LA CIMINIERA. Un racconto di Alvaro Valentini

Giorgio Morandi, “Paesaggio con la ciminiera” – Acquaforte su zinco (1926)

Da bambino, chissà cosa avrei dato per poter salire in vetta alla ciminiera; ma non mi hanno mai lasciato arrampicare fin lassù.
Sapevo che, all’interno, essa aveva una scala di ferro e che era larga tanto che un uomo grosso ci passasse comodamente.
– Che hai visto di lassù? – chiedevo agli operai che vi salivano.
– E che vuoi che abbia visto? – rispondevano. – Quello che c’è qui lo vedi dall’alto e ti sembra più piccolo.
– E la valle e il fiume si vedono? – chiedevo ancora.
Mi rispondevano che non ci avevano badato.
– La prossima volta te lo sapremo dire, – promettevano e non mantenevano mai.
Io ero persuaso che fosse una cosa meravigliosa guardare il mondo dall’alto della ciminiera; ed ero persuaso, del resto, che da lassù si vedesse il fiume e la valle. Oggi mi riesce difficile spiegare tanto interesse per la valle e il fiume e non ricordo perfettamente i pensieri di allora; li sento però, e mi pare che volessero dir questo: dall’alto della ciminiera io avrei visto tutto quello che si svolgeva nella fornace; i carrelli andare, gli scarriolanti portare mattoni crudi e cotti, i cementisti entrare e uscire dai capannoni rossi e i fuochisti neri e polverosi arrivare a lavarsi fino alla cisterna.
Poter vedere tutte queste cose, nello stesso momento, senza dover correre di qua e di là perdendone una per contemplarne un’altra, doveva essere (pensavo) una grazia meravigliosa.
Ma più bello ancora doveva sembrare lo spettacolo della valle. La fornace era al culmine di una collina che sprofondava, a sud, fino al fiume; gli autocarri che venivano a scaricare carbone o a caricare laterizi, salivano dal fiume lungo una strada che partiva dalla costa ed era prima il loro rumore che la loro apparizione ad annunciarli.
A me sarebbe piaciuto, tanto, vedere da una parte gli uomini che ammucchiavano mattoni uno per uno, e, piano, metro per metro, salendo dal fiume per caricarli. E poi uomini ed autocarri unirsi, ma ordinatamente, quasi per un incontro calcolato.
Invece gli autocarri, scoprendosi all’ultima curva, sembravano arrivare inaspettati; e la gioia di salire sulla ciminiera non mi veniva mai concessa.

Per questo mi ero costruita una ciminiera ideale; e quando, alla sera, riassumendo tutto quel che avevo visto alla fornace ne tiravo le somme, amavo credere di averlo osservato in un lampo, coe se fosse stato dall’alto del fumaiolo, in un osservatorio che riunisse lo spazio e il tempo in un prodigioso pinnacolo.
Ma da quel pinnacolo rivedere la morte di Mirella è certamente più penoso che nella realtà, perché l’autocarro avanza, avanza, e Mirella si avvicina al cancello e l’autocarro e lei si incontrano sul pilone e l’autocarro la schiaccia…
Dio, com’è penoso, tutte le volte, guardare Mirella che non arriva né prima né dopo al pilone, ma giusto in tempo per farsi schiacciare dall’autocarro!
Indossava un grembiulino a quadretti celesti e bianchi; come l’avevo vista il primo giorno, poco dopo arrivata.
Vicino alla fornace c’era una scuola; e la zia di Mirella c’insegnava e Mirella era venuta a trovare la zia.
Le capannelle della fornace arrivavano fin sotto la scuola. Lei stava alla finestra; io stavo a raccogliere fiori o fare qualcosa del genere lì sotto, e non l’avevo notata.
– Ti piacciono i fiori? – lei chiese.
Aveva una vocina dolce e vivace.
– Sì, – dissi io sorpreso. – Ma mi piacciono anche i ranocchi, – aggiunsi ostentando disinvoltura.
– I ranocchi, – rise lei. – E che c’entrano i ranocchi?
– Cerco i fiori per gettarli ai ranocchi. I ranocchi amano molto i fiori.
Mirella scese, io l’aiutai ad infilarsi in uno squarcio della rete metallica e così passò dalla mia parte.
– Là sono i ranocchi, – la informai conducendola verso la cisterna.
– Perché i ranocchi amano i fiori? – chiese.
Non lo sapevo. Sapvo solo che i ranocchi non si spaventavano quando gettavo loro fiori e si spaventavano molto se scagliavo sassi. Concludevo che amavano molto i fiori. Ero bambino, avevo otto anni e, per uno strano pudore, mi vergognavo di farmi sorprendere da qualcuno mentre, fermo, contemplavo incantato i ranocchi. Così gettavo fiori nella cisterna.
Quando mio nonno mi vide con Mirella, mi si accostò dicendomi:
– Se la fai piangere, te le suono. – È la nipote della maestra, – dissi io. – Va bene, ma se la fai piangere, te le suono.

