Quattro inediti di Jacopo Pellegrini

AL RIVERBERO DELLE VETRATE CONTROLUCE

Ecco questa preghiera,
Padre, oggi che tra le strade
dei pensieri ricordo
che eri ospite frequente
all’anima assente tra gente
poco accorta di passi
lacrimevoli.
Così il dolore è divenuto
un tormento sordo, uno scherzo stanco
nel brontolio del tempo,
che nasconde la mano
che ci conduce al bordo
della vita, al termine
caro dove mi attendo
una parola tanto piena
da non donare peso.
Offri questo a chi amo
e più dolce sarà scordare
il giovanile malinteso:
il tempo speso insieme
che non avrà ritorno.

AUTOMAT(Dennis Hopper)
(A Rosalina)

Chi lo sa se è più scuro
il buio alle mie spalle
o il fondo della tazza?
Se saprò dare un nome
al silenzio, se attendo
compaia dietro il muro,
o il momento di andare?
Ho tolto solo un guanto
non di sfida al destino,
ma di raccoglimento,
perché non cada il caffè
a chi sfugge la vita.

*
Mi trovo
a cercare nel tuo volto
il mio,
come non fossi sempre
tuo padre
anche se fossi diversa.
Che stupida gioia
sentire: “assomiglia al papà”.
E’ che sei bella
e non solo per il tuo
piccolo naso
o gli occhi grandi
e vivi,
ma perché sorridi
alla vita
e ne vedi il bello.
Sono io che ho
il desiderio di assomigliarti,
lo strano orgoglio
di essere tuo padre.

*
Sdraiato sul divano
cerco di ricordare chi sono
mentre la frittella della sagra
saltella nello stomaco:
le pastiglie sono troppo lontane.
La notte è stata vissuta
e non dormita,
e il cane riposa sul divano,
beato lui.
Gattoboy palloncino mi spia
dal soffitto,
la risonanza da guardare per martedì
è dietro lo schienale,
c’è tempo,
la TAC di lunedì è nel computer,
è sul tavolo, quello distante.
Lunedì è domani,
lunedì è una manciata di ore.
Sento i tuoi passi galoppare
sempre più vicini,
si stampano sull’orecchio,
compaiono,
arrivano,
si fermano.
Hai le guance delicate
e gli occhi veri.
Vuoi giocare ancora.
Lunedì è domani,
oggi è ancora alcune ore.
Eccomi amore, a che cosa?

 

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Jacopo Pellegrini (1981) è nato a Belluno e vive a Valdobbiadene, dove esercita la professione odontoiatrica.  In ambito poetico ha pubblicato il libro Traslucido (Edizioni del Leone, 2007).

 

 

Quella bella intuizione del F.R.E.M. Quartet

di Filippo Davoli

Definire una formazione stralunata e strampalata come il F.R.E.M. Quartet è impresa quasi titanica. Anzitutto perché, più che una formazione musicale in senso stretto (e in senso stretto proprio non lo era) e più che un’operazione studiata (e non era nemmeno questo), si trattava della necessità di trasformare in altro l’amicizia che stava legando il sottoscritto e il pittore Marco Grioli, il percussionista Roberto Sleepin’ Angeletti e il chitarrista Emanuele Franceschetti.

Con Emanuele ci si conosceva già: giovane poeta dall’impronta già delineata, nonché valente chitarrista montegranarese, allievo di Roberto Zechini, era stato tra i primi – insieme a Davide Tartaglia e Jonata Sabbioni – a contattarmi per avere un parere sulla propria scrittura.
Marco Grioli, invece, l’avevo cercato e rintracciato io, dopo essere rimasto folgorato da alcune sue tele esposte in una gelateria maceratese.
L’unico che faccio fatica a ricordare come l’abbia incrociato è proprio Roberto Angeletti.

Faccio fatica a ricordare, probabilmente, perché – come spesso accade in una città che è in realtà “un equivoco” (come amo ripetere, trattandosi infatti di un piccolo borgo che non arriva a cinquantamila abitanti) – almeno di vista ci si conosce da sempre un po’ tutti quanti. E quello spilungone dai lunghi capelli biondi, evocante un vichingo ma forse – più ancora – un antico franco (la nostra zona è piena di reperti carolingi), non era certo tipo da passare inosservato: magro, rugoso, occhio per contro vividissimo e attento, voce calda e profonda, delicatezza d’animo e di modi, spiccata ironia, abbigliamento perennemente casual tendente ai ’70, tra la nostra gente era più noto col nome d’arte di Deejay Sleepin’: che tutto faceva meno che far dormire con i suoi eccellenti mixaggi, ma – come già detto – l’ironia di cui era portatore sanissimo aveva saputo ricavarsi quel nome ossimorico. Sì, ai più era noto come un bravissimo deejay.

Ricordo invece molto bene, direi indelebilmente, le molte serate passate a raccontarci la vita di perenni spiantati, ma anche le intuizioni di un amore (quello per la musica, ma anche per la poesia, per la fotografia, per l’arte tutta) che pian piano ci hanno tutti e quattro coinvolti e stimolati a cercare una via comune, un intreccio, un’occasione di raccordo. Correva l’anno 2012.

un fotoritocco del F.R.E.M.

