Poesia e feudalesimo

Al di qua del bene e del male

 

Anche se voi vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti.
(Fabrizio De Andrè, La canzone del maggio)

 

di Jacopo Curi

Molti si interrogano sullo stato di salute della poesia e sul ruolo del poeta nella società contemporanea:

si riflette su cosa sia o non sia poesia, su cosa debba o non debba essere, su cosa possa fare o non fare il poeta, sugli strumenti legittimi da adottare per permettere alla poesia di sopravvivere e di arrivare alle persone senza rinunciare alla qualità. Scoperchiando il vaso di Pandora fuoriescono altri temi ben noti: l’assenza di critici autorevoli che possano fungere da filtro, la mancanza di studio e di approfondimento da parte di chi si approccia alla scrittura, l’abuso dei social dove conta più l’immagine che la parola, l’indignazione verso un certo tipo di editoria che non premia il talento ma si preoccupa esclusivamente di vendere forgiando personaggi popolari – la cui produzione spesso non raggiunge nemmeno una dignità paraletteraria – che possano influenzare la sottocultura di massa e un mercato basato sulla legge del consumo.

Dietro alle questioni morali e alle prese di posizione di chi condanna questo sistema infetto si nascondono però dei contropoteri fondati su basi ideologiche, mediante le quali si cerca di tracciare un pomerio entro cui i presunti veri poeti tentano di edificare le loro roccaforti. Di conseguenza lo scopo del seguente intervento consiste nel cercare di smascherare l’atteggiamento di coloro che, con la scusa di risanare i malati e di scacciare gli untori, si arroccano in sistemi alternativi di potere nell’ambito del dibattito sulla poesia contemporanea.

Nessuno si assolva o si difenda dietro a delle barricate, a partire dal sottoscritto. Si spera, invece e solamente, che queste parole inviate nell’etere come una spedizione nello spazio aperto non rimangano indifferenti, bensì che coinvolgano interlocutori disposti a confrontarsi ulteriormente su discussioni già avviate. E loro, le parole, già sanno di averne trovati.

 

Anonimo del XVIII sec, Monumenti del Girfalco di Fermo, olio su tela


Il linguaggio dell’evidenza

 

«Lei non può capire. Parla il linguaggio della ragione,
pensa in termini astratti.» Il dottore alzò gli occhi alla Repubblica
e disse che non sapeva se parlava il linguaggio della ragione,
però parlava il linguaggio dell’evidenza, e non era necessariamente la stessa cosa.
(Albert Camus, La peste)

Nel continuo e rapido rinnovarsi del presente, anche in poesia si avverte il dovere di creare nuovi sistemi di valori cercando di fornire delle linee guida per comprendere una situazione estremamente fluida e complessa. Talvolta comunque la questione risulta mal posta, mentre sarebbe più integro e opportuno utilizzare il linguaggio dell’evidenza iniziando finalmente a parlare in maniera libera e aperta dell’assetto feudale dell’attuale panorama letterario. Dietro a diversi nobili propositi di chi affannosamente si affretta a far notare a tutti che il re è nudo si intuiscono infatti esigenze adulatorie, ma soprattutto, a propria volta, di controllo. Seguendo priorità emotive o circostanziali con l’innocente premura di catalogare e classificare si tende in sostanza a confezionare dei modelli, con l’obiettivo di stabilire un canone di riferimento, se non per tutti almeno per un gruppo di persone unite dalle medesime convinzioni. Non di rado tale premura cela appunto un inganno. Nell’agire eroicamente dichiarando amore incondizionato verso la poesia si segue in realtà un orientamento, come si è detto, dottrinale: l’amore romantico – essendo una categoria culturalmente connotata – confonde seppellendo sotto una serie costrutti, anch’essi di derivazione propriamente culturale, quelle che dovrebbero essere le vere evidenze. L’amore romantico giustifica un impulso primitivo che porta a immolarsi per una causa (a «morire per delle idee» per dirla ancora con il caro Faber) nel contesto di una moderna lotta per la sopravvivenza inevitabilmente inserita in rapporti di dominio e sudditanza che caratterizzano pure il mondo della letteratura. Le relazioni umane oltre che dai sentimenti sono regolate da dinamiche di potere nelle quali ognuno, guidato da quell’istinto di sopravvivenza, mira alla propria conservazione/affermazione: l’individuo pensa prioritariamente a se stesso – ai propri bisogni e al proprio apparire – e secondariamente, in quanto membro di un gruppo (qualora non si parli di lupi solitari), ad assicurarsi protezione per costruirsi un’identità solida e credibile all’interno di un habitat protetto. L’ambiente culturale non è estraneo a certi meccanismi e se non si ragiona in questi termini si rischia di perdere di vista qualcosa di essenziale.

