L’estate di Nuova Ciminiera – EVELINA DE SIGNORIBUS

da Le notti aspre (il canneto editore, Genova, 2018)

la copertina del libro

*

Eri vicino a queste mani
ma non immune dalla salvezza

eppure deve esserci un nodo
in cui trovare l’origine dell’errore
che non sia il peccato della nascita
né un trauma casuale

eri ragione di vita e non disciplina
né studio o concetto
eri già all’alba sveglio
pronto sull’uscio

ti ho aperto quella mattina
e che sia la tua vita un filo, la mia traccia.

*

Ti porto con me in altri volti
dove sei salvo e protetto,
nulla è diretto a colpirti.
Ma quando non so dove vivi
vive la mia immaginazione.

Il tuo sguardo è mimetizzato
l’aria umida d’un tratto
il viso meno marcato
ma scorgo la tua dimora,
oggi sei nella pupilla:
l’illusione si dilata
per riceverti.

*

Non so dirti ora la parola che sento.
Riesco a captarne lo strascico, come chi
ripassa la corona tra le dita
e ha un credo di respiri brevi.

Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo,
se è un posto dove abbiamo vissuto
se salivamo le scale o non c’erano gradini.
Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo.
Avevi voce? Avevo vita?
Mi occorre sapere se ricordi
perché io altro non so che eri tu.

*

Se solo questi inverni
non fossero stati un flagello
di monti scoronati e scalzi
che entrano nelle case senza bussare
e infangano i tuoi piedi e i tuoi beni
custoditi, solo quelli, con i denti

hanno ragione i monti – i morti
a mostrarti la fine e il daccapo.

*

Nell’ora in cui hai un solo pensiero
il mare trema e le spighe muovono il campo
tutto chiama al ritorno
ma le strade non sono mai state così tante
da desiderarne che una sola, chiara

mutano i colori, cambia il tempo, scorgi il cielo
che nero avanza: mai inquinare le fonti
perché si sta alla sete come ai ricordi.

*

Si specchiano i sogni
anche ad occhi chiusi

sulle mura non ci sono più rovi
né vi è dipinto il labirinto

è forse tratteggiato sottoterra
il passaggio per la sopravvivenza.

 


Evelina De Signoribus 
si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi sulla poesia di Paolo Volponi. Alcune sue sequenze poetiche sono apparse su “Nuovi Argomenti”, “Il Caffè illustrato” e in antologie. Ha pubblicato il quaderno di racconti La capitale straniera (Quodlibet, 2008) e la raccolta di poesie Provincia d’inverno (Catalini e Santoni, 2009).

 

 

 

 

L’estate di Nuova Ciminiera – ENZO NARDI

dal cd La farfalla in canottiera (2017)

MATTINE (Enzo Nardi)

La luce alla finestra e t’accorgi dentro te,
le ombre sono andate col treno della notte.
Tutto é un cielo chiaro, senti il suono dei caffé,
la strada ha i suoi segreti disegnati sul pavé.
Svesti amica l’ abito della malinconia
poi diventa alba, viaggio, fantasia.
L’ hai vista mai la luce alle vetrine dentro ai bar
in vicolo e giardini , negli occhi della gente,
vi leggi le promesse , le chimere di provincia,
ognuno ha le sue mani, i suoi amori, i suoi fantasmi.
E’ l’ora in cui non provi la solita paura,
momento in cui non senti che tutto va e non dura.
Sembra andar nell’aria un profumo di conquista,
nascere emozioni che non avresti detto mai.
C’é un treno pieno di fumo che trascina la campagna,
nell’ aria senti quasi uno spirito vitale.
Randagio si alza un vento che ti parla di città,
poi un’ inquietudine scende dai campanili antichi.
Quel che voglio dirti é che nasci ogni mattina,
lo scialo delle cose é ormai l’anima tua.
C’é un cane senza casa, c’é una casa in fondo al cielo,
un sole di mattone che é quasi melodia.

 


Enzo Nardi 
è l’altro professore di Lettere della canzone d’autore italiana. Vive e lavora a Macerata, dove è nato nel 1964. Ha pubblicato un LP: Notizie dal Golfo del Leone (Bentler) nel 1990, con cui è tra i vincitori della Seconda Edizione del Premio “Città di Recanati”. Nel 2015 esce una sua raccolta di cover francesi Ma liberté. Del 2017 è l’album La farfalla in canottiera, mentre il suo cd più recente si intitola Allora lo zoppo salterà come un cervo, ed è uscito nel 2019.

Comincia l’estate di Nuova Ciminiera con EDOARDO DE ANGELIS

Comincia l’estate anche per Nuova Ciminiera. Resteremo insieme con un programma alternativo: uscite ogni mercoledì con un ospite alla settimana e un omaggio alla sua arte, sia essa la poesia o la narrativa, la musica o la pittura, o la fotofrafia, o quello che sia.
Tiene a battesimo “l’estate di Nuova Ciminiera” un nostro grande amico, il cantautore Edoardo De Angelis, con la videoclip della sua meravigliosa “Il mago e le stelle”.  

dal cd Nuove canzoni (2018)

IL MAGO E LE STELLE    (De Angelis)

Il mago non arriva da Parigi
con la valigia piena di segreti
(non servono le luci di un teatro
all’anima leggera dei poeti)
e gli uomini si lasciano incantare
e vogliono guardarlo da vicino:
il mago ha gesti rapidi e eleganti,
il cuore spensierato di un bambino.
Il mago ruba gli occhi dei passanti,
all’improvviso poi li fa volare.
Spariscono nel cielo tutti quanti,
si accendono le stelle sopra il mare…

Chissà se queste stelle che ci guardano,
chissà se stanno ferme o se si muovono?
Chissà se queste stelle sono vere?
Chissà se è solo un trucco del mestiere…

Se c’è qualcuno che non può vedere,
se c’è qualcuno che non sa guardare,
il mago gli fa scendere nel cuore
parole che si possono toccare.
Il mago sa confondere le carte,
ha il cuore scanzonato di un bambino.
Gli ho catturato l’ombra di un sorriso,
nell’attimo preciso dell’inchino.
Infine, quando il mago era sparito
lasciandoci nel buio del mistero,
abbiamo visto le stelle ballare…
e il mare… diventare nero!

