IL NICHILISMO DIMENTICATO – recensione di Marco Patrone a Serotonina

Come tutte le nuove uscite di Michel Houllebecq anche questo Serotonina ha fatto molto discutere, tanto che ad appena due settimane dalla pubblicazione chi si trova ad averlo letto e volerne scrivere ha difficoltá a dire qualcosa di nuovo (ammesso che questo sia necessario) o trovare una chiave di lettura inedita.
Tra le cose che avevo sentito citare più spesso, per esempio, vi erano il riferimento ai gilet gialli e ovviamente il discorso sulla depressione, come ovvio visto il titolo.

Credo che come per altri scrittori sia ormai difficile aspettarsi da Houellebecq novità sostanziali, e infatti, dopo la trama tutto sommato elaborata de La carta e il territorio e la distopia di Sottomissione, torniamo in territori molto lineari, un po´come in Estensione del dominio della lotta, con un personaggio ragionevolmente disperato che in flashback racconta in prima persona la propria esperienza (il proprio tentativo) di vita, tra relazioni, modesti viaggi, un lavoro minimamente soddisfacente e altre cose che non sarebbe corretto anticipare.

Devo dire che a me Serotonina non pare tanto un libro sulla depressione clinica, quanto sull´irraggiungibilità della felicità, e aggiungo che la vera natura di questo romanzo è a mio modo di vedere sì riflessiva, come tipico dell´autore, e forse di stampo riflessivo-nichilista, ma con forti aggiunte di una certa tenera malinconia e di notevoli dosi di umorismo.
Il tipico personaggio di Houllebecq, insomma, non è mai stato tanto romantico, empatico, vicino alla realizzazione come uomo, e di fatto di questa mancata realizzazione e delle sue conseguenze, a partire da quelle mediche, tratta il romanzo.

Clamorosamente, il nostro protagonista sembra teorizzare come la felicità quella vera si possa trovare solo nell´amore (!) o, in subordine, nel sesso (e meno male, altrimenti sarebbe venuto da pensare che lo scrittore francese si sia rammollito!), per il resto non mi pare essere più sguaiato, razzista, onanista, pornografo, puttaniere della media della popolazione romanzesca o reale. Il che significa che lo è molto meno rispetto ad altre creazioni di Houellebecq.
E poi davvero, chi mai si sarebbe aspettato che un eroe houellebecquiano
a) scandalizzarsi di una fidanzata che fa sesso con gli animali
b) mettere in fuga un pedofilo?

Parlavo di umorismo: esso si sostanzia in tante frasi od osservazioni, a volte fulminanti, su vita, rapporti tra i sessi, società, manie contemporanee (qui ad esempio: i centri commerciali, gli show culinari e il rapporto col cibo in generale) e ha prodotto in me, durante la lettura, molti franchi sorrisi, alcuni ovviamente screziati di amarezza.
La parte identificata con i gilet gialli è tutto sommato breve, e mi è sembrato un espediente (riuscito) dello scrittore per creare un po´di azione ma anche un ben mirato attacco all´avidità di questa Europa che si sta muovendo verso strade ultra-liberiste.

Mi pare in ultima analisi un Houellebecq di buon livello, quasi certamente non ai suoi vertici, impossibilitato a provocare all´infinito o a escogitare nuove inquietanti distopie, e colto a rifugiarsi in una storia come detto semplice e lineare, con un messaggio addirittura di speranza, come se attraverso le vicende di Florent-Claude Labruste l´autore volesse dare un monito a chi, vonnegutianamente, sia almeno vicino alla felicità e non se ne renda conto, o se la lasci sfuggire per inedia o inerzia sentimentale, o perché gli mancano le parole.
Che sia stato il matrimonio, l´agiatezza, l´ingresso nei sessant´anni, mi pare per lo scrittore francese un progresso (molti lo vedranno come un regresso) non da poco.

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Informazioni sul libro

Michel Houellebecq – Serotonina

Traduzione di Vincenzo Vega

Ed. La Nave di Teseo 2019

322 pg.