Intorno a noi gravitavano altri amici ed amiche, anch’essi implicati nel “non-progetto”: la pittrice Irene Dipré, il fotografo e architetto Carlo Ottaviani (cui dobbiamo un bel servizio in bianco e nero che racconta l’esordio in pubblico del F.R.E.M.), quà e là  Luca Morici, altro bravo pittore, e il contrabbassista Nico Iommi, il trombettista Filippo Cappelletti che suona jazz soffiando nei tubi delle gronde, etc.
Gente poco comune che, in determinati snodi della vita, ha chissà perché l’agio di confluire nel medesimo posto, anche senza l’ombrellino e la valigetta di Mary Poppins.

da sin.: in piedi, Marco Grioli; seduti: Filippo Davoli, Roberto Angeletti, Emanuele Franceschetti (foto di I. Dipré, 2012)

E il bravissimo deejay era invece soprattutto un eccellente percussionista: che finalmente mi diede modo di vedere da vicino un pandeiro e un berimbau. E di sentirli suonare live, grazie al tocco magico delle sue mani lunghissime e nodose. Per me, avvinto come l’edera alla MPB dagli anni dell’adolescenza, un regalo senza pari. Era come veder piovere, nelle stanze di fortuna che ci accoglievano in quei pomeriggi di delizia, Milton Nascimento insieme ai suoi angioletti neri di Minas Gerais; o farsi presente la voce risonante di Vinicius sottolineata dalla chitarra di Baden Powell; e con loro Jobim, Chico Buarque, Elis Regina, Maria Bethania, Dorival Caymmi, e Pixinguinha, fino a Carlo Marrale dei Matia Bazar – che magari fosse stato presente per davvero: la festa durerebbe ancora!

un’altra rilettura scherzosa del F.R.E.M.

Le nostre erano “jam sessions” a tutto tondo: nessuna prova precedente, si andava a sintonia. Se c’era, qualcosa usciva: erano i libri che avevamo commentato sere prima, o l’eco di manicaretti dell’ultim’ora, o i quadri che ci sapevano stordire; altrimenti silenzio. Marco Grioli si portava appresso dei lenzuoloni e una sterminata serie di colori e pennelli; poi la magia iniziava. Le tela registrava – come un elettrocardiogramma – le note e le parole, le voci e le pause. E ognuno di noi, in fondo, partecipava dell’esperienza dell’altro. Eravamo la forza del nostro incontro quotidiano, del nostro parlarci e frequentarci, del nostro metterci in comune con semplicità ma anche con attenzione reciproca e fondante.

un altro divertente fotoritocco del F.R.E.M.

F.R.E.M. stava per Filippo, Roberto, Emanuele, Marco. Le nostre iniziali. E arrivò pure qualcuno che credette in noi come gruppo (singolarmente ci conoscevano già, ognuno nel nostro specifico campo d’azione): fu tuttavia il critico d’arte Lucio Del Gobbo, che trovandosi ad allestire la Mostra-Omaggio “La casa di Peschi. Il perimetro del pensiero” in onore dello scultore Umberto Peschi presso Palazzo Buonaccorsi a Macerata, ci offrì la chance (unica e ormai, purtroppo, irripetibile) di un esordio pubblico durante la serata dell’inaugurazione.

da sin.: Marco Grioli, Emanuele Franceschetti, Filippo Davoli, Roberto Angeletti (foto di I. Dipré, 2012)

Ricordo che, tra un verso e un colore, tra un accordo e un graffio sulla pelle dei tamburi, mi permisi (accorgendomene quando era troppo tardi per tornare indietro) un sottofondo sussurrato della melodia di The day of wine and roses: un pianissimissimo quasi tra le lacrime, tale e tanta erano l’imbarazzo ma anche la commozione per tutta quella semplice bellezza che si dischiudeva intorno e in mezzo a noi.
Ci accorgevamo di non esserci sbagliati, che quella piccola cosa rappresentava un sicuro traguardo dialogante, ed anche un’occasione aperta ad altri. Un invito che si rilanciava di sguardo in sguardo, di ammiccamento in ammiccamento, nel mentre che si porgeva attraverso di noi.

Mary Poppins è ripartita, al tempo stabilito. Le incombenze della quotidianità ci hanno riassorbito. Giusto un anno fa, reincontrando Roberto al bar, seduti davanti a un buon caffè, ci siamo accorti che erano già passati sei anni.

Roberto Angeletti

Avevamo deciso di rivederci tutti, magari sotto le Feste. Una cenetta tra buoni amici un po’ ammaccati dalla vita, ma sempre di buon umore e propositivi (che forse è un po’ anche una prerogativa di noi nati a metà degli anni ’60). Roberto, però, ci ha lasciati qualche settimana fa, all’improvviso. In punta di piedi. Una malattia veloce e senza contraddittori.

 

Con Marco, allora, abbiamo deciso di rompere gli indugi senza aspettare oltre. E’ così che è nato il progetto (stavolta sì) di una “Piccola personale dialogante” tra poesia e pittura, che si inaugurerà il prossimo sabato 4 maggio alle ore 18 a Recanati, presso “SpazioCultura” in Via Roma 31.

E all’interno della mostra, un angolo sarà interamente dedicato a Roberto.Stavolta all’inaugurazione sarà con noi, con la sua chitarra e le sue nuove canzoni, l’amico cantautore Enzo Nardi. Ma speriamo che, nell’arco dell’intera mostra – che sarà aperta fino al 25 maggio prossimo – anche Emanuele torni a fare capolino, e con lui altri amici, altre occasioni, altre avventure.

Le arti in dialogo – sia al chiuso di un laboratorio che nello slargo della vita quotidiana – continuano a intrecciare discorsi e a far crescere gli uomini.

il manifesto della Mostra

 

Romanzi sulla Brexit – di Marco Patrone

In questo paio d´anni, la Brexit si è imposta come tema non solo economico-finanziario, ma anche fortemente emozionale, polarizzante, e la letteratura, in particolare quella inglese, non poteva rimanere indifferente a tutto questo.
Ecco quindi che spuntano i relativi romanzi, con, per fare degli esempi, Autunno di Ali Smith (primo di una quadrilogia delle stagioni), Middle England di Jonathan Coe e ora questo Il taglio di Anthony Cartwright, che anche coi suoi libri precedenti si proponeva come cantore di un Inghilterra perlopiù proletaria, osservata con cifra realistica e sguardo “sociale”.