Chissà se è la regia di uno spettcolo,
chissà se è l’anteprima di un miracolo…
chissà se è solo un trucco del mestiere!
Chissà se queste stelle sono vere…

Il mago sa confondere i pensieri,
ha il cuore delicato di un bambino.
Gli ho indovinato l’ombra di un dolore
nell’attimo sospeso dell’inchino.
Infine, quando il mago era sparito
lasciandoci nel dubbio del mistero,
abbiamo visto le stelle brillare…
e un sogno… diventare vero!

Chissà se queste stelle che ci abbracciano,
chissà se questa sera ci appartengono…
Chissà se è indispensabile sognare…
chissà se è un sentimento naturale…

Chissà se è la magia di uno spettacolo,
chissà se è l’illusione di un miracolo…
chissà se queste stelle sono vere…
chissà se è solo un trucco del mestiere…
Chissà…

 


Dall’inizio degli anni Settanta, epoca d’oro del Folkstudio e del cantautorato italiano, Edoardo De Angelis ha scritto per sé e per altri, nonché prodotto diversi album di artisti nascenti che si sarebbero poi affermati (Francesco De Gregori) e altri nel pieno della maturità artistica (l’indimenticabile Sergio Endrigo), credendo fortemente nella diffusione dello scrivere e interpretare la canzone come strumento principe della narrazione. 

Parlano della sua instancabile attività le numerose collaborazioni: l’esperienza con la Schola Cantorum; le canzoni scritte per Capitolo 6, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Mina, Amedeo Minghi, Ricchi e Poveri, Marisa Sannia, Schola Cantorum, Tosca, Vianella, Edoardo Vianello; le iniziative legate al mondo dei ragazzi e delle scuole (Parola di Cantautore, NET Neverending Tour); le rubriche giornalistiche, radiofoniche e televisive curate, e i suoi libri; le direzioni artistiche; l’incontro professionale con Fabrizio De André; i venti e più album pubblicati, tra cui il recentissimo e splendido Nuove canzoni (2018). 

Quel memorabile “edificio fermo” di Ugo Magnanti

di Dante Maffia

Un bell’albergo di quaranta stanze. Ogni lettore può scegliersi quella che più gli aggrada.

Io ho scelto la trentunesima, forse perché la mia infanzia è piene di gechi che ricamavano i muri delle case del mio paese, o forse perché ho sentito la similitudine del poeta con il bruttissimo ma innocuo animale, come un atto di agnizione umile, un coinvolgimento emotivo dal quale ho potuto poi rifrequentare le altre stanze con maggiore adesione e discernimento.

Ma avevano allertata la mia attenzione anche gli scritti di Antonio Veneziani e di Cristina Annino, due poeti non facili alle concessioni, e che per Ugo Magnanti invece hanno espresso giudizi lusinghieri.

E che dire delle citazioni di Cesare Pavese, di Jorge Luis Borges, di Leopoldo Maria Panero?

Insomma, Magnanti avvisa il lettore che il suo libro tratta anche di come approcciarsi ai versi, di come entrare nel fluido poetico che lo ha spinto ad attraversare l’intero edificio di una storia che, ovviamente, vuole essere emblematica dell’intera esistenza.

la copertina de “Il nome che ti manca” (2019)

Cominciamo da Uscita. Si parla di un desiderio imperdonabile, cioè di una prepotenza, di un qualcosa che a tutti i costi vorrebbe esistere al di là delle convenienze?

Non è specificato, ma il poeta lo ribadisce alla fine, come a volerci invitare a una meditazione che deve rovesciare le acquisizioni che si sono conquistate fino a un minuto prima.

Le stanze, in questo modo, assumono la contezza di stazioni dalle quali si parte e si ritorna per districare i nodi dell’amore e della vita, il fiume di sensazioni che non accettano la sirena delle divagazioni e fermano squarci di vita con puntigliosa acredine.

Dicevo delle citazioni, che non sono mai casuali. Il tono, anche se i versi sono brevi, è pavesiano, Magnanti racconta con semplicità, va avanti con pacatezza e le immagini scorrono senza fretta, come se lo stesso poeta volesse ripercorrerle e rimeditarle. E Borges? Borges è lì per farci sapere che “le sette strade dell’ambiguità interpretativa della poesia” sono a portata di mano nei testi de L’edificio fermo. Insomma, il libro ha una sua valenza alta e senza servirsi di clamori musicali o di impennate liriche ci accompagna alla scoperta di alcune verità imponderabili colte sul filo dello sguardo e su quello della memoria. Non ci sono eccessi, in queste pagine, un equilibrio direi bacchelliano domina la sintassi e i vari quadri e il risultato è molto convincente perché riusciamo a entrare anche nei segreti della quotidianità per esercitarci “come … / matti un po’ a morire”.

 

Ugo Magnanti

Ugo Magnanti ha pubblicato diverse opere di poesia, tra le quali il poemetto in ‘stanze’ L’edificio fermo (con prefazione di Antonio Veneziani e una nota di Cristina Annino, FusibiliaLibri, 2015), confluito recentemente ne Il nome che ti manca (peQuod, 2019), oltre alla plaquette Ciclocentauri (con tavole di Gian Ruggero Manzoni, FusibiliaLibri, 2017). Fra le curatele Quanto non sta nel fiato, tutte le poesie della poetessa serba Duška Vrhovac (prefazione di Ennio Cavalli, FusibiliaLibri, 2015); Sogni di terre lontane, di Gabriele D’Annunzio (prefazione di Pietro Gibellini, Scoprirenettuno, 2010).

LE EPIFANIE DI FRANCESCO ASTIASO GARCIA. Un ponte tra Cina e Occidente

di Filippo Davoli

C’è soltanto un rischio (ma molto serio), nello sfogliare il meraviglioso volume fotografico  “Epifanie” dell’artista romano Francesco Astiaso Garcia: quello di rimanere coinvolti, sconvolti ed estasiati su ogni pagina, senza riuscire a muoversene per parecchio tempo. Un incantamento che è anche un incatenamento.

