LA VIGILIA DI NATALE. Un racconto inedito giovanile di Filippo Davoli

LA VIGILIA DI NATALE

I bambini aspettavano
trenini e bambole sognavano…
Papà Natale, si chiedevano,
perdonerà i miei capricci o no?
La sera sotto l’albero
il tuo regalo chissà cos’è…
le mani mi tremavano…
un foglio tuo col nome mio
e in fondo addio, amore  mio addio… 

Marco il malinconico ciondolava, da ragazzo, per le vie di Castello, canticchiandosi nella testa quella Vigilia di Natale di Mina, che sentiva come un vestito giusto per la propria identità, più nelle sonorità e nelle singole parole che nel significato delle frasi. Aspettare, sognare, chiedersi, essere perdonati… di che, poi? Forse di una riottosità caratteriale, con la quale si faceva scudo di fronte ai cinismi degli adulti che, fin da quando era bambino, gli sottolineavano i difetti e lo compativano – così intuiva lui – quando andava bene. Tremare… che è un po’ come desiderare senza avere la forza di un agire propositivo… e Marco tremava d’amore, desiderava l’amore, fin da piccolino, avendo cura di incartarselo negli occhi perché non gli avessero a rubare anche quella sete inesausta, quella delicata risorsa che ha nome speranza e che, pervicacemente, guarda avanti.

C’è chi sa ridere, anche delle cose serie; chi sa giocare alla corda, chi con la palla è un guizzo fulmineo che riempie di ammirazione le combriccole del pomeriggio; chi, infine, se capricciosamente chiede la pizza prima del pranzo o si sporca impunemente col gelato sulla camicetta fresca di bucato, può ottenere quello che pretende e pretendere anche ciò che non si può ottenere. Marco non era di questa specie. Assomigliava più ai cani, con cui peraltro andava d’amore e d’accordo; studiava come i ragni catturano le formiche, e come i piccioni invecchiano e poi muoiono, con un decoro inaudito, senza disturbare nessuno.

Il bambino Marco aveva preparato il ragazzo Marco ad essere un disincantato abitatore dell’adolescenza, ma non aveva saputo privarlo della speranza. Così, ciondolando, bighellonava per le vie antiche di quella cittadina, canticchiando la propria speranza sottovoce, sussurrandola crudamente, senza cedimenti di sorta al presente. Gli facevano eco gli archi che dissonando chiudevano quella Vigilia di Natale, dilatandosi in ogni dimensione dell’anima, sia che quel giorno si protendesse col sogno nell’oltre, sia che attendesse – da quelle pietre ricche di storia e di civiltà – riapparire le quotidianità che la storia sempre cela: acquattate nella polvere, Marco le scrutava, incise in un impercettibile bassorilievo; sembrano scorie e sono invece le tracce di chi, pure, su quei sampietrini poggiò i piedi; a quelle pareti porose strofinò magari un gomito mentre rientrava a casa dalla spesa, oppure le mani, accarezzando idealmente una speranza.

Una speranza, già… che ignara andava a ricongiungersi a quella di Marco, mentre nello stesso punto del muro, altrettanto casualmente, avvicinava i polpastrelli annullando nel tatto secoli e contingenze. Accettava di rientrare nel presente quando si avvicinava al portone sgangherato del palazzo di sua nonna. Era un po’ fatiscente, con una vistosa gobba sul frontespizio, e all’interno conservava un odore inconfondibile, laddove – tra un giro e l’altro dello scalone – giaceva una cassapanca grigia e le mattonelle improvvisamente si coloravano alternativamente di rosso vinaccio e di bianco. Quindi si continuava a salire, per gradini sempre più erti, fino a quella che un tempo era la soffitta, ideata come una sorta di piramide, con un’ulteriore scala addossata alla porta; sulla sommità un minuscolo pianerottolo dal quale si accedeva a due camere da letto, basse e ben adornate, coi travi in vista, arricchite da finestrelle che sembravano quelle delle fiabe e che aprivano su tetti e terrazze. Nella stanza un po’ più grande, quella di nonna Rina, troneggiava uno splendido comò, su cui riposavano una bella foto in bianco e nero di suo marito, il Conte Pirro, e a fianco una teca di cristallo con dentro bei fiori bianchi finti. Dirimpetto, il letto a barca della nonna, l’inginocchiatoio con sopra il crocifisso di legno scolpito a tutto tondo, curato in ogni segmento del corpo del Cristo, anche sulla schiena che, pure, non era di certo visibile se non dietro studio attento dei particolari; a quel Gesù altri bambini, in precedenti generazioni, avevano staccato – senza malizia – qualche dito dei piedi. Più in là, dove il soffitto inclinava, restava, a dispetto degli anni, un lettino più piccolo che Marco, sorridendo, riconosceva come suo. Dall’androne si poteva poi scegliere di scendere, sulla sinistra, per un’altra scala, che apriva al salottino e, sulla sinistra, in un biancore che profumava di latte e di spezie, alla cucina e al terrazzino; incuneato anch’esso tra i tetti, aveva incastonato su una parete un lavandino in pietra; in quel quadratino di aria e di cielo, sia in primavera che in estate, coi cuginetti, da piccoli, si divertivano a preparare la colla, a ritagliare dai giornali le figure che poi attaccavano sul bugnato che correva tutt’intorno, ad attendere Pisolo e Gri-grì, i due gattoni della nonna, quando facevano capolino provenendo da chissà dove.
Dove se n’era andata, nonna Rina? Il silenzio incantato di quel buco di casa in capo al borgo sembrava ricondurla. Da quelle anguste finestrelle si volava un po’ via, come scartando un regalo della memoria…