Evidentemente alla fornace godevo di una cattiva fama. Bastava che un’ombra spaventasse all’improvviso gli scarriolanti sotto le gallerie o che si spegnesse una lampada o che un maiale dai campi vicini finisse infuriato sotto la mattoniera, e la colpa era sempre mia.
Veramente la colpa era mia, ma mi dispiaceva che sapessero scoprirmi.
In quella accanita guerriglia solo una cosa avevo guadagnato; ed era che se mi vedevano accanto alla cisterna, intento a contemplare i ranocchi, nessuno degli operai mi scacciava o mi molestava, ma tutti giravano al largo e mi lasciavano intera la signoria di quel luogo. E accanto alla cisterna ero felice.
– È meglio non molestare quel demonio, – dicevano.

Dopo un giorno o due Mirella mi chiese:
– È vero che sei un ragazzo cattivo?
– Che vuol dire “cattivo”? – chiesi io irritato.
– Cattivo vuol dire cattivo, – conclude lei. – Io, però, penso che tu sia buono.
– Cattivi sono gli operai. Vogliono impaurirmi raccontando al nonno che prendo pesci dalla cisterna o che adopero mattoni freschi per fare le figurine di argilla o che salgo di nascosto sopra i carrelli della cava… se loro non la smettono, io non smetto di dar loro fastidio, di spaventarli quando capita…
– E come li fai spaventare? – chiese incuriosita.
Le raccontai le mie imprese. Rise a lungo.
Adesso, per me, è molto difficile descrivere quel suo riso. Ma ricordo che fu come una ruota in cui i colori degli operai, dei fuochisti, dei carrelli, del maiale e della ciminiera, girando girando, si tramutavano in un limpido azzurro, come gli occhi di Mirella. Ma gli occhi di Mirella avevano in mezzo il punto nero della pupilla.
– Ti piacerebbe avere un ranocchio? – le chiesi.
E gliene ofrii uno, piccolissimo, che le tremava sul palmo della mano.
– Posso tenerlo? – domandò.
– Se vuoi, – le dissi. – Ma se la mamma lo attende e piange perché  lui è lontano, penso che bisognerebbe tererlo appena un po’ e poi lasciarlo andare. Tu, quando tornerai dalla mamma?
– Presto, – disse. – Lunedì che viene.
E dopo, lasciando il ranocchio tra l’erba, proprio sulla sponda della cisterna, aggiunse:
– Mia zia mi ha detto, ieri, che chi non fa male alle bestie è buono. Tu non fai male ai ranocchi, ma fai spaventare gli operai.
– I ranocchi sono piccoli, gli operai sono grandi.
– Allora sei buono davvero.
– Non so. Chiedi a tua zia se uno che molesta i maiali è buono o cattivo. I maiali grandi, s’intende…
Mirella rise ancora.