 

Ho conosciuto Francesco parecchi anni orsono: ne ho avuto la fortuna, ma vorrei dire la grazia, in occasione di una sua mostra pittorica che si teneva nelle Marche, presso l’Abbazia di Rambona. Siamo diventati buoni amici, e ho avuto modo di conoscerlo più a fondo, pur riuscendo a frequentarlo meno di quanto mi sarebbe piaciuto.

In lui, nel suo approcciare il mondo (e la bellezza che segretamente lo pervade), ho sempre ammirato (ed approvato) la libertà totale dello sguardo, la fondamentale innocenza dell’approccio, la difficile arte della semplicità che appartiene agli artisti veri, a quelli cioè che non decidono da sé stessi che cosa fare da grandi, ma scoprono in sé una vocazione particolare all’ascolto, all’attenzione, all’apertura di sé, all’accoglienza della voce che chiede di essere interpretata e detta.

È la vocazione dei poeti e dei pittori, dei musicisti e dei fotografi d’arte. È la vocazione primaria degli artisti, quale che ne sia l’ambito di intervento e di ricognizione; qualcosa che sta prima della specializzazione e che, tuttavia, sta anche durante e dopo. Ma in un’ottica privilegiata di servizio e mai di possesso. Ideale ma non ideologica.

Geniale ritrattista nelle velature, funambolo inesausto in un arioso colorismo astratto che tuttavia mai si disgiunge dalla carne e dalla vita, delicato interprete dell’umanità più nuda che sa farsi diafana a ciò che di più intimo e sovrannaturale reca nascosto nel suo più profondo, oggi lo ritroviamo fotografo: del mondo, di alcuni suoi luoghi che parrebbero anonimi e invece ci riguardano, di scorci d’anima che suggeriscono Dio nelle pieghe del quotidiano, attraverso la categoria che più gli è propria: la bellezza.

Occorrerà anzitutto puntualizzare di quale bellezza si stia parlando. Se ne è occupata la Fondazione “Padre Matteo Ricci” di Macerata in un convegno tenutosi lo scorso 7 giugno presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, col Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un telegramma di saluto del Presidente della Repubblica, e l’intervento di personalità come Paolo Ruffini (Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Città del Vaticano), Song Haojie (Deputy Director Heritage and Culture Centre of Shanghai), il Prof. Li Tiangang (Chair of Department of Religiours Studies Fudan University di Shanghai), Licia Colò (autrice televisiva e scrittrice), Eusebio Astiaso Garcia (catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale).

È grazie alla Fondazione che è stato pubblicato il volume di cui stiamo parlando: “Epifanie” (in due versioni: una in italiano e l’altra in cinese). Perché Astiaso Garcia, nel fotografare la bellezza scovata in quindici anni di ricerca attraverso i continenti, ha inteso costruire un ponte tra Italia e Cina, tra la visione occidentale della bellezza e quella orientale. E pone – a didascalia di ogni pagina – testi e riflessioni di autori atei e credenti, orientali e occidentali, dedicati al tema della bellezza.

la veste editoriale in italiano del volume

Come scrive François Cheng, “Al primo approccio la visione della bellezza occidentale e quella orientale appaiono molto diverse ma quando il soggetto viene approfondito fino a raggiungere i sensi, siamo toccati dallo stesso mistero indicibile che ci abbraccia. In questo senso, lo scambio e il dialogo sono costruttivi e necessari”.

E in questo processo, gli artisti sono fondamentali perché – come ha detto Paolo Ruffini nel suo prezioso intervento – “gli artisti vedono e fanno vedere le cose al di là della loro apparenza. Com’è difficile vedere, senza l’Epifania. Ogni particella del creato porta iscritta in sé una traccia, un codice, un orientamento, tanto che il mondo intero si presenta come una parola. E l’uomo può contemplare così il cosmo non solo da fuori, ma anche dall’interno. Può vedere ciò che è visibile unito con ciò che è invisibile. Perché la bellezza di quel che vede gli racconta ciò che non vede. (…) Lo sguardo catturato dalle Epifanie è lo sguardo contemplativo che fa passare la luce, che fa passare il Logos. L’arte del vedere (e del rivelare) è dunque una vera contemplazione, una forza trasformatrice e creatrice. Una forza che attraverso la trasformazione del cuore e dello sguardo trasforma realmente anche il mondo. Una forza che permette di ricondurre tutto ad unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite aprendo una finestra sull’eternità.”

 

La forza degli scatti di Francesco Astiaso Garcia, dunque, non sta tanto nel sapére come catturare un luogo e proporlo al nostro sguardo (e lui sa come fare, non è un improvvisatore), quanto nel sàpere, ossia nella gratitudine di un’accoglienza che è prima di tutto sua, che lo interpella e si serve della sua disponibilità, per essere partecipata – attraverso di lui – a tutti noi.

Questa umiltà dell’approccio che lascia trapelare la luce, la bellezza, in definitiva l’amore che riempie e dà senso ad ogni cosa, emerge in maniera lampante e dirimente, nelle sue opere fotografiche.

Dice lui stesso, durante il convegno, raccontando questo suo lavoro:

“Mi piace considerare quest’opera come un progetto di pace e di bellezza, luogo d’incontro e di dialogo tra l’Occidente cristiano e la cultura cinese. (…) Nel cuore d’ogni uomo c’è un profondo anelito alla verità e al suo splendore: Sant’Agostino definiva la bellezza splendor veritatis. La verità unisce l’Oriente e l’Occidente, la bellezza unisce tutti e tutto. L’animo umano è abitato dal desiderio di trascendere tutti i limiti, la bellezza è fragile custode di questo insopprimibile anelito. Custodire il creato significa custodirne la bellezza.”

Mette quindi il dito nella piaga della nostra contemporaneità:

“Tutto è connesso, non esistono oggi due crisi separate: una sociale e una ambientale, c’è una sola unica e complessa crisi socio-ambientale. L’armonia secondo le antiche tradizioni cinesi, riguarda tanto l’estetica quanto l’etica, l’estetica senza etica riduce tutto ad estetismo, l’etica senza estetica conduce al moralismo. La contemplazione della bellezza ha la forza di farci scoprire la nostra divina somiglianza, mettendoci in contatto con la scintilla eterna che è in noi, spesso sepolta da troppi affanni terreni, e questo per l’uomo di oggi, italiano o cinese, è più che mai urgente, indispensabile come il pane.”

