RESPIRARE IL MARE VOLANDO. Le giovani radici di Wladimiro Tulli e Umberto Peschi

di Filippo Davoli

Come si dice del mondo? Che siamo circondati dai vecchi. Non è vero: siamo invece circondati dal vecchio. Il futuro è come inceppato, ma cammina! Per questo i giovani sono la speranza, la forza del mondo! E capiscono, capiscono tutto e bene! Invece i falsi giovani fanno finta di capire, sono la vera rovina; perché il mondo va verso l’avvenire incontrando i giovani, con una forza innovativa continua.

A parlarmi così, durante una delle ultime interviste che gli feci, era stato Wladimiro Tulli, scomparso 15 anni fa, artista e figura emblematica del Secondo Futurismo da cui aveva preso le mosse nella sua Macerata, all’interno di quella feconda esperienza che è stato il “Gruppo Boccioni”.

l’allora Caffè Montecchiari a Macerata

Fondatore del “Gruppo Boccioni-Tano” – alla morte di quel Bruno Tano che constituiva un po’ l’anima del primo gruppo futurista maceratese, poi marchigiano (per dichiarazione dello stesso Marinetti) – Tulli era il più giovane di quei ragazzi “sotto i trenta” che nel 1936 decisero, seduti ai tavolini dell’allora Caffè Montecchiari, in quello che oggi si chiama Corso della Repubblica, di costituirsi come “Gruppo Boccioni”, aprendosi alle sperimentazioni artistiche di cui giungeva voce dalla capitale.

Umberto Boccioni era morto in guerra, segnando con le proprie ricerche pittoriche il primo quindicennio del secolo, tanto da costituire ancora oggi il maggior punto di riferimento dell’intera avventura futurista, quasi che il cosiddetto Secondo Futurismo non abbia avuto argomenti altrettanto degni di nota e di memoria, al di là della sua citazione cronologica.

In realtà, dopo il riflusso degli entusiasmi seguìto al sanguinoso primo conflitto mondiale, il risvegliarsi delle attenzioni intorno ai programmi estetici di rinnovamento, di cui senza dubbio il Futurismo era stato il motore primo (e a livello europeo), consentì un’attenzione nuova a quegli intendimenti, favorendo il sorgere di vere e proprie scuole locali: da quella torinese a quella umbra, a quella maceratese-marchigiana.

Se cioè la prima fase di sviluppo del Futurismo si era incentrata sulla figura del fondatore, il Secondo Futurismo guardava ancora a Marinetti, ma rendendosene autonomo, in grado di sviluppare i propri percorsi di ricerca senza venire meno alla coerenza di ciascuno sia come singolo artista, sia come membro attivo del gruppo di appartenenza. In questo senso, ancora, se ad esempio nel gruppo umbro l’attività gravitava intorno alla dominante presenza di un Dottori, il gruppo maceratese-marchigiano – come sottolineato da Enrico Crispolti nella prefazione al volume Futuristi nelle Marche (De Luca Editore, 1982) – “se ebbe in Tano una personalità molto intensa, fu in realtà più corale, dunque disposto più ad esprimere una dialettica di modelli possibili, che non un modello dominante e perciò più definito”.

Bruno Tano, Senza titolo

Ricordo una chiacchierata fenomenale con Umberto Peschi, un altro protagonista di quella stagione maceratese (e romana, perché era vissuto nella capitale dal 1936 al ’46), e maestro di un altro maceratese illustre, lo scenografo Dante Ferretti. Mi diceva Peschi:
Io sono stato a Roma dal ’36 al ’46, negli anni migliori… e qui Tulli ha commesso un errore: non ha lasciato il paese… intendo dire Macerata… perché il paese non gli poteva dare più di tanto, non lo poteva contaminare… perché Macerata è proprio così, si sa, c’è  come una cappa di piombo sopra… A Roma, invece, vivevi il Futurismo in prima persona… Prampolini, Marinetti, Licini, insomma un’altra cosa…
Per quanto, peraltro, Casa Peschi in Via Lauro Rossi a Macerata fu il teatro naturale del primo incontro tra Tulli e Marinetti, ospite del primo e animatore di una serata indimenticabile, a base di arte, castagne e vino rosso. Lo slancio creativo e ideale mischiato fatalmente alla semplicità della vita.

Umberto Peschi

A fondare il “Gruppo Boccioni” – sotto l’egida di Bruno Tano – erano stati Rolando Bravi, Paolo Ferdinando Angeletti, Sante Monachesi e Mario Buldorini (nome caro ancora oggi ai concittadini, ma per l’attività alimentarista e gastronomica condotta inesaustamente fino a vecchiaia inoltrata; e presso la sua bottega – tra il profumo dei supplì – il dibattito sull’arte era continuato anche negli anni della Ricostruzione, del Boom e oltre, fino alla chiusura dello storico negozio).
All’interno del Gruppo c’erano anche due musicisti: il fratello di Mario Buldorini, Ermete Jr. detto Mimì (pianista), e Mario Monachesi Chesimò (primo maestro di canto di Mario Del Monaco): fu proprio Chesimò a pubblicare su L’azione fascista locale, il 6 marzo 1934, un articolo di intenzioni fortemente innovative nel campo della musica, in cui peraltro, si avvertono ancora molto certi toni dei Manifesti pratelliani:

Pittori e poeti sono riusciti a rendere con la nuova Arte la spiritualità delle cose, perché dunque noi musicisti non abbiamo il coraggio di affrontare il medesimo ed arduo problema? E’ ora che anche nella musica si cominci a svecchiare. Basta con le stranezze armoniche e contrappuntistiche applicate al melodramma, basta anche con questa specie di spettacolo che ai nostri tempi non ha più ragione di esistere (…) La musica che fino ad oggi abbiamo ascoltata ed eseguita sta sulle nostre anime irrequiete come starebbe la cipria sul volto di un minatore appena uscito dalle viscere della terra. Bisogna avere il coraggio di staccarsi dalle tradizionali convenzioni e cercare di creare ancora, di creare sempre per appagare le nostre anime di artisti che fissano arditamente il sole, cercando nuovi motivi e creazioni dell’animo”. 

Firmarono pochi spartiti aerofuturisti, perché presumibilmente per primi non credettero fino in fondo in quella auspicata rivoluzione; però, sorprendentemente, a riesaminarli oggi, ci si rende conto che sono spartiti più futuristi di certe pagine di Balilla Pratella, così legate – invece – nei fatti alla tradzione da cui – essendo allievo di Mascagni – Pratella discendeva direttamente.

Wladimiro Tulli e Filippo Davoli negli anni ’80

Di Peschi, l’anno prima della morte di quest’ultimo, Tulli mi raccontava:
Con Peschi si sta bene, perché ti dà fiducia. Peschi, a quasi ottant’anni, è giovane. Non ha mai paura di ricominciare. Abbiamo fatto tante cose insieme, ne facciamo ancora tante, insieme… gli sono molto grato per il calore che riesce a infondere, per l’energia, per la passione che mette nel suo lavoro… siamo stati insieme per il mondo, insieme nella creatività, insieme nell’invenzione di situazioni, insieme nel rischio, nell’avventura (che è il rischio più il movimento).
E ancora:
E’ l’amore che muove tutto! Io e Peschi l’abbiamo conosciuta e raggiunta, la luna! Era la luna di Licini, sulla quale eravamo da soli, all’atterraggio. Gli altri sono venuti dopo vent’anni, quando la colonizzazione della luna era già avvenuta… Con Peschi sono sempre partito, attraversando con le seconde classi tutto il Paese, e siamo sempre in partenza!

