LE EPIFANIE DI FRANCESCO ASTIASO GARCIA. Un ponte tra Cina e Occidente

di Filippo Davoli

C’è soltanto un rischio (ma molto serio), nello sfogliare il meraviglioso volume fotografico  “Epifanie” dell’artista romano Francesco Astiaso Garcia: quello di rimanere coinvolti, sconvolti ed estasiati su ogni pagina, senza riuscire a muoversene per parecchio tempo. Un incantamento che è anche un incatenamento.

 

Ho conosciuto Francesco parecchi anni orsono: ne ho avuto la fortuna, ma vorrei dire la grazia, in occasione di una sua mostra pittorica che si teneva nelle Marche, presso l’Abbazia di Rambona. Siamo diventati buoni amici, e ho avuto modo di conoscerlo più a fondo, pur riuscendo a frequentarlo meno di quanto mi sarebbe piaciuto.

In lui, nel suo approcciare il mondo (e la bellezza che segretamente lo pervade), ho sempre ammirato (ed approvato) la libertà totale dello sguardo, la fondamentale innocenza dell’approccio, la difficile arte della semplicità che appartiene agli artisti veri, a quelli cioè che non decidono da sé stessi che cosa fare da grandi, ma scoprono in sé una vocazione particolare all’ascolto, all’attenzione, all’apertura di sé, all’accoglienza della voce che chiede di essere interpretata e detta.

È la vocazione dei poeti e dei pittori, dei musicisti e dei fotografi d’arte. È la vocazione primaria degli artisti, quale che ne sia l’ambito di intervento e di ricognizione; qualcosa che sta prima della specializzazione e che, tuttavia, sta anche durante e dopo. Ma in un’ottica privilegiata di servizio e mai di possesso. Ideale ma non ideologica.

Geniale ritrattista nelle velature, funambolo inesausto in un arioso colorismo astratto che tuttavia mai si disgiunge dalla carne e dalla vita, delicato interprete dell’umanità più nuda che sa farsi diafana a ciò che di più intimo e sovrannaturale reca nascosto nel suo più profondo, oggi lo ritroviamo fotografo: del mondo, di alcuni suoi luoghi che parrebbero anonimi e invece ci riguardano, di scorci d’anima che suggeriscono Dio nelle pieghe del quotidiano, attraverso la categoria che più gli è propria: la bellezza.

Occorrerà anzitutto puntualizzare di quale bellezza si stia parlando. Se ne è occupata la Fondazione “Padre Matteo Ricci” di Macerata in un convegno tenutosi lo scorso 7 giugno presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, col Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un telegramma di saluto del Presidente della Repubblica, e l’intervento di personalità come Paolo Ruffini (Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Città del Vaticano), Song Haojie (Deputy Director Heritage and Culture Centre of Shanghai), il Prof. Li Tiangang (Chair of Department of Religiours Studies Fudan University di Shanghai), Licia Colò (autrice televisiva e scrittrice), Eusebio Astiaso Garcia (catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale).

È grazie alla Fondazione che è stato pubblicato il volume di cui stiamo parlando: “Epifanie” (in due versioni: una in italiano e l’altra in cinese). Perché Astiaso Garcia, nel fotografare la bellezza scovata in quindici anni di ricerca attraverso i continenti, ha inteso costruire un ponte tra Italia e Cina, tra la visione occidentale della bellezza e quella orientale. E pone – a didascalia di ogni pagina – testi e riflessioni di autori atei e credenti, orientali e occidentali, dedicati al tema della bellezza.

la veste editoriale in italiano del volume

Come scrive François Cheng, “Al primo approccio la visione della bellezza occidentale e quella orientale appaiono molto diverse ma quando il soggetto viene approfondito fino a raggiungere i sensi, siamo toccati dallo stesso mistero indicibile che ci abbraccia. In questo senso, lo scambio e il dialogo sono costruttivi e necessari”.

E in questo processo, gli artisti sono fondamentali perché – come ha detto Paolo Ruffini nel suo prezioso intervento – “gli artisti vedono e fanno vedere le cose al di là della loro apparenza. Com’è difficile vedere, senza l’Epifania. Ogni particella del creato porta iscritta in sé una traccia, un codice, un orientamento, tanto che il mondo intero si presenta come una parola. E l’uomo può contemplare così il cosmo non solo da fuori, ma anche dall’interno. Può vedere ciò che è visibile unito con ciò che è invisibile. Perché la bellezza di quel che vede gli racconta ciò che non vede. (…) Lo sguardo catturato dalle Epifanie è lo sguardo contemplativo che fa passare la luce, che fa passare il Logos. L’arte del vedere (e del rivelare) è dunque una vera contemplazione, una forza trasformatrice e creatrice. Una forza che attraverso la trasformazione del cuore e dello sguardo trasforma realmente anche il mondo. Una forza che permette di ricondurre tutto ad unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite aprendo una finestra sull’eternità.”