Come scrive Papa Francesco nella sua Laudato si’“Non possiamo – continua Astiaso Garcia – sottovalutare la dimensione spirituale della conversione ecologica, esiste un intimo rapporto tra Dio, l’uomo e l’ambiente, anche se ovunque questa relazione appare minacciata. Questa è la bellezza per cui il mondo si salva, la bellezza che schiude la visione del Cielo; una sola è la speranza alla quale siamo chiamati. Non temiamo le differenze tra Oriente e Occidente; nella diversità, l’audacia creativa trova stimoli e ispirazioni per il futuro pacifico dei popoli, senza tralasciare nessuna fonte di saggezza, perché come dice Eraclito: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”.

Ecco allora il nesso tra le Epifanie” e la Fondazione Padre Matteo Ricci”.
Il missionario gesuita, infatti, rimane agli occhi dei cinesi come un esempio eccellente di amicizia e di rispetto, senza per questo mancare alla propria vocazione evangelizzatrice. È quella illuminazione ratzingeriana a riguardo dell’identità: non si ha comunione con l’altro da sé rinunciando alla propria identità, bensì – al contrario – permettendo che entrambe le diversità dialoghino e crescano insieme.

I cinesi lo sanno. Gli autorevoli rappresentanti venuti da Shanghai per l’occasione lo ribadiscono con convinzione ed entusiasmo: grazie anche all’impegno solerte della Fondazione, i rapporti si vanno intensificando, coinvolgendo anche altre realtà sia italiane che cinesi, dalle università alle istituzioni, dal commercio alle arti. Si assiste – in un certo senso – ai frutti di quanto Padre Ricci, insieme al suo sodale cinese Xu “Paolo” Guangqi, seminarono nel 1600. Insieme – come è stato ricordato anche dal Dott. Dario Grandoni della Fondazione – si dedicarono allo studio delle scienze, tradussero gli Elementi di Euclide, formarono il popolo cinese sulle tecniche occidentali di ingegneria idraulica, segnando un capitolo glorioso e indimenticato.

Una bellezza che origina dall’incontro (e dall’amore).

Ma attenzione: una bellezza che non è sufficiente di per sé, come fosse una categoria autonoma; anzi – come asserisce Eusebio Astiaso Garcia nel suo splendido (e, per molti aspetti, necessario intervento) – “la bellezza è fragile”, rischia di essere “inconsistente: il suo splendore è offuscato dalla caducità, dalla corruzione e dall’incapacità di superare il tempo e lo spazio. La menzogna, il male, la violenza e le nostre brutture mettono in discussione la bellezza, resa effimera dalla morte e dal non senso della vita dell’uomo. La bellezza, richiamo alla trascendenza” (ecco il punto…), “è incapace di saziare il cuore dell’uomo, suscitando in noi quella nostalgia di Dio che Sant’Agostino espresse con accenti ineguagliabili: Tardi t’amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Ed ecco, tu eri dentro di me ed io ti cercavo fuori di me, e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione. Tu hai chiamato e gridato, hai spezzato la mia sordità, hai sparso la tua fragranza ed io ho respirato, e ora anelo verso di te; ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te”.

La bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità.

“Il mistero pasquale di Cristo” – continua – “proietta una nuova luce sull’uomo e sul significato della sua esistenza. Dio ha risuscitato il suo servo Gesù e l’uomo ha nuovamente accesso all’albero della vita. Lui ha vinto la morte ed ha preso la nostra carne umana, e l’ha portata ad una trascendenza più alta degli astri, facendoci entrare nella divinità come figli di Dio.
Questa Epifania dell’invisibile che apre alla trascendenza e all’eternità apporta un nuovo slancio alla bellezza, offuscata dall’inconsistenza e dall’effimero, catapultandola alla festa senza fine alla quale aspira ogni uomo. (…) È attraverso Cristo crocifisso, immagine del Dio invisibile, irradiazione della Sua gloria e impronta della sua sostanza, che ci viene svelato il senso profondo della bellezza: l’amore. È stato l’incontro con Cristo risorto che ha fatto sì che Padre Matteo Ricci, giovane della borghesia di Macerata con un brillante avvenire, lasciasse tutto per partire per l’Oriente, sapendo che non sarebbe mai tornato. Non è andato in Cina per portare la cultura occidentale ma per portare la vita immortale per mezzo dell’annuncio del Vangelo, accettando ingiurie e opposizioni. È proprio l’amore che portava dentro a metterlo nella condizione di poter vedere la grandezza e la bellezza della cultura cinese. Li Ma Du ha amato profondamente la Cina e il nobile popolo cinese che, ancora oggi, corrisponde a questo amore con un ricordo perenne.”

Ne è testimonianza ulteriore la mostra fotografica con le opere di Francesco Astiaso Garcia, insieme a quelle del cinese Yang Dongbai, inaugurata al termine del convegno nei locali espositivi della Gregoriana. Due approcci differenti, una medesima bellezza. Sotto lo stesso Cielo e sulla stessa Terra.

un autoritratto fotografico di Francesco Astiaso Garcia

 

10 Street Artists per il Muro della Memoria

di Samuele Cerri

Alla luce del sole le opere live performance di dieci tra i più conosciuti ed apprezzati Street Artists italiani, che di giorno in giorno si avvicenderanno nell’iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale.