Nei giorni che seguirono
con i trenini che correvano,
correvo anch’io cercando te
in tutti i posti conosciuti insieme a me.
Ed era l’anno nuovo ormai:
qualcuno disse “L’ho visto io”,
andava verso il ponte, sai…
era Natale, c’era la neve,
mi ha detto “Sì, non dirle che ero qui”…

Il bambino Marco non era uno che cercava. Preferiva sedersi sulla sua vita ad aspettare, in una sequenza di ore di cui non conosceva l’entità, il giorno che la sua speranza, senza codificarglielo, gli assicurava sarebbe giunto. Di anno nuovo in anno nuovo, di Natale in Natale, di estate in estate.

La bici no,
trenini no
bambole no…
io voglio solo lui…

E all’interno di quei giorni qualunque, all’imbrunire, sempre il tramonto tornava a provocargli la doppia reazione di un accarezzamento e di una commozione segreti, in quella triade di “no” che solo Mina sapeva cantargli dentro; succedeva sempre così quando, ormai ventenne, stringendosi in un maglione di lana sui bermuda, attraverso i viottoli pietrosi e ripidi che si allungano dentro il borgo antico, Marco riconosceva un odore tipico, familiare, di erba asciugata da poco, pungente sulle ginocchia, in quel silenzio appena solcato da suole anonime, nelle prime ore delle domeniche piovose. Si ricordava dell’infanzia. Nascevano in quel freddo lieve pensieri in versi che dopo, a casa, tornava a cercare dentro di sé per trascriverli; il più delle volte, in realtà, addomesticati, più blandi di come li aveva percepiti; talaltra, invece, avevano un ritmo così potente e soggiogante da vincere il trascolorare degli attimi ed arrivare indenni a depositarsi sulla carta:

Oh, luce che bagliori lentamente…
quanto tempo è passato nel segreto
degli odori domestici, di travi
che un dissesto di topi mette a rischio…
Tutti già morti, gli altri; il loro soffio
torna talvolta nelle mezze stagioni
e parrebbe, a vederli, come un refolo
come fermo nell’attimo, credendo
che con loro si fermino le storie
che la  memoria forma. Sul sagrato…

Gli era piaciuta quell’idea della mezza stagione, in cui si riassumeva la maturità anticipe in cui si sentiva ed anche quel clima anomalo per l’estate; e ancora quell’immagine del sagrato, come una specie di sosta nella vita animata dalla sacralità dell’attesa, il cui valore – capiva – non era inferiore in nulla a un’esistenza totalmente agìta. In questo senso, lo seduceva fortemente la possibilità della poesia di concentrare e densificare i significati delle parole. Poi, una volta esaurito il flusso benefico della scrittura, tornava con la mente alle forme della memoria: la sera si stava al balcone a contare porcelle di Sant’Antonio, sulle crepe del muro. Talvolta si scendeva in strada, sul muròlo che recingeva l’orto;  più tardi preferirono il giardino: superato il primo spiazzo di ghiaia, su cui si stendeva un velo di vite americana, c’era l’orto vero: era piccolo, a rivederlo oggi, coi suoi cespugli di rosmarino, ma era un mondo a sé: l’ortolano ci piantava carciofi e cipolle, e i bambini andavano a sognarci.
Certi giorni Marco era il chirurgo che asportava la resina dall’albicocco; certi altri, con un attrezzo fatto per cogliere i fichi, alla cui sommità svettava una corona, con un asciugamano intorno al collo, giocava a fare il re. Certi altri ancora, innaffiando, seguiva i rivoli dell’acqua sulla terra, immaginando che fossero la Storia universale che si snodava e che un bel giorno, al massimo della sua espansione (una pozzanghera) avrebbe finito per ristagnare e per sparire.
Una volta, con le cuginette, trovarono una pantegana morta, che se la stavano mangiando le formiche; la seppellirono, scavando con le palette del mare una piccola fossa sotto un rotondo cespuglio dall’altro lato di casa, forse più per orrore che per pietà. Della pantegana rimaneva intatta la lunga coda e un dente, nella bocca mezza aperta, come quando si muore per un imprevisto, come sigillo dell’ultimo respiro, orma dell’affanno finale: quell’attimo fissato là, in quel dente che un giorno predava e oggi segnava invece la chiusura di un tempo, una pagina nuova. Posero a memoria del tumulo una piccola croce di cartone; si cominciava allora, di fronte agli sgomenti della  vita, ad affrontarli sotterrandoli in fretta; tacitando semmai la coscienza con educati rituali di superficie, perché far sparire la morte è un po’ dimenticarsi pure del senso della vita, anche nell’inconsapevolezza di scelte infantili, solo male interpretate dagli adulti.