 

La forza degli scatti di Francesco Astiaso Garcia, dunque, non sta tanto nel sapére come catturare un luogo e proporlo al nostro sguardo (e lui sa come fare, non è un improvvisatore), quanto nel sàpere, ossia nella gratitudine di un’accoglienza che è prima di tutto sua, che lo interpella e si serve della sua disponibilità, per essere partecipata – attraverso di lui – a tutti noi.

Questa umiltà dell’approccio che lascia trapelare la luce, la bellezza, in definitiva l’amore che riempie e dà senso ad ogni cosa, emerge in maniera lampante e dirimente, nelle sue opere fotografiche.

Dice lui stesso, durante il convegno, raccontando questo suo lavoro:

“Mi piace considerare quest’opera come un progetto di pace e di bellezza, luogo d’incontro e di dialogo tra l’Occidente cristiano e la cultura cinese. (…) Nel cuore d’ogni uomo c’è un profondo anelito alla verità e al suo splendore: Sant’Agostino definiva la bellezza splendor veritatis. La verità unisce l’Oriente e l’Occidente, la bellezza unisce tutti e tutto. L’animo umano è abitato dal desiderio di trascendere tutti i limiti, la bellezza è fragile custode di questo insopprimibile anelito. Custodire il creato significa custodirne la bellezza.”

Mette quindi il dito nella piaga della nostra contemporaneità:

“Tutto è connesso, non esistono oggi due crisi separate: una sociale e una ambientale, c’è una sola unica e complessa crisi socio-ambientale. L’armonia secondo le antiche tradizioni cinesi, riguarda tanto l’estetica quanto l’etica, l’estetica senza etica riduce tutto ad estetismo, l’etica senza estetica conduce al moralismo. La contemplazione della bellezza ha la forza di farci scoprire la nostra divina somiglianza, mettendoci in contatto con la scintilla eterna che è in noi, spesso sepolta da troppi affanni terreni, e questo per l’uomo di oggi, italiano o cinese, è più che mai urgente, indispensabile come il pane.”

Come scrive Papa Francesco nella sua Laudato si’“Non possiamo – continua Astiaso Garcia – sottovalutare la dimensione spirituale della conversione ecologica, esiste un intimo rapporto tra Dio, l’uomo e l’ambiente, anche se ovunque questa relazione appare minacciata. Questa è la bellezza per cui il mondo si salva, la bellezza che schiude la visione del Cielo; una sola è la speranza alla quale siamo chiamati. Non temiamo le differenze tra Oriente e Occidente; nella diversità, l’audacia creativa trova stimoli e ispirazioni per il futuro pacifico dei popoli, senza tralasciare nessuna fonte di saggezza, perché come dice Eraclito: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”.

Ecco allora il nesso tra le Epifanie” e la Fondazione Padre Matteo Ricci”.
Il missionario gesuita, infatti, rimane agli occhi dei cinesi come un esempio eccellente di amicizia e di rispetto, senza per questo mancare alla propria vocazione evangelizzatrice. È quella illuminazione ratzingeriana a riguardo dell’identità: non si ha comunione con l’altro da sé rinunciando alla propria identità, bensì – al contrario – permettendo che entrambe le diversità dialoghino e crescano insieme.

I cinesi lo sanno. Gli autorevoli rappresentanti venuti da Shanghai per l’occasione lo ribadiscono con convinzione ed entusiasmo: grazie anche all’impegno solerte della Fondazione, i rapporti si vanno intensificando, coinvolgendo anche altre realtà sia italiane che cinesi, dalle università alle istituzioni, dal commercio alle arti. Si assiste – in un certo senso – ai frutti di quanto Padre Ricci, insieme al suo sodale cinese Xu “Paolo” Guangqi, seminarono nel 1600. Insieme – come è stato ricordato anche dal Dott. Dario Grandoni della Fondazione – si dedicarono allo studio delle scienze, tradussero gli Elementi di Euclide, formarono il popolo cinese sulle tecniche occidentali di ingegneria idraulica, segnando un capitolo glorioso e indimenticato.