 

Strage di Viareggio 2009 – 2019 A Via Ponchielli opere dei più conosciuti ed apprezzati Street Artists italiani che di giorno in giorno si avvicenderanno nell'iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale. 1a giornata: la preparazione

Pubblicato da Lele Cerri su Martedì 4 giugno 2019

BINARIO 10 VIA PONCHIELLI 2009 – 201910 STREET ARTISTS X IL MURO DELLA MEMORIA 2a GIORNATA alla luce del sole le opere live performance di 10 tra i più conosciuti ed apprezzati Street Artists italiani che di giorno in giorno si avvicenderanno nell'iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale. 2a giornata: i primi colori #binario10 #viareggio #viaponchielli #memoria #streetart #soroptimist #versilia

Pubblicato da Lele Cerri su Mercoledì 5 giugno 2019

Al Binario 10, Street Artists e future memorie

BINARIO 10 VIA PONCHIELLI 2009 – 201910 STREET ARTISTS X IL MURO DELLA MEMORIA3a GIORNATA: le prime opere sotto gli sguardi di FUTURE MEMORIEfuture memorie alle live performance degli Street Artists che partecipano all'iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale. 3a giornata: le prime opere e la presenza di future memorie. #binario10 #viareggio #viaponchielli #memoria #streetart #soroptimist #versilia

Pubblicato da Lele Cerri su Venerdì 7 giugno 2019

Michele Bordoni, “Gymnopedie”

Anche ciò che [il legislatore]
ha istituito in quarto luogo
io potrei provare a dire:
ha istituito gli esercizi per resistere al dolore…
(Platone, Leggi)

di Adone Brandalise

La giornata di oggi, è un aspetto che potrà sembrare estrinseco ma che porta con sé qualche elemento rilevante, rinvia a un contesto territoriale particolare e, in modo da alzare immediatamente il tono, a un mondo particolare, a un universo di segni, che è quello (pure estremamente variato all’interno) delle Marche. Lo dico perché, per molti versi, e per ciò che riguarda quel che dirò brevissimamente della raccolta di Michele Bordoni, è in un certo senso un antico, complesso e misterioso sposalizio tra quel paesaggio e un determinato andamento del respiro poetico che nel corso dei secoli è andato a consolidare un effetto marchigiano che non comporti nessuna limitazione provinciale per ciò che riguarda il dettato poetico del nostro autore ma che nello stesso tempo va sottolineato perché rappresenta un elemento non secondario nella ricchezza dell’amalgama di confronti con l’universo del linguaggio poetico che maturano all’interno di questi versi.

Gymnopedie. Ovviamente può essere una mossa banale partire da un commento del titolo ma, forse, val la pena di sottolineare (come credo sia risultato all’attenzione dei primi lettori del testo) che questo titolo, per un verso indubbiamente accattivante attraverso il riferimento musicale a Satie (per altri versi e immediatamente con l’esergo platonico) vale a portare l’attenzione a questo senso, che le Gymnopedie possono essere prese con un effetto un po’ diverso da quelle delle microvibrazioni in un acquario che caratterizzano la geniale invenzione di Erik Satie, quanto nel senso dell’esercizio. E visto che la citazione platonica rinvia a quella terribile e ferrigna e inquietante ultima prova di Platone, ovverosia le Leggi, effettivamente degli esercizi che sono pratiche di somministrazione o di auto-somministrazione di sofferenza che partono dalla registrazione (se vogliamo, questo spunto è di carattere molto musicale) dalla necessità di incominciare da una sofferenza diffusa, inesorabilmente somministrata nell’esistenza fino ad una sorta di trasformazione di un generico suono in suono musicale; e quindi, in un certo senso, ad una intonazione di una sofferenza inevitabile in una sofferenza nei confronti della quale si agisce nel modo di un esercizio di composizione. Sotto questo aspetto forse non sorprenderà che questa poesia sia, allo stesso tempo, carica di tratti che riportano ad antiche (e “benedette”) costrizioni da un certo punto di vista della pratica poetica. Riporta cioè a quelle condizioni in cui, tutto sommato, anche abbastanza a vista, il poeta opera a partire da un sistema di necessità o, per meglio dire, da un sistema di costrizioni che rappresentano il suo appuntamento con la realizzazione di una necessità dell’opera.

Sotto questo aspetto anche il respiro endecasillabico di questa poesia tende, per così dire, a mettere in evidenza che non si avvertirà l’esigenza di distanziarsi in maniera provocatoria dal verso più illustre della metrica italiana; nello stesso tempo il lettore avvertirà, da un certo punto di vista, l’assenza di una dipendenza esplicita da un’intonazione particolare di questo verso che consente effettivamente, anche nella sua musica, di accogliere consapevolmente, e senza volontà di imitazione, senza angosce per l’influenza – per dirla così alla Bloom –, alcune coincidenze di accenti. Volendo, il recensore malizioso potrebbe tentare di abbassare il livello della sua sensibilità sino al punto da registrare semplicemente frequenti echi di Luzi e, ancora più frequenti, di Rilke, presenze in alcuni casi plastiche nell’evidenza di Paul Celan. Ecco, in realtà questo rischia di essere un ritrovamento anche dei più scontati, dall’altro una sorta di auto-inganno del lettore, perché in realtà questi nomi sono evocati di proposito ma non sono certo l’oggetto di un’imitazione; sono, caso mai, nomi che indicano una solidarietà di eventi poetici avvenuti con ciò che si tende a fare all’interno di queste pagine. Quindi, in alcuni casi, possiamo dirle non fortuite ma non programmate coincidenze nella forma che il respiro prende quando viene scandito nel modo di un verso. Perché ogni poesia che abbia ragione di stare al mondo quindi anche quella meno ambiziosa, ma comunque inesorabilmente onesta – che è ciò che si chiede fondamentalmente alla poesia – ha il problema di confrontarsi con le proprie ragion d’essere e, quindi, anche di passare in una qualche incertezza di poter esistere. Ed è un’incertezza che può essere abissale ma che deve trasformare la potenzialità di un silenzio afasico nella qualità di un canto.
Tanto è vero che, visto che i vecchi sono poi di tanto in tanto propensi ad abbandonarsi ad alcuni ricordi personali, magari parassitando in questa forma una traccia di discorso che potrebbe fare a meno della loro evocazione, mi viene alla mente, Marche per Marche contro Marche, il titolo con cui Galimberti licenziava una sua poderosa introduzione a una raccolta di scritti su Leopardi, Meditazione e canto. Lo dico perché questa accoppiata potrebbe essere evocata per un accesso alla poesia come quella che qui viene proposta.

Dell’esempio rilkiano ad esempio potremmo ritrovare per analogia la propensione a far sorgere il melismo o anche, se vogliamo, il grande gesto melodico, da una riflessione che punta ad essere anche sforzo di argomentazione, che conosce anche il passo esitante che non vuole necessariamente ottenere subito e inesorabilmente il grande afflato ma che, proprio per questo, periodicamente si guadagna la possibilità di sfogare il canto e giungere ad alcune battute che hanno la caratteristica, non diminutiva per il resto, di valere un po’ per tutto il testo.