Quando, insomma, nei mesi dell’afa, qua e là arriva una giornata d’acquazzoni, l’aria un po’ fresca che li segue ha un odore particolare, quasi di muffa. Il cielo grigio, compatto, preme sui sampietrini delle strade e il desiderio di coprirsi almeno un po’ si fa tutt’uno con le case chiuse ed assonnate; qualcuno passa col quotidiano sotto il braccio ed ha generalmente buoni intenti nello sguardo, tanto da trasmetterti una rinnovata energia. Quando capitano giorni come questi, all’atto di abbracciarsi nella giacca per il freddo, si ha come la sensazione d’essere un’altra persona. Lo stesso atto di cingersi, mentre qualche altro ci incrocia indifferente col suo buon passo di provincia, magari pestando più del dovuto per sbrigarsi, sottolinea che tra noi non vi sono tracce comuni : è un’altra vita, un’altra storia, altre abitudini, altri nomi: “Roberta mi ha regalato questi dolcetti per i bambini, ancora dormono?” dirà alla moglie rincasando, e aprirà l’armadio per posare la giacca nel posto a lui familiare: le sue consuetudini, i suoi volti, i suoi luoghi… Ha la casa con le stanze disposte lungo il corridoio, oppure vive solo in un monolocale: allora accenderà la radio per sentire le notizie e confrontarle poi con la tv…
Lo incrocio e non mi appartiene: ma fa freddo, e il freddo mi richiude su me stesso, andando per altre strade con me stesso, forse verso me stesso.
Non mi appartiene, ma lo incrocio: e forse di me immaginerà che mi stringo nella giacca solo perché ho freddo, e che sto andando a sbrigare chissà quale commissione; o semplicemente sto ammazzando il giorno perché piove e non c’è altro da poter fare.

Marco giocava e rischiava, con quelle che lui chiamava “reveries”: nelle città che visitava, alla vista delle persone, si immaginava d’essere di là: parlare un altro dialetto, fare un altro mestiere, amare un’altra persona, confidarsi con altri amici. Qualche volta peggiorava il gioco, immaginandosi in visita alla sua città: incrocia la persona della sua storia d’amore migliore e quella non lo conosce, lo ignora;  ma neanche lui la conosce, così da ignorarla pure lui.
Gioco tremendo: così lo straniamento prendeva piede in Marco che, a un certo punto, decise finalmente di non concedersi più a quei presunti spassi, dai quali a volte si rischia di non saper tornare.

C’è un giorno per tutti che arriva: c’è un giorno segnato nel dolore, che prova e sfianca quasi del tutto, ma quando si sentono le forze abbandonarci, il buio si dirada come per incanto e torna il sole. Nasce quell’altro giorno segnato, il giorno dell’incontro, della fuoriuscita da sé. In esso domina lo stupore, l’incanto, la sorpresa. Marco, fatalista coi piedi per terra, oggi lo assaporava piano, più che altro godendolo lontano dalle belle tentazioni del domani, gustandolo come un dono, come un magnifico regalo di compleanno.
– C’è un tempo per ogni cosa… –  si ripeteva sillabando quel versetto dell’Ecclesiaste a cui allegava, spaziando in secoli interi, i versi conclusivi di una poesia di Cucchi:

perché c’è un arco chiaro, un’ala enorme che ci tocca dentro, e io divento quest’abulia sospesa e questo guscio pieno di fessure, ma è una sensazione molto bella, qualche volta! – e provava  un sussulto come di luce.