Tutte le volte che veniva a cercarmi, andavamo accanto alla cisterna. Era un posto tranquillo. Le promettevo che, prima o dopo, l’avrei condotta lungo il ruscello che dalla cisterna scendeva dietro la collina giù giù nella valle. Le dicevo che, se un giorno avessero ripulito la cisterna, avremmo visto le case dei ranocchi. E mi provavo anche a descriverle le scene di quando raccoglievano le olive, lì intorno, o mietevano il grano o vendemmiavano.
– Ma noi non siamo lontani dalla città, – concludevo. – Se vogliamo, saliamo u un autocarro che parte e ci andiamo. Però qui abbiamo l’uva, il grano, gli uccelli.
– Noi abbiamo un albero nel cortile, tutto pieno di uccelli.
– Qui, d’inverno, con la neve, prendiamo quanti uccelli vogliamo.
Mi aiutava volentieri a cogliere fiori.
A me piacevano immensamente. Ne avevamo di gialli, poco lontani dalla cisterna, ed ero contento di poterli raccogliere ogni giorno.
Nelle ore in cui non c’era Mirella, credevo di dover alternare alla calma periodi turbolenti, perché immaginavo che gli operai,  se io fossi diventato troppo buono, non mi avrebbero lasciato godere in pace la cisterna. Poi, quando arrivava Mirella, ridiventavo buono per non deluderla, per non contrariarla.
– Ci voleva quella bambina per calmarlo, – dicevano infatti.

La cisterna era incantevole. I fiori intorno e una siepe che la recingeva. C’erano quattro olivi poco distanti e un pozzo vuoto dentro cui mi piaceva gridare parole che rimbombavano. I rumori della fornace arrivavano attutiti fin là, il suono degli autocarri arrivava ora sì ed ora no. La brezza costante che scuoteva le erbe alte recava odor di trifoglio; e i tonfi dei ranocchi erano più leggeri del ronzio delle libellule.
Mirella, ancora oggi, quando ripenso a lei, sbuca dal viottolo che costeggia il gruppo delle capanne, tra una siepe di more e il deposito degli storini, e arriva sull’orlo della cisterna e getta briciole ai ranocchi.
– Io credevo che fossero brutti, i ranocchi, – dice.
Poi scuote le erbe intorno a sé e dice:
– Vediamo chi trova il fiore giallo più grosso.
Ma non si avvicina, da principio, al grande cancello della fornace che ha due grossi piloni in muratura e si apre con quattro snodi.
Finché Mirella coglie i fiori che sono attorno alla cisterna, tutto è sereno nel ricordo. Ma quando qualche giore grande occhieggia al di là, verso il cancello, io vorrei che non lo vedesse…

Non so come sia accaduto, non so se poteva o non poteva salvarsi. Ero lontano, sotto una galleria. So soltanto che era venuta a cercarmi, quella volta, e quando fu davanti al pilone sinitro l’autocarro le passò accosto, troppo accosto.
Perciò, dalla mia ciminiera ideale guardo gli uomini che ammucchiano mattoni e verso la valle scopro il camion che viene a caricarli, trovo sempre sul cancello Mirella che arriva né troppo presto né troppo tardi, ma nel momento preciso per farsi schiacciare, senza che la mia memoria possa spostare di un centimetro il suo corpo, riportarlo, almeno una volta, una sola volta definitiva, verso la cisterna dove i fiori gialli ricoprono tutto il terreno.