PICCOLA PERSONALE di Luca Morici

Luca Morici

Luca Morici è nato ad Ancona nel 1974 e vive a Castel D’Emilio. E’ pittore e illustratore, utilizza prevalentemente l’inchiostro, l’acquarello e i colori a olio, combinando pennello e spatola. Già collaboratore della rivista “Quid Culturae”,  sue personali sono state allestite ad Ancona, Torino, Roma, Siena, Cuneo. Dal 2009 collabora col “Centroscienza” di Torino esponendo i suoi lavori in Italia e all’estero, a supporto di conferenze medico-scientifiche a carattere divulgativo, sul tema del dolore.
“Nuova Ciminiera” ospita i suoi quadri sul dolore e quelli dedicati ai musicisti.

chitarra flamenca

 

Chet

 

Frank

 

la musica nuda

 

Tom

 

Jazz Quartet

 

Ian

 

Rolling Stones

 

Assolo

 

Roy

 

IL DOLORE

Agonia

 

Abele

 

Caino

 

La guerra

 

Cristo che muore

 

Vuoto

 

Delirio

 

Struttura del sostegno

 

Ritratto 3

 

Ritratto 5

 

Il rimorso

 

Vietnam 75

 

Allegoria del tempo

 

Allegoria dell’umano

 

La Pietà

 

Uno

 

La croce del nome. Tra Mario Luzi e Claudio Pasi

la scrittura è scritta ma
la rappresentazione è necessaria”

di Michele Bordoni

Su quella che ormai è diventata la mia scrivania di scorta (ne ho due, una nella casa di famiglia, l’altra in quel di Padova dove ormai vivo da anni), probabilmente cadendo da due pile di libri diverse, si sono accoppiati due librini completamente dissimili all’aspetto, uno bianco l’alto nero. Entrambi però, una volta aperti, si rivelano più vicini di quanto possa lasciar credere la diversità del titolo e della copertina. Il primo – con la copertina nera – è un libro dell’immancabile Mario Luzi ed è La passione (Garzanti, 2014, pp. 80, euro 8), una serie di poesie scritte per la via crucis al Colosseo del 1999; il secondo – il bianco – è un volumetto di Claudio Pasi uscito recentemente per la collana A27 di Amos Edizioni e si intitola Nomi propri (Amos Edizioni, 2018, pp. 60, euro 12). Il primo, dal titolo, è esplicitamente il dramma della crocifissione, una sorta di dialogo a una voce fra Cristo e il Padre, che mai prende la parola. Il secondo libro, invece, si apre – dopo una poesia introduttiva – con una suite di 14 poesie intitolata Via del dolore. Il riferimento, passando per il gergo medico secondo cui la via del dolore è il canale nervoso che comunica il dolore alla corteccia cerebrale., è alla via crucis, all’agonia del padre dell’autore, alter Christi. Sono quattordici poesie in cui, dall’esordio della malattia fino alla morte del padre, Pasi accosta la Passione di Cristo a quella paterna.
Ecco cosa accomuna questi due librini; essi sono (quello di Pasi solo nella prima parte) riscritture del testo biblico, reinterpetazioni drammatiche della rappresentazione biblica. È però interessante notare come, più che di rappresentazioni, qui si parli di messa in opera di un testo, di un dramma che viene performativamente agito e vocalizzato. Ancora più interessante è notare come, per dirla con Wittwoker, il simbolo occidentale per eccellenza, la croce, migri dalla sua configurazione statica e tradizionale (alias “la croce sta per il sacrificio di Cristo che promette la risurrezione”) ad una più umana e pragmatica aderenza alla vita degli uomini.