Filippo Davoli

MINA. Il vero “Paradiso” è la sua voce

di Filippo Davoli

Per la terza incursione discografica di Mina nel repertorio di Lucio Battisti, con due inediti per la sua interpretazione, graffiante il primo (Il tempo di morire, già affrontata in duetto col poggiobustese in tv negli anni ’70), ammaliante il secondo (una splendida versione di Vento nel vento, arrangiata da Rocco Tanica), val la pena tornare a parlare di questo “bell’animalone” (Jannacci) della canzone italiana, che percorsa da un talento micidiale, ha saputo metterlo a frutto con ironia, intelligenza, progressiva e sempre più commovente bravura.

Spiego: l’ironia.
Non c’è bisogno di rifarsi a brani dal testo equivoco per cogliere quelle venature in punta di voce, giocate su qualche falsetto o birignao; c’è un brano degli anni ’90 che continuo a ritenere emblematico. Era contenuto in Sorelle Lumiére, si intitolava Quando finisce una canzone. Un drammone imperniato sulla metafora tra la fine di una canzone e quella di una storia d’amore. Credo ragionevolmente che qualunque altra interprete l’avrebbe resa in tutto il suo dolore. Lei no: gigioneggiando, un po’ gassmanianamente, un po’ osirisianamente, pianta quando meno te l’aspetti un coltellaccio acuto in gola all’incauto ascoltatore; della serie “sì, è davvero una storia drammatica, ma giochiamoci un po’ su, dai…” – e “questo andare e venire” (non solo di pucciniana memoria), “questo guardarci così” dall’oscurità  del nascondimento operoso o dal fondo più fondo del fondo degli occhialoni da sole (per chi la stana nella sua più privata quotidianità, come se vederla al mercato inficiasse o modificasse la sua unicità artistica, che è poi l’unica dimensione a riguardarci…) c’è poco da fare, ha una seduttività pazzesca: è come il Totò di cui, proprio lei, asseriva – a proposito della sua comicità – che ridevi ridevi e alla fine ti ritrovavi con le lacrime agli occhi, tanto era bravo.

Mina riletta da Mauro Balletti per “Paradiso”

L’intelligenza: non si è mai fatta asserragliare dallo star system. Non solo per via dell’annosa – e anche stancante questione – “torna o non torna”, “si fa vedere oppure no”, “è grassa o è magra” (il grasso e magro è quello di un ottimo sugo caro ai miei ricordi d’infanza), e altre camarille fini a sé stesse.
Non si è mai fatta fregare dalle mode, dai generi, dalla sua conclamata tradizione, pesante – se si vuole – come un macigno: e così, animata da un corredo di feconde letture (da Landolfi a Gadda, che in fondo le somigliano anche un po’…), eccola passare da un “jazz da camera” (il recupero di Ferrio dopo decenni docet) alle austere e carnalissime arie sacre o del melodramma (in cui infila proditoriamente, però, anche una curiosa Cielito lindo come ghost track…), dalle sonorità contemporaneissime di musicisti come Boosta o Manuel Agnelli (con cui duetta in Adesso è facile) al recupero straniato o effervescente del grande Modugno (un altro che, proprio come Battisti, prima di Battisti, ha deciso le nuove sorti della nostra canzone d’autore), e tutto sempre con quella “fastidiosa” (si fa per dire… chi disprezza, ovviamente compra…) nonchalance che la rende permeabile a tutto ma in maniera sempre originale. Credo sia l’unica in grado di trasformare una cover in un inedito!

La progressiva e sempre più commovente bravura: sì. Vive nel nascondimento operoso, dove invecchia. Già: invecchia. Fortunatamente. Ossia, nel tempo delle cariatidi tirate fino allo stremo e in abbronzature che evocano gli zombie dei più terrorizzanti horror, lei invecchia come una donna normale. Anche nella voce. Che qua e là si graffia, si sporca, è più nera di quando Louis Armstrong la definì “la bianca più nera del mondo”. È sempre Mina: la riconosceresti a qualunque latitudine vocale, ma è ogni volta un’altra Mina, un’altra storia, un’altra condizione umana. E in questo è ferocemente autentica. Cambia con il passare del tempo, rimanendo sé stessa. È anche una lezione: a non diventare petrarchisti, a lasciarsi abitare anche dal limite. A non aver paura di invecchiare, che è poi anche crescere (non solo d’età, ma anche di intensità).

Sospetto che quando Carmine D. apre il microfono di Mina, un’entità più grande di lei se ne impossessi e lei glielo conceda, mettendosi – ma con tutta sé stessa, attenzione! – al suo completo servizio. Con tutti gli eventuali gap (minimi, in una col suo strumento, ma pur sempre possibili). E nei dischi tutto questo c’è. Si chiama onestà intellettuale. Ed è la migliore replica a chi sospetta non so più quali trucchi quando, invece, la sua bravura e la sua generosità la spingono ancora ad altezze impervie e miracolose.