Un titolo della collana, Rive, potrebbe essere utilmente valorizzato nella lettura di questi testi, che sono tutti in qualche modo legati al tema di un approdo, di un bordo, di una sponda. Teniamo presente che le sponde, “amate sponde”, sono tutto sommato uno dei luoghi di auto-riconoscimento in sede poetica, perché le sponde sono quelle che caratterizzano, ad esempio, i fiumi infernali, le acque di passaggio tra un mondo e l’altro, le linee divisorie tra le parole e il silenzio. Le sponde alludono ad un attraversamento a volte necessariamente sostenuto dal concorso di uno psicopompo, che fanno anche da passaggio iniziatico. E senz’altro fanno da passaggio – come possiamo dire – dall’orizzonte in senso lato della prosa a quello di quel linguaggio ornato (lo uso in senso aristotelico) che in realtà caratterizza la poesia. La poesia è il luogo di altri tempi, di altro tempo e in qualche modo di altra qualità del linguaggio; di un linguaggio ricondotto al proprio tratto essenziale, al suo essere linguaggio e nient’altro. E per questo la poesia cerca dei riti. Tutto sommato l’approdo qui si riproduce nelle occasioni più diverse; sono importanti tutti gli approdi veneziani, le fondamenta appunto, e sono anche in un certo senso importanti quegli approdi che sono approdi all’andamento del verso. Ci sono attacchi che sono degli attracchi, come ad esempio questo:

C’è una pace oltre la quiete della sera,
breve castità d’attimi che affiora
tra le foglie dei platani e l’azzurro.

Michele Bordoni (foto di R. Frolloni, 2019)

Se, seguendo un suggerimento alla Mallarmé, volessimo lasciare per un attimo lontano la (per altro facile) ricostruzione del senso, vedremmo essenzialmente alcune ben precise indicazioni cromatiche, e la sinopia di alcune forme. La quiete della sera, e l’azzurro della sera. Un approdo a che cosa? In un certo senso anche alla memoria di Trakl senza problemi di differenziazione.
Tra l’altro uno dei meriti di questo testo è di essere un testo in cui la memoria dei poeti e la cultura, la fine cultura dell’autore, effettivamente diventa un motivo in più per ascoltare il respiro che anche, per tanti versi, la trascende. E in questo senso parlavo prima di meditazione, non tanto l’andamento argomentante e meditante di un contenuto, quanto l’effetto meditativo della poesia. La meditazione come si sa ha caratteristiche diverse dalla riflessione che conosciamo come esercizio, perché ha la caratteristica di essere una sorta di metrica della mente; ha una sua pulsazione, è un pensare, un riflettere volontariamente posseduto dalla pulsazione di un sentimento, ed è qualcosa che in un certo senso ha la caratteristica di un passare attraverso, laboriosamente e in maniera sommovente, il corpo e l’anima – una volta tanto non distinti – di chi medita. Insomma, quella ricongiunzione – ne abbiamo parlato tante volte con Michele – di spirito e respiro, di grande orizzonte del pensiero e di sensorialità e immediato calore vitale che in un certo senso è uno dei grandi compiti della poesia, almeno di quella poesia che indubbiamente ha aiutato Michele Bordoni a muoversi verso i suoi, assolutamente suoi, e solo suoi, versi.

Michele Bordoni, Gymnopedie, Italic, 2019

Piero Bigongiari. Un ricordo

di Filippo Davoli

Lungomare di Porto Sant’Elpidio. Premio Aleramo? Probabilmente sì.
O probabilmente no.  Primi anni ’90? Non ricordo più. L’ha invitato Antonio Santori, c’è Guido Garufi. L’anno dopo (o quello prima?) venne anche Gadamer. E un altro anno Sanguineti. Mi sa invece che era una rassegna che si organizzava a Sant’Elpidio a mare (che a dispetto del nome è il paese alto, che sovrasta la località marittima). O proprio a Porto Sant’Elpidio?

Sono passati troppi anni. Dovessi indicare date e occasioni di tutte le altre venture toccatemi felicemente in sorte, egualmente vacillerei: ho un’ottima memoria fotografica, trattengo le fulminazioni, ma per la matematica (perché una data è comunque un fatto matematico) ho sembre lamentato un’avversione costituzionale, forse genetica.

Comunque: lungomare di Porto Sant’Elpidio. Primo pomeriggio. Accompagnamo “il gigante” (Bigongiari lo era) a fare due passi in riva al mare. Uomo gentile ma brillante, delicato a dispetto della stazza e solare nell’eloquio, nel felice scambio delle battute. Di lui si è sempre parlato meno, rispetto al suo amico, conterraneo toscano (ma Bigongiari era nato a Pisa) e coetaneo, Mario Luzi. E dire che hanno aperto e consolidato la stagione dell’Ermetismo insieme, animando il dibattito culturale e letterario nella loro quasi identica e parallela longevità, letteraria, critica e umana.

Piero Bigongiari a Viareggio, in una foto d’archivio

Lo ricordo così, come in questa foto che è abbastanza precedente il nostro giorno: immobile, illuminato dalla luce riflettente del mare, quasi trasognato, in quel giorno né assolato nè nuvoloso, tenue, perlaceo.  La nostra volta in giacca nera, sobrio ma impeccabile; i capelli una nuvola bianca assestata, sorridente nello sfaglio che stavolta lo concerne di persona:

Poiché questo è la luce, uno sfaglio del compatto (Chantilly, 1951).

La sua, una “poesia della poetica debitrice e consona con la tradizione francese, da Char a Bonnefoy” (Ossola), come lo stesso Bigongiari osservava nell’importante La poesia come funzione simbolica del linguaggio (1972):
“All’eventualità surrealista succede questo senso evidente dell’antitesi che consiste appunto nel sentire come già accaduto, e dunque documentabile a livello di linguaggio, l’evento: che pertanto perde la propria eventualità per spostarsi già sul filo della presenza assoluta e abitare ormai il jardin de mémoire“.

