DA RONCHI ALLE FOCI DEL SERCHIO – recensione a cura di Marco Patrone

(Pubblichiamo, con l’autorizzazione dell’autore, la recensione di Marco Patrone apparsa sul blog recensireilmondo.it, del romanzo Le svedesi, di Silvano Ambrogi.)

La mia prima lettura del 2019, Le svedesi di Silvano Ambrogi, rientra tra i romanzi delle zone mie*, di quell´area che inizia con la Versilia, ma che se da Massa passeggi e hai buone gambe, arrivi in un paio d´ore a Torre del Lago, la passi di lato ed eccoti alla foce del Serchio, lì dove è ambientato questo racconto lungo.

A giudicare dalle note biografiche, la vera natura di Ambrogi era quella di commediografo/satirico/parodista, ma qui azzecca i toni del romanzo di formazione e scoperta delle schermaglie amorose, qualcosa che descriverei come un mix ovviamente impossibile di Sapore di Mare dei Vanzina, Agostino di Moravia, condito dal linguaggio toscano, asprigno e creativo di un Tozzi, qui virato in versione più cordiale.

Il protagonista Riccardo – studente di giurisprudenza – è l´alter ego dell´autore, attraverso i suoi occhi vedi questa vita di provincia, i paesani, i vari riti dell’adolescenza (le partite di calcio a piedi nudi, gli sfottò, le vanterie su conquiste reali o immaginate), raccontati con scrittura realistica, verace, e allo stesso tempo ricca di spunti lirici nella descrizione della natura e in particolare del mare, come introdotto nella prefazione uno dei protagonisti della storia.

Nella seconda e danzante sezione, dove si narrano le uscite notturne di Riccardo nel night club, alla ricerca di un bacio o di qualche spupazzamento, si nota maggiormente quella che sarebbe diventata evidentemente la cifra di Ambrogi, il tocco satirico, la descrizione dei tipi (ad esempio tutta la serie dei motivi per non cadere incantati di fronte alla dama a cui si è chiesto il ballo). Spassoso, eppure non crudele, non entomologico, ma filtrato attraverso lo schermo fatato della gioventù e delle infinite possibilità e dei sogni smisurati, ai quali il titolo allude (una immaginata gita di ragazze svedesi, bionde e liberali, nella Toscana marittima dove il protagonista vive).

In ultima analisi, una piccola e succosa opportunità di scoprire un nascosto, un dimenticato della nostra letteratura, un bel librino luccicante e quasi commovente per chi abbia vissuto in quelle zone, seppur ahimè in tempi già  meno romantici.

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Informazioni sul libro

Silvano Ambrogi – Le Svedesi

Ed. Divergenze 2018

144 pg.
Attualmente in commercio

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* per esempio i romanzi di Fabio Genovesi o il mio Come in una ballata di Tom Petty

QUATTRO INEDITI di Bernardo Pacini

Pubblichiamo quattro poesie di Bernardo Pacini, che fanno parte della raccolta inedita Cronache di un quadricottero.

 

 

GALLERIA (DCIM)

What if once on the other side of the room there remains only the urgency to use the door again?

(R. Edson)

 

I

La registrazione della rinascita
della rovina di una donna
dei doppi vetri della sua casa sul fiume.

Che parlava del più o
parlava del meno, sapendo bene
che non era lo stesso. Ne parlava
spesso col muro, diceva che almeno
parlava con uno, al più
con nessuno. E se parlava del tempo
ne parlava col tempo
non volendo rinunciare
al parere di un esperto.

Quando si accorgeva di essere ripresa
parlava alla tenda
le diceva, stai chiusa.

 

II

Accadeva nel mese di agosto, quando a valle
gorgogliavano fisarmoniche
alla sagra del paese.

Gli imponeva di scendere nella notte.
Aveva precisa indicazione: far alzare drastér i volumi
cosicché lei potesse sentire meglio
e dall’alto del colle, danzare.

Rincasava con sbreghi sui polpacci
e buchi sui calcagni – per darle un dispiacere
diceva che era felice di esser rimasto
per poco tempo
nello sguardo scomposto del tasso
che con lui risaliva
la macchia di eriche e lentischi.

 

III – (per Ignazio)

Ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
(A. Ceni)

Non sto più a contare le volte che è salito sul tetto
per vedere la via delle martore in fuga.
Quando lei sente i passi del figlio sopra la testa
e il rumore delle tegole che cedono
si ferma qualsiasi cosa stia facendo e osserva
– vetrosa come una lampada spenta –
lo spazio circostante.
Consulta l’oracolo di ciò che le capita davanti
sia esso un vaso o una testa d’alce
ancora integra nella sua custodia
di infelicità greca.

Non ha senso il suo impassibile disagio
ma è questo che ha insegnato a suo figlio:
a osservare dall’alto ogni posto di gioia
a diffidare della morte, anche se sta
precisa in una scatola da scarpe.

 

IV

… and read her in a mother’s farewell gaze.
(H. Crane)

 

Se (e quando) riuscirà a andarsene da quella gabbia azzurrina
verranno subito a sincerarsi che stia bene.
Precisamente addestrato, potrà solo mostrare
con la stessa padronanza della guida museale
quanto il taglio sia stato netto, geometrico.

Quando stava lì, la madre gli chiedeva sempre
di insufflare qualche nota nell’oboe, e lui obbediva.
Spalpebrava appena, ma poi obbediva.

 

Bernardo Pacini (1987) vive a Firenze. Ha studiato la poesia di Betocchi e Buzzati all’Università degli Studi di Firenze. Ha pubblicato in poesia Cos’è il rosso (Edizioni della Meridiana, 2013). Le poesie di questo libro hanno vinto i premi “De Palchi-Raiziss”, “Sertoli Salis”, “Beppe Manfredi”, “Antica Badiadi San Savino”, “Libero de Libero”, Selezione premio Ceppo “Luca Giachi”. Inoltre ha pubblicato il libro d’arte Per favore rimanete nell’ombra (Origini 2015) e La drammatica evoluzione (Oedipus 2016).

Suoi testi appaiono in varie antologie, tra le quali Voci di oggi (Istos 2017), Abitare il deserto (Osservatorio Fotografico Fusignano) e La consolazione della poesia (Ianieri 2015). Suoi testi e recensioni sono apparsi anche su riviste cartacee e online quali “Nazione Indiana”, “Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier”, “I poeti sono vivi”, “Nuovi argomenti”, “La balena bianca”, “Blanc de tanuque”, “UT”, “formavera”, “Soglie”, “Samgha”, “Il primo amore”, “Argo”, “Scrittori precari”, “Perigeion” e altro.

LEONARDO MANCINO. Un ricordo

di Filippo Davoli

Noi della mia generazione, da sempre vissuti nelle Marche dove siamo nati negli anni ’60 – dalla metà in poi – abbiamo fruito, nel tempo della formazione e negli incontri felici della biblioteca, di tante esperienze nostre conterranee, significative per tutta la Poesia italiana dell’Ultimo Novecento: Piersanti, D’Elia, Pagnanelli e Garufi, il gruppo anconitano facente capo a Scataglini (insieme a Scarabicchi e Raffaeli), De Signoribus, ma anche (sebbene più in ombra) Alvaro Valentini, Plinio Acquabona, Germana Duca…
Nella lista Leonardo Mancino riapparve quando rientrò nella sua terra d’origine dalla Puglia, e precisamente da Bari, dove era vissuto lunghi anni, tra l’altro dirigendo in maniera eccellente ed esemplare le pubblicazioni di poesia dell’editore Lacaita – unico vero contr’altare all’egemonia lombarda e, in misura minore, romana, dell’editoria di settore.

Mi venne presentato dal comune amico Guido Garufi, in occasione della presentazione del mio Mal d’auto (1990), cui Leonardo intervenne trovandolo molto convincente (e dire che, invece, mi sono “riconciliato” con quel mio librino soltanto da poco tempo: lo trovavo eccessivamente criptico e complesso).

Leonardo aveva alcune caratteristiche umane inconfondibili: fumava come una ciminiera (molto familiare, dunque; sia per la rivista di dieci anni dopo, che il per il comune vizio), aveva un carattere ben poco conciliante, oserei dire “scazonte” – se il  metro greco può aiutare a cogliere cosa intendo; ma un cuore largo e generoso, specie davanti a un buon bicchiere e ad un piatto di pasta, vantando – oltre ai meriti letterari – anche quelli culinari e gastronomici; al ritorno nelle Marche, era vissuto prima ad Osimo e poi a Macerata, da dove gli era più facile raggiungere la natia Camerino, dove per alcuni anni lavorò come direttore didattico.

La casa di Leonardo rimane, per me, un indimenticabile e fecondissimo ricordo: di libri – poggiati ovunque, in pile interminabili dal pavimento al soffitto; di ritagli di giornale – anch’essi catalogati in maniera ossessiva e impilati ovunque; e naturalmente di una nuvola finanche palpabile di fumo blu, come nella canzone della “mia” Mina. Luce bassa di un abat-jour, e dietro la scrivania dello studio, il suo sguardo accigliato e luminoso al tempo stesso. Tagliente. Si stava insieme interi pomeriggi, baloccandoci tra illuminazioni dell’animo, i suoi ricordi di qualche stagione precedente – generalmente sempre interessanti e formativi, e qua e là – ci sta, anche se forse sarebbe meglio di no, ma ci sta… – qualche pettegolezzo sull’ambiente letterario e dintorni.

Leonardo non era uomo accomodante. Lo apostrofavo come “Tiro mancino” (sotto questo epiteto gli affidai una rubrica della durata di cinque minuti a Radio Nuova, al tempo in cui dirigevo per l’emittente la redazione cultura), o “Dente avvelenato” (perché pur avendo la dentiera preferiva evitarne l’uso il più possibile), quando – avvalendosi dell’indimenticabile premurosa lezione di un Danilo Dolci o finanche di un Don Milani – scagliava verso la piega che stava prendendo l’Italia politica e (civile?) i suoi strali senza ritorno: era la sua letteratura applicata alla vita, l’ideale che si incarnava, l’attenzione ai più piccoli (mirabili le sue attenzioni alla letteratura per bambini), la storia di cui non si può mai fare a meno (storia e biografie, per dirla tutta); erano i personaggi che avevano fatto grande l’Italia (da Salvemini in qua); era – anche – quel modo di approcciare la cultura, l’arte e la vita che è tipico di chi quella stessa cultura, quella stessa arte, le abita se è figlio del meridione: con un occhio che guarda molto diversamente rispetto a quanto facciano i colleghi del nostro Nord; e con un metro (non solo di valutazione, ma anche di scrittura) che è “altro”, e spesso “tutt’altro”, rispetto alla linea cosiddetta “lombarda” e a tutti gli altri canoni (di andata e di ritorno) sviluppatisi negli ultimi decenni della nostra Letteratura.