In questo Paradiso, strenna natalizia 2018 in occasione del ventennale della scomparsa dell’amico Lucio (in cui, per completezza, notiamo una svista. In un repertorio così vasto è possibile accada, però è un peccato: manca l’eccellente versione de La compagnia, incisa nel 1993 per l’album “Ridi pagliaccio”), i brani – eccetto le nuove incisioni di cui abbiamo detto – sono stati tutti quanti rimasterizzati e rimixati. Ci sono Minacantalucio del 1975, i due inediti compresi in Mazzini canta Battisti (Perché no Il leone e la gallina), le canzoni espressamente composte da Battisti per Mina (Insieme, Amor mio, La mente torna, Io e te da soli), il medley dal Live del 1978 (e, sempre live, ma del 1972, Io vivrò senza te), alcune altre versioni in spagnolo e in francese.

Grande eleganza e attenzione alle nuove sonorità nei remixaggi (supervisionati maniacalmente da lei); ma soprattutto – ed è la vera chicca – interventi inediti di Mina a sottolineare un passaggio o a svisare in un codino. Basta poco: un accenno, una griffe, una parola… e il paradiso si schiude. Una volta di più.

Lucio Battisti e Mina durante il loro storico duetto televisivo

 

Il Corsivo di LELE CERRI – La 500

di Lele Cerri

Sgattaiolava, sgusciava via, sbucava da dietro l’angolo con lo sguardo curioso e un po’ embeh?… embeh!… della sua mascherina, la 500, novella “Topolino” come mandata da un alchimista-imbonitore, “raffreddata ad aria siori e siore!… raffreddata ad aria”, che avesse studiato nell’astuto mondo del Mago di Oz. Ci portava ovunque, per pianure e montagne, a scoprire le meraviglie del nostro Paese in rinascita, la 500, protetti nientepopodimenoché dalla sua cappottina di tela, dalla quale, aprendola con due click nella prima serie e, addirittura!, con uno solo nelle successive, si poteva sbucare a mezzo busto, in piedi sul sedile, a benedire tutt’intorno quell’immensa felicità che il mondo stava promettendoci. E ad affacciarci, da quella posizione, rasentando i marciapiedi delle “vasche” cittadine e delle passeggiate paesane, verso le scollature rotonde e fresche che l’esuberanza irrefrenabile di Brigitte Bardot aveva convogliato nel guardaroba delle nostre coetanee di neopatentati, di eterni gitanti destinazione “chissà che meraviglia!”.

In un Paese nel quale ancora regnava, come suggerimento utile e indicazione sovrana, la sintesi, la 500 ci informò, tutti, in pochissimi elementi, motore, freno, acceleratore e quel minimo indispensabile che li e ci conteneva, di che cosa fosse un’automobile. Al mio paese la presentarono di sabato pomeriggio, la 500, forse in uno strategico 27 giorno di paga, sulla piazza più bella sul lungomare, tra gran pavese di bandiere, con accanto un microfono per il conferenziere, il sindaco con la fascia; e venne il priore con i chierichetti a benedirla come gli avevo visto fare con le uova a Pasqua e gli animali sul sagrato non ricordo in che data ogni anno.

Prima auto di famiglie molto raramente obese, si trasformava in grande complice del primogenito e da chaperon dei suoi primi amori, visto che, come alcova, più che alloggio garantiva performances di contorsionismo. Ma garantiva camporelle, ovunque, portandoci via, via, via, caracollando, quel nostro primo E.T. solleticato, nel cielo del tettuccio, dalle cotonature odorose delle fanciulle allora in boccio.

Tra sogni generali di grandezza, le crebbe intorno, alla piccola 500, un mondo a misura, popolato di sfreccianti speedy gonzales che le somigliavano tanto, di radioline a transistor, di minicantanti che sgambettando sui loro ritmi di successo sembravano volersi muovere come lei che impavida affrontava le prime autostrade a due corsie infilando mbeh?… mbeh!… i primi caselli marziani con pensiline un po’ da capolinea lunare finalmente diversi da quella specie di case cantoniere che erano state fino allora le stazioni d’uscita.