Una bellezza che origina dall’incontro (e dall’amore).

Ma attenzione: una bellezza che non è sufficiente di per sé, come fosse una categoria autonoma; anzi – come asserisce Eusebio Astiaso Garcia nel suo splendido (e, per molti aspetti, necessario intervento) – “la bellezza è fragile”, rischia di essere “inconsistente: il suo splendore è offuscato dalla caducità, dalla corruzione e dall’incapacità di superare il tempo e lo spazio. La menzogna, il male, la violenza e le nostre brutture mettono in discussione la bellezza, resa effimera dalla morte e dal non senso della vita dell’uomo. La bellezza, richiamo alla trascendenza” (ecco il punto…), “è incapace di saziare il cuore dell’uomo, suscitando in noi quella nostalgia di Dio che Sant’Agostino espresse con accenti ineguagliabili: Tardi t’amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Ed ecco, tu eri dentro di me ed io ti cercavo fuori di me, e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione. Tu hai chiamato e gridato, hai spezzato la mia sordità, hai sparso la tua fragranza ed io ho respirato, e ora anelo verso di te; ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te”.

La bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità.

“Il mistero pasquale di Cristo” – continua – “proietta una nuova luce sull’uomo e sul significato della sua esistenza. Dio ha risuscitato il suo servo Gesù e l’uomo ha nuovamente accesso all’albero della vita. Lui ha vinto la morte ed ha preso la nostra carne umana, e l’ha portata ad una trascendenza più alta degli astri, facendoci entrare nella divinità come figli di Dio.
Questa Epifania dell’invisibile che apre alla trascendenza e all’eternità apporta un nuovo slancio alla bellezza, offuscata dall’inconsistenza e dall’effimero, catapultandola alla festa senza fine alla quale aspira ogni uomo. (…) È attraverso Cristo crocifisso, immagine del Dio invisibile, irradiazione della Sua gloria e impronta della sua sostanza, che ci viene svelato il senso profondo della bellezza: l’amore. È stato l’incontro con Cristo risorto che ha fatto sì che Padre Matteo Ricci, giovane della borghesia di Macerata con un brillante avvenire, lasciasse tutto per partire per l’Oriente, sapendo che non sarebbe mai tornato. Non è andato in Cina per portare la cultura occidentale ma per portare la vita immortale per mezzo dell’annuncio del Vangelo, accettando ingiurie e opposizioni. È proprio l’amore che portava dentro a metterlo nella condizione di poter vedere la grandezza e la bellezza della cultura cinese. Li Ma Du ha amato profondamente la Cina e il nobile popolo cinese che, ancora oggi, corrisponde a questo amore con un ricordo perenne.”

Ne è testimonianza ulteriore la mostra fotografica con le opere di Francesco Astiaso Garcia, insieme a quelle del cinese Yang Dongbai, inaugurata al termine del convegno nei locali espositivi della Gregoriana. Due approcci differenti, una medesima bellezza. Sotto lo stesso Cielo e sulla stessa Terra.

un autoritratto fotografico di Francesco Astiaso Garcia

 

PICCOLA PERSONALE – Francesco Astiaso Garcia

Cieli Nuovi e Terra Nuova

di Francesco Astiaso Garcia

E’ qui che la vita dell’uomo giunge alla dignità di essere pienamente vissuta; poichè qui contempla il divino nella purezza della bellezza stessa, e attraverso la contemplazione diviene immortale” (Platone)

Il paesaggio esprime le forme e le tensioni di tutto l’universo, l’armonia tra queste tensioni si manifesta attraverso la bellezza, nelle leggi fondamentali della natura, nella logica che noi decifriamo dallo studio di queste leggi. Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione  tra le parti, armonia di contrari. La bellezza non è quindi assenza ma equilibrio di contrasti. Anche il caos in natura si ordina esteticamente. Tutto in natura tende alla bellezza.

Il mondo non è tenuto ad essere bello, la Bellezza della natura non è frutto del caso, ogni cosa nel creato valorizza la bellezza dell’altra; la morbidezza delle nuvole esalta l’azzurro terso del cielo, ad una superficie liscia corrisponde una superficie mossa, il verde delle foglie canta il rosso lucente dei papaveri, ogni colore brilla accanto al suo complementare. La scienza dice che ci sono infinite tonalità di rosso, a ciascun rosso, a ciascun tono, corrisponde un suo complementare preciso.Un pittore, si pone di fronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienziato che analizza e approfondisce le leggi della natura.