Questo incrocio di notabilia, che adesso verrà più esplicitamente dipanato e mostrato, mette in moto una serie di riflessioni sulla potenzialità della lingua poetica (metonimia per l’uomo) di riscoprire la sua aderenza ad una tradizione che, lungi dal soffocarla o dall’angosciarla (si veda il magistero di Harold Bloom), la apre al suo destino, la riconsegna alla sua radice prima, quella di essere una parola capace di fare qualcosa, di creare sensazioni o i presupposti logico-linguistici per lo sviluppo del pensiero. In definitiva, approssimando un abbozzo di teoria, la lingua poetica, quanto più rischia di situarsi nella zona del “già detto”, del “già stato scritto”, di quello che potrebbe definirsi un sapere allegorico (in cui la sostituzione del significato avviene immediatamente distruggendo il corpo del significante) , tanto più diventa in grado di reinventarsi, di essere originale proprio perché capace di riattivare quel tanto di simbolico che la fonda, avverandola all’origine, e di salvare dal naufragio della dimenticanza la tradizione che l’ha resa possibile. Condensando con parole tratte da un dramma tardo di Luzi “la scrittura è scritta ma / la rappresentazione è necessaria”.
Andiamo con calma. La
via crucis è un’agonia, il dolore è il primo protagonista. Come fare, però, a renderlo vero, a renderlo personale, sottraendolo al linguaggio dei più, alla tradizione? Pasi riflette su questo aspetto: “Nessuno può comprendere il dolore / di un altro, perché è individuale, / perché è l’essenza della solitudine, / perché non parla mentre lo  giriamo, / leggero come un fascio d’erba” (p. 19). È l’agonia del nome proprio che, in quanto proprio, non può essere comunicato nella sua interezza e vividezza senza essere ingabbiato in una rappresentazione che lo depotenzi. Il nome, il dolore, la croce: tutti incomunicabili. Ci si rifà, dunque, a chi l’ha detto prima di noi, alla tradizione, alla biblioteca, si riusano i frammenti del Testo, del Libro. Sia Luzi che Pasi premettono alle loro poesie brani dei Vangeli o dei Salmi (Luzi) o le denominazioni delle quattordici stazioni della via crucis in Exercitium Viae Crucis de Sancto Alphonso Maria de Ligorio (Pasi). Ciò che però non fa ricadere nell’esercizio stucchevole o in una sorta di ekphrasis al letterario questi due testi è che i brani di apertura non vengano descritti, ma agiti: in Luzi è Cristo stesso che parla in prima persona, uscendo dalla terza persona del testo sacro e incarnandosi nella prima persona che dice – dolorosamente – io (“Conoscerò la morte. La conoscerò umanamente” p.35); in Pasi – e in questo si rivela la grandezza della migrazione dei simboli – l’attore della via crucis è il padre dell’autore. Alcuni esempi; la terza stazione della via della croce si apre con la corrispettiva frase latina “…procumbit primum sub onere crucis” ma, a cadere, è il padre colto da un malore che, a terra, si sforza di prendere il telefono allungandosi verso una mensola “come quando / portiere della squadra giovanile, / si allungava per prendere il pallone” (p. 17).

O ancora, alla stazione undicesima, quella della crocifissione vera e propria, mentre il motto recita “…clavis affigitur cruci”, si presenta il padre attaccato alle macchine mediche, un Ecce homo in chiave moderna. “Così questo è mio padre, appeso ai fili / delle apparecchiature che mantengono / le funzioni vitali” (p. 25). Il dolore personale, il nome proprio, indicibile, è detto in maniera simbolica, accennando al simbolo che lo anticipa. Ci si affida ad una verità che precede, che è stata già scritta; tuttavia non la si prende nella sua accezione positiva di ready made, ma la si fa avverare. Il simbolo, più che un qualcosa che sta per qualcos’altro, diviene qui il senso originario dell’esperienza singola; il particolare, per essere detto, si affida al generale, il generale si avvera nel particolare. L’agonia della non appartenenza al campo del dicibile è risolta, da Luzi e Pasi, mediante le potenzialità espressive del simbolo: Luzi fa parlare il simbolo, Pasi trasforma in simbolo il padre. 

Cristo e la Croce si liberano, così, dal destino di figure statiche, valide solo nel tornio di testi e momenti destinati alla loro interpretazione teologica; si aprono, invece, ad una pratica di vita che li avvera nel momento del loro riconoscimento nelle situazioni umane. Non rimangono confinate alla croce del loro nome ma prendono il nome di tutti coloro che li avverano; non a caso Pasi, nel riportare le indicazioni latine in esergo alle sue poesie, sostituisce il nome di Cristo con tre puntini di sospensione…

Il simbolo, così come la poesia, non è qualcosa di già dato, di immobile; è semmai il luogo che attende che qualcuno lo avveri, che lo nomini con un nome che, se all’apparenza sembra straniero o inattuale, è tanto straniero e inattuale quanto il nome proprio.