Gli faccio io:
Però tu sei sempre tornato…
E lui:
Non ho lasciato Macerata perché allora era difficile anche partire, ma molto più coraggioso restare! Se non fossi restato, forse non saremmo stati insieme nell’arte, chissà… abbiamo fatto molto per Macerata, sapendo il valore delle radici, che sono anche il punto di arrivo: la madre, ma anche l’obiettivo (…). Ciò che conta non è il risultato, ma il rischio insieme, l’incontro. L’amicizia è fervore, stima, ricerca insieme. Questo oggi, a Macerata, è possibile;  a Roma non più. E’ finito, quel tempo. Oggi la grande città è possibilità di incontro-mercato… ci siamo accorti che oggi la fucina è l’artista, che è solo contro la città. Lui fa ricerca ovunque. Tutti noi artisti restiamo vigili fuori dalle mura… io e Peschi abbiamo sognato insieme, lottato non contro ma a favore di qualcuno… di noi stessi e dei giovani, che sono la nostra unica certezza-conforto, verso cui si dirige la nostra espressività, che ci emoziona ancora e sempre come la prima volta. 

un’aeropittura di Tulli

Credo, a distanza di anni, ripensandoli tutti e due nei luoghi che sono anche i miei, con quella loro bella e calda energia, quella innamorata e innamorante innocenza, quella freschezza da dentro che non dimenticherò mai; credo, dicevo, che il motore primo di quella loro esperienza giovanile (non ideologica né tanto meno in linea coi ranghi in voga allora…) risieda proprio nell’amicizia.

L’amicizia tra più o meno coetanei, in un periodo buio della storia italiana, combattuto con l’arma tenace e semplice di una forte sinergia animata dall’arte prima, e nella Resistenza poi; periodo di stenti economici, di pochi divertimenti, ma anche – per contro – di fervide curiosità; un periodo in cui la fame e la povertà hanno avuto il potere di generare una solida complicità tra ragazzi: così, dalla sensibilità di un Tano o dalla fama di un Pannaggi (già in Germania al Bauhaus e poi in Norvegia); dalle letture collettive ad alta voce offerte in una cantina agli analfabeti da chi sapeva leggere; come pure dai primi e timidi – ma fortemente cercati e voluti – contatti con gli artisti della Capitale, si sono originati i linguaggi artistici degli uni e degli altri, in una fervida sperimentazione tra pittura, poesia, musica, scultura e cinema (sì: anche cinema, ad opera di Amorino Tombesi, un altro di quel gruppo formidabile).
Stagione nata dalla vita di tutti i giorni e destinata inconsapevolmente alla storia.

Umberto Peschi, Aeroritratto di un aviatore

 

LA RICERCA DELLA VITA DENTRO LA LETTERATURA. Su “Vita contro letteratura” di P. Gervasi

di Gabriel Del Sarto

Paolo Gervasi in questo saggio attraversa Cesare Garboli per descriverci come sia possibile rinnovare una visione della letteratura alleata della vita. In fondo già il titolo, che pone i due termini in forma di antinomia, è acutamente garboliano: un parallelismo irrisolvibile fra poli che si attraggono e si respingono, come accade alla vita che non si accontenta della superficie.

Per quanto sia vero quello che dice Berardinelli, che il titolo, un po’ ad effetto, contrappone “due entità ovviamente incommensurabili e inconfrontabili, perché la vita è un tutto mentre la letteratura è una parte” è perciò altrettanto vero che la letteratura esiste solo all’ombra (o come ombra?) della vita. Gervasi è consapevole del rischio («Ho dato a questo libro un titolo dissonante, sghembo, anacronistico nella scelta lessicale e nella formula nettamente oppositiva, irricevibile se intesa letteralmente […] Vita contro letteratura mi è sembrato un titolo sbagliato nello stesso modo in cui  sbagliati appaiono quasi tutti i saggi di Garboli se guardati frontalmente») ma lo corre perché è il solo modo di rendere evidente la differenza di Garboli dal resto del gruppo.

Per questo il titolo, oltre che molto bello, è azzeccato, perché ci porta immediatamente a contatto con le frizioni fondamentali, perché ci suggerisce la genialità e insieme l’impossibilità (almeno nel recinto della letteratura circostante della nostra epoca) di replicare una tale esperienza critica. Garboli sembra essere un po’ quello che è stato J. McEnroe per il tennis, un talento puro, forse il più cristallino di sempre, ma così originale nello stile e nel metodo, così apparentemente indisciplinato e alieno dallo standard, da non poter essere insegnato o imitato. Nella letteratura contemporanea il “modo” di Garboli si può analizzare, sviscerare, ma imparare no.

C’è un passaggio di Gervasi che mi ha molto colpito e che spiega in poche parole perché ho amato questo saggio. È quando si sostiene che per Garboli: «la letteratura riguarda l’umanità in modo viscerale contro le mistificazioni che fanno della letteratura (della cultura) un dispositivo di occultamento». Tralascio, seppure la tentazione sia forte, la riflessione su cosa resterebbe della letteratura che si scrive oggi (ma oserei dire di tutto lo storytelling che informa le varie narrazioni che circolano in forme multi e crossmediali) se la passassimo attraverso il filtro dello “svelamento/occultamento”, del vero della vita e della sua falsificazione, in un’epoca che non conosce più la verità, ormai orientata al “sacro della percezione”. Mi basta il gesto, teatrale e garboliano anch’esso, di porsi di fronte all’umanità e con domande come questa: come può la critica tornare a mostrare il legame originario tra la letteratura e la vita biologica, esistenziale e sociale degli esseri umani? Qual è il ruolo della critica nell’era della mutazione di tutti i sistemi comunicativi?.

È l’esperienza, il corpo, di Garboli che rende autorevoli questi interrogativi. È questo gesto, a mio avviso, che supera, almeno in parte, le critiche che Marchesini (su Doppio Zero) pone al libro, quando individua l’errore di fondo di Gervasi nell’aver voluto inserire la comprensione di Garboli in una “cornice incongrua”. La cornice cui Marchesini fa riferimento è, in sintesi, il voler ricondurre «il suo ritratto in un’astratta cornice ricavata dalle teorie biopoetiche della letteratura a cui si stanno arrendendo i dipartimenti delle humanities». In realtà gli approcci teorici descritti, ad esempio, da Casadei nel suo recente Biologia della Letteratura possono favorire, accanto, è vero, a possibili scivoloni metodologici (non presenti in Gervasi), dei campi di indagine nuovi e tali da rendere giustificato il tentativo di comprendere il lavoro di Garboli, a posteriori, come quello di un creativo (di un creatore) di una narrazione originale a partire dal proprio corpo, dalla propria vita biologica.

Non si tratta quindi di sposare le humanities figlie degli anni ’60, di cui è bene diffidare come giustamente ricorda Marchesini, ma di aprirsi a quanto di originale e valido le neuroscienze propongono anche agli studiosi di letteratura. Esse possono aiutare a meglio capire perché la teatralità di Garboli, con o senza gesto che sia, risulti efficace, perché il suo “porsi di fianco” agli autori sia il grande insegnamento che questo critico ci ha lasciato. Vero, può non essere importante applicare le scoperte scientifiche sull’embodiment e i neuroni specchio ai fini di uno studio nuovo della letteratura o di un’acquisizione critica innovativa. Ma pure può essere che una biologia (e un’ecologia) della letteratura siano una strada utile per agganciare nuovamente il legame, e il conflitto vivificante, fra vita e letteratura. Per sfuggire alle paludi a volte bisogna attraversare territori insidiosi, discernendo in essi gli strumenti buoni posti accanto, mescolati, a “prodotti” dozzinali, frutto di mode e di pigrizie. D’altronde se è pur vero che il rischio dell’ibridazione è uno dei più alti, sappiamo che è anche l’unico che ci può portare a incontrare l’altro da noi, in ogni accezione possibile.