________________________

 

Alvaro Valentini

Laureatosi nel 1946 all’Università di Roma con una tesi su Vincenzo Cardarelli e Giuseppe Ungaretti come relatore,  e docente a sua volta di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Macerata, Alvaro Valentini era nato a Fermo nel 1923, continuandovi a vivere fino alla scomparsa avvenuta nel 1991.  Esperto dell’opera di Eugenio Montale, cui dedicò numerose opere di saggistica, fu anche studioso di Leopardi, Dante, Gozzano e Matacotta. Poeta, narratore e critico, traduttore de Il meriggio di un fauno di Mallarmé per le “Edizioni di Nuvole” di Lanciano nel 1969,  tra le sue opere si ricordano: per la poesia, Notizie del figlio (1960), Una storia d’amore (1961) e Perlocuzioni (1983). Per la narrativa, Il coniglio e lo stregone (1959), La ciminiera (1960), La luna in diligenza (1985), L’ombra (1993). Per la saggistica, Semantica dei poeti. Ungaretti e Montale (Bulzoni, 1970), La rima, la forma, la struttura (Bulzoni, 1971), Il Leopardismo di Franco Matacotta in “Franco Matacotta. Atti del Convegno di Studi” (Bergamo, 1987).   

SULLA POESIA DI ALVARO VALENTINI

di Rodolfo Di Biasio

Alvaro Valentini fu anche poeta. Forse però il suo lavoro di poeta, ad un certo punto, fu da lui stesso sacrificato, perché veniva messo ai margini di una attività che lo vedeva prevalere come critico e come narratore.
Le stesse date di pubblicazione dei suoi libri di poesia poi contribuirono a isolare in uno spazio e in un tempo remoti la sua attività di poeta. Notizie del figlio infatti era apparso in prima edizione nel 1960 e prima di questa sua essenziale raccolta erano state da lui pubblicate alcune sillogi tra cui La morte del muratore e Una storia d’amore. Né servì a modificare questo stato di cose la pubblicazione di Perlocuzioni, che apparve nelle belle edizioni della Cometa nel 1983.

Perlocuzioni sembrò quasi una vacanza del critico agguerritissimo o del narratore che orientava il suo lavoro creativo prevalentemente verso la fiaba e il racconto. Eppure la spia che Perlocuzioni fosse il libro necessario per Valentini era contenuta in un capoverso della seconda di copertina:
“tra irritata e divertita, la dissacrazione che egli opera della sua poesia precedente e un critico bilancio dell’antica ispirazione perduta”.
Perlocuzioni, nell’intenzione del poeta, vuole essere il libro dell’irritazione e del divertimento, ma è anche, e lo è ogni giorno di più, il libro, in cui una spina sottile e dolorosa si fa memoria di un amore per la poesia che fu grandissimo, che fu corrisposto per lungo tempo e che poi fu vissuto, più che in proprio, nella poesia altrui, nella poesia dei grandi del passato e nei poeti della sua generazione.

Nel tentativo di leggere la sua poesia oggi, è opportuno partire da Notizie del figlio, che Valentini pubblicò in un’edizione definitiva nel 1964 e che egli strutturò in modo che potesse fornire al lettore un bilancio del suo lavoro di poeta. Egli infatti fece confluire nella raccolta parti più o meno ampie dei suoi precedenti libri, testi inediti o comparsi su rivista, i quali, così assemblati, potessero segnare la traccia dello svolgimento della sua poesia al lettore. Dagli esordi al 1964. Insomma Notizie del figlio può essere vista come un’antologia essenziale, un’accorta antologia. Ed è significativo che Valentini apra questa antologia con le sue liriche inedite, con quelle liriche cioè che danno il titolo al libro e che poi, in un viaggio a ritroso, riproponga le tappe del suo cammino di poeta, tant’è vero che il libro si chiude con i Carmina docta, databili tra il 1946 e il 1949.