Ricordo tante discussioni su Scotellaro, Bodini, Tentori, Dolci, Pasolini, Alfonso Gatto. E puntualmente, nel bel mezzo di qualche nostro commento ad alta voce sulla perfezione di un verso o sulla profondità di un rilievo critico, scattava ad entrambi il desiderio di fare una telefonata agli amici comuni: Giovanni Tesio, Rodolfo Di Biasio, Alberto Cappi, Domenico Adriano…

Da casa Mancino difficilmente si usciva a mani vuote: come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, chissà perché lui regalava libri a chi andava a trovarlo e, la volta dopo che entravi in casa sua, i libri erano cresciuti di numero rispetto alla volta precedente.  Conservo – oltre ai suoi titoli di saggistica e di versi (ormai autentiche rarità) – un’edizione straordinaria dello Zibaldone di Leopardi in tre volumi di pregio, fedele compagno di lettura nelle domeniche pomeriggio piovose.

Poi nacque la rivista “Ciminiera”, poco tempo dopo la già avviata rassegna estiva di poesia che curavo dapprima a nome della Biblioteca “Mozzi-Borgetti”, poi a titolo personale, infine a nome dell’associazione facente capo alla rivista. Leonardo era un ospite quasi fisso: e per lui, più che l’occasione di presentare un suo libro (attività di cui non aveva certo bisogno, anche se – come tutti quelli che scrivono – fa sempre piacere avere una piazza con un uditorio), venire significava la bella concomitanza in cui passare una serata diversa in compagnia di vecchi e nuovi amici (in rassegna, nel corso degli anni, erano passati nomi come Cappi, Tesio, la Bre, Ruffilli, D’Elia, Piersanti, Garufi, la Frisa e Marco Ercolani, Sissa, Bertoni, Massari, Rondoni, il francese di origine belga Guy Goffette, Gianfranco Fabbri e Gian Ruggero Manzoni, Mauro Ferrari, e tanti giovani di ottime prospettive come Andrea Ponso, Gabriel Del Sarto, Massimo Gezzi, Stefano Raimondi, Massimo Fabrizi, Tiziana Cera Rosco, Alessandro Seri, Isabella Leardini, Nicola Riva, lo stesso Giovanni Cara che con me aveva fondato “Ciminiera”, più attori come Arnoldo Foà, Glauco Onorato, Lorenzo Anelli, Neri Marcorè, e tanti altri nomi che ora non mi sovvengono).

Mancino, Davoli e Marcorè a Fermo, nell’agosto 2003

Era una rassegna cresciuta negli anni, pur mantenendo la spesa per organizzarla a livelli bassissimi (a riprova del fatto che non serve dilapidare milioni, per far bene le cose). La scrittura diveniva, come per incanto, quell’intromettersi in un retrobottega che accorcia le distanze e allunga lo sguardo. E il mattatore Leonardo, il trasvolatore Mancino, non perdeva occasione di segnare il punto, di  vociare con quel suo timbro incalzante e l’accento ora teneramente camerte, ora poderosamente barese.

A distanza di alcuni anni dalla sua morte, purtroppo quasi nessuno lo ricorda. Mi è parso invece opportuno, quest’oggi, tornare alle sue carte. Non alla produzione poetica in dialetto camerte (forse la più convincente e sopravvissuta all’oblio), ma ad alcune altre belle poesie in lingua che aveva pubblicato proprio per i tipi di “Biblioteca di Ciminiera” (con noi, cioè) e che erano apparse nel numero quattro della rivista (novembre/dicembre 2002).

Leonardo Mancino (foto di F. Davoli, 2004)

MADRE
Madre che fosti così buona
nella tua vita di lunghi cammini
di orizzonti ignorati
nel panorama del monte
e sul mare, ho bisogno che le tue mani
curino la ferita
perché possa camminare
nel giardino.
Madre, se l’universo buono esiste
tu che gli sei dentro la rosa
su qual cielo aperto
immenso e vasto, curvo
reclinata come un trifoglio
nel suo cuore.
Se esiste l’immenso come sguardo
che si perde al sole
digli
che il figlio porta la sua vita
come un inferno;
se questo è Lui
vicino a te vuole finire,
morire
e non voleva mai
averne bisogno.

(da Le virtù, le occasioni, le cose, “Biblioteca di ciminiera”, 2003)


SONO STATO

Sono stato nel ventre della nuvola
per troppo tempo.
Ora se qualcosa accadrà
sarà cercare un rifugio nel buio
come per dipanare un inganno.
Tra un movimento e l’altro
brilla sinistro l’antico museo
reso tra ombre di spettri
e i rari chiarori della luna.
A tratti improvvise luci
rivelano nudità di carne:
oggetti terreni e vaghe soluzioni.


VIDI LE CITTÀ

Eppure in tutte queste frasi
inverosimili e perfette logiche
sintattiche c’è un filo conduttore,
parole non dette
serpeggiando nel mezzo ad altre pronunciate
compongono resoconti precisi
e il tutto dura pochi istanti.
Queste piccole città molli,
distese di schiena sul dorso dei colli,
senza importanza,
a mezza strada tra il mare
e i segni della civiltà di campagna,
chiuse da campi e da colline
dove la nebbia bassa ed un colore stinto
confonde, intorbida
paesaggi e pensieri,
vivono una vita intima propria,
ai margini della storia degli uomini
e del sole straniero alle volute dei cieli.


CITTÀ NON MIA

Tutti i temporali dell’estate inconsueta
erano trascorsi,
il primo autunno compensava
d’una stagione perduta.
Sulla sera scendeva dalle colline
ad increspare il fiume
una brezza leggera come di lenzuolo,
un fruscio appena sentito,
vagava in lenti recessi
per i prati, le alterate pettinature, i profondi silenzi.
Al di là dello sguardo
– sorta di luna sfera –
le cascine lontane si offrivano silenziose
come la lunga siepe accarezzata
dal palmo della mano in un brivido.
Una voce si perdeva quasi senza risonanza
come se la querce la trattenessero
o la luna.


SIGNIFICANDO L’ANTICA CASA

Il mondo, dai bargigli ai piedi,
è un inferno.
Pensare allora di dover commettere
comunque gesti di bambino
per vivere
per sempre.
I cassetti del comò
ci appartengono
come i momenti della nostra storia:
ringiovanire le stanze della casa,
ecco il compito che ci siamo dati.
La casa significa i volti
che le stanze ospitano:
gli vogliamo bene per questo
senza nulla sapere o forse.
La nostra vita sono le strade e le piazze
universali di razza, d’antico pelo,
come si dice sorridendo.
C’è sempre qualcosa al di là
di questa nostra repubblica di parole;
tutto può avere un senso
d’archeologia
di eldorado insieme; per correre
occorre esser rasati
e con indosso i vestiti migliori.
Tra noi e le cose della memoria
ci divide un sentimento impreciso
vivo
rivalità
emulazione e rissa.

(da “Ciminiera”, n.4, novembre/dicembre 2002)

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Leonardo Mancino era nato a Camerino (MC) nel 1939. Autore di numerosi contributi critici su autori del Novecento (tra cui Pasolini, Zanzotto, Volponi, Scotellaro, Sciascia, Quasimodo, Bodini, Sereni, Bartolini), aveva collaborato anche a quotidiani come “La gazzetta del Mezzogiorno” e il “Corriere Adriatico”. In ambito poetico ha pubblicato diversi volumi, tra cui si ricordano Il sangue di Hebert (prefazione di R. Roversi e A. Zanzotto, Lacaita, 1979), Dichiarazioni silenzio e giorni (Cappelli, 1987), La casa la madre il colle e l’orto (Schena, 1989), La curva di Peano (Stamperia dell’arancio, 1999), Le virtù, le occasioni, le cose (Ged, Biblioteca di ciminiera, 2003). L’opera poetica è stata antologizzata in L’utopia reale (prefazione di Giovanni Tesio, Caramanica, 1994). In ambito saggistico ha pubblicato, tra gli altri, Oltre a Eboli la poesia: antologia della lirica “civile” meridionale (Lacaita, 1979), Lo scrittore vulnerabile (La nuova Italia, 1984), Transito e forza del ricercatore operoso (Stamperia dell’arancio, 1995).

il “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua

di Riccardo Canaletti

Come si affronta un viaggio salvatico? Gianpaolo G. Mastropasqua, classe ’79, è poeta che sembra praticare il cammino da secoli. La sua poesia fa eco ai Lorca e Donne della storia, senza risparmiare incursioni, più o meno apertamente stabilite, con la Beat, in particolare con il Kaddish di Allen Ginsberg (si senta il ritmo, la verticalità del dettato, che sempre si alza, sempre si carica). La poesia di Mastropasqua è polifonica, oltre che corale. È, cioè, fatidica e giustapposta, determinata oltre che composita, intrecciata, complessa. Non è una poesia per tutti, ma sembra già ricordarlo la terza di copertina, dove si parla della collana “Il drago verde” della Fallone editore, diretta da Michele Zizzi, e ben chiara sulla linea alta che vuol tenere. Parliamo della aristocrazia della poesia, quindi di una poesia che non è né semplice, nel senso di diretta, né retorica. No.

In Viaggio salvatico il poeta imprime la forza del suo pensiero nella poesia, traducendo dai suoi testi le coordinate per dirigere l’intera opera verso concatenazioni di stelle, quindi di concetti, di intuizioni. Gianpaolo Mastropasqua affresca le pagine, ce ne rende la vastità in questo “eccesso di parole” che non è mai, quasi tenendo a mente la massima luziana, “eccesso di Parola”. Questi versi sono, in qualche modo, la prole; ma ancor prima gli amici; ancor prima una voce primordiale, originaria, antidiluviana, che sostiene tutto il discorso.