Noi ragazzi toscani della costa, tra paghette e primi guadagnetti da studenti ingegnosi, con lo sconvolgente pieno di duemilacinquecento lire, la 500 ci portava dal mare a Firenze con giri in città e dintorni e ritorno, per un totale di circa una “dugentina” di chilometri, secondo la fresca lezione di Giotto. Ci riusciva perfino la guida “lunga”, sulla 500, nelle gite a due, il sedile tutto tirato indietro al limite degli scorrevoli oltre il fermo, le braccia allungate sul volante, le gambe distese sui pedali, la caviglia destra eternamente impegnata in un evitabilissimo puntatacco per un superfluo gioco di doppiette, i fianchi stretti fasciati dai primi pantaloni senza pinces comprati al mitico mercatino di Livorno, lo stesso che poco più tardi ci avrebbe fornito gli eskimo, a noi ragazzi toscani della costa. E le nottate d’inverno passate “a giro” al caldo di quella specie di phon sotto il cruscotto, vetri appannati dalla vitalità della folla di noi cinque occupanti, spia della benzina eternamente accesa fino a bruciare una sera la lampadina, e le tintarelle di luna doppiate a squarciagola mentre venivano fuori dai mangiadischi a pile fatti a tostapane, prima, e poi gli yellow submarine, le satisfation, le whiter shade of pale che venivano fuori dai primi mangianastri, a pile anche loro.

Sulla mia, la prima volta che ci salì, Mina cercò inutilmente sul cruscotto, tastandolo per un quarto d’ora senza che io capissi cosa stesse facendo, l’accendino, chiamandolo alla fine addirittura “lighter” per dirmi cosa stava cerrcando. Le porsi i fiammiferi, il portacenere c’era.

I miei cani ne fecero la loro canemobile, proprio come Batman aveva fatto con la sua auto, arrivando ad ospitarci, felici, un gabbiano ferito che per una settimana diventò anche lui un nostro compagno di viaggio.
Un giorno lontano, la 500 mi portò ancora più lontano di quanto sia ormai lontano quel giorno; a Roma, a fare tutto quel che feci dopo.
Arrivò sull’orlo delle barricate con un coraggio da leone, quel topo quasi vicino al prepensionamento incalzato da altri modelli da rivoluzione. Ma la 500 era già, per noi, un numero molto importante, sappiamo adesso: le almeno 500 meravigliose cose che ognuno di noi, allora, era sicuro gli sarebbero successe nella vita.

“La prima volta che ci salì Mina…” – di Massimo Pierangeli, 2002

 

il corsivo di Lele Cerri – IL MANGIADISCHI

Lele Cerri

Chi, tra quanti di noi erano stati a Roma in gita scolastica o avevano visto al cinema in un pomeriggio odoroso di caloriferi e pavimento di legno umido di impronte di suole bagnate Vacanze romane con il Gregory Peck che con la disinvoltura di una stalagmite di legno faceva lo scherzo della mano mangiata ad un’atterrita Hepburn portata in Vespa alla bocca della verità a  Santa Maria in Cosmedin,  sotto sotto, dentro dentro, tra sé e sé, non sognava, oh sì che lo sognava!, che nell’infilarci un disco della Connie Francis – e via giù a ridere col suo “g’è… quaccuno…” -, di Pat Boone o Celentano piccolo o di Paul Anka o Nat King Cole o Serenade della Sarah Vaughan o la zebra a pois nel disco rigatissimo della Mina o Cry ancora di Johnny Ray o Hotta, hotta chocccolatta di chi si ricorda più chi ma ascoltata per ore e ore di seguito fino allo straveggolamento, o Just a dream just a dream mi sembra di Frankie Avalon e Just in time di Nat King Cole e Answer me di Frankie Lane e Magic moment di Perry Como e poi le pere mature e i pullover e i barattoli e le gatte dei neonati cantautori italiani, il mangiadischi, sdentato come una prozia ma vorace come un cugino grasso e bulimico, gli azzannase la mano? Se qualcuno mi giurasse il contrario non gli crederei, non potrei rassegnarmi all’idea, non sopporterei di appartenere ad una generazione così poco visionaria. Accessorio prevalentemente delle giovani fanciulle in musica, macchinetta per me irrinunciabile per la mia necessità di ascoltare ovunque e sempre la musica che mi piaceva e complice a pile di quel certo che di transilvanico dei maschietti che è poi maturato nelle tre o quattro mezze generazioni che ci hanno seguito e che, sono certo, in noi era in embrione, nascosto tra le pieghe di un osare appena un ciuffo qua e là, una brevità del pantalone a sigaretta a scoprire i calzettoni bianchi in quegli anni più alla Presley che alla Gene Kelly che aveva da pochissimo fatto luogo al bacino più rappresentativo del globo rientrando in quinta tiptappando ormai inevitabilmente a ritmo di rock, il mangiadischi – che il moderno ragazzo predark che sono sicuro fosse in molti di noi intravedeva carnivoro – mentuto e di buon palato si mangiava ogni apposita ciambella infilassimo in quella bocca tanto generosa di suoni quanto, per fortuna di tutti, decisamente, assolutamente, tecnicamente discreta, silente su tutto ciò di cui lui,  grande divoratore, instancabile azzeratore di pile torcia non ancora a lunga durata,  era testimone: colpe tremende! : evasioni musicali in ore di studio, camporelle tra il lusco e il brusco con rischio di rivelatrici, autoadesive, traditrici tracce vaccine sul retro di impermeabili, kilt scozzesi, sottanine plissé, jeans con il risvoltone e i primi panta- gabardina da ragazzo grande, completini twin set di orlon da ragazze della porta accanto ma scicchine e giubbottini di renna da quel che più tardi si sarebbe chiamato fighetto, giuramenti di eterno amore vista golfo, vista lago, vista lungofiume, vista valle o anche vista piazza della stazione o delle poste o vista cortile della casa dell’amica che ospitava l’incontro galeotto alla poveri ma belli fra te e la sorella del tuo migliore amico che in un altro incontro galeotto si giurava lo stesso amore con tua sorella al suono di un altro mangiadischi a casa di un’ altra amica compiacente anche lei e anche lei con cameretta vista sul cortile condominiale con tanto di agave e palma e pitosforo e vasca dei pesci e cagnetto, della portiera signora Guglielma, che come uscivi in bicicletta per riportarti a casa il tuo album di 45 giri con la maniglia infilata al manubrio o appoggiata al fanale, ti azzannava l’orlo dei pantaloni anche loro più alla Presley che alla Gene Kelly sempre per il solito motivo della recente abdicazione dell’uno danzatore acrobata in favore dell’altro vocalista oscillatore.