Quantunque in modalità differenti e talora opposte, alcuni gruppi, legittimando la propria azione attraverso la cieca bontà delle idee proposte, offrono modelli che rappresentano la manifestazione del loro sistema di potere, da opporre ad altri sistemi. Tuttavia sarebbe pragmaticamente utile – si noti e si distingua: non giusto – opporre un potere a un altro potere? Esiste inoltre, volendo riflettere stavolta sul piano morale, un potere giusto che poi non si riveli accentratore? Escludendo il linguaggio dell’evidenza si corre pertanto il rischio di assecondare, magari involontariamente, la componente retorica della dialettica e quindi di cadere nel gattopardesco cambiare affinché nulla cambi. Sotto alle dichiarate romantiche intenzioni di scardinare un sistema che si reputa ingiusto e che forse lo è davvero, striscia un desiderio inconscio e camuffato di instaurarne un altro a cui però, a differenza del primo, un qualunque soggetto, spinto da un servilismo utilitaristico, sente di appartenere. Il problema è che se questa fosse una questione puramente morale (lungi!) la visione sarebbe oltremodo parziale, cioè erronea. Se fosse, più onestamente, questione di sopravvivenza, cadrebbero le maschere: pretendere di rivoluzionare il sistema culturale usando il linguaggio ambiguo, subdolo e contingente dei sentimenti e della foga equivale a dogmatizzare l’atto rivoluzionario, e alla fine si otterrebbe come sempre che qualcuno trionfa, qualcuno rinuncia, qualcuno viene corrotto e qualcuno soccombe. Facendo riferimento alla storia, le rivoluzioni non si innescano senza teorici, ma a un certo punto esse sfuggono persino al loro controllo e finiscono per fagocitare i propri figli. A questo punto si potrebbe tacciare lo scrivente di qualunquismo, oppure ritenerlo un disilluso con l’accusa di non credere nel cambiamento. Eppure le rivoluzioni possono, anzi devono, essere non violente, prive tanto di violenza fisica (certo, non è il nostro caso), quanto di quella violenza emotiva che si traduce in violenza verbale.

A tal proposito, seppur con altri fini, qualche decennio fa Wittgenstein denunciava la filosofia di essere un sottoprodotto della manipolazione del linguaggio. Comunque la poesia, essendo plasmata sul linguaggio, non è estranea all’equivoco. Nulla di allarmante finché si resta sul testo, che presuppone una relazione fondata su una ricerca che coinvolge verità e menzogna. Quando diversamente i poeti decidono di attaccare a parole vestendo i panni di puri teorici della letteratura, accade che non si giunga a concludere nulla e si giri in tondo come il classico cane che si morde la coda, o ancor peggio che una teoria venga sfruttata per una guerriglia ideologica. Gli alfieri di queste battaglie si incastellano, allestiscono bellissime corti, combattono in prima linea nelle loro torri d’avorio e difendono minuscoli feudi attaccando i vassalli che occupano i feudi maggiori. Ecco allora che il linguaggio diventa un’avvilente arma retorica.