La realtà è più della somma delle parti”. Quello che ci porta a fare l’autore è leggere poesie, nel senso, quasi imposto dal taglio di ogni brano, di frequentare il linguaggio utilizzato, fino a diventarne padroni. A dire il vero si rimane sempre un po’ fuori, ammirati e anche intimoriti da questa nuova cosmogonia, da questa istanza profonda del reale che si fa più che reale, che si innalza ad architettura, a sinfonia, ovvero scardina il suono dal flusso naturale dei rumori, per renderlo qualcosa di attraversabile. Ecco noi attraversiamo ciò che della realtà è stato preso; ciò che dalla realtà arriva alla pagina in una forma contratta, spremuta e sintetica.

Discutere di questa raccolta non è facile, ma non è per paura del compito che ho scelto di evitare un’analisi capillare, specifica, aiutandomi magari con testi o con la prefazione, attentissima, di Giuseppe Conte. Ma, piuttosto, è quasi un’ipotesi di obbedienza, di ascolto totale verso questo cosmo, questo ex caos che trova, in un lavoro decennale, una compiutezza e una raffinatezza rarissime nel panorama poetico italiano.

Voce che si sostiene da sola, voce che affama nel propagarsi, la poesia di Gianpaolo Mastropasqua riscopre la complessità in ordini espressivi di grande sapienza, costruiti, è il caso di intendere letteralmente, ad arte. Ma ancora di più è una certa rotondità, una certa perizia, una certa attenzione musicale a stabilire il valore di questa ultima figlia (perché, io credo, che questo libro non possa essere figlio). Figlia dalle braccia assenti e dallo sguardo inviso ai più. Figlia che si sfracella nella strada, ma che, carica di energia, di fiamma, sbriciola il terreno intorno. La poesia di Mastropasqua è questo: una vena sapienziale concentrata in una potenza romantica e maledetta, una poesia mediterranea, che sa espandersi, che sa farsi epica quotidiana. Una grandezza e una spinta alla grandiosità che suggeriscono uno spirito titanico. Eppure, c’è qualcosa che ti inchioda con dolcezza, come una premura di maestro che t’illumini il cammino.

la copertina di Viaggio salvatico

Alcune poesie estratte dal libro:

dalla sezione Scherzo per uomo e orchestra

Scorpione in acquario

Nella camera del grido misurò la potenza
della perdita, l’acquisizione vocale
e sanguigna, il dolore nascituro,
la gola che capì l’ossigeno e l’immobilità
del mondo, la mancanza di rotazione
reciproca, l’assenza della danza;
solo volti animali e alieni, facce stupide,
masse o massi di buchi bianchi e il presagio
della somiglianza, dell’essere parenti
stretti, o rumore che mostrava i denti
e rubava il pollicino, adorato ossicino
ambito da cuore e fiati, nell’orchestra
materna, fiutava l’amore, la traccia
epidermica, la madornale voce.
Dopo molto lavoro e tragica luce
l’ombra covava, tra l’umido e il vapore
e addome l’abbandonò; mostrò a tutti
la nuova forza e il regalo, lo sforzo,
tutto quanto già di marcio e di umano
aveva in corpo: fu fare l’universo, farsi
a pezzi, lasciare le orbite e gli occhi appesi.

*

dalla sezione Sudaria

Parto rurale

Marcia che svegli l’erba sulla nuca e batti
tra le gravine sorvegliate dal bracciante lunare
con la falce millenaria e metà faccia bruciata,
passeggiano in campagne uomini secolari
sbucano dai pozzi o dalle grotte alberate
con i nomi grezzi e le ossa dolcissime,
hanno doline di figli, foreste di nipoti
e danzano in amore sui colli caveosi,
a volte richiamano dai timidi torrenti
o dai buchi neri delle querce siderali
si prendono cura dei poeti grillai
mentre cianciano coi cirri o scrivono l’aria
vegliano i nidi e la fame dei corvi,
quelle barbe imberbi di dèi divoranti,
o il sarcasmo rampante delle gazze ladre
che ammaliano i passeri per depredarli;
si inoltrano nel solco dei sassi per scivolare
nell’infanzia sonora di un presepe vivente
dove in vasi comunicanti nuotano paesi
con voci labirintiche e madri di pietralacrima.
Sono i reali lettori del suolo, i rimasti,
guardiani mormorei della lingua dei mondi,
gli altri mammiferi sono andati in letargo
con la pancia ripiena e i neuroni spenti
qualcuno ride dal tafanario e sfiata silenzio
qualcun altro è già masso da un pezzo.

*

L’ultima traccia il figlio

Cigno di carta disarmata madre
distesa sull’acqua gonfia di morte
un pennello d’astri tra dita ovattate
dipinge la vita sul vetro diluviato.
Le onde materne dondolavano la culla
insegnando l’oceano dove si addormentava
il crepuscolo, quando parole disegnavano
l’universo delle somiglianze nella mente.
Regina del pianto atomico abbandonata
in un lago di sillabe sciolte, mio padre
e i padri dalle ombre imponenti furono degni
del tuo seno, ma questi figli oramai dormono
privi del gene, senza labbra. Sulla tua fronte
la sera non può specchiarsi e il giorno non ha ore
per baciarti, io selvatico visionario inseguo
le tue pupille, nuvole fisse nel profilo lunare,
l’ultimo lupo si estingue da tempo, restano
i meticci netturbini, orfani di luce e grazia
che brancolano nel buio, digrignando i denti
per raccogliere l’aria ignota che disperdesti.
E quel vento arido dove più non volano
lucciole o filastrocche, ricorda l’aroma
di un corpo vivo, murato, tra Ovest
ed Est, il salice scalcia tra le mani
attende il fiume degli occhi quiescenti,
l’anemone tace, l’eredità è una lacrima.

*

dalla sezione Adagio limbico

Piazza degli eroi

Ci trovammo nella piazza imbandita della sera
nel nucleo di una tavola meccanica
come tante posate volanti, come macchine scolpite
nel capodanno preistorico della fame: cigolavano
le moire dell’equilibrio, le muse strepitose
del ferro, come lance definitive, come teoremi
a orologeria, prima dell’ultimo canto nuziale
vagavano a folle i mulini a vento, le imprese ruotanti
di una storia che da un futuro voleva essere
raccolta, raccontata, come una bimba! E scoppiava
in lacrime d’argento, fiorivano i tarli argentini
sfinivano nell’estasi come il diavolo del passo
e smarrimmo l’alfabeto nella folgore cenerina
ma la tecnica non bastò a disarmare il sogno
la festa è un passaggio fossile, un furto della polvere,
un ronzino che acceca la corsa, una morte accesa.

(nota: rappresentazione urbana del “Don Quijote” del Teatro Nucleo argentino)

Gianpaolo G. Mastropasqua

DEL LASCIARSI DIRE… Intervista a Franco Loi (seconda parte)

(continua da sabato scorso)

Franco Loi

Davoli – Poesia e potere necessariamente viaggiano su binari diversi?
Loi – 
Bisogna vedere che cosa si intende per potere. Io appena adesso ho parlato di prepotenza. Qualcosa che viene prima della poetenza e tuttavia aspira al potere. Rispetto a questo determinarsi del potere, il poeta è certo un’antitesi. Sono due modi di affrontare la realtà.
Mi proverò ad esemplare questi due modi: se io mi penso, sento un vuoto, quasi sento la mia inesistenza; se invece mi ascolto, mi sento pieno, sento la mia presenza, mi sento vivo. Quindi, ci sono due modi di stare al mondo, e sono anche due modi di essere: trovare in sé le ragioni del proprio essere e il consenso alla propria azione, trovare dentro di sé il metro di giudizio; oppure, trovarlo fuori di sé, fondare il proprio essere sul consenso altrui o, peggio, sul potere che si può raggiungere sugli uomini e sulle cose – su questo versante abbiamo le ideologie del denaro, del successo. Quest’ultimo tipo d’uomo riconosce il proprio io in base al rapporto di possesso e di dominio.
Il poeta può anche occasionalmente avere potere o desiderare di averlo, ma non è il suo modo di affermarsi e di riconoscersi.
Raramente l’uomo di potere coincide con l’uomo d’arte o di poesia. Ne abbiamo tantissimi esempi nella storia, mentre più frequentemente abbiamo la contrapposizione storica di questi due modi di essere: Socrate, Dante, Leopardi, Pu-kin, Pound…

Davoli – Virgilio, però, ha scritto l’Eneide…
Loi – 
Ho detto che qualche volta il poeta può fiancheggiare il potere, ma non lo può esercitare. Virgilio ha conosciuto e stimato Augusto e forse ha avuto su di lui molte illusioni, mediate anche da Mecenate. Ma questo è umano. Le sue speranze sono però presto naufragate, e sappiamo che Virgilio si è ritirato da Roma e dal mondo di corte. Anche Dante si è fatto delle illusioni, via via, su Arrigo o Corradino, ma ha sempre sostenuto il primato dell’essere sull’avere, confermando che “si è per agire” e non il contrario. E tutta la sua vita attesta l’adesione a questo concetto, con la condanna subita, l’esilio, il saper quanto sa di sale lo scender e il salir per l’altrui scale.

Davoli – Esistono però anche poeti disillusi già in partenza, che la corte non la lasciano mai…
Loi – 
So a cosa alludi, ma non è cosa nuova. Direi che in ogni epoca sono molto più numerosi questi tipi di uomini, che però non chiamerei poeti ma letterati. Il prototipo è stato Vincenzo Monti, che ha reiteratamente sottoposto il proprio genio poetico alla sua ambizione e alle sue illusioni. In senso appropriato Dante dice coloro che la ragion sommettono al talento, intendendo per talento le passioni carnali, ma che in senso lato si può allargare anche alle passioni di potere e alla brama di successo. Bisogna anche notare che spesso gli uomini di questo tipo non fanno alcuno sforzo per diventare servi del potere. Non è così appariscente il tradimento. Sembra quasi naturale cedere alle tentazioni di un piccolo tornaconto o di un sottaciuto favore: è impercettibile lo scarto tra onestà e disonestà, in certi frangenti. Una volta fatta la scelta, come diceva Fromm, tra essere o avere, l’ambizione e il desiderio di ricchezza fanno il resto.
D’altra parte, per sua stessa natura l’uomo di potere non può sopportare la poesia, prova diffidenza per qualsiasi tipo di creatività, salvo adornarsene, come un fiore all’occhiello, quando il poeta  l’artista sono morti e l’opera è divenuta acquisizione scolastica.
Tutto ciò, forse, è nell’ordine delle vicende umane, visto che c’è un ripetersi della storia. Vediamo per un attimo la funzione di un uomo di potere: è soprattutto funzione di mediazione. Giacché in una società sappiamo che i raggiungimenti sociali e culturali sono diversissimi, conosciamo le differenze di classe e di coscienza, sappiamo che ci sono “molti che dormono e pochi che vegliano”, come scrive Shakespeare. Quindi è inaccettabile il poeta che rifiuta tutte le convenzioni e tutte le mediazioni. Come scrive Richelieu nei suoi diari: “Il genio è nocivo allo Stato”. Ed è comprensibile che lo sia, essendo in sé un’alternativa al modo di essere e di vivere degli uomini che ruotano attorno al potere.