Astiaso Garcia al lavoro

L’artista deve essere dotato di una capacità di guardare in una maniera straordinariamente intensa, di una forma di vedere in contemplazione non limitata alla superficie tangibile della realtà, ma in grado di percepire più in la delle semplici apparenze. La bellezza è la prova che il mondo è frutto d’amore.

Scrive Walter Benjamin: “La natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce, egli è il decifratore del linguaggio segreto dell’Universo”. La bellezza è il linguaggio segreto dell’Universo, la logica che accomuna scienziati e artisti, la logica che decifriamo dall’osservazione delle leggi fondamentali della natura.

Ogni opera d’arte autentica, astratta o figurativa, antica o contemporanea, è un de-ja-vù della natura. In natura non esiste l’astratto e il figurativo, qual’è l’arte astratta e quale quella figurativa?

Non vi pare che in entrambi i casi il desiderio sia quello di essere fedeli alla natura con le sue leggi e le sue relazioni che possiamo trovare indifferentemente in un volto, o nei dettagli di una foglia, nel nudo di donna o  nella buccia di una mela! Il canone nell’arte dobbiamo considerarlo una scoperta e non un’invenzione, una verità obiettiva piuttosto che un espediente umano.

Sono tante le forme di pregiudizio sull’arte moderna, specialmente sulla pittura astratta, ma vi siete soffermati mai nelle immagini della terra vista dai satelliti, o nei particolari di una pietra, dei muschi o delle conchiglie? Tutta l’arte contemporanea è nella natura.L’arte è lo splendore della bellezza, la bellezza è lo splendore della verità; ogni artista copia la natura anche senza saperlo. Questo eco, questa sintonia, questa risonanza con il creato è il segreto dell’arte! Un bagliore del mistero divino è presente in tutto ciò che esiste, lo vediamo risplendere in un papavero, in una farfalla, in un ramo; tutto possiede una potenza rivelatrice! Fare arte significa rivelare il cielo sulla terra in attesa di “cieli nuovi e terra nuova”.

Tutto ciò che esiste porta in qualche modo l’impronta del cielo..

La bellezza provoca un’emozione estetica, una sensazione di piacere; l’umana esigenza della bellezza implica l’esistenza di una Bellezza ultima, lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l’anima è destinata allo splendore dell’immortalità. L’arte è la finestra che ci permette di intravedere questo splendore.

La serie di paesaggi “Cieli Nuovi e Terra Nuova” è un invito alla contemplazione per arrivare a percepire con occhi nuovi l’abbondante ricchezza di tutta la realtà visibile.

Per fare questo occorre una coscienza più intensa, una comprensione più acuta e perspicace, un’apertura maggiormente paziente verso le realtà silenziose e discrete.

Nei  paesaggi della mostra l’uomo appare assente solo ad uno sguardo superficiale perchè di fatto l’uomo è ovunque presente, questa natura è vissuta o sognata da lui.

E’ questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità”. (Baudelaire)

da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Alba della creazione, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Arcobaleno, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
qui sopra e qui sotto: “Cieli Nuovi e Terra Nuova”, serie

uno scorcio dello studio dell’artista
dalla serie Rugine
RUGINE serie
dalla serie “Eterno femminino”, “la divina somiglianza” – matite, olio e pigmenti su carta applicata alla tavola
Estasi di Santa Teresa
Falce di luna – matita e olio su carta applicata su tavola
“Come sei bella, Amica mia”

Francesco Astiaso Garcia, italo-spagnolo, è pittore, fotografo e scultore. Si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Roma con il massimo dei voti e la lode. Ha girato il mondo realizzando affreschi e pitture murali nelle principali città di quattro continenti. (Roma, Madrid, Parigi, Varsavia, Shanghai, New York, Managua, Denver, etc..). Ha collaborato alla realizzazione degli affreschi dell’abside della Cattedrale di Madrid con il pittore Kiko Arguello. I suoi quadri sono stati esposti e apprezzati dal pubblico e dalla critica in numerose sedi tra cui la galleria Astarte a Parigi, il Museo Nazionale d’Arte Moderna di Malta e le Sale del Bramante a Roma. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private, tra le quali la collezione dei Musei Vaticani. A soli 34 anni ha suscitato interesse nel mondo artistico per la sua capacità di rappresentare la figura umana in modo da fissarne sulla tela l’essenza spirituale. L’artista ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Internazionale “Giovanni Paolo I” assegnato a personalità che si sono contraddistinte nei vari campi del sapere per la loro testimonianza cristiana e di impegno nel sociale.