In una gita terra-mare-isole-terra che la Bruna ha poi sempre ricordato come pic nic nonostante avessimo pranzato a branzini e cacciucchi in uno  dei migliori ristoranti della costa toscana, il mio mangiadischi, verde come le  tappezzerie delle littorine, si intossicò a suon di “è mezzanotte, anzi lo era, tra un bacio e l’altro ormai rintoccano le due….” che il nostro Caronte e San Cristoforo, babbo della Bruna stessa, si era portato dietro in macchina in un cofanetto che conteneva in più cialde “tutto il meglio di…”. E mi sembrò di sentirlo tirare un sospiro di sollievo come se gli avessi infilato in bocca una Valda quando, tornati a casa, gli sparai dentro, come un antidoto, For all we know di Billie Holiday. Mi parve di vederlo, anzi, a un tratto lo vidi proprio, partire al galoppo tra praterie di lucente, altissimo e per quella nostra età recepibile ma indecifrabile fatale dolore, abbeverarsi a un ruscello di luce cosmica, planare sulla cresta di una distesa di speranze umane panneggiate sulle inflessioni di quella voce e tendermi una cinghia per ringraziarmi di aver percepito che anche i mangiadischi avevano un’anima che si nutriva di quello che altre anime emanavano cantando. Poco più tardi, quando mi risvegliai giusto in tempo per infilarmi nel letto, mi resi conto che avevo fatto né più né meno come Dorothy anche se, invece della lunga strada gialla per Oz, avevo infilato, per un’oretta, quella che portava al cuore dei mangiadischi. Ma ormai, per me, il mangiadischi il cuore ce l’aveva davvero, e doveva essere il mio a rappresentarlo, a scegliere per lui. Una delle mie prime responsabilità. Da allora non gli feci più mancare niente di tutto ciò che di variatamente appetitoso si trovava in 45 giri. Quasi volessi educarlo sentimentalmente. Come se farlo mi facesse sentire la coscienza a posto nei suoi confronti. E Banana boat di Belafonte, che aveva già qualche annetto ma a quell’epoca i pezzi rimanevano giovani e nelle classifiche d’ascolto per anni e anni, era, per il mangiadischi, con Patricia e gli altri stuzzicanti mambo di Perez Prado o i latini ancheggianti-un po’ tradotti-universalizzati di Trini Lopez, una specie di scampagnata con mangiare al sacco ma con varietà di sapori allegri e ringalluzzenti.