Davoli – Ti complico la domanda: guardiamo al potere in sé, nel rapporto con sé stesso. Quanto il “piegare” la propria persona e la propria esperienza sul potere – credendo che da quello gli venga l’autorità per dare forza alla propria voce – quanto, dicevo, questo diventa inconciliabile col suo essere poeta?
Loi – 
Da quanto abbiamo abbondantemente detto, si comprende che – essendo il poeta un modo di essere – lo snaturare la propria natura per una qualsiasi altra motivazione esterna influisce certamente sul suo fare. E per chiarire meglio, bisogna considerare lo specifico dell’uso della parola. Abituarsi alla pratica della parola della poesia è completamente diverso dall’abitudine della parola per uno scopo qualsiasi. Si tratta proprio di un modo diverso di avere rapporto con la parola e di un modo diverso di esprimersi. Un giornalista è diverso da uno scrittore, uno scrittore è diverso da u poeta: sono tre modi di ascoltare e dire. E una modalità o l’altra preparano anche gli organi interni – l’atteggiamento mentale, la voce, la sensibilità, la psiche – ad un diverso approccio sia alle cose che alle parole. Certo, un poeta è come tutti gli altri uomini, con tutte le sue manchevolezze, le debolezze, le passioni, le convinzioni, le vanità, etc. Ciò che qui si delinea non è un tipo di uomo, ma una attitudine e un modo di praticarla.
Il poeta può anche illudersi che un certo tipo di potere sia più consono al proprio modo di vedere e di pensare, e quindi gli può dare consenso in buona fede, per adesione etica. Penso ai poeti che si illudono sulla rivoluzione o su certi uomini di potere. Anche se poi, in generale, pagano duramente questa loro illusione: vedi i poeti russi del periodo rivoluzionario o quelli francesi di un secolo prima. Oppure penso ai poeti che, in certi momenti della storia, identificano gli uomini di potere con un processo di affermazione ideale, di moralità dei costumi, maggior giustizia sociale, e di apertura verso l’arte, la musica, la poesia: vedi la Firenze di Lorenzo e l’Atene di Pericle o, per stare più vicini a noi, le illusioni di Ungaretti e tanti altri poeti sulle idee socialiste di Mussolini. C’è un bel racconto di Gogol sull’artista che vende la propria anima e finisce per perdere il proprio talento. E se vogliamo rimanere nella storia, la sorte di Majakowskji o lo sperpero del suo talento poetico, il suo drammatico declino artistico.

Franco Loi e Filippo Davoli a Macerata nei primi anni ’90

Davoli – E il cosiddetto potere culturale (università, editoria, stampa, etc.)?
Loi – 
Beh, quello c’è sempre stato, e semmai nel cosiddetto tempo moderno s’è accentuato. Penso che, quando gli uomini fanno numero, cioè si intruppano in consorterie o organizzazioni politico-sociali, comprese le associazioni sindacali di scrittori o altre consimili, finiscono col concedere qualcosa agli altri, al gruppo – si diventa un po’ politici. Se diventi un socio non sei più indipendente, devi rispondere del tuo modo di essere alla consorteria. La carriera universitaria poi ha le sue regole di costume. Come qualsiasi carriera sociale, deve fare i conti con le amicizie, il portar borse ai potenti, il favorire certe tendenze letterarie, l’inopportunità di dire o fare cose in disaccordo con i canoni accademici.
L’anticonformismo non è mai andato d’accordo con nessuna carriera.
Questo non vuol dire che tra i professori e gli accademici non vi siano uomini di qualità o capaci di indipendenza; ma per un poeta si tratta di snaturare la propria indole. Lo sanno già gli studenti quando devono dare una tesi, che tipo di libertà viene loro concessa. Quello cui tu accenni è poi un potere così occulto, così poco appariscente, che risulta ancora più difficile resistergli. Intendo dire che giornali, televisione, editoria – specialmente la grande editoria – sono strumenti tali di opinione e di potere che è difficile non cedere alla loro corruzione: sembra persino naturale concedere qualcosa quando si tratta di pubblicare un libro o comparire in tv o farsi fare una recensione sul giornale.
Tanto più che non siamo nella Russia di Stalin o nella Germania di Hitler: nessuno ti obbliga, se non l’ambizione o, in alcuni casi rari, la necessità di guadagnarsi qualcosa più del pane. Se poi ti riferisci al vero “potere culturale”, cioè che un poeta possa entrarne a far parte e ad esercitare un potere, beh, di questo abbiamo già parlato.
Questo, come ogni altro potere, non rimarrà senza conseguenze sul fare del poeta. Vorrei però precisare qualcosa sulla parola “potere”, che abbiamo usato in questa conversazione fin troppo.
Io voglio scrivere, posso; io voglio cantare, canto; io voglio amare, amo. Nessuno me lo impedisce. Naturalmente questa volontà ha a che fare col mondo, con le sue leggi, coi suoi costumi, con le sue sirene. Ma laddove la necessità ti spinge tu puoi, e quello che chiamiamo potere politico deve urtare contro la tua necessità. E mi nasce la domanda: che potere effettivo ha quello che chiamiamo “uomo di potere”? Tolstoj, in una postfazione a Guerra e pace, parla di questo e conclude che l’uomo di potere deve fare i conti con l’adesione o meno degli uomini. Non solo, ma anche con la possibilità reale di far giungere il suo volere a tutti i livelli di una società.
Occorre al potere politico il consenso. E ciò deve farci riflettere su un potere che non tiene conto della qualità, del carattere, dell’anima degli uomini.
Quando Karol Wojtyla ha detto che con una visione materialistica della politica non si può esercitare il potere, ha toccato un punto che riguarda da vicino anche il poeta.

Davoli –  È interessante, quest’ultima citazione, da parte tua che vieni dall’estrema sinistra.
Loi – 
Ma che vuol dire essere di sinistra? Semplicemente che in un mondo di disuguali, che crea ingiustizia, che non ha equilibrio etico, ci si sente attratti dalla parte delle vittime, di coloro che patiscono, che si intende ristabilire un equilibrio sociale ed etico.
Quindi, fuori dall’accezione storica – la storia muta continuamente, come dice il Vico, la necessità di appoggiare una forza piuttosto che un’altra, così come possono essere diverse le forme idonee alla miglior conduzione etica della società – essere di sinistra ha per me un significato di resistenza.
Perciò figurati se io mi fermo di fronte a certe valutazioni veterocomuniste: accetto qualsiasi cultura e qualsiasi pensiero che si muovono nella direzione della verità e della giustizia.
L’uomo non è fatto di solo pane, non è un dato economico.
Questo tipo  di potere politico, fondato sul denaro sia in senso capitalistico che marxistico, riduce l’uomo a componente di un processo economico – è marxista la definizione che definisce l’economia come struttura e cultura, sentimenti, etc. come sovrastrutture, e ancora che “la società fa l’uomo”; ed è liberal-calvinista l’idea di una ricchezza che venfa da Dio e faccia il merito dell’uomo; ed è capitalistica l’usura, il danaro che fa danaro, il malthusianesimo, la riduzione dell’uomo a “forza-lavoro”.
La riduzione della complessità umana a puro oggetto di leggi economiche finisce col ridurre la politica a mediazione amministrativa.
Non si ha il consenso di un popolo con principii che scatenano i più bassi istinti e riportano l’umanità alle leggi della giungla. Fino a quando un uomo compirà il suo dovere di cittadino e di socio, se tutto si riduce a corsa verso la ricchezza?
La politica ha sempre cercato la coscienza degli uomini, non il loro basso ventre. Ne vediamo già le conseguenze nel disamore al lavoro, nella diminuzione del lavoro produttivo, nell’aumento delle nevrosi, dei suicidi, della violenza, nella disorganizzazione dei servizi, nella riduzione dello Stato a cane da guardia del capitale, nella degenerazione della democrazia. L’uomo si sottomette alle leggi per paura, non per convinzione. Se la molla è l’interesse, ognuno sarà portato a fare il proprio e non l’interesse della società, della convivenza, dello Stato.
Ecco perché ho accennato a Wojtyla e al ruolo del poeta: è appunto il poeta che richiama incessantemente alla complessità umana e al confronto con l’ignoto.

                                                                                                                                                   (continua e termina sabato prossimo)

MINA. Il vero “Paradiso” è la sua voce

di Filippo Davoli

Per la terza incursione discografica di Mina nel repertorio di Lucio Battisti, con due inediti per la sua interpretazione, graffiante il primo (Il tempo di morire, già affrontata in duetto col poggiobustese in tv negli anni ’70), ammaliante il secondo (una splendida versione di Vento nel vento, arrangiata da Rocco Tanica), val la pena tornare a parlare di questo “bell’animalone” (Jannacci) della canzone italiana, che percorsa da un talento micidiale, ha saputo metterlo a frutto con ironia, intelligenza, progressiva e sempre più commovente bravura.