Edoardo Zuccato, Gli incubi di Menippo – di Fabrizio Bajec

di Fabrizio Bajec

Gli incubi di Menippo, di Edoardo Zuccato, è il libro più dialettale fra le raccolte non dialettali scritte negli ultimi decenni. Voglio dire che pur avendo fatto l’eccezione, per una volta, di scrivere versi direttamente in italiano (e quindi di non tradurre dall’alto-milanese), con questo sorprendente volume di versi egli conserva tutte le qualità eversive, espressionistiche di una certa letteratura medioevale, che mescola l’alto col basso, non solo per quanto concerne i registri linguistici e i toni, ma anche i temi. Troverebbe il suo posto ideale in un’antologia europea della satira. A colpi di parodia e crudi adattamenti moderni di mitologie più o meno gloriose, ecco denunciate le piccole miserie urbane in cui il poeta è caduto (e già rimpiange la sua Tebaide). La prosa prorompe soprattutto nella prima delle quattro parti del libro, la più acida, crudele e divertente. Ma preferisco di gran lunga la seconda, in cui si opera una sintesi perfettamente equilibrata tra l’asprezza della commedia umana e lo splendore malinconico di una lingua che ha conosciuto la lezione del romanticismo, passando per autori frequentati e graffianti come l’inglese Tony Harrison. Tra un incubo contemporaneo e l’altro, c’è il tempo di meditare sulla letteratura e sui rischi che si prendono (in modo mai banale. Esempio: la più grande traduttrice di tutti e tempi è la morte). Zuccato lo fa allineando, per esempio, la propaganda di Lotta Continua con quella di Comunione e Liberazione. Ma osa perché le idee per lui sono maschere, pose, non contano più, anzi crollano come qualsiasi teoria seriosa. Eppure il poeta non ride sotto, sotto. E’ tremendamente amareggiato. E ciò non si deve vedere. Meglio il riso giallo, grasso, fino a quell’incendio finale che per me è “Il sacco di Roma”.

la copertina del libro

Una poesia giullaresca, in definitiva, di una non comune radicalità in un’epoca trasparente per la sua compostezza letteraria. Non tutto luccica quando il sistema allegorico cede, qua e là, sotto il peso della marcia carnevalesca e la ripetizione dei soggetti triviali, ma vi sono vari tesori, nell’intervallo (seconda sezione) vi sono dei mirabili tesori e lezioni di antinovecentismo.

L’ultima didascalia del mondo. I morti di Gabriele Galloni

di Filippo Davoli

Antonio Bux, in introduzione, se ne stupisce: che un ragazzo di soli 23 anni possa interessarsi ai morti in maniera così matura, così compiuta, come riesce a fare Gabriele Galloni nel suo In che luce cadranno (RP, 2018).

Anzitutto che dispersione – vorrei dire in inciso – tutta questa quantità di librini, spesso ottimi, condannati ad una circolazione limitata tra gli addetti ai lavori e nemmeno tutti. L’agio di non esser più giovanissimo e d’essermi mosso, specialmente negli ultimi vent’anni, mi permette di riceverne parecchi: alcuni improponibili, ma in mezzo la perla ci esce molte volte. Solo che io sono io. Tutti gli altri? Il buon lettore ignaro in cerca di qualche parola onesta destinata a rimanere nel suo bagaglio interiore,  probabilmente nemmeno ponendosi l’ipotesi che farebbe al suo caso un libro di poesia, come farà a cambiare idea se nelle librerie molte di queste perle nemmeno arrivano?
Ma qui – e l’inciso si avvia alla conclusione – l’argomento si amplierebbe mostruosamente, allontanandoci da quanto invece oggi mi preme: e cioè concentrarmi anch’io sui morti di Galloni.

“Tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente”, così Antonio Bux si incanta di fronte ai testi di In che luce cadranno. A me, più che questo immaginabile stupore, la poesia di Gabriele conferma l’attendibilità delle poche volte che ci siamo parlati e detti di noi, della poesia, della vita. Sì, è un ragazzo già uomo, Galloni: con uno spessore interiore più ampio rispetto a quelli della sua età. Non soltanto perché scrive dei morti, quanto soprattutto per come ne scrive.