Compagno inseparabile di viaggi a corto e medio raggio, il mio mangiadischi lo tradii di brutto quando me ne partii per Londra, sedicenne, con tutto il bagaglio spedito “appresso” per comodità, il passaporto in tasca, con a tracolla il mio Teppaz foderato scozzese, doppio altoparlante interno-esterno sul coperchio a simulare un’intenzione stereo, un po’ più fedele riproduttore di alti e bassi del povero tradito e lasciato a casa;  e soprattutto capace di accogliere sul suo piatto, sia pure con dimensioni da portatile, i 33 giri di Ellington e Basie e quelli di Dakota Staton che mio zio mi aveva portato da New York perché in Italia non si trovavano e della Mina che aveva già cantato anche Summer time che nella bocca sia pure a ciabatta sformata del mangiadischi non potevano trovare accoglienza e che avevo deciso avrebbero dovuto essere i miei compagni d’avventura in terra d’Albione; dove appoggiai piede dopo che, totalmente libero dai miei bagagli, non appena imbarcato sul traghetto, che all’epoca era una navona nera con fumaiolo giallastro burro marcio e scialuppe grigiastre da “Cartulina ‘e napule”, mi ero ritrovato a reggere per tutta la traversata della Manica quelli di una giovane moglie di Enna che – con tre figli di tutte le età possibili, anche loro da reggere mentre il mare, quel giorno sull’euforico, ci constringeva ad un samba indesiderato, e una mezza dozzina tra pacchi e valigioni  pure loro di ogni misura possibile legati con lo spago – andava a raggiungere il marito a Glasgow. In quell’inverno londinese, mentre ascoltavo Awfull sad di Ellington e Nuie di Mina accanto al caminetto con il fuoco a gas di camera mia nel mini-flat nella Mansion piena di studenti non ancora hippies né intillimanici o tantomeno rasta di Lancaster Gate dove in inglese una mattina leggemmo chissà cosa del crollo di Kruscev, mi ritrovai spesso a sperare che la Marghe, alla quale avevo lasciato il mio mangiadischi, lo nutrisse come era stato abituato. Quando tornai, fu per me un’anticipazione di par condicio riassicurargli la partecipazione ai nostri momenti quali che fossero: agli alti o ai bassi delle esplosive, fulminanti e fulminee scoperte ed esplosioni sentimentali, ai dopocena d’inverno nel garage riscaldatissimo della casa del Ciccio durante i quali sognavamo di diventare, crescendo, un po’ debosciatelli, un po’ rive gauche,  perdutini quel tanto che credevamo ci avrebbe evitato di conoscere la noia. Fu con noi, quella specie di portadentiere canoro, a suonare le più varie, appoggiato su un barile di catrame col coperchio tutto svirgolato, anche nei giorni della scoperta del fai da te quando, armati di attrezzi fino ai capelli a spazzola, passammo tre settimane a sverniciare la barcona in disfacimento del babbo del Gianugo da noi messa ai restauri rovesciata sull’aia della casa di campagna tra i vagheggiamenti e una di giorno in giorno lievitante lista di dettagli su una futura crociera estiva sottocosta che si incagliò nell’incepparsi del restauro ai primi sgretolamenti delle prime tavole del fasciame alle prime piogge di aprile. Ma quell’estate, il mio ormai nostro mangiadischi se la visse alla grande lo stesso. Sempre con noi. Come cretini passavamo nottate abbivaccati e sonnecchianti tra un sogno e l’altro distesi tra le rovine della Rocca Malaspina sul primo colle a un chilometro dal mare nero  e lucido là in fondo e Ray Charles cantava Georgia on my mind, se da mangiare al mangiadischi glielo dava la Giovanna, o, se a imboccarlo era quell’esagerato di Albertone, le poesie di Neruda o le canzoni della Laura Betti con i testi di Arbasino e Moravia che all’Andrea facevano esalare Dio, che palle!… mentre gli altri lo pensavano soltanto,  oppure Cry me a river con gli sfiatamenti avvolti nello chiffon verde acqua di Julie London o  il jazz moquettato di country di Peggy Lee che cantava Fever e Lover o le prepotenze di Sassy Vaughan che gli dava dentro come una matta con Perdido come se rincorresse un qualche pilota di una delle più esaltanti carrere messicane. In quelle notti, lui, il mio mangiadischi, fece in tempo a banchettare con L’ultima occasione e Era vivere di Mina che puntualmente, ogni sera, avremmo poi ricantato riscendendo piano piano sui tornanti della collina, afflosciati e stampati come decalcomanie sui sedili delle macchine, a notte fonda. Nelle più affettuose di quelle sere, tra quel che rimaneva dei pochi merli su quel che rimaneva delle torri e la luna, appariva sempre una nube a rendere più discreta la luce notturna su certi sogni giovanili ad occhi aperti quando il boccone era Billie Holiday che cantava What’s new?.  E, che cretini!, forse per l’effetto di un’indigestione di bellezza, ci sembrava che tutto, intorno, rispondesse.