“Il gigante” (perché lo è stato in tutti i sensi, tanto è vasta e significativa la sua bio-bibliografia) è morto a Firenze nel 1997. Gli rendiamo il nostro piccolo omaggio, augurandoci serva a sollecitare la curiosità dei lettori, specialmente più giovani, intorno alla sua opera.

Piero Bigongiari


da LA FIGLIA DI BABILONIA (1942)

ARDORE E SILENZIO
I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

 

da ROGO (1944-1952)

È SEMPLICE

È tutto così semplice quando anche,
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è così facile
che colte così presto si corrompano.

Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
con l’infinito chi non può volere?

Se io non so pregarti, ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.

Più di così è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
per essere sicuro alle mie spalle.

 

da LA LEGGE E LA LEGGENDA (1986-1991)

TRA LA LEGGE E LA LEGGENDA

Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
perché forse amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
ma forse proprio in essa pasticciando,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente le ravviva.

Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart …, mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.

Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari – è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.

Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne percorri l’augurio coi tuoi occhi,
scheggia impazzita tra gli altri balocchi
del destino che l’uomo chiama vita.

Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul suo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
– altro non ne ho: l’aspo ne fu rapito –
che sull’altro ritesso la leggenda.
Tu che la leggi strappane la benda
dei segni che l’accertano o la mettono
in forse, perché, vedi, sotto sanguina.

Piero Bigonngiari

Quattro inediti di Jacopo Pellegrini

AL RIVERBERO DELLE VETRATE CONTROLUCE

Ecco questa preghiera,
Padre, oggi che tra le strade
dei pensieri ricordo
che eri ospite frequente
all’anima assente tra gente
poco accorta di passi
lacrimevoli.
Così il dolore è divenuto
un tormento sordo, uno scherzo stanco
nel brontolio del tempo,
che nasconde la mano
che ci conduce al bordo
della vita, al termine
caro dove mi attendo
una parola tanto piena
da non donare peso.
Offri questo a chi amo
e più dolce sarà scordare
il giovanile malinteso:
il tempo speso insieme
che non avrà ritorno.

AUTOMAT(Dennis Hopper)
(A Rosalina)

Chi lo sa se è più scuro
il buio alle mie spalle
o il fondo della tazza?
Se saprò dare un nome
al silenzio, se attendo
compaia dietro il muro,
o il momento di andare?
Ho tolto solo un guanto
non di sfida al destino,
ma di raccoglimento,
perché non cada il caffè
a chi sfugge la vita.

*
Mi trovo
a cercare nel tuo volto
il mio,
come non fossi sempre
tuo padre
anche se fossi diversa.
Che stupida gioia
sentire: “assomiglia al papà”.
E’ che sei bella
e non solo per il tuo
piccolo naso
o gli occhi grandi
e vivi,
ma perché sorridi
alla vita
e ne vedi il bello.
Sono io che ho
il desiderio di assomigliarti,
lo strano orgoglio
di essere tuo padre.

*
Sdraiato sul divano
cerco di ricordare chi sono
mentre la frittella della sagra
saltella nello stomaco:
le pastiglie sono troppo lontane.
La notte è stata vissuta
e non dormita,
e il cane riposa sul divano,
beato lui.
Gattoboy palloncino mi spia
dal soffitto,
la risonanza da guardare per martedì
è dietro lo schienale,
c’è tempo,
la TAC di lunedì è nel computer,
è sul tavolo, quello distante.
Lunedì è domani,
lunedì è una manciata di ore.
Sento i tuoi passi galoppare
sempre più vicini,
si stampano sull’orecchio,
compaiono,
arrivano,
si fermano.
Hai le guance delicate
e gli occhi veri.
Vuoi giocare ancora.
Lunedì è domani,
oggi è ancora alcune ore.
Eccomi amore, a che cosa?

 

_________________

Jacopo Pellegrini (1981) è nato a Belluno e vive a Valdobbiadene, dove esercita la professione odontoiatrica.  In ambito poetico ha pubblicato il libro Traslucido (Edizioni del Leone, 2007).

 

 

Quella bella intuizione del F.R.E.M. Quartet

di Filippo Davoli

Definire una formazione stralunata e strampalata come il F.R.E.M. Quartet è impresa quasi titanica. Anzitutto perché, più che una formazione musicale in senso stretto (e in senso stretto proprio non lo era) e più che un’operazione studiata (e non era nemmeno questo), si trattava della necessità di trasformare in altro l’amicizia che stava legando il sottoscritto e il pittore Marco Grioli, il percussionista Roberto Sleepin’ Angeletti e il chitarrista Emanuele Franceschetti.

Con Emanuele ci si conosceva già: giovane poeta dall’impronta già delineata, nonché valente chitarrista montegranarese, allievo di Roberto Zechini, era stato tra i primi – insieme a Davide Tartaglia e Jonata Sabbioni – a contattarmi per avere un parere sulla propria scrittura.
Marco Grioli, invece, l’avevo cercato e rintracciato io, dopo essere rimasto folgorato da alcune sue tele esposte in una gelateria maceratese.
L’unico che faccio fatica a ricordare come l’abbia incrociato è proprio Roberto Angeletti.

Faccio fatica a ricordare, probabilmente, perché – come spesso accade in una città che è in realtà “un equivoco” (come amo ripetere, trattandosi infatti di un piccolo borgo che non arriva a cinquantamila abitanti) – almeno di vista ci si conosce da sempre un po’ tutti quanti. E quello spilungone dai lunghi capelli biondi, evocante un vichingo ma forse – più ancora – un antico franco (la nostra zona è piena di reperti carolingi), non era certo tipo da passare inosservato: magro, rugoso, occhio per contro vividissimo e attento, voce calda e profonda, delicatezza d’animo e di modi, spiccata ironia, abbigliamento perennemente casual tendente ai ’70, tra la nostra gente era più noto col nome d’arte di Deejay Sleepin’: che tutto faceva meno che far dormire con i suoi eccellenti mixaggi, ma – come già detto – l’ironia di cui era portatore sanissimo aveva saputo ricavarsi quel nome ossimorico. Sì, ai più era noto come un bravissimo deejay.