Nei suoi versi non c’è traccia di, per quanto sottili, perversioni; i suoi amici morti (e tutti i morti danno l’impressione, nei suoi versi, di essergli amici) lui li muove con sapienza nello scacchiere multiforme della vita (e delle vite: sia quelle che li incrociano – anche noi -, sia le vite che diversamente, noi e loro, siamo chiamati a vivere); li anima, per così dire, di una sana vivacità, di una poliedrica umanità; li incarna pur sapendoli fuori del tempo e dalla carne; ne scevra l’alone misterico senza tuttavia avvilirne la portata ultraterrena.
Ecco: sa conviverci senza patemi, e aprendo a noi lo sguardo sul tempo che verrà , anche per noi.

Mi preme anche sottolineare come questo “gioco” di rimandi, di allontanamenti e riallacci, di contatti garbati, si compia attraverso una lingua giusta di toni e di modi, accorta (e ironica), sorvegliata e sentimentale, ma anche musicale, ritmica, eufonica e felicemente lirica, compiutamente nella linea del nostro Grande Stile. Un universo che si schiude e si ricompone con grazia nel breve tratto degli ipogrammi dalla metrica perfetta.
Sono anch’io folgorato da tanta misurata naturalezza.

Gabriele Galloni

 

da In che luce cadranno

*
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile.

*
Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

*
I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*
I morti guardano alla luna come
un errore, uno sgarbo del creato;
pensano infatti che sia cosa messa
lì per illuderli (non percorribile).
L’imitazione di un antico sesso
senza ingresso né uscita né sala
d’attesa.

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

 

la copertina del libro

Gabriele Galloni vive a Roma, dove è nato nel 1995. Studente di Lettere Moderne all’Università La Sapienza, in ambito poetico ha pubblicato Slittamenti (2017, con una nota di Antonio Veneziani) e In  che luce cadranno(2018, introduzione di Antonio Bux).

Di verso in verso… la perversione

di Filippo Davoli

È il titolo della nuova plaquette (satirica?) del poeta lancianese Giuseppe Rosato: Di verso in verso la perversione. Che suggerirebbe tante opportune riflessioni su taluni guasti interpretativi del senso del “mestiere” dello scrivere. Rosato non si inoltra invece così in profondità, ritenendo (e come dargli torto, tutto sommato) siano più che sufficienti le brutture della nostra vita contemporanea, sempre più caotica e disastrata e disastrante:

Longevità in progresso
in regresso lo Stato:

più avvisi di reato
che avvisi di decesso

recita direttamente in copertina. Ma del resto, il poeta non è nuovo a incursioni satiriche in versi: ne ricordiamo con felice memoria Guerra e piace (Solfanelli, 1991), Poesie in forma di cosa? (Emblema, 1967), le splendide e a noi carissime Papere (Ediars, 1999).

Quante volte ho pensato, leggendolo o parlandoci – in uno dei nostri conciliaboli domestici nella sua bella Lanciano – a una rubrica stabile in rivista (già dalla cartacea “Ciminiera”, con cui collaborava come sapiente critico letterario e d’arte) di stroncaturine, paperette, “carognatelle”, cattiveriucce… intanto per saggiare l’ironia dei permalosissimi colleghi (!?!). L’avremmo intitolata “Letterabiura”. Chissà perché ce ne mancò  il coraggio. Si preferisce – come è noto – un educato silenzio, quando le cose che leggiamo non ci piacciono. Peccato.

Tornando invece ai minuscoli e introvabili volumetti (specie i vecchi) di Peppino Rosato, ne traiamo qui alcuni esempi folgoranti: che confermano la sua vena strepitosa; nel solco della sua amicizia con un aforista imbattibile della caratura di Ennio Flaiano, ma anche nel segno di un retrogusto che è comunque amaro e dolente, e che sa affiorare con potenza nel suo altro repertorio, sia poetico che narrativo che critico. E che fanno di lui – non solo ai nostri occhi, riteniamo – una delle voci migliori e più attendibili del nostro panorama.

Giuseppe Rosato

da Di verso in verso la perversione (2018)

*
Urli, sberleffi, insulti faccia a faccia:
è quel che alle tivù di più fa gola.
C’era stata in principio la parola,
oggi (alla fine?) c’è la parolaccia.

*
Anche la morte a volte si distrae
perdendo i conti, e stamattina trae
a sé il poeta sedicente tale
ch’era convinto d’essere immortale.

