I volti chiusi. Saggio sull’alterità nella poesia di Cesare Pavese

di Irene Mezzaluna

(Questo breve saggio 1° classificata “Premio Nazionale Cesare Pavese” sezione saggistica critica/opere inedite -XXXII Edizione, 2015)

L’essere umano ha il più grande bisogno di una presenza, di un volto che dica “io ci sono e sono per te”.  É nel rapporto con l’altro – con l’altro d’amore – che l’io continuamente da il meglio di sé.  Il volto dell’amato ci ricorda quanta bontà siamo in grado di donare, quanto siamo attaccati alla vita. In questo rapporto mi riscopro perché nell’amare l’altro mi viene restituita la parte migliore che ho. Il volto prediletto affiora dal reale con l’eminenza dei suoi tratti, per una bellezza unica.  La vista, infatti, è il primo mezzo col quale l’umano conosce il mondo: egli si accorge del dato di realtà che lo circonda, viene toccato, commosso, ferito, spiazzato dall’imprevedibilità degli eventi, dalla sorpresa degli incontri. Il vedere stupisce e innamora.

Lo sguardo d’amore è uno sguardo interessato che getta l’uomo dentro la realtà (inter-esse: essere nel, essere tra), lo spinge a misurarsi con essa.

Pavese di fronte al volto della persona amata si interroga sul valore dell’incontro, vuol capire e ribadire quanto il rapporto con l’altro sia il cardine della vita soggettiva.

La solitudine, «la crosta da rompere»[1] scriveva, è come uno scudo, un muro che si crea intorno a chi non si sente visto, guardato con interesse, preso sul serio, amato. Essere soli ci rende disperati, fa sentire trasparenti. Se manca il contatto con l’altro manca tutto, manca il riconoscimento dell’esistenza. Andare verso l’altro, «Il bisogno di comprendere gli altri, carità verso gli altri, che è poi l’unico modo di comprendere e amare se stessi»[2] è un appello costante in tutta l’opera pavesiana ed è in primis un bisogno umano di cui egli stesso fa esperienza: ha vissuto sulla propria pelle il dolore d’amore, il bisogno dell’altro, la solitudine, le scelte subite e ne ha fatto un’occasione di rilancio lottando per cercare nell’incontro e nel dialogo l’apertura alla possibilità di amare, di essere riconosciuto e accettato a sua volta.

La concretezza dell’esperienza fornisce lo stupore iniziare da cui si innesca ogni domanda di senso, il volto dell’amata è segno concreto, terreno privilegiato d’indagine, simbolo che richiama ad altro da sé, che Pavese coraggiosamente fissa in parola scritta e indaga attarverso il riscatto possibile della poesia.

Troppe volte si dimentica che Cesare Pavese ha aperto e concluso proprio in versi il suo percorso letterario, la poesia testimonia un attaccamento autentico all’esistenza perché cerca di conoscere la vita, descriverla, e di dare un nome a ciò che si presenta agli occhi dell’umano, anche a ciò che più lo terrorizza: l’ ignoto, l’inconoscibilità.

Nelle raccolte poetiche pavesiane appare con ricorrenza sempre più marcata il tema dell’alterità, soprattutto femminile, indagata in quanto fonte d’amore: è certamente vero che le iniziali poesie di Lavorare Stanca abbiano una forte impronta denotativo/narrativa nel loro descrivere paesaggi piemontesi, raccontare eventi, presentare figure umane tipizzate, ma è più propriamente nella seconda stagione compositiva dell’autore, quella simbolico-mitologica inaugurata negli anni ’40, che compare un “Tu dedicativo” molto frequente al quale Pavese indirizza il dialogo poetico e che spesso sottende o richiama una persona concreta, amata realmente: La terra e la morte scritte in occasione dell’incontro con Bianca Garufi e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi per Constance Dowling. Questo cambiamento di prospettiva matura nel momento in cui Pavese comprende che descrivere e raccontare solamente i fenomeni concreti del mondo non fosse un metodo esaustivo per indagare la totalità del reale, per cercare nell’infinita trama di rapporti e ritorni esistenti ciò che li fa consistere tutti, una radice comune.[3]

Per questo motivo attribuire arbitrariamente la sua tragica morte a depressione o alle relazioni sentimentali fallimentari (come è accaduto in passato) appare un’interpretazione a dir poco riduttiva, tenendo conto della complessità e profondità di riflessione metafisica che caratterizzano il percorso esistenziale e soprattutto letterario di Pavese.