Spiego: l’ironia.
Non c’è bisogno di rifarsi a brani dal testo equivoco per cogliere quelle venature in punta di voce, giocate su qualche falsetto o birignao; c’è un brano degli anni ’90 che continuo a ritenere emblematico. Era contenuto in Sorelle Lumiére, si intitolava Quando finisce una canzone. Un drammone imperniato sulla metafora tra la fine di una canzone e quella di una storia d’amore. Credo ragionevolmente che qualunque altra interprete l’avrebbe resa in tutto il suo dolore. Lei no: gigioneggiando, un po’ gassmanianamente, un po’ osirisianamente, pianta quando meno te l’aspetti un coltellaccio acuto in gola all’incauto ascoltatore; della serie “sì, è davvero una storia drammatica, ma giochiamoci un po’ su, dai…” – e “questo andare e venire” (non solo di pucciniana memoria), “questo guardarci così” dall’oscurità  del nascondimento operoso o dal fondo più fondo del fondo degli occhialoni da sole (per chi la stana nella sua più privata quotidianità, come se vederla al mercato inficiasse o modificasse la sua unicità artistica, che è poi l’unica dimensione a riguardarci…) c’è poco da fare, ha una seduttività pazzesca: è come il Totò di cui, proprio lei, asseriva – a proposito della sua comicità – che ridevi ridevi e alla fine ti ritrovavi con le lacrime agli occhi, tanto era bravo.

Mina riletta da Mauro Balletti per “Paradiso”

L’intelligenza: non si è mai fatta asserragliare dallo star system. Non solo per via dell’annosa – e anche stancante questione – “torna o non torna”, “si fa vedere oppure no”, “è grassa o è magra” (il grasso e magro è quello di un ottimo sugo caro ai miei ricordi d’infanza), e altre camarille fini a sé stesse.
Non si è mai fatta fregare dalle mode, dai generi, dalla sua conclamata tradizione, pesante – se si vuole – come un macigno: e così, animata da un corredo di feconde letture (da Landolfi a Gadda, che in fondo le somigliano anche un po’…), eccola passare da un “jazz da camera” (il recupero di Ferrio dopo decenni docet) alle austere e carnalissime arie sacre o del melodramma (in cui infila proditoriamente, però, anche una curiosa Cielito lindo come ghost track…), dalle sonorità contemporaneissime di musicisti come Boosta o Manuel Agnelli (con cui duetta in Adesso è facile) al recupero straniato o effervescente del grande Modugno (un altro che, proprio come Battisti, prima di Battisti, ha deciso le nuove sorti della nostra canzone d’autore), e tutto sempre con quella “fastidiosa” (si fa per dire… chi disprezza, ovviamente compra…) nonchalance che la rende permeabile a tutto ma in maniera sempre originale. Credo sia l’unica in grado di trasformare una cover in un inedito!

La progressiva e sempre più commovente bravura: sì. Vive nel nascondimento operoso, dove invecchia. Già: invecchia. Fortunatamente. Ossia, nel tempo delle cariatidi tirate fino allo stremo e in abbronzature che evocano gli zombie dei più terrorizzanti horror, lei invecchia come una donna normale. Anche nella voce. Che qua e là si graffia, si sporca, è più nera di quando Louis Armstrong la definì “la bianca più nera del mondo”. È sempre Mina: la riconosceresti a qualunque latitudine vocale, ma è ogni volta un’altra Mina, un’altra storia, un’altra condizione umana. E in questo è ferocemente autentica. Cambia con il passare del tempo, rimanendo sé stessa. È anche una lezione: a non diventare petrarchisti, a lasciarsi abitare anche dal limite. A non aver paura di invecchiare, che è poi anche crescere (non solo d’età, ma anche di intensità).

Sospetto che quando Carmine D. apre il microfono di Mina, un’entità più grande di lei se ne impossessi e lei glielo conceda, mettendosi – ma con tutta sé stessa, attenzione! – al suo completo servizio. Con tutti gli eventuali gap (minimi, in una col suo strumento, ma pur sempre possibili). E nei dischi tutto questo c’è. Si chiama onestà intellettuale. Ed è la migliore replica a chi sospetta non so più quali trucchi quando, invece, la sua bravura e la sua generosità la spingono ancora ad altezze impervie e miracolose.

In questo Paradiso, strenna natalizia 2018 in occasione del ventennale della scomparsa dell’amico Lucio (in cui, per completezza, notiamo una svista. In un repertorio così vasto è possibile accada, però è un peccato: manca l’eccellente versione de La compagnia, incisa nel 1993 per l’album “Ridi pagliaccio”), i brani – eccetto le nuove incisioni di cui abbiamo detto – sono stati tutti quanti rimasterizzati e rimixati. Ci sono Minacantalucio del 1975, i due inediti compresi in Mazzini canta Battisti (Perché no Il leone e la gallina), le canzoni espressamente composte da Battisti per Mina (Insieme, Amor mio, La mente torna, Io e te da soli), il medley dal Live del 1978 (e, sempre live, ma del 1972, Io vivrò senza te), alcune altre versioni in spagnolo e in francese.

Grande eleganza e attenzione alle nuove sonorità nei remixaggi (supervisionati maniacalmente da lei); ma soprattutto – ed è la vera chicca – interventi inediti di Mina a sottolineare un passaggio o a svisare in un codino. Basta poco: un accenno, una griffe, una parola… e il paradiso si schiude. Una volta di più.

Lucio Battisti e Mina durante il loro storico duetto televisivo

 

DEL LASCIARSI DIRE… Una memorabile intervista a Franco Loi

La nostra rivista – già dalla sua versione cartacea, pubblicata dal 2002 al 2006 – ha potuto vantare amici e collaboratori di vaglia. Uno di loro è stato Franco Loi, oggi senz’altro il maggior poeta italiano vivente, nato a Genova nel 1930 e da sempre vissuto a Milano. Tra le occasioni che ci hanno visti fianco a fianco negli anni, nelle letture come nei convegni, nelle giurie dei premi come negli incontri privati, spicca ancora oggi una intervista che ci rilasciò proprio per “Ciminiera”, a cura di FIlippo Davoli, e che faceva un po’ il punto sulla sua teoria della poesia, enucleata anche nei begli articoli che per tanti anni ha pubblicato nella rubrica che curava per l’inserto domenicale del Sole 24 Ore, presentando ai lettori le uscite di poesie più vicine al suo sentire. La riproponiamo divisa in tre parti:

Franco Loi e Filippo Davoli a casa Loi (Milano, 2008)

Filippo Davoli – “Ciminiera” vuole essere una rivista militante; per questo, ci pare importante andare alla radice delle cose, nella fattispecie alla radice della poesia…
Franco Loi
– La poesia è un modo di essere, un modo di aver rapporto col mondo. L’espressione letteraria di questo rapporto è soltanto l’aspetto di un lavoro, di studio, di esperienza alla scrittura, ma anche di costanza nell’ascolto e nell’attenzione a sé stessi, agli altri, alla natura, alle cose. Quindi, la poesia è, in un certo senso, antecedente e immanente la scrittura. È un modo di essere e di vivere. Perciò è dentro ogni uomo. Anche se non tutti se ne rendono conto, essendo abituati ad avere rapporti secondo convenzioni – di carattere sociale, ideologico, educativo, sentimentale. In generale, tra gli uomini non c’è la consuetudine dell’ascolto e dell’espressione; gli uomini si soffermano raramente a considerare il proprio rapporto col mondo, e ancora più raramente ascoltano sé stessi.
Dante scrive, e lo dice nel XXIV Canto del Purgatorio:

I’ mi son un che quando
amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’ei ditta dentro vo significando,

che si può tradurre:
Io sono uno che quando l’amore mi mette in movimento, ascolto, annoto, e a quel modo che l’amore mi detta dentro io vado riempiendo di segni – segni di cultura, di lingua, di storia. Il poeta si riferisce certamente al “prendere nota” di ciò che accade dentro un uomo nel momento del rapporto.
Una prima importanza della poesia è data dal fatto che l’ascolto e la sua espressione danno una maggiore consapevolezza, ampliano la coscienza di sé e del mondo. In questo senso, la poesia non è tanto importante per ciò che si scrive – è un falso problema quello che va sotto l’antinomia contenuto-forma, e deleterio è dare impostazione ideologica o teologica al fare della poesia. Sono quindi pure chiacchiere letterarie quelle che vertono attorno alla scrittura, all’impegno, ai valori, al ruolo della poesia nella società, etc.
Semmai, la poesia ha una funzione sociale in quanto richiama gli uomini a sé stessi, alle proprie memorie, a quell’ascolto che è così prezioso per il poeta. Tante volte ho sentito dirmi: “Tu hai detto quelle cose che io ho sempre avuto dentro e non sono stato mai capace di dire”. Questo richiama alla consapevolezza di sé e all’ascolto dell’altro da sé, del mondo, è l’invito che la poesia rivolge agli uomini del tempo. Un poeta passa in mezzo alla natura, ha a che fare con gli alberi, con l’erba, col cielo, con l’aria, con le pietre, con le cose tutte,  e poi con gli uomini, con le donne, coi loro sentimenti, col loro corpo , e con sé stesso, con i suoi ricordi, i pensieri, le emozioni, la storia, il passato, e tutto questo cerca di esprimerlo. Non come lo pensa, ma come lo sente nella rivisitazione dell’esperienza, nel momento in cui l’amore l’induce a esprimersi. Certo, anche le passioni ideologiche, sociali, religiose: tutto può essere investito dalla poesia e tutto può essere espresso. Ma la poesia non consiste nel dare all’espressione dei temi, ma assumerli durante la vita, amare tutte le cose e amare di dirle. Quindi, consiste soprattutto nel tipo di rapporto che tu hai con la realtà.

Davoli –  La poesia, dunque, nasce dall’ascolto, piuttosto che dalla volontà di dire?
Loi – 
Direi che le due cose sono unite, ma l’ascolto e lo sforzo di esprimerlo vengono prima della scrittura. Dico sempre che un rapporto con le cose e con gli uomini determina un movimento – noi lo chiamiamo “emozione” (la gente dice “sono emozionato”, quella cosa “mi ha dato emozione”). Ma da emotus, l’emozioneè in realtà un tipo di movimento. Un movimento che può essere di sensi, di pensiero, di centri affettivi, di memoria: un movimento che investe tutto te stesso, anche la profondità di te che non conosci e di cui non hai consapevolezza. È l’ascolto di questo movimento che probabilmente – dico probabilmente, perché alcuni studi fatti su questo argomento hanno in qualche modo appurato che tutte le cose, compresi gli uomini, vibrano, emettono suoni: sembra addirittura che nel DNA si costituisca un suono particolare per ogni persona – questo movimento, dicevo, porta con sé un’emissione di suobni. Il poeta ascolta e, se la sua cultura e la sua consuetudine all’ascolto e la preparazione tecnica lo aiutano, è indotto a trasformare quei suoni in significati, quindi in parola.
Dice Mandel’stam nei suoi saggi sulla poesia che “prima si sente un suono e poi arriva la parola”. Per un pittore, questo ascolto gli fa cogliere una pulsione luminosa – sappiamo che l’emissione di luce è u altro aspetto della naturale vibrazione delle cose. Proprio perché questo fenomeno interessa tutti, e la poesia, la musica, ogni arte, sono i canali di un fenomeno che coinvolge tutti gli uomini, l’importanza della poesia e delle arti sta nella funzione che assolvono di far emergere esperienze latenti o sommerse, e anche di dare espressione a quelle esperienze che altrimenti non potrebbero contribuire alla maggiore consapevolezza di tutti coloro che non sono provveduti di studi e di sviluppo razionale.