A chi spetterebbe allora il diritto di comprendere e selezionare? Un tempo – si direbbe – al critico. Ma come non ricordare grandi autori del passato rivalutati dopo essere stati dimenticati perché lontani da una certa moda corrente del gusto? Tornando alla prima domanda, ora – si direbbe, all’opposto – a tutti. Ma la verità è che la democrazia sembra aver fallito anche in questo, visto che l’affermazione di sé e la volontà individuale non corrispondono spesso a una scelta consapevole che comporta una coerente assunzione di responsabilità. Conviene quindi abbandonarsi al pressappochismo di chi si improvvisa critico senza conoscere il mestiere? Qui la responsabilità ricade sui social, che favoriscono la continua pubblicazione di contenuti mediocri. Il fenomeno sembra inarginabile, nondimeno cosa infiamma gli animi dei poeti, tanto da organizzare queste crociate contro i poteri forti? La risposta risiede in quei falsi slanci emotivi dove rabbia, frustrazione, paura e invidia conducono tutti coloro che si ritengono autorevoli a condannare ogni malcelato furfantello dell’ultima ora per un po’ di visibilità.

Di questo tipo di teoria o di sociologia della letteratura si occupino i teorici e i sociologi, non i poeti, i quali al contrario dovrebbero semplicemente essere poeti, senza preoccuparsi di difendere un feudo, una forma di contropotere, una fetta sempre più piccola, più parcellizzata e residua di pubblico e notorietà.

 

Guidoriccio da Fogliano, 1328, affresco, 340×968

 

Un appello finale

 

Che te ne stai facendo, omiciattolo? che sogni, che speri? forse che non ricordi d’esser nato mortale?
(Francesco Petrarca, Secretum o Riguardo al segreto conflitto delle mie angosce)

 

Nessuna paura: saranno presto dimenticati gli hashtag-poeti quanto i presunti, e i pochi veri autorevoli che sopravvivranno non assisteranno al loro successo o ne godranno per poco. Certo, siamo noi a deliziarci della gloria che un Petrarca ha ottenuto a costo di laceranti urti nel sangue, ma ugualmente senza quelle fisime psico-emotive la sua poesia sarebbe giunta alla nostra attenzione.

Il vero senso della poesia è la condivisione e non tanto il ritagliarsi uno spazio per distinguersi dalla massa. Conta solo conoscersi, fare comunità, anche a distanza su riviste e blog come (è giusto ribadirlo) sta fortunatamente avvenendo. E se non sono riviste e blog di qualità? Ognuno valuti per sé, analizzi, si esponga, critichi di buon cuore, ma senza spalare letame sugli altri. Bisogna resettarsi e spurgarsi dai falsi campanilistici sentimentalismi e rassegnarsi: il poeta ha perso la sua aureola, come a suo tempo denunciava Baudelaire. Ascoltano e leggono in pochi o ci si ascolta e ci si legge a vicenda, ci si risponde, ma comunque gli interpreti sono sempre gli stessi. Se nella nostra epoca la poesia non rende o rende solo se c’è una strategia di mercato manovrata dei demiurghi dalla grande industria editoriale, è pur vero che per entrarci tutti fanno a pugni, in particolare quelli che hanno lottato eroicamente assuefatti da un amore che è amor proprio se non odio, da una passione che è rabbia, dall’egoismo, da un istinto di sopravvivenza trasfigurato.

Solo una cosa può insegnare un poeta: scegliere l’unica parola possibile. La poesia è un fatto umano, qualcosa che distingue l’uomo dall’animale poiché ha a che fare con il linguaggio. Evitando di trasformarlo in qualcosa di meschino, bisogna accettare l’equivoco poetico, che è lo stesso equivoco del linguaggio, che in ultimo è l’equivoco dell’essere umano.

In conclusione, come dice un bravo poeta, la vita conta più della poesia. La poesia deve essere un sano atto creativo pur assecondando il narcisismo e/o l’ossessività di chi la scrive. Quanti sono meno ultimi, più utili e necessari dei poeti! Dunque non prendiamoci troppo sul serio. Chi se la prende ha la coda di paglia. Chi se la prende è coinvolto. E in fondo nessuno è assolto. Piuttosto vale la pena essere gentili e pacifici, discutere ovviamente, stroncarsi se serve, senza volersene, ma sempre trovandosi a bere e a parlare di altro, con la consapevolezza di essere legati da un sottile filo rosso.

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