Antonio Morelli, il poeta di Empoli

di Massimiliano Bardotti

E ancora
su questa terra
ci siamo

(Chissà per quanto)

Questi versi aprono una poesia dell’ultima opera poetica di Antonio Morelli (l’ultima pubblicata, ma non l’ultima scritta) Asfodeli e Avvertimenti.
Antonio alla morte, alla precarietà, a questo nostro essere di passaggio sulla terra, ci pensava spesso. No, non spesso, sempre. Ma non sempre questo pensiero lo offuscava, talvolta poteva quasi sembrare un sollievo, l’idea che prima o poi sarebbe potuto andare a vedere con i suoi occhi curiosi, d’azzurro accesi, vispi e ricercatori, cosa c’è di là.
Di là. Da quella parte che non osava nominare, perché non voleva sciupare nulla della sorpresa. Dall’altra parte. “O che ci sarà di là, che dici te?” Mi chiedeva spesso. Non lo so Antonio, gli rispondevo, ma non la fine, di questo sono certo.

E ora che Antonio è morto ne sono ancora più certo. Non saprei spiegarlo se interrogato, non avrei prove alcune da mostrare, non potrei convincere nessuno e davvero non voglio, ma io Antonio non l’ho mai sentito così vivo, così presente, come adesso.
Dal giorno che è morto, ogni giorno, leggo almeno una sua poesia. E lui mi parla così, dal suo aldilà, dal luogo dove adesso è. Vivo. E mi chiama ancora “fanciullo” come faceva sempre.

Antonio mi telefonava, di tanto in tanto, per leggermi una sua poesia appena scritta. Rimanevo come uno sprovveduto. E percepivo la sua gioia.

Una litania

Se non avessi
la preghiera
Se non avessi
la supplica
Se non avessi
la poesia
e la rosa purpurea
Se non avessi
la carta stampata

Il mio dolore
Il mio gaudio
La mia mentore
La nostra amicizia
Il sonno
e l’appartamento

E le foglie

E queste giornate
di alba
e di vento

E la primavera
e la mia estate

E questo
prendersi
per mano
E tessere
relazioni

Sarei discosto
dalla vita
m’inoltrerei
sterile
nella NON-vita.

Una volta eravamo seduti fuori dalla “Cuentame”, libreria di Empoli, il nostro luogo prediletto di incontri e letture, e ci stavamo un poco rilassando. Quella sera avremmo fatto una lettura dei nostri testi poetici, insieme con Annalisa Ciampalini e Gianluca Garrapa. Antonio era un po’ preoccupato, perché oltre ai suoi versi doveva leggere e parlare anche di quelli degli altri poeti. Non che non volesse, credeva di non esserne all’altezza. Questa era la sua misura, tra devozione e umiltà.
Mentre ce ne stavamo lì, lui prese una penna e aprì un quaderno. Si mise a scrivere. Alla fine mi disse: “Senti fanciullo”, e si mise a leggere. Una poesia bellissima, come al solito, ma il punto non era quello. Lì, in quel momento, seduti, in Piazza Farinata degli Uberti a Empoli, di fronte alla nostra libreria, dopo tante volte averci parlato, dopo averlo tante volte abbracciato, dopo aver riso con lui (tanto), dopo aver ascoltato le sue preoccupazioni, dopo averlo visto diventare scuro in volto e andarsene senza nemmeno il tempo di salutarlo; dopo aver sentito, nei suoi giorni no, la sua voce al telefono, voce di uomo lontano, lì, in quel momento, per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, conobbi la grazia dell’incontro. Lo vidi. E vidi come la poesia lo avesse fatto suo servitore e come lui fosse fiero di servirla. Per me si trattava di un privilegio; di essergli amico, di assistere alle grazie della sua esistenza.

Ferite

Sono ferito
E non trovo
non cerco requie

nel giorno che sale

Che mi assale
E trema

E tremo
appresso
Il nitore
silente del bosco

E inondo di soliloquio

Il mio muto
silenzio

E mi incanto
ad ammirare
il cielo che muta
E l’albero
di fico
che gemma

E gemme di bosco
intrattengo
negli occhi

Ad areare
pensiero

E poi
creare
mattini.

E corone
di brezze

A comporre
questo giorno

ad occhi socchiusi.

 

E poi creare mattini. Questa capacità di sprofondare nella notte fino a potersi svegliare non a vedere l’alba, ma a crearla. La vidi pure io, quella stessa luce che l’aveva portato a partorire quel verso.

E continuare
             la voce segreta …
            qui,
                 nel mattino
            caro
                  di penombra

 

Antonio era rimasto molto colpito, qualche anno fa, quando gli parlai di

Emanuel Carnevali (1897 – 1942)

Emanuel Carnevali, poeta bolognese pressoché sconosciuto. Gli raccontai della mia predilezione per gli sconosciuti, per i poeti che null’altro avrebbero voluto se non sentirsi dire “lei è un grande poeta”. Questo accese i suoi occhi. Gli lessi la poesia di Carnevali “Sua maestà il Postino”:

Sette e mezzo di mattina
e il sole mi strizza l’occhio,
seminascosto dall’ultima casa della via.
Le sue lunghe dita
gettano in fuga questi omettini al trotto,
che corrono da est a ovest al loro lavoro.
Ridendo, il sole li insegue…
Ah, eccolo!
Chi?… Il postino, naturalmente!
(perché mi sarei alzato così presto?)
Lui, non lo vedete mai correre –
E’ così fiero
perché nella sua borsa porta la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un bel colletto bianco.

Ecco perché si pavoneggia così,
ecco perché fa mostra di non sapere
che il sole è alle sue spalle,
che il sole ridente è alle sue spalle
e lo sospinge a portarmi la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un colletto pulito,
e la lettera di un direttore che dice:
“Siete un grande poeta, giovanotto!”.