Gervasi, quindi, grazie a questa cornice, vera e propria bussola, può inoltrarsi nella vasta opera di Garboli e regalarci pagine meravigliose, mappe per noi lettori, come quelle su Penna. Il Penna ricostruito da Garboli è esemplare per rappresentare il suo modo di porsi di fronte all’opera e all’autore, nonché capitolo fondamentale, ci ricorda Gervasi, della sua contro-storia del Novecento. Garboli individua (e Gervasi ci restituisce) quale sia realmente la grande trasgressione di Penna: quel «miracolo di felicità» che esplode nel sistema ideologico del Novecento. Quel miracolo altro non è che riportare la vita, la strana gioia di vivere, al centro della poesia. Garboli, ci ricorda Gervasi, cerca in Penna come in tutti i personaggi della sua narrazione, quella forza e quella perversione che è «la capacità di vivere la malattia e la depressione con uno splendido abbandono da sano, respirandone a pieni polmoni come su un sentiero di montagna». Il suo disegno critico è l’inevitabile risultato di chi concepisce la «vocazione diagnostica» del critico come esercitabile solo «nella patologia di chi gli è più vicino», in una sorta di processo empatico che spii da vicino l’atto creativo, per «sorprendere il residuo di vita che gualcisce il margine della poesia».

Garboli ha reso presente, vivendolo nel proprio corpo e poi trasferendolo sullo «spazio separato della pagina», il punto di congiunzione fra due realtà, la cultura e la biologia, di cui siamo intimamente impastati. La vita in relazione alla letteratura è stata «la sua preoccupazione fondamentale» perché la vita, sia come intricata somma di fatti biologici che come trauma del nostro esserci nel mondo, resta «incomprensibile, impercettibile, se non trova il modo di tradursi in una forma scritta. Mentre la scrittura resta illeggibile se non mostra in trasparenza, come fosse uno specchio d’acqua, il fondale della vita che le dà forma».

Seduto accanto a Gervasi osservo l’orizzonte che con questo libro ha tracciato davanti a sé: la vita spesso cancellata dal testo, l’epoca del trionfo del post-umanesimo, la vittoria della superficie contro la profondità; osservo e penso, come lui, che sia possibile, se ci interessa, rilanciare il valore dell’arte e della letteratura solo se si torna «a mostrare la coimplicazione tra le forme della vita e le forme della cultura, la rilevanza dell’elaborazione artistica del mondo per le esigenze individuali e per i destini collettivi».

La ricerca della vita dentro la letteratura è la stessa spinta che consegna le nostre esistenze al bisogno di narrare, perché, come fosse un’ascesi infinita, raccontare è il nostro miglior modo di vivere insieme, di superare i confini, di cercare una ragione al dolore innocente. Esiste solo questo, alla fine.

DIARIO MINIMO – quasi un brogliaccio

2 novembre 2018

di Riccardo Canaletti

La morta è ineluttabile. La vita va solo verso una direzione, che ci piaccia o no. Mi ripeto questa storia senza gli attributi epicurei, stoici, e via via dicendo lungo tutta la storia del pensiero, delle religioni, della letteratura e dell’arte. Eppure, me lo ripeto con la stessa forza, con gli stessi colori definitivi di una massima di Seneca. La morte mi intimorisce, più di ogni altra cosa al mondo. Ho paura di morire, come ho paura di veder morire le persone a me vicine. Sono arrivato al punto che, col nodo alla gola, senza però tradire espressivamente nulla, dico a mia madre di non mangiarsi quel cioccolatino a fine cena, o di evitare quel maritozzo a colazione, o la farina bianca, o il parmigiano, o il ragù, o la pasta di grano duro, o il riso bianco, o lo zucchero raffinato (e anche lo zucchero di canna, e anche il fruttosio), e così, stilando liste su liste di pericoli per la vita. Naturalmente sono inascoltato, l’esistenza procede per senso comune, per piccole certezze personali, o convenzionali, piccole resistenze simboliche alla schiavitù della biologia.

Riccardo Canaletti con Filippo Davoli

Non credo in Dio, posso definirmi un materialista, in senso marxiano, ma nel senso ampio di una riflessione che dalla storia arriva a toccare la fenomenologia della vita quotidiana, ovvero le famose, e tanto care ultimamente, piccole cose. Non credo in Dio e quindi, si capisce, la morte mi mette in corpo quella fifa insanabile che ti devasta, che ti incupisce. Una volta, parlando con Filippo (ndr.: Davoli), son stato definito, più che pessimista, dolente. E in effetti mi son reso conto che, per paura di soffrire, ho imparato a provare dolore per tutto. Così anche il più misero gesto, il più lontano dalla mia sfera personale, il più lontano possibile persino dalla mia società, mi destabilizza. L’insonnia, o quella che potremmo definire la prima tappa di un percorso “filosofico-critico” che, chissà, mi porterà ad impazzire, mi dà il tempo necessario per dialogare con il buio, con il silenzio, letteralmente con me stesso che sono, come tutti, poco più che un cumulo di cellule messe lì ad autoriprodursi, copiandosi incessantemente fin quando il meccanismo, scarico, esaurito, o difettoso, non si ferma. Da lì in poi la morte.

Lo scrivo perché la voce non facilita le cose. La voce, che quasi sempre è imperativa, non mi calza bene; la scrittura, d’altronde, non è proprio una soluzione. Perché, e ci ho provato, non si può dividere la voce dalla scrittura, soprattutto se la scrittura è qualcosa a margine, qualcosa che veicola ai bordi qualche senso spacciato, forse, anche per verità. Ecco, la mia scrittura, in fondo, è questo tentare di sostenermi su qualcosa di esterno, di parziale, di totalmente periferico rispetto alla mia esistenza. In fondo, tolte poche spinte politico-filosofiche (e, lo ammetto, delle volte mitomaniache, della serie “vorrei essere il Davide che lotta contro Golia”), l’unico pensiero che mi assilla è quello della fine. Una fine che, con tanta pace per il buon Leopardi del Dialogo tra Tristano e un amico, non aspetto, non invidiando il morto, che è morto, esattamente come non invidio il vivo, che è vivo. Insomma, non mi sento di invidiare nessuno, piuttosto di compatire, in maniera anche paradossale e contraddittoria, chi vive troppo e chi vive troppo poco, così come chi muore presto o chi troppo tardi per i suoi gusti.

La morte (vorrei che questa parola facesse eco in ogni mio testo, in ogni riga) è qualcosa che mi ha invaso, che mi ha totalmente distratto da qualunque altra cosa. Di fronte a questo la cautela non è mai troppa. Vorrei essere Rimbaud, o Allen Ginsberg, o Kerouac che attraversa mezzo continente. Vorrei essere libero di una libertà che non sia mai aderente a nessuno schema. Eppure capisco, o mi sembra di capire, che l’unica forma di libertà reale è proprio l’inutilità della mia scrittura per me che, non facendomi bene e non facendomi stare peggio, sembra essere l’unica figura neutra, e quindi asettica, che non mi faccia deperire. La poesia, in qualche modo, mi aiuta a dissimulare il senso, vorrei dire, se mi è permesso, a lasciarmi dietro qualche cosa che non abbia valore, per poi non doverne piangere, una volta arrivata la fine.

PICCOLA PERSONALE – Francesco Astiaso Garcia

Cieli Nuovi e Terra Nuova

di Francesco Astiaso Garcia

E’ qui che la vita dell’uomo giunge alla dignità di essere pienamente vissuta; poichè qui contempla il divino nella purezza della bellezza stessa, e attraverso la contemplazione diviene immortale” (Platone)

Il paesaggio esprime le forme e le tensioni di tutto l’universo, l’armonia tra queste tensioni si manifesta attraverso la bellezza, nelle leggi fondamentali della natura, nella logica che noi decifriamo dallo studio di queste leggi. Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione  tra le parti, armonia di contrari. La bellezza non è quindi assenza ma equilibrio di contrasti. Anche il caos in natura si ordina esteticamente. Tutto in natura tende alla bellezza.