Ero particolarmente curioso di un confronto tra la due versioni, quella di questo romanzo e la take di Coe sull´argomento, e sui due modi di narrare gli anni complessi che sta vivendo il Regno Unito nelle prossimità del famigerato referendum.
Per chi è interessato al paragone: le similitudini si limitano al montaggio parallelo e al grande affetto non-manicheo per i personaggi. Per il resto Coe sviluppa la sua visione in maniera più polifonica, complessa e satirica, Cartwright si attiene a quanto detto sopra, ai canoni del realismo e a una più marcata natura di romanzo sociale, che raccoglie in qualche modo la notevole erediti di Alan Sillitoe.

L´autore punta su una coppia di personaggi contrapposti, la giornalista Grace, carina, colta, progressista, e l´operaio ex-pugile Cairo, mediamente istruito ma orgoglioso esponente di quello che una volta sarebbe stato definito proletariato, nella cittadina di Dudley, una di quelle ex-realtà industriali inglesi (ma potrebbe valere per molti altri paesi) travolta dalle varie -oni della nostra storia recente (globalizzazione, gentrificazione, delocalizzazione etc).
Questa impostazione a due poli potrebbe portare effettivamente a eccessive semplificazioni, lo scontato conflitto tra la borghesia pro-remain benintenzionata, ipocrita e cieca ai tormenti dei ceti inferiori, e questi ultimi gretti, passatisti e qua e là con ombre di razzismo.
Per la bravura di Cartwright, la caratterizzazione dei protagonisti (Cairo, comunque, il più riuscito tra i due, con vette, sfumature e trasalimenti realmente sillitoe-iani), la maniera di giocare e tenere insieme i personaggi secondari, il continuo confronto presente-passato (nostalgico ma già contraddittorio in nuce), la grande attenzione alle scenografie e ai paesaggi urbani, sub-urbani, post-industriali, rendono il romanzo ricco e cangiante, nella sua sostanziale brevità, e danno all´autore la possibilità di utilizzare (anche) un registro lirico che mi pare gli sia congeniale e che va a completare il realismo di ambientazioni e dialoghi di cui ho già parlato.

Forse qualcosa il libro deve restituire nella seconda parte e verso il finale, sia per una certa ripetitività della struttura e delle situazioni che fanno da catalizzatori o acceleratori della vicenda, sia per la fretta, forse, di costruire una storia esemplare, rapida, una scheggia di sicuro effetto, quindi di arrivare velocemente allo scioglimento, che poteva essere preparato con più attenzione ed equilibrio.

Il taglio rimane comunque una lettura molto interessante, che sa dire cose profonde, sincere e non scontate sulla realtà inglese di questi tempi senza neppure rischiare di trasformarsi in pamphlet politico o elaborazione di una tesi teorica, e confermando un´ottima tradizione Made in UK al romanzo realistico e di scenario sociale. Per quanto mi riguarda, non perdente nel confronto con Coe, e consigliato.

Informazioni sul libro

Anthony Cartwight – Il taglio

Traduzione di Riccardo Duranti

Ed. 66th and 2nd 2019

160 pg.

Attualmente in commercio

Anita Ekberg risorge dalle ceneri della Fenice

recensione di Marco Lani

Perché proprio Anita Ekberg al centro di un romanzo? Perché un’attrice famosa degli anni Sessanta, dimenticata da tutti, vissuta in una casa di riposo a Rocca di Papa fino al 2015 (neppure nella sua Roma), purtroppo povera in canna nonostante i fasti del passato?

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) di Alessandro Moscè, è soprattutto un romanzo sulla vecchiaia e sulla morte. Certo, torna la diva degli anni Sessanta, nei ricordi, con la Fontana di Trevi che all’epoca la gente comune conosceva quanto la protagonista che ci camminò dentro nel film La dolce vita di Federico Fellini. Ma qui non si nota alcuna magnificenza. Moscè cattura le abitudini di una donna comune, di una persona anziana che sta per andarsene. Ci vuole dire, in fondo, che le vite si assomigliano tutte, prima o poi. Quelle dei ricchi e dei poveri, dei fortunati e dei meno fortunati. Moscè fa dialogare Anita Ekberg con Fellini, Mastroianni, Quasimodo, Gatto, Agnelli, Risi, Moro, infine con la madre, che aveva lasciato tanti anni prima. Ma all’inizio è un introverso giornalista che la cerca solo per vederla, che la invita a pranzo per estorcerle qualche confidenza di un passato troppo lontano per essere ancora ricordato felicemente. La diva scrive, legge, parla tra sé e sé, partecipa a grottesche sedute spiritiche con un prete, una menade, un vecchio della casa di riposo, una signora vedova da poco che vorrebbe rivedere il marito morto. Il romanzo di Moscè è realista, biografico, saggistico, ma è anche un affresco visionario. Anita Ekberg incontra la morte e non ne ha paura. Che cos’è la morte? Forse un sogno, una nuova vita uguale alla precedente? Una condizione stabile, pacifica, una sensazione piacevole, pulsante? Un vortice nero o un respiro soave?

la copertina del libro

Anita Ekberg, o meglio Alessandro Moscè, la sua risposta la dà eccome, e non è affatto prevedibile. Pablo Neruda paragonava la morte ad un suono, ad un porto, ad un vestito da ammiraglio, ad una nave che risale fiumi e mari. E’ proprio nel  mare, come fosse una stazione ferroviaria, che Moscè intraprende il viaggio, l’ultimo, per andare oltre i confini percettibili dell’uomo. Il romanzo è ben documentato, perché lo scrittore informato sulla vita di Anita Ekberg, ma è la parte verosimile e inventata, come in ogni narrazione, la più coinvolgente. Specie se la donna della quale si occupa Moscè, simbolo dell’eros, risorge dalla ceneri della Fenice.