*
Per far carriera (una scrittrice ha detto)
occorre avere scritto e avere letto

*
GLORIE DI TERRA NOSTRA

Meglio l’amabile
spumante, o il brut?
Saranno, a dircelo,
più tardi i rutt

*
LATINO-ITALIANO

“La pietas latina”,
dici, “i miei versi fa!”
Li ho letto stamattina,
ne taccio per pietà

*
SIC TRANSIT

Breve fu la stagione per l’amore
di gruppo, poi la fine e l’interdetto.
Così s’è perso (addio, senza rancore?)
anche l’ultimo ben dell’interletto.

*ABALA DI GIORNATA

Al TG1 39 arresti,
diciotto i corruttori al TG3,
al TG2 sono 23
i politici messi sotto inchiesta:
i “numeri” son più o meno questi
che ogni giorno la cronaca ci appresta.
Il popolo paziente
ascolta e non fa motto,
quindi italianamente
ne cava un terno e se lo gioca al lotto.

DA RONCHI ALLE FOCI DEL SERCHIO – recensione a cura di Marco Patrone

(Pubblichiamo, con l’autorizzazione dell’autore, la recensione di Marco Patrone apparsa sul blog recensireilmondo.it, del romanzo Le svedesi, di Silvano Ambrogi.)

La mia prima lettura del 2019, Le svedesi di Silvano Ambrogi, rientra tra i romanzi delle zone mie*, di quell´area che inizia con la Versilia, ma che se da Massa passeggi e hai buone gambe, arrivi in un paio d´ore a Torre del Lago, la passi di lato ed eccoti alla foce del Serchio, lì dove è ambientato questo racconto lungo.

A giudicare dalle note biografiche, la vera natura di Ambrogi era quella di commediografo/satirico/parodista, ma qui azzecca i toni del romanzo di formazione e scoperta delle schermaglie amorose, qualcosa che descriverei come un mix ovviamente impossibile di Sapore di Mare dei Vanzina, Agostino di Moravia, condito dal linguaggio toscano, asprigno e creativo di un Tozzi, qui virato in versione più cordiale.

Il protagonista Riccardo – studente di giurisprudenza – è l´alter ego dell´autore, attraverso i suoi occhi vedi questa vita di provincia, i paesani, i vari riti dell’adolescenza (le partite di calcio a piedi nudi, gli sfottò, le vanterie su conquiste reali o immaginate), raccontati con scrittura realistica, verace, e allo stesso tempo ricca di spunti lirici nella descrizione della natura e in particolare del mare, come introdotto nella prefazione uno dei protagonisti della storia.

Nella seconda e danzante sezione, dove si narrano le uscite notturne di Riccardo nel night club, alla ricerca di un bacio o di qualche spupazzamento, si nota maggiormente quella che sarebbe diventata evidentemente la cifra di Ambrogi, il tocco satirico, la descrizione dei tipi (ad esempio tutta la serie dei motivi per non cadere incantati di fronte alla dama a cui si è chiesto il ballo). Spassoso, eppure non crudele, non entomologico, ma filtrato attraverso lo schermo fatato della gioventù e delle infinite possibilità e dei sogni smisurati, ai quali il titolo allude (una immaginata gita di ragazze svedesi, bionde e liberali, nella Toscana marittima dove il protagonista vive).

In ultima analisi, una piccola e succosa opportunità di scoprire un nascosto, un dimenticato della nostra letteratura, un bel librino luccicante e quasi commovente per chi abbia vissuto in quelle zone, seppur ahimè in tempi già  meno romantici.

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Informazioni sul libro

Silvano Ambrogi – Le Svedesi

Ed. Divergenze 2018

144 pg.
Attualmente in commercio

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* per esempio i romanzi di Fabio Genovesi o il mio Come in una ballata di Tom Petty

QUATTRO INEDITI di Bernardo Pacini

Pubblichiamo quattro poesie di Bernardo Pacini, che fanno parte della raccolta inedita Cronache di un quadricottero.

 

 

GALLERIA (DCIM)

What if once on the other side of the room there remains only the urgency to use the door again?

(R. Edson)

 

I

La registrazione della rinascita
della rovina di una donna
dei doppi vetri della sua casa sul fiume.