Il mondo non è tenuto ad essere bello, la Bellezza della natura non è frutto del caso, ogni cosa nel creato valorizza la bellezza dell’altra; la morbidezza delle nuvole esalta l’azzurro terso del cielo, ad una superficie liscia corrisponde una superficie mossa, il verde delle foglie canta il rosso lucente dei papaveri, ogni colore brilla accanto al suo complementare. La scienza dice che ci sono infinite tonalità di rosso, a ciascun rosso, a ciascun tono, corrisponde un suo complementare preciso.Un pittore, si pone di fronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienziato che analizza e approfondisce le leggi della natura.

Astiaso Garcia al lavoro

L’artista deve essere dotato di una capacità di guardare in una maniera straordinariamente intensa, di una forma di vedere in contemplazione non limitata alla superficie tangibile della realtà, ma in grado di percepire più in la delle semplici apparenze. La bellezza è la prova che il mondo è frutto d’amore.

Scrive Walter Benjamin: “La natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce, egli è il decifratore del linguaggio segreto dell’Universo”. La bellezza è il linguaggio segreto dell’Universo, la logica che accomuna scienziati e artisti, la logica che decifriamo dall’osservazione delle leggi fondamentali della natura.

Ogni opera d’arte autentica, astratta o figurativa, antica o contemporanea, è un de-ja-vù della natura. In natura non esiste l’astratto e il figurativo, qual’è l’arte astratta e quale quella figurativa?

Non vi pare che in entrambi i casi il desiderio sia quello di essere fedeli alla natura con le sue leggi e le sue relazioni che possiamo trovare indifferentemente in un volto, o nei dettagli di una foglia, nel nudo di donna o  nella buccia di una mela! Il canone nell’arte dobbiamo considerarlo una scoperta e non un’invenzione, una verità obiettiva piuttosto che un espediente umano.

Sono tante le forme di pregiudizio sull’arte moderna, specialmente sulla pittura astratta, ma vi siete soffermati mai nelle immagini della terra vista dai satelliti, o nei particolari di una pietra, dei muschi o delle conchiglie? Tutta l’arte contemporanea è nella natura.L’arte è lo splendore della bellezza, la bellezza è lo splendore della verità; ogni artista copia la natura anche senza saperlo. Questo eco, questa sintonia, questa risonanza con il creato è il segreto dell’arte! Un bagliore del mistero divino è presente in tutto ciò che esiste, lo vediamo risplendere in un papavero, in una farfalla, in un ramo; tutto possiede una potenza rivelatrice! Fare arte significa rivelare il cielo sulla terra in attesa di “cieli nuovi e terra nuova”.

Tutto ciò che esiste porta in qualche modo l’impronta del cielo..

La bellezza provoca un’emozione estetica, una sensazione di piacere; l’umana esigenza della bellezza implica l’esistenza di una Bellezza ultima, lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l’anima è destinata allo splendore dell’immortalità. L’arte è la finestra che ci permette di intravedere questo splendore.

La serie di paesaggi “Cieli Nuovi e Terra Nuova” è un invito alla contemplazione per arrivare a percepire con occhi nuovi l’abbondante ricchezza di tutta la realtà visibile.

Per fare questo occorre una coscienza più intensa, una comprensione più acuta e perspicace, un’apertura maggiormente paziente verso le realtà silenziose e discrete.

Nei  paesaggi della mostra l’uomo appare assente solo ad uno sguardo superficiale perchè di fatto l’uomo è ovunque presente, questa natura è vissuta o sognata da lui.

E’ questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità”. (Baudelaire)

da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Alba della creazione, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Arcobaleno, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
qui sopra e qui sotto: “Cieli Nuovi e Terra Nuova”, serie

uno scorcio dello studio dell’artista
dalla serie Rugine
RUGINE serie
dalla serie “Eterno femminino”, “la divina somiglianza” – matite, olio e pigmenti su carta applicata alla tavola
Estasi di Santa Teresa
Falce di luna – matita e olio su carta applicata su tavola
“Come sei bella, Amica mia”

Francesco Astiaso Garcia, italo-spagnolo, è pittore, fotografo e scultore. Si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Roma con il massimo dei voti e la lode. Ha girato il mondo realizzando affreschi e pitture murali nelle principali città di quattro continenti. (Roma, Madrid, Parigi, Varsavia, Shanghai, New York, Managua, Denver, etc..). Ha collaborato alla realizzazione degli affreschi dell’abside della Cattedrale di Madrid con il pittore Kiko Arguello. I suoi quadri sono stati esposti e apprezzati dal pubblico e dalla critica in numerose sedi tra cui la galleria Astarte a Parigi, il Museo Nazionale d’Arte Moderna di Malta e le Sale del Bramante a Roma. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private, tra le quali la collezione dei Musei Vaticani. A soli 34 anni ha suscitato interesse nel mondo artistico per la sua capacità di rappresentare la figura umana in modo da fissarne sulla tela l’essenza spirituale. L’artista ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Internazionale “Giovanni Paolo I” assegnato a personalità che si sono contraddistinte nei vari campi del sapere per la loro testimonianza cristiana e di impegno nel sociale.

Una poesia misurata. “La luce di taglio” di Elisabetta Pigliapoco

di Riccardo Canaletti

Ragionare sulla poesia è compito complesso, compito che molti grandi hanno fatto loro, da Leopardi a Bigongiari, da Bonnefoy a poeti viventi come Milo de Angelis (lui che, durante il post-sessantotto, scansava la politica per la Parola, la Parola in sé, cercando qualcuno che “amasse la poesia” – così scriveva nelle bacheche universitarie). Ma questo ragionare sulla poesia non è un obbligo, un passaggio obbligato. La poesia di oggi, che sembrerebbe affetta da intimismo spicciolo e superficialità cavalcante, è invece semplicemente un altro percorso. La poesia, infatti, al netto della riflessione sulla poesia, è e resta tale grazia alla mietitura quotidiana, al setaccio, non alla difficoltà o alla complessità filosofica del pensiero “poetante” alla base. Non tutti sono Leopardi, non tutti sono Luzi. È mio parere, personalissimo, che filosofia e poesia possano camminare insieme, arrivando a realizzare la priorità della prima sulla seconda (“Les jugements sur la poesie ont plus de valeur que la poesie”, scriveva Lautreàmont). Ma questo non toglie valore a una poesia temperata, moderata, “apparentemente semplice”, che comunque e sempre si distingue dalle banalità in voga, come pure dal poetese, o dal vuoto cognitivo di tanta poesia contenutistica che con nonchalance liquida la forma. Ci piace piuttosto, nel rispetto e nella prosecuzione della nostra lirica, rinvenire le tracce di un andamento che si rinnova, senza tuttavia perdere o sminuire la lezione di quanto abbiamo alle spalle.