Piccola Personale di Marco Grioli

A passeggio sotto la pioggia – olio, 45×35, 2010

Rue parisienne – olio su calce, 2012
Lungo il mare – 2012
Lettera da altrove n.9 – tecnica mista, 2012
città al lavoro – 2012
Fioritura – 2012
Evanescenza – 50×35, tecnica mista, 2013
Dopolavoro – tecnica mista, 2013
Paesaggio innevato – 2016
Rosso – 2018
Composizione su salpa – 2019

 

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Marco Grioli

Nato a Recanati nel 1982, Marco Grioli vive e lavora a Montecassiano (MC), dove ha il suo studio. Il suo interesse per l’arte lo conduce verso la ricerca continua di nuove tecniche artistiche e stilistiche. Aperto ai linguaggi delle altre arti e immune da preconcetti formali e stilistici, sintetizza la vita quotidiana e lo spettacolo della natura utilizzando la vivacità dei colori e la dinamicità dei movimenti, asciugandosi – nel passaggio dal figurativo al simbolico – in un gioco sapiente di rimandi e suggerimenti. Per il prossimo mese di maggio è prevista una sua nuova Personale nella città di Recanati.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA TRASMIGRAZIONE DI REMO

di Alessandro Moscè

Nel 2017 l’editore Donzelli ha pubblicato Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marcheschi, che raccoglie i testi più significativi del solitario Remo Pagnanelli, poeta e critico che si è lasciato andare nel 1987. Ancora vivissimo nella consapevolezza del dibattito odierno e nell’ascolto di più generazioni, leggendo la sua opera si ha l’impressione di imbattersi in un territorio dal lucore opalescente, nella persuasione di un verso scritto in un luogo nordico o non ancora scoperto nella deriva dei continenti, animato da un pensiero anacronistico, sempre vigile, infibrato da una poetica dolente, da uno squarcio ineludibile.

La visione e il metasogno pungenti di Pagnanelli sono intagliati di una lingua creante, di una parola-forma, dall’immagine del dopo morte. Come se davvero il poeta presago e infinito, sapesse muoversi con dimestichezza nell’alba dell’aldilà. Nota Marcheschi che Pagnanelli ha fatto della scrittura il “crogiuolo della sua esistenza e dell’intera sua esperienza di uomo e di intellettuale”. Era in possesso di armi analitiche non facilmente accessibili, poiché la sua cultura antropologica, psicoanalitica, oltreché letteraria, gli ha permesso di praticare l’arte della comparazione e della transcodificazione (come precisato da Guido Garufi), che rimane un punto fermo della ricognizione fondante di tutto lo studio del marchigiano.

L’anno ha pochi giorni perfetti. / Non ci lascia mai incolumi la divinità felpata. / Noi la subiamo come l’eccessivo caldo / o il troppo freddo.

Remo Pagnanelli

Sono questi i versi iniziali di Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977), dove il sonno, lo spolio, l’inumazione danno proprio la sensazione di un mondo da cercare altrove, nell’ordine di una nuova, “altra memoria”, dove le cose assumono la veste della trascolorazione. Pagnanelli lo dice con una pronuncia decisa: Vorrei fare una lunga vacanza nella terra, come fosse il gesto del trasmigrante che abbandona la corporeità per entrare in un’altra dimensione.
I lari affollano la mente, danno conforto, ma allo stesso tempo bofonchiano e sono scorporati dalle luci, ammuffiti. Gli spiriti delle anime defunte accompagnano profili senza forma, immagini sfrangiate.

Preparativi per la villeggiatura (1985-1987) è una raccolta di silenzi, di sguardi fugaci, provvisori, di brughiere, di vento, di fole. Paesaggi umbratili e incantati sono invasi di ombre tra i giardini e gli orti, le spiagge e le acque:

Sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra.

Emergono i bagliori della mente, un animismo attribuito in una terra di nessuno, abbandonata. Remo Pagnanelli non è mai concreto, non nomina la sua Macerata e la sua valle pre-appenninica con affermazioni perentorie, ma sublima la realtà e la fa rifiatare in un mondo tutto suo, corredato di rovine che provengono da un canto trasfigurato, quello appunto del dopo morte, di un tempo a venire con sponde sabbiose dalle grane sciolte in lacrime.

Pagnanelli è un poeta postumo. Non perché il suo talento sia stato riconosciuto successivamente alla tragica decisione di togliersi la vita, ma in ragione di una poetica che indica una verità successiva, un “dopo attivo”.

Il post mortem si allinea perfettamente ad una dichiarazione etica, per la quale la scrittura in versi altro non è che un’operazione archeologica nella duplice direzione del principio, della conservazione e della custodia di ciò che è andato perduto. Il poeta varia con dimestichezza e padronanza da un territorio all’altro, da un io personale che investe il quotidiano, ad un io lenticolare che legge e interpreta il domani. Il quadro compositivo rinvigorisce sequenze variabili con spiriti protettori che registrano una tensione vagamente metafisica. Il culto, però, non è per i morti, ma per il mistero delle cose, anticipazione del reale e prosecuzione del presente. Proprio i lari sono la testimonianza della “villeggiatura”: entrano ed escono dalla vita, da ogni atto che la sostiene, in un verso che tende a guardare lontano dalla terra. La riflessione e il dubbio si circostanziano di una seconda vita tangibile.

Il tema dell’oggetto è qualcosa che sta a cuore a Remo Pagnanelli, ma in una percezione per lo più sovraumana (si pensi alla camera con stucchi biondi e spenti). Sembra di entrare in un luogo magico dove le storie non finiscono e mantengono una voce, un tono, un movimento. Dio è una risposta inquieta, non una fede inconfondibile: un Dio che pulisce la visuale, da evocare e che potrebbe apparire da un momento all’altro, anche durante i preparativi per la villeggiatura, per una fine senza fine.

