro mezze generazioni che ci hanno seguito e che, sono certo, in noi era in embrione, nascosto tra le pieghe di un osare appena un ciuffo qua e là, una brevità del pantalone a sigaretta a scoprire i calzettoni bianchi in quegli anni più alla Presley che alla Gene Kelly che aveva da pochissimo fatto luogo al bacino più rappresentativo del globo rientrando in quinta tiptappando ormai inevitabilmente a ritmo di rock, il mangiadischi – che il moderno ragazzo predark che sono sicuro fosse in molti di noi intravedeva carnivoro – mentuto e di buon palato si mangiava ogni apposita ciambella infilassimo in quella bocca tanto generosa di suoni quanto, per fortuna di tutti, decisamente, assolutamente, tecnicamente discreta, silente su tutto ciò di cui lui,  grande divoratore, instancabile azzeratore di pile torcia non ancora a lunga durata,  era testimone: colpe tremende! : evasioni musicali in ore di studio, camporelle tra il lusco e il brusco con rischio di rivelatrici, autoadesive, traditrici tracce vaccine sul retro di impermeabili, kilt scozzesi, sottanine plissé, jeans con il risvoltone e i primi panta- gabardina da ragazzo grande, completini twin set di orlon da ragazze della porta accanto ma scicchine e giubbottini di renna da quel che più tardi si sarebbe chiamato fighetto, giuramenti di eterno amore vista golfo, vista lago, vista lungofiume, vista valle o anche vista piazza della stazione o delle poste o vista cortile della casa dell’amica che ospitava l’incontro galeotto alla poveri ma belli fra te e la sorella del tuo migliore amico che in un altro incontro galeotto si giurava lo stesso amore con tua sorella al suono di un altro mangiadischi a casa di un’ altra amica compiacente anche lei e anche lei con cameretta vista sul cortile condominiale con tanto di agave e palma e pitosforo e vasca dei pesci e cagnetto, della portiera signora Guglielma, che come uscivi in bicicletta per riportarti a casa il tuo album di 45 giri con la maniglia infilata al manubrio o appoggiata al fanale, ti azzannava l’orlo dei pantaloni anche loro più alla Presley che alla Gene Kelly sempre per il solito motivo della recente abdicazione dell’uno danzatore acrobata in favore dell’altro vocalista oscillatore.

In una gita terra-mare-isole-terra che la Bruna ha poi sempre ricordato come pic nic nonostante avessimo pranzato a branzini e cacciucchi in uno  dei migliori ristoranti della costa toscana, il mio mangiadischi, verde come le  tappezzerie delle littorine, si intossicò a suon di “è mezzanotte, anzi lo era, tra un bacio e l’altro ormai rintoccano le due….” che il nostro Caronte e San Cristoforo, babbo della Bruna stessa, si era portato dietro in macchina in un cofanetto che conteneva in più cialde “tutto il meglio di…”. E mi sembrò di sentirlo tirare un sospiro di sollievo come se gli avessi infilato in bocca una Valda quando, tornati a casa, gli sparai dentro, come un antidoto, For all we know di Billie Holiday. Mi parve di vederlo, anzi, a un tratto lo vidi proprio, partire al galoppo tra praterie di lucente, altissimo e per quella nostra età recepibile ma indecifrabile fatale dolore, abbeverarsi a un ruscello di luce cosmica, planare sulla cresta di una distesa di speranze umane panneggiate sulle inflessioni di quella voce e tendermi una cinghia per ringraziarmi di aver percepito che anche i mangiadischi avevano un’anima che si nutriva di quello che altre anime emanavano cantando. Poco più tardi, quando mi risvegliai giusto in tempo per infilarmi nel letto, mi resi conto che avevo fatto né più né meno come Dorothy anche se, invece della lunga strada gialla per Oz, avevo infilato, per un’oretta, quella che portava al cuore dei mangiadischi. Ma ormai, per me, il mangiadischi il cuore ce l’aveva davvero, e doveva essere il mio a rappresentarlo, a scegliere per lui. Una delle mie prime responsabilità. Da allora non gli feci più mancare niente di tutto ciò che di variatamente appetitoso si trovava in 45 giri. Quasi volessi educarlo sentimentalmente. Come se farlo mi facesse sentire la coscienza a posto nei suoi confronti. E Banana boat di Belafonte, che aveva già qualche annetto ma a quell’epoca i pezzi rimanevano giovani e nelle classifiche d’ascolto per anni e anni, era, per il mangiadischi, con Patricia e gli altri stuzzicanti mambo di Perez Prado o i latini ancheggianti-un po’ tradotti-universalizzati di Trini Lopez, una specie di scampagnata con mangiare al sacco ma con varietà di sapori allegri e ringalluzzenti.