Notizie del figlio è dunque un libro meditato e costruito, è libro centrale perché le varie sezioni che lo compongono (Notizie del figlio, Cronaca, Tre ballate, da Una storia d’amore, Versi per una bambina, da Cinque Spirituals di un bianco, da La morte del muratore, Vecchi versi e infine i Carmina docta) sono tessere di un mosaico composito e nello stesso tempo variegato del modo di far poesia da parte di Valentini. Ed è il libro che subito suggerisce l’idea della “varietas”, perché di volta in volta pare che Valentini si affidi a soluzioni stilistiche diverse, e che potrebbero apparire talvolta addirittura in opposizione tra loro. Se infatti partiamo dall’ultima sezione di Notizie del figlio, ci troviamo di fronte ai Carmina docta (e cioè “Niobe”, “Lamento di Eva”, “Apollo” e “Delirio d’Orfeo”).

Sul risvolto di copertina si legge: “I Carmina docta, quattro poemetti di argomento mitologico e biblico, tutti intrisi della recente tragica esperienza, furono scritti nell’immediato dopoguerra. I figli insepolti di Niobe, il fratricidio di Caino, Apollo ormai spogliato della sua solare serenità, Orfeo deluso e impotente apparivano da un lato come i chiari segni di una tragedia appena conclusasi e dall’altra testimoniavano una vocazione poetica, protesa alla ricerca dell’umano…”.
La tragedia che ha colpito l’Italia, l’Europa e il pianeta ha lasciato il segno nel giovane Valentini e non poteva che essere così, perché la seconda guerra mondiale aveva portato anche grandi poeti, quali De Libero e Quasimodo, a restituire alla parola poetica la capacità di denunziare e di comunicare.

Valentini vive sincronicamente a questi poeti il momento tragico della storia ed affida il suo canto di dolore e di pietà per gli insepolti figli di Niobe a personaggi-simbolo, chiesti in prestito alla mitologia e alla Bibbia per dare maggiore consistenza ed autorevolezza alsuo messaggio.
Sul piano formale egli ripristina l’uso dell’ottava e della quartina, strofe quanto mai adatte a comunicare nel loro ritmo asseverativo. Soprattutto la rima di Valentini è un dato assai interessante, perché il poeta pare voler ridare, con l’ubbidienza alla regola, a ciò che il tempo maligno della guerra ha frantumato e dissipato. Infine la cadenza delle ottave e delle quartine pare suggerire un tempo anteriore a quello del poeta.
Un’eco iacopiniana infatti sembra persistere nel “Lamento di Eva” fin dall’incipit:

Pietà, mio Dio! Risvegliami questo figlio ferito.
Con la pioggia risusciti il fiore che è appassito,
con il sole fai sorgere chi la notte ha dormito;
e tu abbrevia l’attesa che mi fa disperare.

Prima dei Carmina docta, in questo viaggio a ritroso del poeta, in Notizie del figlio, c’è un manipolo di poesie che Valentini intitola Vecchi versi. Sono liriche da lui composte tra il 1945 e il 1948, le liriche quindi dell’apprendistato. Ed è importante registrare che già in queste sue poesie Valentini si affida alla strofa rimata. Fanno eccezione solo due liriche: Gli angeli e Frammento, in cui il poeta adopera il verso libero.

Tra i Vecchi versi la lirica spia, quella destinata ad ulteriori esiti, è Prima poesia a mio padre, una poesia che introduce un altro tema portante della poesia di Valentini: la figura paterna, questo padre perduto quando il poeta non era che un bambino. Il padre perduto, la sua assenza, che nella memoria si fa presenza ricorrente, è annunciato in un distico che è un filo lanciato tra la vita e la morte:

Ma dalle correnti del sangue risalgono voci
di estinti lunghissime, ci tiranneggiano.

E la voce del padre, lunghissima, che al poeta giunge dai baratri della morte, tiranneggia davvero il poeta, perché al padre Valentini tornerà costantemente. Vi ritorna infatti in Frammento di Vecchi versi, in L’orfano del muratore e in Seconda poesia a mio padre (L’orfano del muratore viene poi pubblicata ancora da Valentini in La ciminiera del 1980 insieme ad altre tre liriche: Fucilazione, Ballata spirituale e Notizie del figlio).