Alla creazione si connette una quota più o meno alta di violenza. Quale più abile degli architetti celesti, Dio presiede a questa mistura di bellezza appellato da tremendo.

Allora lo zoppo salterà come un cervo

di Filippo Davoli

Una via incasinata. Inquadrata dal  sommo di una discesa. L’unica nota di conforto allo sguardo è, in basso a destra nella foto, l’insegna di una Pastisserie. Il dolce, però, è nel significato di quella foto scelta come copertina di un cd. E poi, una volta liberato dalle strettoie infernali del cellophan, nelle canzoni che contiene.

La via è quella dove è nato Georges Brassens. Il cd è quello appena uscito di Enzo Nardi. Enzo Nardi è quello che è cresciuto “a pane e Brassens“, l’altro cantautore docente di lettere della nostra canzone italiana (insieme a Vecchioni). Ma Enzo Nardi è anche un amico del sottoscritto, causa la sorte di essere figli della stessa terra e – che non è proprio un accessorio… – legati alla chanson française, alla grande poesia, alla bellezza, alla musica, all’arte.

Georges Brassens

Tipo strano, Enzo. Anzitutto troppo alto (credo sia lui, una delle cause del mio insorgere precoce della cervicale). Poi fastidioso, felicemente fastidioso: così controcorrente, così per niente commerciale, così teneramente caustico (come un bambino con gli occhi sognanti che strappa un fiore malamente perché se ne è innamorato), così dannatamente francese nel gusto, nelle sonorità; e poi – che è la cosa davvero più insopportabile (agli altri, non a me) – così intelligente nella scrittura dei testi. Che non puoi proprio fare a meno di ascoltare due volte le canzoni: una per cogliere le finezze musicali dell’armonia (mai scontata, mai piana come uno se la attenderebbe, ma sempre rimandante ad altro, prima di tornare); un’altra per immergerti in quello che dicono. E poi, ricomponendo il loro simbolo, veder affiorare la compiutezza nella semplicità, la più difficile delle arti. La più lampante.

Enzo Nardi

Nardi non ha bisogno di sofisticherie elettroniche, la sua è una musica nuda, acustica, libera vorrei dire. In questo suo nuovo cd lo accompagnano fior di musicisti: da un percussionista stellare come Alfredo Laviano al tocco pulitissimo di un contrabbassista come Davide Padella, dalla freschezza giovanissima del violino virtuoso (e non virtuale) di Paolo Moscatelli ai fiati multipli (sax, clarinetto, flicorno, flauto dolce) dell’altro Moscatelli, Maurizio; dal pianoforte presente e mai ingombrante di Marco Ferrara alla batteria di Luca Ventura,  all’armonica di Luigi Ferrara, alla fisarmonica di Daniele Cococcioni, alla sua chitarra: il terzo braccio di Enzo, che se la stringe sempre come una fidanzata (fossi sua moglie mi ingelosirei un po’).

Già dal titolo, questo nuovo lavoro è spiazzante: Enzo utilizza un versetto biblico del profeta Isaia, Allora lo zoppo salterà come un cervo (continuerebbe griderà di gioia la lingua del muto, perché sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella steppa).

Non può sfuggire, ai più avveduti, che è curiosa anche la tripartizione interna delle canzoni, quasi si trattasse di un libro di versi: un solo cd in tre sezioni tematicamente diverse. La prima richiama proprio i versetti di Isaia mancanti dal titolo: Canti dell’amarezza e della finitudine. Canti, cioè, dove ancora non s’è data l’irruzione dei torrenti e lo sgorgare delle acque nel deserto. Canzoni che figurano, per così dire, una sua discesa agli inferi, a cominciare dalla splendida Le vite, in cui il gioco pericoloso ma seduttivo dell’altro incontrato può significare la vita che si sarebbe potuta vivere se si fosse imboccata un’altra strada. A seguire con la divertente ed urticante Solo come Verlaine, in cui canta

Solo come Verlaine / in un due stelle di Trento, / con la tazza del bidet mezza crinata, / in cuor mio mando i trentini a trotterellare / sotto la panca / dove c’è una capra che a stento campa: / l’anima mia stanca!

E quindi Bruxelles, già inserita nell’album precedente, La farfalla in canottiera:

Al tramontar del sole / dietro un caseggiato / eccolo: il Passato! / S’apre in un cortile, / tra verdi ringhiere… / Oh, la vastità! / Ma non sono altro / che lampi di remoto, / vacuo trasparire / di nonne e di panchine, / di dei di sottobosco / di statue e di giardini / e un fiore ancora rosso / che implora un po’ di vita. 

Bruxelles apre la porta alla seconda “cantica”: che è, forse, la più poetica, in senso stretto. Quella cioè che decide della sorte finale, della rinascita che è racchiusa nella terza. Ma restiamo a questa, per un po’.

Restiamo un po’ sulla meraviglia della canzone che la apre, Memoriale. Un brano di una difficoltà impari, dove al primo ascolto un orecchio non allenato sospetta stonature, e che invece è di una bellezza sorprendente. Un colpo da maestro che squassa e innalza. Se Enzo non ci distraesse subito dopo, con la ballata Anni Settanta, rimarremmo inchiodati al suo Memoriale e forse saremmo ancora lì.

Invece, per certi versi fortunatamente (ma non ne sono così sicuro: io nell’incantante Memoriale ci sarei rimasto volentieri…), eccoci ripiombare nel bailamme della contemporaneità: anche se, a ben guardare, gli Anni Settanta sono ormai, per i più giovani, una sorta di preistoria. Quasi cinquant’anni fa… Fa strano a dirlo, a pensarlo vero, ma è così. E allora, tra depositi della Shell, Pelè e Rivera, esami di terza media, motorini, appare anche la mucca Carolina, in mano a una bambina / che anni dopo morirà. Che è una sentenza tragica, ma anche liberante nella sua cruda verità.