Davoli – Intendi dire che ogni poeta ha un compito?
Loi – 
Sì, ma dobbiamo distinguere. Quando un poeta, invece di ascoltare il nascere della forma, pretende di proiettare un’immagine ideologica o letterario-culturalistica dell’esperienza, quando cioè costruisce versi secondo maniere letterarie o intenzioni razionali, sempre connesse alle mode e alle convenzioni del sentire o del vedere, allora dà luogo a proiezioni di carattere intellettualistico, intese solo nella ristretta cerchia accademica o intellettuale. Ecco perché tanta gente semplice si è allontanata dall’arte e dalla poesia moderne. Come ha scritto Giacomo Noventa, “Questa poesia non si raccomanda a un cuore semplice“. E torna la lezione di Dante: a quel modo ch’ei ditta dentro, non come voglio io, non come intende la cultura, non secondo schemi di maniera, ma come il mio intero essere, conscio e inconscio, suggerisce.
Certo, con questo non voglio dire che la cultura, la conoscenza letteraria non siano necessarie. Anzi. Proprio il bagaglio culturale agevolerà il poeta nel suo ascolto e nell’espressione. Ma intendo confermare, secondo tradizione, che la cultura deve farsi sangue e corpo d’uomo, ché non fa scienza / senza lo ritener aver inteso, e che senza l’attenzione e l’ascolto di sé non c’è inizio di poesia.

Loi e Davoli nell’estate del 2015

Davoli – Dunque, farsi voce dell’armonia del mondo e non creare la disarmonia per sostituirsi a Dio…
Loi – 
Ecco, non vorrei che la parola “Dio” desse luogo ad equivoci. Se tu, nei confronti del mondo ti disponi ad ascoltare, se lo avvicini senza preconcetti, che tu lo voglia o no ti disponi ad accettare una alterità. E tanto più, come scriveva Musil, “devo aver devozioni verso l’alterità sconosciuta”. E chi è l’altro da te? Può essere una pietra, un albero, un uomo, quasiasi cosa altra… da questo modo di porsi il Dio che riconosciamo non è più un Dio concettuale e teologico, ma imprendibile e innominabile, proprio come dice la Bibbia, è l’Altro che si conosce solo per esperienza, sia quando si tratta di noi stessi, sia quando si tratta del mondo. Intendo dire che Dio non si può “comprendere”, ossia “prendere dentro” come un dato qualsiasi della razionalità, non è un “a+b=c”. Ogni popolo si fa un’immagine di Dio secondo dati proiettivi, un Dio antropomorfo; invece Dio è sempre l’eterno Sconosciuto, proprio perché è l’Altro.
Faccio un esempio semplice, poetico: guardo un albero – non sempre “vediamo” davvero un albero, più spesso ne vediamo l’entità nozionale, l’aristotelica “alberità” – ma quando lo vediamo, sentiamo il suo essere albero, sentiamo insieme l’altro da sé e la possibilità della simbiosi: si fa l’esperienza dell’albero. Allo stesso modo, penso, si faccia l’esperienza di DIo.
La fede, comunque, è indipendente dal fare o non fare questa esperienza. Io posso affidarmi a un amico, a un docente, a una strada, al giorno, anche senza averne esperienza profonda. Ti fidi ad affrontare la strada, il giorno, far progetti; ti fidi di ciò che un docente t’insegna, ti fidi dell’amico, che può anche tradirti. Senza averne troppa  consapevolezza, noi compiamo ogni giorno atti di fede. Dice Dante, citando San Paolo “Fede è sostanza di cose sperate”. Perché questa è la fede: affidamento all’esperienza di un altro, ma anche all’ignoto che affronti ogni giorno nella vita senza sapere se in futuro perverrai alla comprensione. Sia gli atei che i teologi pretendono di pervenire a conoscenza di Dio, cercano cioè di farlo proprio. Il che è movimento tipico dell’Io, giacché l’Io pretende sempre di prendere possesso dell’altro da sé; l’Io nella propria chiusura egoica tende ad amministrare le cose, gli uomini, Dio. Da qui l’arroganza e la prepotenza del potere. Anche nel caso dell’esperienza personale, l’Io tende a sovrastare il Sé, piuttosto che ascoltarlo e servirlo.
(fine prima parte)

Franco Loi e Filippo Davoli a Macerata, nel 2010

(continua sabato prossimo)

Il Corsivo di LELE CERRI – La 500

di Lele Cerri

Sgattaiolava, sgusciava via, sbucava da dietro l’angolo con lo sguardo curioso e un po’ embeh?… embeh!… della sua mascherina, la 500, novella “Topolino” come mandata da un alchimista-imbonitore, “raffreddata ad aria siori e siore!… raffreddata ad aria”, che avesse studiato nell’astuto mondo del Mago di Oz. Ci portava ovunque, per pianure e montagne, a scoprire le meraviglie del nostro Paese in rinascita, la 500, protetti nientepopodimenoché dalla sua cappottina di tela, dalla quale, aprendola con due click nella prima serie e, addirittura!, con uno solo nelle successive, si poteva sbucare a mezzo busto, in piedi sul sedile, a benedire tutt’intorno quell’immensa felicità che il mondo stava promettendoci. E ad affacciarci, da quella posizione, rasentando i marciapiedi delle “vasche” cittadine e delle passeggiate paesane, verso le scollature rotonde e fresche che l’esuberanza irrefrenabile di Brigitte Bardot aveva convogliato nel guardaroba delle nostre coetanee di neopatentati, di eterni gitanti destinazione “chissà che meraviglia!”.

In un Paese nel quale ancora regnava, come suggerimento utile e indicazione sovrana, la sintesi, la 500 ci informò, tutti, in pochissimi elementi, motore, freno, acceleratore e quel minimo indispensabile che li e ci conteneva, di che cosa fosse un’automobile. Al mio paese la presentarono di sabato pomeriggio, la 500, forse in uno strategico 27 giorno di paga, sulla piazza più bella sul lungomare, tra gran pavese di bandiere, con accanto un microfono per il conferenziere, il sindaco con la fascia; e venne il priore con i chierichetti a benedirla come gli avevo visto fare con le uova a Pasqua e gli animali sul sagrato non ricordo in che data ogni anno.

Prima auto di famiglie molto raramente obese, si trasformava in grande complice del primogenito e da chaperon dei suoi primi amori, visto che, come alcova, più che alloggio garantiva performances di contorsionismo. Ma garantiva camporelle, ovunque, portandoci via, via, via, caracollando, quel nostro primo E.T. solleticato, nel cielo del tettuccio, dalle cotonature odorose delle fanciulle allora in boccio.

Tra sogni generali di grandezza, le crebbe intorno, alla piccola 500, un mondo a misura, popolato di sfreccianti speedy gonzales che le somigliavano tanto, di radioline a transistor, di minicantanti che sgambettando sui loro ritmi di successo sembravano volersi muovere come lei che impavida affrontava le prime autostrade a due corsie infilando mbeh?… mbeh!… i primi caselli marziani con pensiline un po’ da capolinea lunare finalmente diversi da quella specie di case cantoniere che erano state fino allora le stazioni d’uscita.

Noi ragazzi toscani della costa, tra paghette e primi guadagnetti da studenti ingegnosi, con lo sconvolgente pieno di duemilacinquecento lire, la 500 ci portava dal mare a Firenze con giri in città e dintorni e ritorno, per un totale di circa una “dugentina” di chilometri, secondo la fresca lezione di Giotto. Ci riusciva perfino la guida “lunga”, sulla 500, nelle gite a due, il sedile tutto tirato indietro al limite degli scorrevoli oltre il fermo, le braccia allungate sul volante, le gambe distese sui pedali, la caviglia destra eternamente impegnata in un evitabilissimo puntatacco per un superfluo gioco di doppiette, i fianchi stretti fasciati dai primi pantaloni senza pinces comprati al mitico mercatino di Livorno, lo stesso che poco più tardi ci avrebbe fornito gli eskimo, a noi ragazzi toscani della costa. E le nottate d’inverno passate “a giro” al caldo di quella specie di phon sotto il cruscotto, vetri appannati dalla vitalità della folla di noi cinque occupanti, spia della benzina eternamente accesa fino a bruciare una sera la lampadina, e le tintarelle di luna doppiate a squarciagola mentre venivano fuori dai mangiadischi a pile fatti a tostapane, prima, e poi gli yellow submarine, le satisfation, le whiter shade of pale che venivano fuori dai primi mangianastri, a pile anche loro.

Sulla mia, la prima volta che ci salì, Mina cercò inutilmente sul cruscotto, tastandolo per un quarto d’ora senza che io capissi cosa stesse facendo, l’accendino, chiamandolo alla fine addirittura “lighter” per dirmi cosa stava cerrcando. Le porsi i fiammiferi, il portacenere c’era.

I miei cani ne fecero la loro canemobile, proprio come Batman aveva fatto con la sua auto, arrivando ad ospitarci, felici, un gabbiano ferito che per una settimana diventò anche lui un nostro compagno di viaggio.
Un giorno lontano, la 500 mi portò ancora più lontano di quanto sia ormai lontano quel giorno; a Roma, a fare tutto quel che feci dopo.
Arrivò sull’orlo delle barricate con un coraggio da leone, quel topo quasi vicino al prepensionamento incalzato da altri modelli da rivoluzione. Ma la 500 era già, per noi, un numero molto importante, sappiamo adesso: le almeno 500 meravigliose cose che ognuno di noi, allora, era sicuro gli sarebbero successe nella vita.