La luce di taglio, titolo esplicativo, è l’opera poetica di Elisabetta Pigliapoco, ospitata dalla collana diretta da Umberto Piersanti per Archinto, “La città ideale”; riprendendo dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia le prime righe, potremmo arrivare a dire che la poesia della Pigliapoco si inserisce in quella linea, frequentata in questa epoca, che mira ad una immediatezza nella percezione di un qualcosa di più. Potremmo chiamare questo “sovvenire” una evocazione, ciò che esce fuori dopo una lunga frequentazione con un dato fisico. Su questo punto, possiamo riconoscere (insieme a qualche analogia con il canto marchigiano) soprattutto le differenze con una poesia contemplativa, concettualmente a volte intrattabile per difficoltà del dettato; qui, invece, ogni poesia, qualunque sia l’argomento (particolare rilievo hanno i testi sul dolore), riemerge con naturalezza dal proprio campo semantico senza perdersi, senza dissimulare, misurandosi costantemente con l’evidenza dell’osservazione, la pervasività delle esperienze di vita che, pur accolte nel tempo, non cedono al filosofare facile sui temi archetipici. I versi sono diretti: diretti nel senso di netti e nel senso di orientati. La poesia di Pigliapoco è consapevole, conscia delle proprie modalità di espressione. Una poesia misurata che ha la grazia (e la sapienza) del proprio porsi così e in nessun’altra maniera che così. Una sorta di compiuta e convincente autoregolamentazione, in cui linearità non significa in nessun modo scontatezza. Con La luce di taglio, piuttosto, Elisabetta Pigliapoco ci consegna una raccolta profondamente rispettosa e – vorremmo dire – accogliente della parola poetica e della vita.

Elcito

Il capitello mostrava le sue linee
curve e azzurre alla luce bianca
d’una piccola torcia a manovella

ma l’ombra più chiara l’ho trovata
nella strana pianura sopra il monte
e tronchi stretti e fitti
quei ceppi giganti,
alberi soli e immensi
nella vasta faggeta che declina
appena, tra erbe basse e chiare

splendevano i cardi luminosi
il fiore salto sopra il gambo
qualcuno d’argento già ricaduto
come lieve soffione dietro al vento

eravamo un originale assortimento
a salire i gradini del paese
al nudo scoglio abbarbicato
chiuse le finestre piccole
sul vuoto grande e verde
dove calda l’aria, a raffica
sibila anche a luglio

ci saremmo tornati tutti
più tardi, ma i tuoi posti
li abbiamo visti un venerdì
dell’anno che ci divideva

rimangono ora secche sulla mensola
e troppo fragili le foglie
di quegli alberi che non sapevamo

Vento di novembre

fili d’erba gialla
scolorano il giardino.
Dal prato ogni resistenza
vana al passo consueto
che lo abita.

“novembre ti sarà lieve
se conservi il tepore del giorno”

Ma dentro s’alza
un vento impercettibile
come quello che alla sera
agita i bambini
e li fa piangere.

 

Elisabetta Pigliapoco

Elisabetta Pigliapoco è nata nel 1972 a Jesi (AN), dove insegna Lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Ha curato insieme a Maria Cristina Casoni il volume La terra e le stagioni. Il modello marchigiano nella letteratura contemporanea (Fernandel 2003). Nel 2005 è uscito Fuori dal coro. L’opera di Massimo Ferretti, (peQuod). Nel 2006 ha ha firmato insieme a Massimo Fabrizi il capitolo Novecento del volume Introduzione alla letteratura delle Marche. Nel 2010 ha curato Patrie poetiche. Luoghi della poesia contemporanea (peQuod). Nel 2018 pubblica per Archinto il libro di poesie La luce di taglio per Archinto editore. Collabora alla rivista «Pelagos» ed organizza eventi e incontri di poesia e narrativa contemporanea. Sue poesie sono uscite su «Pelagos», «clanDestino», «nostro lunedì», «Liberal».

Una bella naturalezza. Intervista a Bahar Ghaempanah

I suoi quadri, da noi pubblicati due articoli fa, hanno avuto più di 1500 visitatori e un grande apprezzamento sia popolare che di critica (ndr.: “Piccola personale” di Bahar Ghaempanah). Oggi la intervistiamo, a proposito del suo lavoro. Bahar Ghaempanah, classe 1979, vive e lavora a Tehran, ma spesso è anche in Italia, dove sta lavorando per organizzare una sua Personale:

Come nasce la tua vocazione artistica?
Dopo il liceo scientifico, ho cominciato ad interessarmi alla grafica e a studiarla. Mi sono iscritta all’Università di Management, però contemporaneamente ho cominciato a disegnare modelli di sartoria teatrale e a creare loghi. Ho anche vinto cinque premi in Iran nella creazione di loghi, continuando a disegnare (e a studiare contemporaneamente all’Università), fino a quando ho incontrato quello che per cinque anni è stato il mio maestro, Behzad Shishegaran, che è un grafico ma anche un pittore molto famoso in Iran e non solo. Ha attualmente una sessantacinquina d’anni. È grazie a lui che sono passata oltre la grafica, cominciando a dipingere i miei primi quadri. Prima disegnavo la natura, le persone; ma lui è stato quello che mi ha aiutato a trovare la mia cifra artistica, che mi ha aperto un mondo che evidentemente stava dentro di me ma io ancora non me ne ero accorta.

Behzad Shishegaran

La situazione dell’Iran ha influito sul tuo modo di interpretare la realtà?
All’inizio volevo organizzare una mostra delle mie foto senza velo in testa, ma mi è stato impedito. Questo è stato un motivo per cambiare il mio modo di disegnare e dipingere. Ho dovuto cambiare tutto e disegnare altre cose. Senza per questo perdere la voglia di rappresentare la mia gente, di dare loro la parola attraverso i miei quadri. Il viso delle persone che vedi nel quadro intitolato “Sciopero”, per esempio, è il viso reale delle persone che mi si sono impresse dentro proprio guardando una manifestazione popolare nella mia città.

Tuttavia, nei tuoi quadri, appaiono anche figure mitologiche, lottatori che provengono – credo – dalla migliore letteratura epica. In che rapporto sei con la poesia e più in generale con la letteratura della Persia?

Rostam in un’antica miniatura persiana

Ottimi rapporti. Sì, quei miei quadri provengono dal libro più famoso di Firdūsī, L’identità persiana: il libro per eccellenza della nostra identità. Pensa che Firdūsī ha impiegato trent’anni per scriverlo, praticamente quasi tutta la sua vita. In questo libro c’è un personaggio leggendario, Rostam, che è un po’ come Achille nell’epica greca, che deve superare sette khan, sette livelli, per raggiungere la vittoria. In uno di questi khan, in uno dei momenti più drammatici del libro, Rostam uccide suo figlio, ignorando che era suo figlio: e questa è la storia che rappresento nel quadro che avete pubblicato. È una storia molto famosa, in Iran. In genere si tratta di battaglie sempre molto violente, molto aspre e aggressive.  Poi sento molto vicina a me la poesia di Umar Khayyām , che è forse il più conosciuto anche in Occidente.

E invece come sei arrivata – dalla linea geometrica – al riccio, alla curva, sintesi compiuta di ironia e delicatezza, per “fotografare” quadri di vita quotidiana, come ad esempio nel ciclo dei fumatori?
Non so di preciso perché mi è successo, ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di mischiare la miniatura persiana (che ha linee molto morbide, assimilabili ai passi delle nostre danze tradizionali) al cubismo picassiano. E ho realizzato che mi viene molto più semplicemente da leggere il mondo, con più naturalezza, con più libertà. E mi piace.

Tu sei spesso anche in Italia. Ti ispira la nostra terra? O ti senti totalmente e fatalmente iraniana?
Sinceramente la geografia non incide su quello che sento dentro. Qui in Italia ho avvertito l’esigenza di dipingere Gesù e Maria, ad esempio, ma ancora non li ho messi su quadro: me li vedo davanti agli occhi, realizzo dentro di me come vorrei farli, ma ancora non l’ho fatto su una tela. Nel frattempo sto cercando di entrare nella mentalità italiana, di cogliere gli aspetti più propri e comuni della vostra vita quotidiana, di sentirmela anche un po’ mia. Staremo a vedere che viene fuori!