Al diavolo! Scommetto che mi ha sentito
smaniare per lui:
è passato davanti alla porta
e non si è nemmeno girato.
Che fare? Che fare?

Oh, non importa – domani, domani!

Ci ritrovammo alla fine della poesia commossi entrambi da quella inscalfibile speranza. Questa poesia lo rappresentava molto; anche lui, come Emanuel, non desiderava altro. Sentirsi dire da qualche critico importante, da qualche poeta affermato: “Antonio, lei è un grande poeta.”
Per me lo è, lo era. Bastava osservarlo in libreria, come si muoveva, mosso da una febbre. Cercava nuovi poeti da incontrare nella pagina e nell’anima. Chiedeva consigli. Ne ho visti pochi, pochi davvero amare la poesia come l’amava lui. Ha sacrificato per lei tutta la vita.

C’è nei suoi versi una rara intensità, qualcosa che forse davvero e fino in fondo comprendeva solo lui. Qualcosa di vissuto, di sperimentato. Se parlava del fuoco è perché si era bruciato. Per dirla con la sua amata Emily Dickinson: L’acqua si impara dalla sete.

I suoi versi si dipanano sulla pagina seguendo un ritmo che era quello del suo cuore, del suo respiro. Le parole gli sgorgavano fuori dappertutto, girava sempre con i suoi quaderni “perché l’ispirazione non sai mai quando ti prende”. Ti prende, ti rapisce. Sì, lui parlava ancora d’ispirazione. Non se ne vergognava. Lui sapeva che la poesia veniva da un altro mondo. E ora credo che, finalmente, si siano ricongiunti.

 

E mi affaccio
alla
mia fine

E la mia missione
è in questo
girotondo

Ed in tal modo

M’inebrio
e canto …

ed è la fine.

 

Chiude così, il suo ultimo libro. Avrei dovuto immaginarlo. Invece stavamo progettando una presentazione e tante altre serate insieme. Mi aveva chiesto di presentare il suo libro e io ne ero felicissimo. Dovevamo incontrarci giovedì 14 marzo, a Empoli, alla “Cuentame”. Invece mi chiamò dall’ospedale quel giorno. Le parole che mi disse le custodisco. Il giorno dopo l’ha voluto il Cielo. Da quel giorno, non passa giorno in cui non senta la sua presenza. Il grande privilegio di avere un poeta al proprio fianco.

 

 

 

Antonio Morelli

Antonio Morelli è nato a Empoli nel 1956, dove ha vissuto tutta la sua vita. Ha lavorato sempre alla Biblioteca Comunale “Renato Fucini”, diventandone un punto di riferimento. Viveva in una solitudine solo apparente. Le sue giornate e le sue notti erano in verità pienissime. Da casa sua passavano poeti di ogni tempo e età. Chi si presentava a casa sua senza aver portato delle poesie da condividere veniva severamente redarguito. “Siamo poeti”, diceva. Ha pubblicato vari libri, fra cui Diario in versi del brutto tempo, Frammentario del mattino e Asfodeli e avvertimenti. Tutte edite da: Editore dell’Acero.

2 risposte a “Antonio Morelli, il poeta di Empoli”

  1. Avevo scritto questa riflessione per lui sul mio FB.
    PER ANTONIO MORELLI

    Cosa rimane?
    Rimane la parola: l’unica cosa che ci dà interamente la persona nella cui mente è nata, per osmosi, senza neppure prendere il soffio delle labbra; la parola scritta, l’essenza del sentimento che transita dall’anima all’anima, che è stata tessuta e che si ritesse continuamente in chi la leggerà, creando stoffe nuove con cui coprire il nostro corpo freddoloso alla perenne ansia del mondo.
    La parola scritta nella rete di nodi allegorici e di trame sintattiche, gettata nel mare bianco del foglio che farà pesche miracolose per tutti i naviganti che solcheranno quelle pagine; di nuovo scritta per combinazioni infinite di sensi; la lieve parola che è più fiore del fiore, più alba dell’alba, che si stacca dal mondo per racchiudere in sé nuovi altri mondi possibili.
    La parola, tolta dal quotidiano per divenir segreta magia, pudica attesa della mezzanotte nel patto faustiano di una eterna giovinezza. Per ogni orecchio che l‘udrà, per ogni sguardo che la vedrà, la parola è calligrafica morsura dell’anima, incisa, quasi incinta, e di nuovo riprodotta in una miriade di copie o di gemelli uguali nell’aspetto, ma con personalità sempre nuove perché di ogni parola siete voi gli editori, gli scultori, le levatrici e tutte le riportate al mondo coperte delle vostre impronte digitali.
    Ogni parola riletta all’infinito è materia in evoluzione e diviene “altro da sé” per l’ambiente di parole in cui è calata, per la placenta da cui sarà alimentata, per la bocca che la partorirà: e voi lettori siete i partorienti.
    Vi inseminò il poeta di essa e non sapete quanto potrà esser lunga la gestazione, ma prima o poi quel frammento della doppia elica identificativa di significante e significato sboccerà in una anomalia e produrrà mutazioni e nuove stirpi di pensieri in voi.
    La parola non muore! Potrà rimanere chiusa fra le pagine e dimenticata, avere un letargo di secoli, essere traghettata da trascrittori inconsapevoli, come è accaduto ai classici greci o romani o arabi, ma risorgerà in chi avrà Fede, e questa Fede è ciò che ci caratterizza come umani. Fino ad allora potrete sperare, perché ogni parola salvata sarà salvatrice di voi.
    Ogni parola è un cristallo di Speranza per il vostro diadema di UMANI.

    18-3-19 Silvano Salvadori

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