ARTISTI DELLA VITA

Francesco Astiaso Garcia

L’amore è tra tutte, la scommessa più grande, la sfida della vita per eccellenza sulla quale puntare tutte le nostre fiches di giocatori.

Scrive Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River “Soltanto un chimico può dire, e non sempre, che cosa uscirà dalla combinazione di fluidi o di solidi. E chi può dire come uomini e donne reagiranno fra loro, e quali bambini nasceranno?”

Il chimico di Edgar Lee Masters è ossessionato dalla ricerca e dominato dalla passione per la propria professione; non crede nell’amore ma conosce la legge che ha potuto sposare l’ossigeno con l’idrogeno senza farli scoppiare. Vive quindi nel tormento di chi non crede questo equilibrio sia possibile tra le persone, così decide di rimanere solo.
De Andrè ispirandosi alla poesia di Edgar Lee Masters ha scritto questa bellissima canzone: 

Da chimico un giorno avevo il potere 
di sposare gli elementi e di farli reagire, 
ma gli uomini mai mi riuscì di capire 
perché si combinassero attraverso l’amore. 
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore…

Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare 
guardate l’ossigeno al suo fianco dormire: 
soltanto una legge che io riesco a capire 
ha potuto sposarli senza farli scoppiare. 
Soltanto la legge che io riesco a capire.

Fui chimico e, no, non mi volli sposare. 
Non sapevo con chi e chi avrei generato: 
Son morto in un esperimento sbagliato 
proprio come gli idioti che muoion d’amore. 
E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.

Un pittore si pone difronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienzato che analizza e approfondisce le leggi della natura.
Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione tra le parti, relazione amorosa tra elementi contrari e opposti che convivono miracolosamente e apparendo conciliati danno vita alla meraviglia del mondo.

Ma com’è possibile che l’artista come il chimico di Edgar Lee Masters si trovi spesso cercando la bellezza nelle leggi della natura a perdere la stessa bellezza nelle relazioni della propria vita, fino a diventare cieco, disperato, cinico e solo?

Baudelaire, principe dei ” poeti maledetti”, scrive nel suo  “Inno alla Bellezza” : ”…vola al tuo lume la falena accecata, crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe…”

L’artista descritto da Baudelaire è la falena, una falena notturna, talmente attratta dalla luce del lume che non può fare a meno di avvicinarsi e avvicinarsi fino a bruciare e morire nell’estasi contemplativa, sacrificando tutto per seguire la bellezza.

Anche Agostino di Ippona, come Baudelaire e come il chimico di Edgar Lee Masters, in gioventù si trova a perdere la bellezza inseguendo la bellezza, nelle “Confessioni” ne parla mirabilmente:


“Avevo infatti le spalle rivolte contro la luce e il volto verso le cose illuminate per cui il mio stesso volto, con cui contemplavo le cose illuminate, non riceveva luce. Che vantaggio traevo io a quei tempi dall’avere un’intelligenza agile mentre però nella scienza della pietà erravo in maniera deforme?Queste ultime parole riassumono con estrema lucidità la condizione di inganno di moltissimi artisti e poeti; quanti poeti sanno cantare l’amore senza saper amare e tanti altri vivono l’amore senza saperlo cantare né dipingere.

Recentemente ho letto un bellissimo libro sulla vita di Lorenzo Milani, il quale dopo aver lasciato l’Accademia delle belle Arti per entrare in seminario, trova il tempo per andare a trovare il suo maestro di pittura Staude, che gli chiede, perplesso, il motivo della sua scelta di farsi prete:

È tutta colpa tua – risponde il giovane Milani – (…) Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra… A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada.

Lorenzo Milani ha scelto di essere artista della vita, non gli bastava più essere solo un buon pittore: non accontentiamoci di vivere la vita a servizio dell’arte, mettiamo invece l’arte a servizio della vita!

La risalita dalla bellezza sensibile alla bellezza delle virtù, delle realtà spirituali, fino alla sorgente della Bellezza, permette all’anima di essere sempre più bella, tanto da diventare simile a Dio. Questa è l’opportunità sovrumana del genere umano. 

“L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei  “laboratori” dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei paesaggi”. (Papa Francesco)