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Interprete e traduttore Hooman Ghaempanah

“C’è uno squilibrato che spara” – Un’opera di L. Peroni, G. Alessandrini e QRO Orchestra

introduzione di Filippo Davoli

Conosco e frequento Ludovico Peroni e Giacomo Alessandrini da anni. Ne conosco la grande umanità, come pure quel tocco indiscutibile di genio che a volte capita in sorte a paesini minuscoli di un entroterra qualunque (in questo caso quello piceno), dove chi lo possiede lo vive come un’alternativa possibile a certe angusture proprie del vivere in paese: e di là, fortificando quei “giochi” con lo studio implicato e tenace della musica, del cinema, della letteratura, certi talenti su cui forse nessuno avrebbe scommesso granché – forse licenziati come strani, originali; tendenzialmente incompresi – oggi maturano una ricerca sempre più interessante che parte dal postmoderno (contro) e si focalizza sulla nostra quotidianità impazzita, prendendo a simbolo la drammatica telefonata con cui il sindaco di Macerata, Romano Carancini, raccomandava ai suoi concittadini di non uscire di casa perché per strada girava uno squilibrato che sparava.
Una pagina di cronaca choccante, riletta col dolore che ancora ci attanaglia se ci pensiamo, ma anche con l’ironia che a volte è indispensabile per andare avanti: e difatti l’opera si intitola “Le mie merendine buonissime”. In altre parole, con bella intelligenza. E lo fanno con l’ausilio prezioso di quella brillante orchestra che si chiama – con un nome vagamente impronunciabile – QRO (tutti musicisti jazz provenienti dal Conservatorio di Santa Cecilia in Roma). Una squadra che, tutta intera,  Nuova Ciminiera tira oggi a bordo con soddisfazione.
Del progetto che qui di seguito ascolterete e vedrete, potete leggere la genesi nelle parole stesse di Ludovico e Giacomo (dopo questa piccola introduzione).

Ludovico Peroni
(foto di F. Davoli, 2018)

“…attenzione per strada c’è uno squilibrato che spara…”

Ludovico Peroni: Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa che mi potesse riguardare da vicino: qualcosa di vagamente autobiografico, di sentito e vissuto; qualcosa che non fosse il classico tema assoluto, alto, letterario.

Era da un po’ di tempo che mi ritrovavo a riflettere sulla mia infanzia, sulla mia vita, sui miei amici, la mia famiglia, le mie emozioni…Qualcosa di veramente “mio”.

Giacomo Alessandrini: Tutto è maturato dal ’90 al ’99: tra giochi, videogiochi,

Giacomo Alessandrini

programmi tv, il massacro della Columbine, cartoni animati e merendine.

D’altronde siamo dei giovani incolpati di aver avuto troppo e che, invece, hanno trovato nulla. È curioso che per parlare di noi abbiamo dovuto necessariamente parlare di “merendine”:

Ludovico: L’opera ci è stata commissionata da “Anime di Strada” in occasione dell’inaugurazione dell’opera “Cupido” del duo di street artist spagnolo Pichiavo. Non ci poteva essere occasione migliore! Il comune di Montecosaro ci ha poi appoggiato con entusiasmo e io ho posto solo una condizione: “Sarà una delle cose più assurde e scomode che si siano mai viste e sentite in questo teatro”

Giacomo: Le mie merendine buonissime è un’opera musicale, recitata da un sintetizzatore vocale, creata da un’ibridazione di linguaggi: musica contemporanea, improvvisazione, musica concreta e elettronica.

Ludovico: L’idea di ispirarci al Vaporwave ci ha permesso di riciclare materiale della cultura di massa degli anni ’80 e ’90 facendolo rivivere in un eterno presente: per l’occasione abbiamo anche utilizzato i linguaggi della musica sperimentale, d’avanguardia, musiche dal timbro acid-rock, per dar vita a un universo denso e ricco di richiami alla Pop Culture dell’ultimo trentennio.

Giacomo: L’estetica Vaporwave permette di unire tanti registri linguistici, facendoci rivivere un ricordo; un ricordo in acido e assolutamente perturbante.

La musica è accompagnata da video creati utilizzando materiale preesistente preso da spot, programmi tv, videogiochi del decennio degli anni ’90.

Ludovico: Anche la musica e il sonoro sono stati ripresi da materiale preesistente… si veicola poi anche un ulteriore contrasto musicale tra il materiale campionato, composto e improvvisato: ho utilizzato la tecnica della “Conduzione Chironomica” (un mix tra Soundpainting e Conduction) che ha permesso di far percepire liquidità e imprevedibilità nell’instaurarsi della forma musicale.

GIacomo: L’opera è stata un’occasione per riflettere sulle contraddizioni della comunicazione e della società del consumo dell’epoca attraverso gli occhi di due bambini che quell’epoca l’hanno vissuta e, purtroppo, ancora fanno fatica ad uscirne.

Attraverso questo mix di linguaggi esplosivo si rivivono gli anni ’90 con gli occhi di un due bambi disillusi e malinconici.

Ludovico: Gli spettatori sono stati testimoni di una violenza così bella e romantica che hanno fatto veramente fatica a non accettare.
Molti sono usciti con le lacrime agli occhi. Questo mi ha colpito molto…

Gli spettatori hanno accettato il gioco delle citazioni, dei richiami e li hanno combinati, problematizzandoli, grazie all’atmosfera creata dalla musica…

Giacomo: L’opera si chiude con un epilogo distopico scaturito da una registrazione di un messaggio audio trasmesso dal sindaco di Macerata a tutti i suoi concittadini il 3 febbraio 2018: “…C’è un individuo armato che spara…”.

Realtà che supera quella fantasia violenta ma edulcorata dei nostri anni ’90. Realtà che può essere ancora apprezzata sul palco solo come un ricordo distorto.

L: La realizzazione di un oggetto così complesso è merito soprattutto dei musicisti dell’ensemble QROrchestra con l’apporto di due ospiti d’eccezione: il compositore sperimentale Remo De Vico e Maria Gaia di Tommaso. Sul palco abbiamo portato un organico di 8 persone dalla provenienza geografica eterogenea (Marche, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Umbria) che si sono cimentate nell’esecuzione della prima vera opera del genere.

Vi lasciamo con la prefazione del libretto di sala, lasciata agli spettatori quel giorno.

“…rimanete nelle vostre case. Grazie.”

le mie merendine buonissime 胃園ヰ゛

Opera Vaporwave in tre quadri (colorati)

di Ludovico Peroni e Giacomo Alessandrini

Siamo stati due bambini cresciuti insieme lungo tutti gli anni ’90.

Il ritrovo iniziava appena pranzo, non appena iniziava la sigla di Lupin III.

Giocavamo col plasticoso Megazord, con l’enigmatico Robocop, con i Power Rangers; praticamente tutti i giorni insieme.

Nel pomeriggio una piccola pausa da questi giochi logoranti, alle 16:00 in punto, gustandoci le nostre merendine buonissime: a casa di Giacomo spesso c’erano i pan di stelle, a casa di Ludovico c’era la mamma che qualcosa rimediava sempre, spesso salato. Qualche volta mangiavamo gli Yo-yo che erano buonissimi. Alle 16:00 perché c’era Solletico: giuravamo di voler partecipare ai giochi a premio via telefono, ma abbiamo rimandato troppo a lungo…Però poco importa, poi si è scoperto che quelle telefonate dei bambini da casa erano, per lo più, false.

Di tanto in tanto arrivava a casa Otello, con dei borsoni pieni di cavi, dispositivi elettronici, dischi copiati e meraviglia. I nostri genitori provavano nuovi pezzi per i Pc e noi ci spartivamo i giochi.
Non ci installavano mai gli stessi giochi: non era necessario occupare spazio extra sui Pc. Oppure era una loro tattica per non farci isolare ognuno in casa propria… Vabbè, tanto si giocava comunque tutti insieme.