É gli stesso, infatti, a sostenere che «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perchè un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla»[4]. La nudità di cui parla Pavese è insita nel rischio che comporta l’amore: quando l’uomo ama si denuda, resta inerme – senza armi – puro e nel contempo totalmente indifeso, passibile di ogni attacco. Gli altri sono «misteri di dolore e pericolo»[5] perchè solo i compagni, i figli, le mogli, i nostri prossimi, sanno farci soffrire maggiormente poichè sono gli stessi che amiamo di più.

Il tu diventa parola poetica che ama l’altro contemplando e descrivendo la sua realtà: è per questo motivo che in tutta l’opera poetica di Cesare Pavese è presente il tema della figura femminile indagata a partire dal suo dato più concreto e tangibile, quello corporeo-fisico, fino ad un livello di significazione superiore, nel momento in cui Pavese associa alla donna gli elementi simbolici della natura che nasce: frutti di primavera, vento, luce del mattino etc.

Nel descrivere questa alterità inafferrabile Pavese fa una lunga dichiarazione d’amore, dichiara “tu sei”.

Al nostro poeta va riconosciuto il merito di aver compreso davvero cosa significhi amare: riconoscere, accettare e dire “così sia” di fronte alla vita libera dell’altro e alle scelte che egli intraprende anche col rischio che siano diverse da quelle che ognuno in cuor suo desidererebbe. Amare è arrendersi al fatto che l’altro, con la sua bellezza attraente, non è cosa in mio possesso, non è voluta o creata da me. «Possedere vuol dire distruggere»[6] scrive Pavese, oppure ancora: «A volte sembra che distruggere sia l’unico modo. E va bene. Ma distruggere una sola volontà, una sola pianta, se pure è possibile, è meno che nulla: bisognerà passare a un’altra, a un’altra ancora e così via all’infinito. Stupidaggini. […] Tanto vale accettare il mistero […] E amare tutto questo con cautela disperata»[7]. Chi ama deve continuamente ricordare che l’altro, come me, è libero di agire, di esserci e di andarsene e questa libertà costitutiva di ogni vivente fa disperare perché l’uomo è fragilissimo e quando trova una bellezza vorrebbe agguantarla, stringerla e non privarsene più. Ma questo è possibile con un gioiello o qualsiasi altro bene materiale, non con una persona. Una persona ha una volontà diversa e spesso avversa alla propria, parla, lotta, soffre, si dimena, gioisce, fa a suo modo, ha una storia e un destino diversi dal mio, è libera ed in quanto tale non può essere circoscritta, chiusa, afferrata in nessuna maniera. Se è veramente libera resta ai nostri occhi sempre imprevedibile ed incomprensibile.

«Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà/ ogni volta mi sfugge e mi porta lontano» scrive Pavese ai vv.12-13 di Incontro; come è possibile mettere l’altro/a sotto i ferri delle mie categorie interpretative? Volere l’altro come dico/penso io equivale a non amarlo, ad annullare la sua essenza, ucciderlo. E questo Pavese lo scrive.

«Costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla» segna al v. 3 dichiarando con tutta franchezza la sua impotenza conoscitiva di fronte all’amata: è questo uno dei punti più critici della poetica pavesiana. La vera impotenza non risiede nell’incapacità di possedere carnalmente una donna (anche -di riflesso), ma si riferisce a quella incapacità costitutiva umana di non poter arrivare ad una conoscenza esaustiva e definitiva del mondo e delle persone, di non riuscire a svelare il mistero dell’esistere e il mistero concreto che l’altro, nell’eminenza del suo volto, simboleggia. Pavese parla della finitezza ontologica, della frattura dentro cui ogni essere umano vive, in bilico tra il limite e il desiderio, che emerge con tutta tragicità di fronte al volto d’amore, mai possidibile e pur sempre desiderato.

E’ infatti nelle ultime due raccolte poetiche che Pavese inserisce il tema del volto femminile connotato da elementi di chiusura intesa come oscurità, come impenetrabilità statica, quasi marmorea. Ma in che modo Pavese descrive e da significato ai “volti chiusi”, che valore simbolico/metafisico ha l’apparente incomunicabilità del volto d’amore?