Si rientra in noi: si arriva all’ Incontro. E’ un altro dei momenti migliori del disco:

Se mi accadrà di incontrarti, / prima che i nostri cuori si apriranno a raggera, / tu mi aspetterai / seduta sulla panchina / di un viale in discesa / dove nell’aria invernale / un cane saltellava. / E una vecchia in pelliccia ma senza un volto… / i suoi atomi fluttuano / con un fosco clinamen. // Fiorivano, madre, per noi / ilari incroci di fati, / teatrini verdi e celie / di donne dai colli lunghi. / Si esalava l’incenso degli ippocastani. / Tu mi apparirai / come una gaia colomba / presso un cortile / in penombra / dove un giovane glabro / tirava colpi su colpi e forti volées. // Io ti abbraccerò / come nei campi elisi / ma le mie mani sul petto / mi ritroverò. / Verrà però il tempo fissato in cui la vecchia / riprenderà il suo volto svanito! / Mi spiegherai allora il senso / di ogni volatile urbano, / i casi, le contingenze / di quelle nostre uscite / in un frangente improvviso ci fulmineranno. // Grande magia dei viali / dove anche i vecchi han vent’anni / e ai glabri tennisti rinasceranno i capelli / sotto una luce che abbaglia / e non finirà.

la copertina del cd

Sì, Enzo Nardi è cantautore ma è anche poeta (le due cose non sono assimilabili, checché si pretenda ai giorni nostri): Enzo ha entrambe le corde. Nel grande interrogativo sul senso della vita e della morte – in cui peraltro si consuma ogni riflessione e ogni bellezza d’arte – affiorano i nessi coi versi di Montale e di Dante che lui stesso pone in esergo al testo, ma a me richiamano anche una prosa dai Preparativi per la villeggiatura di un altro nostro indimenticato amico e conterraneo, Remo Pagnanelli:

sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra… Uno solicello basta ad accenderli dell’invidiabile voglia di correre, di stare con la gioia di gioventù non spenta ancora.

E siamo quindi alla sezione conclusiva (non finale, giacché non si finisce mai, sin quando si è in movimento dentro la vita): sono i Canti del perdono e della speranza. Un recente studio dell’Università di Pisa afferma che il perdono, la riconciliazione, aiutano grandemente i malati terminali ad entrare nella loro condizione con serenità, con pace. Aprendosi, vorrei dire, alla nascita ulteriore. E’ quello che ci appare in Polinice, il brano del conflitto insanabile che tuttavia può sanarsi, tra due che non si sono mai piaciuti.

E’ quello che accade anche nella bellissima Sul far della sera:

Quando le tenebre bussano alla porta / e ombre di foglie invadono la cucina, / sui ghirigori della graniglia / nascono mentiti mostri, / e pensi che la vita sia fuggita / e lì ti sovviene una malinconia / di bottega serale, senza gente, / e l’uomo dai baffi tristi / che ossessivo pensa al fallimento, / che maledice le cooperative, / quando tutto nel grido si attutisce / di un Erebo suburbano / e dalle fioche finestre  tu intravedi / pallidi fantasmi cenare, / quando senti che accade tutto questo, / una pietà ti prende delle persone / che ti hanno guastato la vita / e le ami e le comprendi / e le raccomandi a Dio. 

E’ la luce d’agosto che ricompone le trame dell’intero percorso, che finalmente vede sgorgare l’acqua nel deserto: che non è manichea, che prende di peso tutto quello che c’è stato e che c’è, ma lo trasforma in una Sua luce nuova:

Allora lo zoppo salterà come un cervo. 

 

“La via francigena”. Quattro inediti nuovi di Gianfranco Fabbri

Toscana

Del sogno rimaneva soltanto
un velo placentare, una lieve cataratta,
che alzandosi sopra i poggi portava l’orizzonte
oltre le sue possibilità. L’occhio, piangendo,
teneva la misura di lontananze remote.
Vedevi il monte Amiata nei fasti del calore,
alzarsi verso la Maremma. Eri nel balconcino
in cui giocavi con i sogni d’infanzia,
con le spazzole per le scarpe ai piccoli treni,
oppure con l’impaziente fratello alle corse dei cavalli.
Erano corti i giorni; volavano ribelli
le rondini alla nuova primavera.


Visione

Alla periferia di un whisky, ai margini della fame – sui colli residenziali del respiro – nei bassifondi del pensarti: ecco la nuova geografia della città.


I morti tornano sempre all’alba

Nevica a vento tra le croci;

Elena de’ Bargagli ora in Petrucci
cammina nei vialetti
del quartiere “I grandi Estinti”
recitando i misteri
gaudiosi nel bell’ancóra
suo fine, il tosco eloquio.

**
Lo so, filosofeggi in versi,
tanto che qualcuno trova conveniente
dissentirne. Non intendi
spacciarti per poeta,
ma non vieti neanche, a chi lo voglia,
di pensarmi un cantore.


Senza titolo

Avemmo il mare da sfebbrare,
quando la sete ci venne a far visita, cortese,
chiedendo scusa per l’ora inopportuna.
Ti bevvi come un miraggio
e mi faceva senso averti dentro
senza aver prima passata la dogana.