“La prima volta che ci salì Mina…” – di Massimo Pierangeli, 2002

 

Una Lucetta nell’intimo del mondo

di Filippo Davoli

Ogni volta che butto l’occhio nella cassetta della posta tremo: specialmente se vedo bianco (equitalia, scadenze e rinnovi, bollettume vario) o verde (beccata un’altra multa, vediamo dove stavolta). Ma altre volte fa capolino un bel colore ocra: libri. Un dono che arriva, e una curiosità grande di scoprire chi lo manda. È così che ho ricevuto l’antologia poetica di Lucetta Frisa (versi dal 1970 al 2014), edita per i tipi di Puntoacapo in un formato delizioso, estremamente maneggevole, di bella grammatura di carta e raffinata copertina.

Lucetta… ci conoscemmo perché mi ero messo sulle sue tracce dopo aver acquistato in un mercatino il suo, per me indimenticabile, Gioia piccola: ero rimasto sedotto dal suo racconto della polvere, elemento a me così familiare. E poi dalla musicalità naturalissima del suo verso, dalla delicata ironia e dalle molte fulminazioni disseminate con sapienza qua e là.
Lucetta… una poetessa in punta di penna, percorsa da quella grazia che è propria dei veri talenti.

È bello poter scrivere di un libro prendendolo anche a pretesto (o pre-testo) per una ricognizione del vissuto: quante occasioni ci hanno visto a fianco, sia a Macerata che nella sua Genova, con lei e con Marco Ercolani, a casa mia e a casa loro, nel nostro cortile municipale (che ospitava l’allora rassegna di “Poeti di Ciminiera” – anni a cavallo del nuovo millennio) o in una biblioteca rivierasca.
Ci siamo sempre di-vertiti, insieme: sia nel senso comune del termine, sia in quello più sottile del prendersi di peso e ripartire per nuove direzioni. Reciprocamente stimolati a nuovi e differenti percorsi. Sono anche contento che il suo Siamo appena figure (un dialogo in versi con alcuni dipinti per lei, ma anche per tutti gli altri, emblematici) vide la luce per i tipi di “Biblioteca di ciminiera”, nel 2003. Credo, a tutt’oggi, che sia uno dei suoi libri più significativi e particolari. Bello ogni volta che lo riapro. Che non subisce usura temporale e nemmeno emotiva, come invece mi accade con tanti altri.

L’antologia dell’opera di Lucetta Frisa, come dicevo, si intitola Nell’intimo del mondo (puntoacapo, 2016). Se ne può parlare anche a un po’ di distanza dall’uscita: perché i libri, fortunatamente, non scadono come gli yogurt. Sicché meglio tardi che mai, specie se meritevoli di attenzione.

Lucetta Frisa

Leggere dunque da capo a piedi questa antologia conferma un dato: la scrittura di Frisa è sempre in evoluzione, e tuttavia conserva un tenace fil rouge interno, dall’inizio alla fine.
Molti non lo sanno, ma Lucetta è anche stata attrice (legge la poesia come pochi) e cantante (ho alcuni suoi nastri rarissimi che chiariscono una volta di più da dove prenda origine la forte musicalità dei suoi versi, la felice tenuta metrica dell’intero suo dettato, che tuttavia scava e indaga la vita senza filtri, senza sconti): come scrive Vincenzo Guarracino in prefazione, <è a partire da questo omphalos, luminoso e insieme oscuro, esaltante ma anche doloroso, che prende il via un’avventura esperita col viatico consolatorio della scrittura (si scrive “respirando”), costruendo ogni volta vere e proprie partiture liriche e drammatiche, storie di un’inquieta ricerca di luce in cui si coniugano e trovano corpo pensiero e memoria in strutture di controllata densità, in una lingua mutevole e lunare, a tratti dramamaticamente franta, cavalcantiana (“una scrittura / di nervi e sinapsi”, come è definita nella raccolta L’altra, 2001), la cui esplicita ambizione è quella di far lievitare e sopravvivere “in punta di penna”> – appunto… – <quell’idea di sé enigmatica e femminile, cangiante, che ognuno si porta dentro, nei propri intimi “inferni”, come una risorsa o una condanna>.

Credo convintamente che l’avventura poetica di Lucetta Frisa sia una delle più convincenti nell’attuale panorama italiano. Può essere una lezione di autenticità per tanti, specie giovanissimi. E un monito per tanti altri, più scafati per così dire….

 

Lucetta Frisa e Marco Ercolani

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alcuni testi dall’antologia

*
Solo chi sale conosce il precipizio solo
chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo.
Ad ogni cosa mi portano segreti canali
quando le torri delle parole si rovesciano
in pozzi. Sepolti tutti i significati,
allora aperte si allacciano correnti
universi creati dentro altri. Il gallo
canta ed entra la sua voce nel nuovo
grembo del mattino che fu seme notturno
e sono albe tramonti frutti delle ore. Girano
gli occhi sul fondo delle lune, nuotano
verso il giorno che le ritorna morte
come pesci. E lo scheletro sta diventando
luce ho ancora sangue e nervi,
questo viaggio è testardo: è sempre
chiudere il libro e, soli, tentare.

*
Scrivere
La percezione del buio nello studio
mi insegna a non dimenticare
gli oggetti del giorno incolori e orfani
che scintillano assenti nello specchio.

Calma, nella notte, non invento nulla
neppure una parola logica – scrivo
respirando, tocco l’alfabeto infantile
che inavvertitamente si è fatto adulto.
Non ho imparato nulla di ciò che volevo sapere
qualcosa dico ma dimentico o ricordo
fuori di me, senza sforzo.
Il dolore c’è stato prima.

La percezione del buio nell’alta attenzione
ha distrutto lo sfondo, invaso
carne e cervello che provano nuovi sopori.
Le congetture bruciano.

È così facile scrivere. Lascio alla luce
ogni angoscia, pongo la mano sulla penna,
la stringo. Mi porta via, cieca.

*
L’arte di non pensarla
Spostando una sedia o una virgola si torna
nella pelle selvatica come negli abiti stagionali
(è la lezione dei climi variabili): lei si sposta da
un’altra parte.

Oggi ad esempio non ho voglia di morire,
non so perché, forse oggi il mio cervello ha humour
le butta addosso una testa d’asino
le appicca fuocherelli insidiosi.

Mentre brucia ficco gli occhi nei suoi che sgusciano
via e anche i miei se ne vanno di là e i pensieri
sono tutti laterali, non hanno voglia di esserci.
Visioni e illusioni la coprono di ghirigori.

C’è chi pensa che cambiando spesso registro
non si è seri. Verissimo. Si comincia a passi pesanti
per poi stornarsi, si apre la lotta con verità secche
si finge di chiuderla con finti fiori.

*
Maddalena
                        (George de la Tour)
Meditare davanti a oggetti chiusi
l’apertura del mondo:
uno specchio un teschio il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
L’occhio e il teschio per incantamento
si fissavano immobili allo specchio
mentre cadevano i miei lunghi capelli.
E lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro
la notte simulò un buio più vasto.
L’aria si accese vibrando mutava
le certezze vsibili in ombre
che tornavano in luci inconosciute
al buio ritornando, se ardevo il tempo
in trasparente polvere d’aria –

e fui solo uno sguardo nello spazio.

*
Gli sposi Arnolfini
                                          (Van Eyck)
Nel silenzio lo specchio mostra figure rovesciate
se è vero che siamo qui a bisbigliarci qualcosa
di molto elegante scandendo sillabe leggere
dove l’eco si cancella sulle labbra e pure
le mani, appena sfiorandosi, non osano farsi domande.
Se fosse questo il sogno di un’altra coppia
un mistero cortese che invisibile soffoca
nel quieto disegno delle cose per svelarsi
solo di là, nell’ardore di gesti dissennati
in ombre e profili capovolti. Ma è così
che ci immagina il nostro desiderio.

*
Le
parole
Le ama ancora nella loro dissennata
liturgia e nella loro folla cerca
un doppio che sembri ancora vivo,
e ama il loro rotolarsi
per espellere la disperazione
che sulla pagina imparerà uno stile.
Più infelice e inquieta se non scrive
scrive per aggiungere un po’ di fiato
al fiato il suo poco amore
all’amore se un giorno aveva traboccato
se si era fatta trapassare dall’ebbrezza
di suoni   uomini mare alberi stelle
notte vento animali
e se sapeva emozionarsi.
Quale poesia – si domanda –
ha l’arte di disarmare la tristezza?

 

 

LA CIMINIERA. Un racconto di Alvaro Valentini

Giorgio Morandi, “Paesaggio con la ciminiera” – Acquaforte su zinco (1926)

Da bambino, chissà cosa avrei dato per poter salire in vetta alla ciminiera; ma non mi hanno mai lasciato arrampicare fin lassù.
Sapevo che, all’interno, essa aveva una scala di ferro e che era larga tanto che un uomo grosso ci passasse comodamente.
– Che hai visto di lassù? – chiedevo agli operai che vi salivano.
– E che vuoi che abbia visto? – rispondevano. – Quello che c’è qui lo vedi dall’alto e ti sembra più piccolo.
– E la valle e il fiume si vedono? – chiedevo ancora.
Mi rispondevano che non ci avevano badato.
– La prossima volta te lo sapremo dire, – promettevano e non mantenevano mai.
Io ero persuaso che fosse una cosa meravigliosa guardare il mondo dall’alto della ciminiera; ed ero persuaso, del resto, che da lassù si vedesse il fiume e la valle. Oggi mi riesce difficile spiegare tanto interesse per la valle e il fiume e non ricordo perfettamente i pensieri di allora; li sento però, e mi pare che volessero dir questo: dall’alto della ciminiera io avrei visto tutto quello che si svolgeva nella fornace; i carrelli andare, gli scarriolanti portare mattoni crudi e cotti, i cementisti entrare e uscire dai capannoni rossi e i fuochisti neri e polverosi arrivare a lavarsi fino alla cisterna.
Poter vedere tutte queste cose, nello stesso momento, senza dover correre di qua e di là perdendone una per contemplarne un’altra, doveva essere (pensavo) una grazia meravigliosa.
Ma più bello ancora doveva sembrare lo spettacolo della valle. La fornace era al culmine di una collina che sprofondava, a sud, fino al fiume; gli autocarri che venivano a scaricare carbone o a caricare laterizi, salivano dal fiume lungo una strada che partiva dalla costa ed era prima il loro rumore che la loro apparizione ad annunciarli.
A me sarebbe piaciuto, tanto, vedere da una parte gli uomini che ammucchiavano mattoni uno per uno, e, piano, metro per metro, salendo dal fiume per caricarli. E poi uomini ed autocarri unirsi, ma ordinatamente, quasi per un incontro calcolato.
Invece gli autocarri, scoprendosi all’ultima curva, sembravano arrivare inaspettati; e la gioia di salire sulla ciminiera non mi veniva mai concessa.