Compagno inseparabile di viaggi a corto e medio raggio, il mio mangiadischi lo tradii di brutto quando me ne partii per Londra, sedicenne, con tutto il bagaglio spedito “appresso” per comodità, il passaporto in tasca, con a tracolla il mio Teppaz foderato scozzese, doppio altoparlante interno-esterno sul coperchio a simulare un’intenzione stereo, un po’ più fedele riproduttore di alti e bassi del povero tradito e lasciato a casa;  e soprattutto capace di accogliere sul suo piatto, sia pure con dimensioni da portatile, i 33 giri di Ellington e Basie e quelli di Dakota Staton che mio zio mi aveva portato da New York perché in Italia non si trovavano e della Mina che aveva già cantato anche Summer time che nella bocca sia pure a ciabatta sformata del mangiadischi non potevano trovare accoglienza e che avevo deciso avrebbero dovuto essere i miei compagni d’avventura in terra d’Albione; dove appoggiai piede dopo che, totalmente libero dai miei bagagli, non appena imbarcato sul traghetto, che all’epoca era una navona nera con fumaiolo giallastro burro marcio e scialuppe grigiastre da “Cartulina ‘e napule”, mi ero ritrovato a reggere per tutta la traversata della Manica quelli di una giovane moglie di Enna che – con tre figli di tutte le età possibili, anche loro da reggere mentre il mare, quel giorno sull’euforico, ci constringeva ad un samba indesiderato, e una mezza dozzina tra pacchi e valigioni  pure loro di ogni misura possibile legati con lo spago – andava a raggiungere il marito a Glasgow. In quell’inverno londinese, mentre ascoltavo Awfull sad di Ellington e Nuie di Mina accanto al caminetto con il fuoco a gas di camera mia nel mini-flat nella Mansion piena di studenti non ancora hippies né intillimanici o tantomeno rasta di Lancaster Gate dove in inglese una mattina leggemmo chissà cosa del crollo di Kruscev, mi ritrovai spesso a sperare che la Marghe, alla quale avevo lasciato il mio mangiadischi, lo nutrisse come era stato abituato. Quando tornai, fu per me un’anticipazione di par condicio riassicurargli la partecipazione ai nostri momenti quali che fossero: agli alti o ai bassi delle esplosive, fulminanti e fulminee scoperte ed esplosioni sentimentali, ai dopocena d’inverno nel garage riscaldatissimo della casa del Ciccio durante i quali sognavamo di diventare, crescendo, un po’ debosciatelli, un po’ rive gauche,  perdutini quel tanto che credevamo ci avrebbe evitato di conoscere la noia. Fu con noi, quella specie di portadentiere canoro, a suonare le più varie, appoggiato su un barile di catrame col coperchio tutto svirgolato, anche nei giorni della scoperta del fai da te quando, armati di attrezzi fino ai capelli a spazzola, passammo tre settimane a sverniciare la barcona in disfacimento del babbo del Gianugo da noi messa ai restauri rovesciata sull’aia della casa di campagna tra i vagheggiamenti e una di giorno in giorno lievitante lista di dettagli su una futura crociera estiva sottocosta che si incagliò nell’incepparsi del restauro ai primi sgretolamenti delle prime tavole del fasciame alle prime piogge di aprile. Ma quell’estate, il mio ormai nostro mangiadischi se la visse alla grande lo stesso. Sempre con noi. Come cretini passavamo nottate abbivaccati e sonnecchianti tra un sogno e l’altro distesi tra le rovine della Rocca Malaspina sul primo colle a un chilometro dal mare nero  e lucido là in fondo e Ray Charles cantava Georgia on my mind, se da mangiare al mangiadischi glielo dava la Giovanna, o, se a imboccarlo era quell’esagerato di Albertone, le poesie di Neruda o le canzoni della Laura Betti con i testi di Arbasino e Moravia che all’Andrea facevano esalare Dio, che palle!… mentre gli altri lo pensavano soltanto,  oppure Cry me a river con gli sfiatamenti avvolti nello chiffon verde acqua di Julie London o  il jazz moquettato di country di Peggy Lee che cantava Fever e Lover o le prepotenze di Sassy Vaughan che gli dava dentro come una matta con Perdido come se rincorresse un qualche pilota di una delle più esaltanti carrere messicane. In quelle notti, lui, il mio mangiadischi, fece in tempo a banchettare con L’ultima occasione e Era vivere di Mina che puntualmente, ogni sera, avremmo poi ricantato riscendendo piano piano sui tornanti della collina, afflosciati e stampati come decalcomanie sui sedili delle macchine, a notte fonda. Nelle più affettuose di quelle sere, tra quel che rimaneva dei pochi merli su quel che rimaneva delle torri e la luna, appariva sempre una nube a rendere più discreta la luce notturna su certi sogni giovanili ad occhi aperti quando il boccone era Billie Holiday che cantava What’s new?.  E, che cretini!, forse per l’effetto di un’indigestione di bellezza, ci sembrava che tutto, intorno, rispondesse.