———————

Gianfranco Fabbri

Gianfranco Fabbri è nato a Siena, ma vive e lavora a Forlì. In ambito poetico, dopo l’esordio con Di tutto un niente (Forum-Quinta generazione, Forlì, 1978), ha pubblicato  I pantaloni del Po”,  (Circolo Nuovo Ruolo – ARCI, Forlì,  1981), I ragazzi del Settanta (Campanotto, Udine, 1989), Davanzale di travertino (Campanotto, Udine, 1993), Album italiano (ibidem, 2002), Stati di vigilanza (Manni, Lecce, 2007). Dal 2008 ha dato vita alla casa editrice “L’arcolaio”. Nonostante l’intenzione di chiudere con la scrittura per dedicarsi interamente all’attività editoriale, è tornato a scrivere poesia. Questi versi per “Nuova Ciminiera” ne sono una testimonianza.

Antonio Morelli, il poeta di Empoli

di Massimiliano Bardotti

E ancora
su questa terra
ci siamo

(Chissà per quanto)

Questi versi aprono una poesia dell’ultima opera poetica di Antonio Morelli (l’ultima pubblicata, ma non l’ultima scritta) Asfodeli e Avvertimenti.
Antonio alla morte, alla precarietà, a questo nostro essere di passaggio sulla terra, ci pensava spesso. No, non spesso, sempre. Ma non sempre questo pensiero lo offuscava, talvolta poteva quasi sembrare un sollievo, l’idea che prima o poi sarebbe potuto andare a vedere con i suoi occhi curiosi, d’azzurro accesi, vispi e ricercatori, cosa c’è di là.
Di là. Da quella parte che non osava nominare, perché non voleva sciupare nulla della sorpresa. Dall’altra parte. “O che ci sarà di là, che dici te?” Mi chiedeva spesso. Non lo so Antonio, gli rispondevo, ma non la fine, di questo sono certo.

E ora che Antonio è morto ne sono ancora più certo. Non saprei spiegarlo se interrogato, non avrei prove alcune da mostrare, non potrei convincere nessuno e davvero non voglio, ma io Antonio non l’ho mai sentito così vivo, così presente, come adesso.
Dal giorno che è morto, ogni giorno, leggo almeno una sua poesia. E lui mi parla così, dal suo aldilà, dal luogo dove adesso è. Vivo. E mi chiama ancora “fanciullo” come faceva sempre.

Antonio mi telefonava, di tanto in tanto, per leggermi una sua poesia appena scritta. Rimanevo come uno sprovveduto. E percepivo la sua gioia.

Una litania

Se non avessi
la preghiera
Se non avessi
la supplica
Se non avessi
la poesia
e la rosa purpurea
Se non avessi
la carta stampata

Il mio dolore
Il mio gaudio
La mia mentore
La nostra amicizia
Il sonno
e l’appartamento

E le foglie

E queste giornate
di alba
e di vento

E la primavera
e la mia estate

E questo
prendersi
per mano
E tessere
relazioni

Sarei discosto
dalla vita
m’inoltrerei
sterile
nella NON-vita.

Una volta eravamo seduti fuori dalla “Cuentame”, libreria di Empoli, il nostro luogo prediletto di incontri e letture, e ci stavamo un poco rilassando. Quella sera avremmo fatto una lettura dei nostri testi poetici, insieme con Annalisa Ciampalini e Gianluca Garrapa. Antonio era un po’ preoccupato, perché oltre ai suoi versi doveva leggere e parlare anche di quelli degli altri poeti. Non che non volesse, credeva di non esserne all’altezza. Questa era la sua misura, tra devozione e umiltà.
Mentre ce ne stavamo lì, lui prese una penna e aprì un quaderno. Si mise a scrivere. Alla fine mi disse: “Senti fanciullo”, e si mise a leggere. Una poesia bellissima, come al solito, ma il punto non era quello. Lì, in quel momento, seduti, in Piazza Farinata degli Uberti a Empoli, di fronte alla nostra libreria, dopo tante volte averci parlato, dopo averlo tante volte abbracciato, dopo aver riso con lui (tanto), dopo aver ascoltato le sue preoccupazioni, dopo averlo visto diventare scuro in volto e andarsene senza nemmeno il tempo di salutarlo; dopo aver sentito, nei suoi giorni no, la sua voce al telefono, voce di uomo lontano, lì, in quel momento, per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, conobbi la grazia dell’incontro. Lo vidi. E vidi come la poesia lo avesse fatto suo servitore e come lui fosse fiero di servirla. Per me si trattava di un privilegio; di essergli amico, di assistere alle grazie della sua esistenza.

Ferite

Sono ferito
E non trovo
non cerco requie

nel giorno che sale

Che mi assale
E trema

E tremo
appresso
Il nitore
silente del bosco

E inondo di soliloquio

Il mio muto
silenzio

E mi incanto
ad ammirare
il cielo che muta
E l’albero
di fico
che gemma

E gemme di bosco
intrattengo
negli occhi

Ad areare
pensiero

E poi
creare
mattini.

E corone
di brezze

A comporre
questo giorno

ad occhi socchiusi.

 

E poi creare mattini. Questa capacità di sprofondare nella notte fino a potersi svegliare non a vedere l’alba, ma a crearla. La vidi pure io, quella stessa luce che l’aveva portato a partorire quel verso.

E continuare
             la voce segreta …
            qui,
                 nel mattino
            caro
                  di penombra

 

Antonio era rimasto molto colpito, qualche anno fa, quando gli parlai di

Emanuel Carnevali (1897 – 1942)

Emanuel Carnevali, poeta bolognese pressoché sconosciuto. Gli raccontai della mia predilezione per gli sconosciuti, per i poeti che null’altro avrebbero voluto se non sentirsi dire “lei è un grande poeta”. Questo accese i suoi occhi. Gli lessi la poesia di Carnevali “Sua maestà il Postino”:

Sette e mezzo di mattina
e il sole mi strizza l’occhio,
seminascosto dall’ultima casa della via.
Le sue lunghe dita
gettano in fuga questi omettini al trotto,
che corrono da est a ovest al loro lavoro.
Ridendo, il sole li insegue…
Ah, eccolo!
Chi?… Il postino, naturalmente!
(perché mi sarei alzato così presto?)
Lui, non lo vedete mai correre –
E’ così fiero
perché nella sua borsa porta la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un bel colletto bianco.