In L’orfano del muratore protagonista è l’orfano bambino, un bambino di sette anni che continuamente torna sul cantiere dove il padre ha perso la vita. Il bimbo, dopo essere salito sull’impalcatura, rimane in silenzio e non si lascia distrarre da alcunché:

Da su non gli interessa contemplare il prato
dove i mattoni e il ferro scarica il manovale.
Non guarda, dietro, gli alberi, la strada nazionale
con gli autotreni in corsa dal rombo arrantolato…

Ossessivamente con un nastro misura l’altezza da cui il padre è caduto, dall’impalcatura al terreno. I muratori non si accorgono che egli guarda solo chi vide cadere a terra il padre, chi lo raccolse:

Non sa di prediligere ma si perde a guardare
chi lo vide cadere, chi lo raccolse a terra.
E misura. Dei gesti, nessuno il senso afferra…
Quegli uomini indulgenti lo lasciano giocare.

Gli adulti credono che il bimbo giochi, ma il suo stare lì è invece una rituale persistente rivisitazione della tragedia: nell’unità di luogo che è il fabbricato in costruzione il padre torna a cadere ossessivamente, ma l’iterazione della tragedia non porta il bimbo a nessuna soluzione. Quella morte rimane assurda per il bimbo di sette anni e lo accompagnerà come insanabile e irrisolta stigmata nella crescita, fino a che il poeta, e siamo di fronte a uno dei testi più intensi, in Seconda poesia a mio padre si ritrova ad avere ormai la stessa età che il padre aveva al tempo della sua morte.

È questa una poesia che va a sondare il mistero dei misteri, l’anello vita-morte, va a incrociare il pastiche del tempo e dell’eternità, in cui un padre e un figlio non sono più distanziati dagli anni, ma stanno lì, uno nella morte l’altro nella vita, avendo per un attimo la stessa età. Ma è un attimo.
Subito dopo il figlio è destinato ad invecchiare ed è da questo momento che incomincia la sua vera solitudine. Il cammino che resta lo dovrà compiere da solo e gli anni a venire saranno anni di preparazione per il figlio che nella morte, vecchio, dovrà incontrare il padre giovane.
Poesie vertiginose queste di Valentini, che di diritto andrebbero inserite in un’antologia del Novecento dedicata alla figura paterna.

In Notizie del figlio, però, ed eccoci alla varietas di cui si parlava, due sezioni spiccano per la dolcezza della melodia che le caratterizza: Versi per una bambina e Una storia d’amore. È in queste sezioni, ancora la quartina a farla da padrona, anche se nelle ultime liriche di Una storia d’amore il poeta si affida prevalentemente all’endecasillabo sciolto.

Le quattro liriche di Versi per una bambina sono filigrana, sono pura luce. La scrittura di Valentini si fa aerea e trasparente, perde ogni aggancio con le cose pesanti della terra. Un esempio può essere la poesia intitolata La luna:

La luna, canoa del cielo, s’è sciolta con moto indeciso;
le stelle tra i rami del melo
son sbocciate all’improvviso.

Posato su un raggio di luce
c’è un usignuolo che canta;
e c’è una strada bianca
che lontano ti conduce…

È una musica lieve e incantata quella che si sprigiona dai versi, che assecondano la leggerezza e il ritmo dell’infanzia.

Nelle liriche di Una storia d’amore si passa dalla felicità dell’amore alla sua perdita e alla lacerazione. Nei testi la scrittura è alta e a mano a mano si fa più complessa. La storia d’amore si dipana nei suoi accadimenti fino all’ultima lirica che in qualche passaggio rimanda a Catullo, là dove il poeta riconosce l’ineluttabilità della fine dell’amore:

oggi il futuro
ci ha raggiunto sul limite oltre cui
pareva un gioco agevole colmare
di te la vita intera. Era un inganno!

Scrittura alta, elaborata, come si può vedere, questa di Una storia d’amore, come dimostra il lavoro di ripulitura, di messa a punto cui Valentini ha sottoposto le liriche.