Ricordo invece molto bene, direi indelebilmente, le molte serate passate a raccontarci la vita di perenni spiantati, ma anche le intuizioni di un amore (quello per la musica, ma anche per la poesia, per la fotografia, per l’arte tutta) che pian piano ci hanno tutti e quattro coinvolti e stimolati a cercare una via comune, un intreccio, un’occasione di raccordo. Correva l’anno 2012.

un fotoritocco del F.R.E.M.

Intorno a noi gravitavano altri amici ed amiche, anch’essi implicati nel “non-progetto”: la pittrice Irene Dipré, il fotografo e architetto Carlo Ottaviani (cui dobbiamo un bel servizio in bianco e nero che racconta l’esordio in pubblico del F.R.E.M.), quà e là  Luca Morici, altro bravo pittore, e il contrabbassista Nico Iommi, il trombettista Filippo Cappelletti che suona jazz soffiando nei tubi delle gronde, etc.
Gente poco comune che, in determinati snodi della vita, ha chissà perché l’agio di confluire nel medesimo posto, anche senza l’ombrellino e la valigetta di Mary Poppins.

da sin.: in piedi, Marco Grioli; seduti: Filippo Davoli, Roberto Angeletti, Emanuele Franceschetti (foto di I. Dipré, 2012)

E il bravissimo deejay era invece soprattutto un eccellente percussionista: che finalmente mi diede modo di vedere da vicino un pandeiro e un berimbau. E di sentirli suonare live, grazie al tocco magico delle sue mani lunghissime e nodose. Per me, avvinto come l’edera alla MPB dagli anni dell’adolescenza, un regalo senza pari. Era come veder piovere, nelle stanze di fortuna che ci accoglievano in quei pomeriggi di delizia, Milton Nascimento insieme ai suoi angioletti neri di Minas Gerais; o farsi presente la voce risonante di Vinicius sottolineata dalla chitarra di Baden Powell; e con loro Jobim, Chico Buarque, Elis Regina, Maria Bethania, Dorival Caymmi, e Pixinguinha, fino a Carlo Marrale dei Matia Bazar – che magari fosse stato presente per davvero: la festa durerebbe ancora!

un’altra rilettura scherzosa del F.R.E.M.

Le nostre erano “jam sessions” a tutto tondo: nessuna prova precedente, si andava a sintonia. Se c’era, qualcosa usciva: erano i libri che avevamo commentato sere prima, o l’eco di manicaretti dell’ultim’ora, o i quadri che ci sapevano stordire; altrimenti silenzio. Marco Grioli si portava appresso dei lenzuoloni e una sterminata serie di colori e pennelli; poi la magia iniziava. Le tela registrava – come un elettrocardiogramma – le note e le parole, le voci e le pause. E ognuno di noi, in fondo, partecipava dell’esperienza dell’altro. Eravamo la forza del nostro incontro quotidiano, del nostro parlarci e frequentarci, del nostro metterci in comune con semplicità ma anche con attenzione reciproca e fondante.

un altro divertente fotoritocco del F.R.E.M.

F.R.E.M. stava per Filippo, Roberto, Emanuele, Marco. Le nostre iniziali. E arrivò pure qualcuno che credette in noi come gruppo (singolarmente ci conoscevano già, ognuno nel nostro specifico campo d’azione): fu tuttavia il critico d’arte Lucio Del Gobbo, che trovandosi ad allestire la Mostra-Omaggio “La casa di Peschi. Il perimetro del pensiero” in onore dello scultore Umberto Peschi presso Palazzo Buonaccorsi a Macerata, ci offrì la chance (unica e ormai, purtroppo, irripetibile) di un esordio pubblico durante la serata dell’inaugurazione.

da sin.: Marco Grioli, Emanuele Franceschetti, Filippo Davoli, Roberto Angeletti (foto di I. Dipré, 2012)

Ricordo che, tra un verso e un colore, tra un accordo e un graffio sulla pelle dei tamburi, mi permisi (accorgendomene quando era troppo tardi per tornare indietro) un sottofondo sussurrato della melodia di The day of wine and roses: un pianissimissimo quasi tra le lacrime, tale e tanta erano l’imbarazzo ma anche la commozione per tutta quella semplice bellezza che si dischiudeva intorno e in mezzo a noi.
Ci accorgevamo di non esserci sbagliati, che quella piccola cosa rappresentava un sicuro traguardo dialogante, ed anche un’occasione aperta ad altri. Un invito che si rilanciava di sguardo in sguardo, di ammiccamento in ammiccamento, nel mentre che si porgeva attraverso di noi.

Mary Poppins è ripartita, al tempo stabilito. Le incombenze della quotidianità ci hanno riassorbito. Giusto un anno fa, reincontrando Roberto al bar, seduti davanti a un buon caffè, ci siamo accorti che erano già passati sei anni.

Roberto Angeletti

Avevamo deciso di rivederci tutti, magari sotto le Feste. Una cenetta tra buoni amici un po’ ammaccati dalla vita, ma sempre di buon umore e propositivi (che forse è un po’ anche una prerogativa di noi nati a metà degli anni ’60). Roberto, però, ci ha lasciati qualche settimana fa, all’improvviso. In punta di piedi. Una malattia veloce e senza contraddittori.

 

Con Marco, allora, abbiamo deciso di rompere gli indugi senza aspettare oltre. E’ così che è nato il progetto (stavolta sì) di una “Piccola personale dialogante” tra poesia e pittura, che si inaugurerà il prossimo sabato 4 maggio alle ore 18 a Recanati, presso “SpazioCultura” in Via Roma 31.

E all’interno della mostra, un angolo sarà interamente dedicato a Roberto.Stavolta all’inaugurazione sarà con noi, con la sua chitarra e le sue nuove canzoni, l’amico cantautore Enzo Nardi. Ma speriamo che, nell’arco dell’intera mostra – che sarà aperta fino al 25 maggio prossimo – anche Emanuele torni a fare capolino, e con lui altri amici, altre occasioni, altre avventure.

Le arti in dialogo – sia al chiuso di un laboratorio che nello slargo della vita quotidiana – continuano a intrecciare discorsi e a far crescere gli uomini.

il manifesto della Mostra