Per questo mi ero costruita una ciminiera ideale; e quando, alla sera, riassumendo tutto quel che avevo visto alla fornace ne tiravo le somme, amavo credere di averlo osservato in un lampo, coe se fosse stato dall’alto del fumaiolo, in un osservatorio che riunisse lo spazio e il tempo in un prodigioso pinnacolo.
Ma da quel pinnacolo rivedere la morte di Mirella è certamente più penoso che nella realtà, perché l’autocarro avanza, avanza, e Mirella si avvicina al cancello e l’autocarro e lei si incontrano sul pilone e l’autocarro la schiaccia…
Dio, com’è penoso, tutte le volte, guardare Mirella che non arriva né prima né dopo al pilone, ma giusto in tempo per farsi schiacciare dall’autocarro!
Indossava un grembiulino a quadretti celesti e bianchi; come l’avevo vista il primo giorno, poco dopo arrivata.
Vicino alla fornace c’era una scuola; e la zia di Mirella c’insegnava e Mirella era venuta a trovare la zia.
Le capannelle della fornace arrivavano fin sotto la scuola. Lei stava alla finestra; io stavo a raccogliere fiori o fare qualcosa del genere lì sotto, e non l’avevo notata.
– Ti piacciono i fiori? – lei chiese.
Aveva una vocina dolce e vivace.
– Sì, – dissi io sorpreso. – Ma mi piacciono anche i ranocchi, – aggiunsi ostentando disinvoltura.
– I ranocchi, – rise lei. – E che c’entrano i ranocchi?
– Cerco i fiori per gettarli ai ranocchi. I ranocchi amano molto i fiori.
Mirella scese, io l’aiutai ad infilarsi in uno squarcio della rete metallica e così passò dalla mia parte.
– Là sono i ranocchi, – la informai conducendola verso la cisterna.
– Perché i ranocchi amano i fiori? – chiese.
Non lo sapevo. Sapvo solo che i ranocchi non si spaventavano quando gettavo loro fiori e si spaventavano molto se scagliavo sassi. Concludevo che amavano molto i fiori. Ero bambino, avevo otto anni e, per uno strano pudore, mi vergognavo di farmi sorprendere da qualcuno mentre, fermo, contemplavo incantato i ranocchi. Così gettavo fiori nella cisterna.
Quando mio nonno mi vide con Mirella, mi si accostò dicendomi:
– Se la fai piangere, te le suono. – È la nipote della maestra, – dissi io. – Va bene, ma se la fai piangere, te le suono.

Evidentemente alla fornace godevo di una cattiva fama. Bastava che un’ombra spaventasse all’improvviso gli scarriolanti sotto le gallerie o che si spegnesse una lampada o che un maiale dai campi vicini finisse infuriato sotto la mattoniera, e la colpa era sempre mia.
Veramente la colpa era mia, ma mi dispiaceva che sapessero scoprirmi.
In quella accanita guerriglia solo una cosa avevo guadagnato; ed era che se mi vedevano accanto alla cisterna, intento a contemplare i ranocchi, nessuno degli operai mi scacciava o mi molestava, ma tutti giravano al largo e mi lasciavano intera la signoria di quel luogo. E accanto alla cisterna ero felice.
– È meglio non molestare quel demonio, – dicevano.

Dopo un giorno o due Mirella mi chiese:
– È vero che sei un ragazzo cattivo?
– Che vuol dire “cattivo”? – chiesi io irritato.
– Cattivo vuol dire cattivo, – conclude lei. – Io, però, penso che tu sia buono.
– Cattivi sono gli operai. Vogliono impaurirmi raccontando al nonno che prendo pesci dalla cisterna o che adopero mattoni freschi per fare le figurine di argilla o che salgo di nascosto sopra i carrelli della cava… se loro non la smettono, io non smetto di dar loro fastidio, di spaventarli quando capita…
– E come li fai spaventare? – chiese incuriosita.
Le raccontai le mie imprese. Rise a lungo.
Adesso, per me, è molto difficile descrivere quel suo riso. Ma ricordo che fu come una ruota in cui i colori degli operai, dei fuochisti, dei carrelli, del maiale e della ciminiera, girando girando, si tramutavano in un limpido azzurro, come gli occhi di Mirella. Ma gli occhi di Mirella avevano in mezzo il punto nero della pupilla.
– Ti piacerebbe avere un ranocchio? – le chiesi.
E gliene ofrii uno, piccolissimo, che le tremava sul palmo della mano.
– Posso tenerlo? – domandò.
– Se vuoi, – le dissi. – Ma se la mamma lo attende e piange perché  lui è lontano, penso che bisognerebbe tererlo appena un po’ e poi lasciarlo andare. Tu, quando tornerai dalla mamma?
– Presto, – disse. – Lunedì che viene.
E dopo, lasciando il ranocchio tra l’erba, proprio sulla sponda della cisterna, aggiunse:
– Mia zia mi ha detto, ieri, che chi non fa male alle bestie è buono. Tu non fai male ai ranocchi, ma fai spaventare gli operai.
– I ranocchi sono piccoli, gli operai sono grandi.
– Allora sei buono davvero.
– Non so. Chiedi a tua zia se uno che molesta i maiali è buono o cattivo. I maiali grandi, s’intende…
Mirella rise ancora.

Tutte le volte che veniva a cercarmi, andavamo accanto alla cisterna. Era un posto tranquillo. Le promettevo che, prima o dopo, l’avrei condotta lungo il ruscello che dalla cisterna scendeva dietro la collina giù giù nella valle. Le dicevo che, se un giorno avessero ripulito la cisterna, avremmo visto le case dei ranocchi. E mi provavo anche a descriverle le scene di quando raccoglievano le olive, lì intorno, o mietevano il grano o vendemmiavano.
– Ma noi non siamo lontani dalla città, – concludevo. – Se vogliamo, saliamo u un autocarro che parte e ci andiamo. Però qui abbiamo l’uva, il grano, gli uccelli.
– Noi abbiamo un albero nel cortile, tutto pieno di uccelli.
– Qui, d’inverno, con la neve, prendiamo quanti uccelli vogliamo.
Mi aiutava volentieri a cogliere fiori.
A me piacevano immensamente. Ne avevamo di gialli, poco lontani dalla cisterna, ed ero contento di poterli raccogliere ogni giorno.
Nelle ore in cui non c’era Mirella, credevo di dover alternare alla calma periodi turbolenti, perché immaginavo che gli operai,  se io fossi diventato troppo buono, non mi avrebbero lasciato godere in pace la cisterna. Poi, quando arrivava Mirella, ridiventavo buono per non deluderla, per non contrariarla.
– Ci voleva quella bambina per calmarlo, – dicevano infatti.

La cisterna era incantevole. I fiori intorno e una siepe che la recingeva. C’erano quattro olivi poco distanti e un pozzo vuoto dentro cui mi piaceva gridare parole che rimbombavano. I rumori della fornace arrivavano attutiti fin là, il suono degli autocarri arrivava ora sì ed ora no. La brezza costante che scuoteva le erbe alte recava odor di trifoglio; e i tonfi dei ranocchi erano più leggeri del ronzio delle libellule.
Mirella, ancora oggi, quando ripenso a lei, sbuca dal viottolo che costeggia il gruppo delle capanne, tra una siepe di more e il deposito degli storini, e arriva sull’orlo della cisterna e getta briciole ai ranocchi.
– Io credevo che fossero brutti, i ranocchi, – dice.
Poi scuote le erbe intorno a sé e dice:
– Vediamo chi trova il fiore giallo più grosso.
Ma non si avvicina, da principio, al grande cancello della fornace che ha due grossi piloni in muratura e si apre con quattro snodi.
Finché Mirella coglie i fiori che sono attorno alla cisterna, tutto è sereno nel ricordo. Ma quando qualche giore grande occhieggia al di là, verso il cancello, io vorrei che non lo vedesse…

Non so come sia accaduto, non so se poteva o non poteva salvarsi. Ero lontano, sotto una galleria. So soltanto che era venuta a cercarmi, quella volta, e quando fu davanti al pilone sinitro l’autocarro le passò accosto, troppo accosto.
Perciò, dalla mia ciminiera ideale guardo gli uomini che ammucchiano mattoni e verso la valle scopro il camion che viene a caricarli, trovo sempre sul cancello Mirella che arriva né troppo presto né troppo tardi, ma nel momento preciso per farsi schiacciare, senza che la mia memoria possa spostare di un centimetro il suo corpo, riportarlo, almeno una volta, una sola volta definitiva, verso la cisterna dove i fiori gialli ricoprono tutto il terreno.

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Alvaro Valentini

Laureatosi nel 1946 all’Università di Roma con una tesi su Vincenzo Cardarelli e Giuseppe Ungaretti come relatore,  e docente a sua volta di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Macerata, Alvaro Valentini era nato a Fermo nel 1923, continuandovi a vivere fino alla scomparsa avvenuta nel 1991.  Esperto dell’opera di Eugenio Montale, cui dedicò numerose opere di saggistica, fu anche studioso di Leopardi, Dante, Gozzano e Matacotta. Poeta, narratore e critico, traduttore de Il meriggio di un fauno di Mallarmé per le “Edizioni di Nuvole” di Lanciano nel 1969,  tra le sue opere si ricordano: per la poesia, Notizie del figlio (1960), Una storia d’amore (1961) e Perlocuzioni (1983). Per la narrativa, Il coniglio e lo stregone (1959), La ciminiera (1960), La luna in diligenza (1985), L’ombra (1993). Per la saggistica, Semantica dei poeti. Ungaretti e Montale (Bulzoni, 1970), La rima, la forma, la struttura (Bulzoni, 1971), Il Leopardismo di Franco Matacotta in “Franco Matacotta. Atti del Convegno di Studi” (Bergamo, 1987).