Infine le tre sezioni Spirituals di un bianco, Tre ballate e Cronaca di Notizie del figlio confermano ulteriormente la varietas della poesia di Valentini. Delle tre sezioni interessantissimi sono soprattutto gli Spirituals perché, oltre al loro intrinseco valore poetico, si prestano a precisare che cosa sono le perlocuzioni di Valentini e a dimostrare se possano convivere in esse il divertimento e l’irritazione o anche quella sottile spina, quella punta d’amarezza verso la storia che le attraversa.

La chiave di lettura di Perlocuzioni ce la dà lo stesso Valentini, quando correda l’elegantissimo libretto con un apparato di note che ci prendono per mano e ci conducono nella selva di citazioni, di prestiti, di echi, sicché ha ragione Giuseppe Bonaviri che, nella prefazione, così scrive: “La poesia di Valentini è come un alveo fluviale… lungo le cui sponde, e nello stesso tempo alveo, si possono scoprire frammenti aurei, pesci di fondale, erbe nuotanti ma staccate dalle altre, ed è un fiume che porta nelle proprie acque suoni, parole, memorie pensose, idee della parola intesa come alba, appartenuti ad altri poeti. E citiamo Leopardi, Tennyson, Novalis, Goethe, il lontano Pindaro, Eliot, Shakespeare, etc… in questi versi ci sono diverse confluenze, apparentemente lasciate in sospeso, non definite, ma da cui emerge il dipolo: poeta-mondo, inteso con una preminenza di dolore etico che nasce da un uomo di cultura profondamente sofferta e amata: e un uomo di cultura in fondo è il vero poeta”.

Quindi una poesia fatta sulla poesia? Sì. Ci troviamo infatti di fronte ad una poesia che utilizza con acuminata intelligenza, e ludicamente anche, infiniti materiali letterari per dire però in proprio. Una via questa, forse l’unica, che restava a Valentini poeta, a quel Valentini che si era da tanto lasciato alle spalle l’esercizio del verso. Una via a lungo cercata e sofferta.

È però quanto mai interessante anche la lettura che di Perlocuzioni fa Sandro Baldoncini, quando scrive che il libro è frutto non di una ricerca poetica bensì della caduta delle illusioni nel poeta, “una caduta che negli spiriti forti non provoca scismi né scuotimenti, né suggerisce dramma o tragedia; solamente riconduce l’uomo sul binario di quello che è e deve rimanere il giusto percorso del tempo. Se questo accade, e per Alvaro Valentini è accaduto, ne sono certo, allora, per chi voglia continuare a frequentare la musa, altro non può esservi che l’ironia”.
Per tutte queste ragioni, Perlocuzioni è libro di difficile decifrazione. È un libro-sfida anche perché Valentini, per mescolare le carte, conclude la raccolta con i Cinque spirituals di un bianco (in Notizie del figlio ne aveva incluso solo tre).

E allora una piccola ipotesi potrebbe essere avanzata: che Perlocuzioni sia un secondo definitivo bilancio da parte del poeta, una sorta di saldatura tra due momenti così lontani tra loro di far poesia, tra i moti del cuore cioè che nutrivano la sua antica poesia e i guizzi di una lucida intelligenza che agisce nei suoi ultimi versi. Due mondi e due tempi che sembrano ad una prima lettura lontani. Forse anche contraddittori.

A convincere però che tutto il Valentini tenda, pur nella varietas, ad una unità armonizzante è il suo sterminato lavoro aperto a tutti i generi, quel sacerdotale lavoro dell’uomo di cultura-poeta, guidato e sorretto da quello che Bonaviri, con una formula assai intensa, ha chiamato dolore etico, che appartenne a Valentini e che appartiene a quanti si pongono di fronte alla storia con probatissimi e completi strumenti ermeneutici.

Alvaro Valentini