Giacomo aveva Monkey Island, Cannon Fodder e The Lion King; Ludovico aveva Disney Magico Artista, Carmageddon e Comix Zone.

Carmageddon, a dir la verità, è rimasto nel Pc una manciata di ore: tanto è bastato per renderlo indelebile.

Entrambi avevamo però installato Ace Ventura: l’acchiappa animali.

Quando era più caldo si andava a raccogliere pinoli e li si mangiava, sporcandoci le mani tutte ignobilmente di nero.
Alla fine precisa degli anni ’90 Ludovico ha cambiato casa; poche centinaia di metri più in là in realtà, ma tanto bastava per iniziare a comprare i giocattoli doppioni e installare gli stessi giochi sui nuovi PC.

A Ludovico è arrivata la Playstation per Natale e a Giacomo, che aveva Nintendo ’64, la X-Box. Una volta ci siam scambiati le console per finire i giochi che non erano multipiattaforma. Abbiamo iniziato a raccontarci gli anni 2000 di ognuno di noi, ma non li abbiamo vissuti insieme.

Ora siamo cresciuti e Ludovico lavora con la Musica e Giacomo con il Cinema e la Letteratura, ma viviamo ancora tante cose insieme.

Appena pranzo ci troviamo, puntuali, in un’angoscia insperata vissuta fino alle 16:00.
Alle 16:00, precise, perché aspettiamo l’accettazione di ciò che ci circonda.
Alle 21:00 lasciamo spazio a un po’ d’odio e paura per la società che ci circonda.
Poi succede che pochi giorni fa Ludovico va a trovare Giacomo:
la sua cameretta, per la prima volta in 23 anni, appare cambiata: non c’è più il letto e l’armadio è nella parte opposta della parete. Nella mensola alta svettano però i bundle di Grim Fandango e Sam&Max: assurdi e fieri di troneggiare su TUTTO. Sono rassicuranti…

Subito la voglia di scrivere qualcosa insieme che sia lontana dalla politica, dai disastri degli ultimi periodi e dall’odio che ci circonda. Qualcosa così… di divertente, di stupido, di “cazzone”.
Ma probabilmente non ci siamo riusciti: perché la realtà che oggi viviamo è veramente brutta.

Ci fa veramente schifo.
Ma quelle merendine… quelle merendine erano davvero buonissime.

 

PICCOLA PERSONALE – Bahar Ghaempanah

Bahar Ghaempanah

Bahar Ghaempanah è una pittrice iraniana. Attiva nel suo Paese, sta lavorando ad una Personale in Italia. La sua è una pittura che tende con delicata ironia a stilizzare mediante un sapiente gioco di linee rette o curve – accompagnate, ma non necessariamente, dal colore, mediante il ricorso a più tecniche – situazioni emblematiche della vita quotidiana umana o animale, individuale o sociale. In attesa di pubblicare – alla prossima uscita di NC- un’intervista in esclusiva all’artista, offriamo qui una ragionata campionatura delle opere.

PICCOLA PERSONALE

cavalli – figg. sopra e sotto

 

Festa danzante


Due quadri dal “Ciclo dei gladiatori” – figg. sopra e sotto
 

 

lo sciopero – figg. sopra e sotto

Socrate
tre quadri dal “Ciclo dei fumatori” – figg. sopra e sotto

 

 

 

 

 

 

 

c’è una notizia
una donna
Natività

Due poesie di Irene Piccinelli

Adolescenza

Tu dici:
«Questa gente non merita
di lottare nel fango».

Tu dici:
«Questi alberi non meritano
di accasarsi contaminandosi».

Tu dici:
«Questa terra non merita
il sonno degli indifferenti».

Tu dici:
«Questi piedi non meritano
di correre nel pantano».

Tu dici:
«Queste strade hanno visto
la mia verginità tremante
al cospetto della palude».

Tu dici:
«Queste mie stesse mani
non valgono nulla
contro quelle colline».

Tu piangi,
solitaria montagna.
Tu, che con preghiere
hai elevato la tua anima
e quella di chi,
come te,
cercava conforto.

Tu piangi,
solitaria muraglia.
Tu, che sei stata distrutta
dai pietosi che
hanno teso un inganno,
ragnatela prigioniera.

Tu, colomba ferita,
muori.

*

Convivenza

Ascoltiamo spesso De André
mentre tagliamo le verdure.
La Collina è sempre pronta
ad accoglierci, ma non siamo lì per lei.

Abbiamo trovato un bilocale
in centro città, lontano da quel
verde pantano, vicino al
grigiore dei bus.
Andiamo a piedi al lavoro,
stiamo fuori tutto il giorno,
torniamo a casa e
tagliamo verdure.

Stiamo sempre insieme la sera:
guardiamo un film,
leggiamo un libro,
balliamo dondolandoci in salotto,
organizziamo viaggi che non faremo mai.

Sai, mamma, ricordo quando dicevi:
“Non conosci abbastanza una persona
finché non te la ritrovi sotto lo stesso tetto”.

Avevi ragione.

Non sono mai stata innamorata così tanto
del ritmo della vita.

Irene Piccinelli

Nata a Brescia nel 1999, Irene Piccinelli è cresciuta a Montichiari (BS), dove ha frequentato il Liceo Linguistico “Don Milani”. Ha studiato canto con la maestra Samanta Tisi e recitazione col regista Pietro Arrigoni. Da quest’anno frequenta la facoltà di Lingue, Mercati e Culture dell’Asia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.  In precedenza non ha mai pubblicato né libri né testi in riviste. Questo è dunque il suo esordio.

BIOLOGIA DELLA LETTERATURA. Un libro coraggioso

di Gabriel Del Sarto

La riflessione letteraria si è arricchita di diversi contributi nel corso degli ultimi mesi, segno di una vivacità che non può che stimolare anche la produzione di nuova letteratura.

Uno dei testi più interessanti e coraggiosi è senza dubbio Biologia della letteratura,  di Alberto Casadei, edito da Il Saggiatore.

Provare una sintesi di questo ricco volume, non è semplice, considerando anche il tentativo originale, per il nostro panorama, di mescolare gli apporti delle neuroscienze agli approcci più tradizionali in ambito artistico-letterario. Questo volume, infatti, parte da una ricognizione delle più importanti acquisizioni nell’ambito delle neuroscienze in rapporto al problema della creatività artistica, per poi tentare di proporre un quadro teorico e storico originale riguardo alla nascita e ai cambiamenti di quella che oggi chiamiamo letteratura. Il progetto è quello di inserire la creazione artistica all’interno dei processi biologici per ripensare i processi creativi su basi biologico-cognitive.

Nel I capitolo, Casadei introduce alcuni concetti-chiave (come quelli di nucleo di senso e di attrattore), volutamente molto simili a quelli impiegati in varie discipline, dalla linguistica alla fisica alla stessa biologia, per favorire un confronto interdisciplinare. Questo mi pare già un primo elemento di interesse, almeno per un altro obiettivo che l’autore si pone: precisare il ruolo essenziale dell’elaborazione creativa e simbolica, nella fattispecie stilistica, a partire da una base biologico-cognitiva. Il proposito è quello di costruire un “quadro unitario, all’interno del quale le diverse valenze stilistiche e i diversi esiti riescono a trovare una motivazione, magari storicamente diversificata”, un tentativo che Casadei porta avanti, secondo me, in modo convincente. L’idea interessante è quello del passaggio dalla mimesi allo stile, e quindi al “nucleo di senso” in quanto elemento distintivo della produzione artistica.