Ecco perché si pavoneggia così,
ecco perché fa mostra di non sapere
che il sole è alle sue spalle,
che il sole ridente è alle sue spalle
e lo sospinge a portarmi la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un colletto pulito,
e la lettera di un direttore che dice:
“Siete un grande poeta, giovanotto!”.

Al diavolo! Scommetto che mi ha sentito
smaniare per lui:
è passato davanti alla porta
e non si è nemmeno girato.
Che fare? Che fare?

Oh, non importa – domani, domani!

Ci ritrovammo alla fine della poesia commossi entrambi da quella inscalfibile speranza. Questa poesia lo rappresentava molto; anche lui, come Emanuel, non desiderava altro. Sentirsi dire da qualche critico importante, da qualche poeta affermato: “Antonio, lei è un grande poeta.”
Per me lo è, lo era. Bastava osservarlo in libreria, come si muoveva, mosso da una febbre. Cercava nuovi poeti da incontrare nella pagina e nell’anima. Chiedeva consigli. Ne ho visti pochi, pochi davvero amare la poesia come l’amava lui. Ha sacrificato per lei tutta la vita.

C’è nei suoi versi una rara intensità, qualcosa che forse davvero e fino in fondo comprendeva solo lui. Qualcosa di vissuto, di sperimentato. Se parlava del fuoco è perché si era bruciato. Per dirla con la sua amata Emily Dickinson: L’acqua si impara dalla sete.

I suoi versi si dipanano sulla pagina seguendo un ritmo che era quello del suo cuore, del suo respiro. Le parole gli sgorgavano fuori dappertutto, girava sempre con i suoi quaderni “perché l’ispirazione non sai mai quando ti prende”. Ti prende, ti rapisce. Sì, lui parlava ancora d’ispirazione. Non se ne vergognava. Lui sapeva che la poesia veniva da un altro mondo. E ora credo che, finalmente, si siano ricongiunti.

 

E mi affaccio
alla
mia fine

E la mia missione
è in questo
girotondo

Ed in tal modo

M’inebrio
e canto …

ed è la fine.

 

Chiude così, il suo ultimo libro. Avrei dovuto immaginarlo. Invece stavamo progettando una presentazione e tante altre serate insieme. Mi aveva chiesto di presentare il suo libro e io ne ero felicissimo. Dovevamo incontrarci giovedì 14 marzo, a Empoli, alla “Cuentame”. Invece mi chiamò dall’ospedale quel giorno. Le parole che mi disse le custodisco. Il giorno dopo l’ha voluto il Cielo. Da quel giorno, non passa giorno in cui non senta la sua presenza. Il grande privilegio di avere un poeta al proprio fianco.

 

 

 

Antonio Morelli

Antonio Morelli è nato a Empoli nel 1956, dove ha vissuto tutta la sua vita. Ha lavorato sempre alla Biblioteca Comunale “Renato Fucini”, diventandone un punto di riferimento. Viveva in una solitudine solo apparente. Le sue giornate e le sue notti erano in verità pienissime. Da casa sua passavano poeti di ogni tempo e età. Chi si presentava a casa sua senza aver portato delle poesie da condividere veniva severamente redarguito. “Siamo poeti”, diceva. Ha pubblicato vari libri, fra cui Diario in versi del brutto tempo, Frammentario del mattino e Asfodeli e avvertimenti. Tutte edite da: Editore dell’Acero.

RICORDANDO DIEGO VALERI. Quattro poesie

INIZIALE

Quando ti schiudi, fiore
divino, assorto è il tempo
fuor di notte e di giorno;
l’aria non ha colore,
tutto è perduto intorno.
Tu solo sei, divino
fiore del nulla, amore.

PRIMA LUCE

La prima luce è alla finestra:
stacca dal bianco il tuo corpo bianco,
tenue rileva la spalla e il fianco,
lascia nell’ombra la chiara testa.

Tu dormi semplice e quieta
sotto le palpebre, sotto i seni;
come la rosa ti scopri e ti celi,
come la rosa nuda e segreta.

TEMPO CHE MUORE

Alto sui colli fiammeggiato spazio
di perduto tramonto,
ove un’esile luna di topazio
s’incide ad arco e trascolora in bianco.
Grotte d’ombra degli alberi, pallore
delle erbose radure. E quello stanco
suono dell’acqua al fondo della sera.
Tu nei miei occhi, tu sopra il mio cuore,
disperata dolcezza. E il nostro tempo
che intanto muore.

FINALE

Dove tu sali, inebriata allodola,
amoroso pensiero,
perdute sono e memoria e speranza.
Spento ogni suono, morta ogni parola,
pare che il vento della vita dorma.
C’è soltanto quel cielo e quella forma
della tua voce sola;
il tuo canto che vola.

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Diego Valeri

Nato a Piove di Sacco nel 1887 e morto a Roma nel 1976, Diego Valeri è stato poeta, traduttore e docente di Letteratura francese all’Università di Padova.
In ambito poetico si ricordano Poesie vecchie e nuove (Mondadori, 1930), Tempo che muore (Mondadori, 1942) da cui sono tratte le poesie qui sopra, Sgelo (Mondadori, 1967), Poesie piccole  (Scheiwiller, 1969). Traduttore di Flaubert, Stendhal, Goethe e La Fontaine, in ambito saggistico si è occupato della nuova poesia francese, ma anche di Montaigne, Racine e Picasso, nonché de Il Simbolismo francese da Nerval a De Régnier (1954). Memorabile la sua Guida sentimentale di Venezia (1942 e 1955).