Il volto in quanto tale denota un ente – la persona che ne è portatrice – ed è dotato di una cifra di positività perchè c’è, “esiste piuttosto che nulla”. Il fatto che il volto ci sia ed è positivo trascina con sé però anche il dramma del silenzio: ognuno di noi può essere o trovarsi di fronte ad un volto che non si esprime in apparenza, non rivela verità alcuna. In La terra e la morte e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi troviamo versi come:

«Sei un chiuso silenzio/che non cede, sei labbra/ e occhi bui» (Anche tu sei collina); «Hai viso di pietra scolpita/ […] Sei buia./ Per te l’alba è il silenzio» (Hai viso di terra scolpita); «Tutto chiudi negli occhi. […]/ tutto chiudi in te» ( Di salmastro e di terra); «Sempre hai occhi segreti» (Sempre vieni dal mare); «Tu non senti. Vivi/ come vive una pietra» (Sei la terra e la morte); «Tu viva tacevi» (I mattini passano chiari); «Anche la notte ti somiglia/ […]O viso chiuso, buia angoscia/[…] Sei distesa sotto la notte/ come un chiuso orizzonte morto» (The night you slept). Il silenzio che non rivela, però, non è una condizione di assenza di significato, è piuttosto  scegliere di non dire. Un volto vivo è sempre segno di una persona che pensa, si anima, si esprime, esiste attivamente. Il non dire è un esprimersi allo stesso modo del parlare, ma ribadisce la scelta di tenere qualcosa nascosto. Ciò che è nascosto esiste già, ma va tenuto segreto, coperto, difeso. Ciò che va difeso è tale perchè fragile, distruggibile, vulnerabile e ciò che è «assolutamente debole», a dirla col filosofo Lévinas,[8] è proprio l’umano nella sua limitatezza, nella sua nudità, nella sua essenza di essere fallace e mortale. “I volti chiusi” di Pavese sono volti di donna: l’eterno femmineo è la categoria dell’essere in assoluto più misteriosa perchè, in quanto tale, contiene e nasconde l’ente che c’è e va protetto, la vita in potenza, ovvero la possibilità di generare altra vita.

Cesare Pavese comprende che proprio nel silenzio e nell’apparente fissità dei volti d’amore c’è la traccia nascosta di un infinito inconoscibile, del destino, dell’inafferrabilità libera dell’altro. Quel «mi porta lontano» visto sopra, segna questa consapevolezza: l’io, nel rapporto con l’altro, cerca quell’Altrove metafisico che fonda l’esistere, dando seguito al proprio desiderio d’infinito.

I famosi versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi «Per tutti la morte ha uno sguardo. /Verrà la

morte e avrà i tuoi occhi» possono essere compresi alla luce di questa consapevolezza: la vera morte accade quando la crosta della solitudine non viene rotta, quando quel «vivo con te e mi sento vivo»[9] dei Dialoghi con Leucò non si concretizza, quando ci si arrende all’urto e si abbassano gli occhi di fronte all’altro che attende, come me, di essere guardato e amato.

La vera morte è il non incontro, il dimenticare che «la vita è comunione» e che «l’angoscia e il sangue non è la fine di tutto. Una cosa si salva sull’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo»[10].

Dobbiamo molto a Cesare Pavese. Soprattutto per aver capito che nessuno si salva da solo.

 

 

[1] Cesare Pavese, Ritorno all’uomo, articolo apparso su l’Unità, Torino, 20 Maggio 1945

[2] Ibidem,  Leggere, articolo apparso su l’Unità, Torino, 10 Giugno 1945

[3] Cfr. la posizione in merito nel saggio A proposito di certe poesie ancora non scritte, in Cesare Pavese, Le Poesie, a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di Marziano Guglielminetti, Einaudi, Torino 1998

[4]  Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, Einaudi, Torino 2000, p 394

[5]  Ibidem, Saggi letterari, Einaudi, Torino 1968, p. 291

[6]Ivi, p.318

[7]Ivi, p.293

[8]Intervista a E. Lévinas,  Rivista Aut-Aut, Settembre/Dicembre 1984

[9]  Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1999 p.170

[10]Ibidem, Ritorno all’uomo, Op. Cit.

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