Alberto Casadei

Nel II capitolo la questione dello stile viene affrontata, mi pare, su fondamenti non consueti, derivanti dalla base biologico cognitiva in precedenza evidenziata. Ogni autore, se ho ben inteso il ragionamento di Casadei, attraverso il processo di stilizzazione, veicola (consciamente o incosciamente) degli elementi attrattori, simili al concetto di punctum di R. Barthes, per orientare o suscitare l’attenzione del pubblico. Lo stile, va detto subito, non è da intendersi come un insieme di tratti formali, più o meno originali o all’altezza dei tempi, ma piuttosto come un’elaborazione higher level delle forme disponibili. Si tratta di proprietà “in grado di sublimare o di combinare singoli presupposti o propensioni, in modo da generare forme semplici e marcate, e successivamente forme sempre più complesse, in rapporto a una progressiva crescita interpretativa e culturale nell’interazione individuo-mondo”.

Mario Barenghi, su DoppioZero, ha ben individuato alcuni assi portanti di questa parte dello studio di Casadei. Dagli studi attuali sul rapporto corpo-mente-cervello risultano quattro principali elementi:

-la percezione «attimale», che accende e focalizza l’attenzione;
-la «ritmicità/ ricorsività», cioè la sensibilità alle ricorrenze e alle regolarità ritmiche;
-la «mimesi/ simulazione incarnata», che si lega ai fenomeni di empatia;
-il cosiddetto blending o «metaforizzazione», ossia la tendenza a fondere elementi disparati in campi concettuali nuovi.

È su questi presupposti che lavora, secondo modalità storicamente mutevoli, lo stile.

Per questo gli stili permettono di esercitare attrattività, consentono la creazione di un senso comunicabile (in ogni caso) e soprattutto lavorano per la lunga durata dell’opera. In altre parole, gli stili possono permanere a lungo, prima di sclerotizzarsi. I ‘nuclei di senso’ veicolati si modificano profondamente nel tempo, in virtù della continua interazione fra biologia e cultura, e tuttavia i processi di stilizzazione restano evidenti.

Nel III capitolo l’analisi si concentra su altre componenti che risultano fondamentali per l’inventio letteraria (termine che ricorre spesso nell’opera, e da intendersi alla maniera di Barthes: tutto esiste già, bisogna solo ritrovarlo: è una nozione più ‘estrattiva’ che ‘creativa’). In particolare, sul versante della poesia viene riconsiderata la categoria dell’oscurità un problema affrontato in molti lavori d’insieme ma tuttora da approfondire soprattutto nelle sue cause e nei suoi effetti extralinguistici. Scrive, tra l’altro, Casadei: “L’inventio si esercita tra l’eventfulness e l’oscurità, ovvero tra l’accettazione piena del reale ‘ritagliato’ e la sua negazione e ‘ricreazione’.” I due poli sono quindi i limiti del campo in cui si muovono le forze oscure della creatività e, al contempo, i generatori del dicibile in letteratura. Da una parte l’oscurità, con cui si indica qui l’impossibilità di “esporre una parafrasi condivisa di un testo letterario”, che è vista come “una potenzialità generatrice di senso”, di infiniti mondi possibili, di “processi conoscitivi divergenti che tolgono ogni fondamento all’equazione filosofica realtà = razionalità = verità.” L’oscurità letteraria costituisce quindi “una componente indispensabile per lavorare sui nuclei fondativi della realtà, intercettati attraverso l’inconscio cognitivo e non attraverso la razionalità.” Dall’altra la pienezza dell’evento, l’eventfulness, ossia la spinta a rappresentare la ‘pienezza dell’evento’ “avendo colto un aspetto del vivere che costituisce una piega nel continuum spaziotemporale, ma soprattutto un fenomeno degno di essere ricordato e trasmesso perché ha toccato in qualche modo l’esistenza di un essere umano.” Il rapporto fra stile, nuclei di senso e queste due spinte generatrici, è ciò che genera la letteratura, in quanto dispositivo, strumento che ha puntato “a un potenziamento e a un addensamento dei nuclei di senso da veicolare, in modo da continuare ad attrarre l’attenzione e l’attività ermeneutica quando i livelli stilistici in uso diventavano troppo scontati.”

Dante

Nel IV capitolo ci si confronta con il concetto di classico. Il tentativo è quello di ancorare le riflessioni precedenti a uno sviluppo storico preciso Proprio Dante, poeta ‘globale’ come pochi altri, fornisce numerosi spunti per approfondire il rapporto fra presupposti biologico-cognitivi e stilizzazione in un capolavoro che viene ri-letto a distanza di secoli.

Ma è nel V e ultimo capitolo che si arriva all’attualità. Si tratta di una parte del lavoro di Casadei, decisamente innovativa, che avanza ipotesi su scenari futuri di ricerca artistico-letteraria. A Casadei interessa, innanzitutto, dimostrare che, anche in condizioni mutate (la letteratura non è più quella di una volta), i presupposti biologico-cognitivi individuati e descritti nei capitoli precedenti sono operanti, e quindi possono costituire un indicatore, una pista, di analisi dell’opera nell’era del Cloud. “Le figure dell’autore, del libro-testo, persino del lettore e delle sue capacità di ricezione” scrive “sono state fortemente segnate dall’attuale mix di cultura allargata e collettiva che trova nella Rete Web e, in senso ancora più largo, nel Cloud la sua forma simbolica”

Questi fondamenti (il nucleo di senso, l’attrattore, lo stile ecc.) devono essere necessariamente reinterpretati, “sia per rinnovare i concetti di letteratura, arte e tradizione, sia per offrire qualche proposta non ideologica e non vetero-umanistica riguardo al ruolo in particolare delle opere letterarie oggi”, perché le prossime opere ibride (cfr. il concetto di blending caro ai neuroscienziati spesso citato da Casadei) o comunque inter o multi-mediali, possano essere analizzate e comprese nel loro valore. La partita è di quelle serie e forse avrebbe meritato un’enfasi maggiore. Casadei sta qui cercando di porre alcuni fondamenti di metodo e strumenti che possano permetterci di cogliere i tratti distintivi di un’opera letteraria che valga la pena di leggere e studiare anche in futuro. Cosa sarà la letteratura, quali forme assumerà, essendo ormai chiaro che la forma scritta da sola non sarà l’unica? E poi: cosa la distinguerà anche domani dal resto della produzione circolante? La letteratura supererà il processo di banalizzazione cui ogni arte è sottoposta se sarà in grado di rappresentare i qualia della vita, “sulla base di un profondo e non ideologizzato sentire biologico-cognitivo” attraverso un prodotto “che si deve presentare come dotato di nuclei di senso stilizzati: i nuovi elementi attrattori potranno manifestare con sempre maggiore esattezza gli eventi e le oscurità di un reale in apparenza indifferenziato e chiarissimo”.

La sfida è quindi apertissima e Casadei qua si spinge oltre, ipotizza la necessità di una nuova integrazione fra la scrittura e la visualità, “nell’accezione ‘densa’ del termine, ma con uno scatto di inventio che renda effettiva una fruizione stratificata”  perché le nuove opere potrebbero “proporre un blending con escursioni semantiche eccezionali, e quindi in grado di generare attrattori non banali”. La nuova educazione estetica dovrà esprimere una percezione del reale stratificata e mai definitiva, “quasi un esame molecolare del Cloud, che riesca a veicolare un campione del mondo-ambiente contemporaneo abbastanza vario per essere rappresentativo”.

Su questo pensiero aperto si chiude uno degli studi più stimolanti degli ultimi tempi. Non sappiamo se la strada intravista e descritta da Casadei sia realmente quella che la letteratura seguirà, e il rapporto che essa intratterrà con la forma più tradizionale della letteratura come l’abbiamo conosciuta è un mistero ancora più grande. Che, fortunatamente, ci affascina.