Che parlava del più o
parlava del meno, sapendo bene
che non era lo stesso. Ne parlava
spesso col muro, diceva che almeno
parlava con uno, al più
con nessuno. E se parlava del tempo
ne parlava col tempo
non volendo rinunciare
al parere di un esperto.

Quando si accorgeva di essere ripresa
parlava alla tenda
le diceva, stai chiusa.

 

II

Accadeva nel mese di agosto, quando a valle
gorgogliavano fisarmoniche
alla sagra del paese.

Gli imponeva di scendere nella notte.
Aveva precisa indicazione: far alzare drastér i volumi
cosicché lei potesse sentire meglio
e dall’alto del colle, danzare.

Rincasava con sbreghi sui polpacci
e buchi sui calcagni – per darle un dispiacere
diceva che era felice di esser rimasto
per poco tempo
nello sguardo scomposto del tasso
che con lui risaliva
la macchia di eriche e lentischi.

 

III – (per Ignazio)

Ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
(A. Ceni)

Non sto più a contare le volte che è salito sul tetto
per vedere la via delle martore in fuga.
Quando lei sente i passi del figlio sopra la testa
e il rumore delle tegole che cedono
si ferma qualsiasi cosa stia facendo e osserva
– vetrosa come una lampada spenta –
lo spazio circostante.
Consulta l’oracolo di ciò che le capita davanti
sia esso un vaso o una testa d’alce
ancora integra nella sua custodia
di infelicità greca.

Non ha senso il suo impassibile disagio
ma è questo che ha insegnato a suo figlio:
a osservare dall’alto ogni posto di gioia
a diffidare della morte, anche se sta
precisa in una scatola da scarpe.

 

IV

… and read her in a mother’s farewell gaze.
(H. Crane)

 

Se (e quando) riuscirà a andarsene da quella gabbia azzurrina
verranno subito a sincerarsi che stia bene.
Precisamente addestrato, potrà solo mostrare
con la stessa padronanza della guida museale
quanto il taglio sia stato netto, geometrico.

Quando stava lì, la madre gli chiedeva sempre
di insufflare qualche nota nell’oboe, e lui obbediva.
Spalpebrava appena, ma poi obbediva.

 

Bernardo Pacini (1987) vive a Firenze. Ha studiato la poesia di Betocchi e Buzzati all’Università degli Studi di Firenze. Ha pubblicato in poesia Cos’è il rosso (Edizioni della Meridiana, 2013). Le poesie di questo libro hanno vinto i premi “De Palchi-Raiziss”, “Sertoli Salis”, “Beppe Manfredi”, “Antica Badiadi San Savino”, “Libero de Libero”, Selezione premio Ceppo “Luca Giachi”. Inoltre ha pubblicato il libro d’arte Per favore rimanete nell’ombra (Origini 2015) e La drammatica evoluzione (Oedipus 2016).

Suoi testi appaiono in varie antologie, tra le quali Voci di oggi (Istos 2017), Abitare il deserto (Osservatorio Fotografico Fusignano) e La consolazione della poesia (Ianieri 2015). Suoi testi e recensioni sono apparsi anche su riviste cartacee e online quali “Nazione Indiana”, “Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier”, “I poeti sono vivi”, “Nuovi argomenti”, “La balena bianca”, “Blanc de tanuque”, “UT”, “formavera”, “Soglie”, “Samgha”, “Il primo amore”, “Argo”, “Scrittori precari”, “Perigeion” e altro.

LEONARDO MANCINO. Un ricordo

di Filippo Davoli

Noi della mia generazione, da sempre vissuti nelle Marche dove siamo nati negli anni ’60 – dalla metà in poi – abbiamo fruito, nel tempo della formazione e negli incontri felici della biblioteca, di tante esperienze nostre conterranee, significative per tutta la Poesia italiana dell’Ultimo Novecento: Piersanti, D’Elia, Pagnanelli e Garufi, il gruppo anconitano facente capo a Scataglini (insieme a Scarabicchi e Raffaeli), De Signoribus, ma anche (sebbene più in ombra) Alvaro Valentini, Plinio Acquabona, Germana Duca…
Nella lista Leonardo Mancino riapparve quando rientrò nella sua terra d’origine dalla Puglia, e precisamente da Bari, dove era vissuto lunghi anni, tra l’altro dirigendo in maniera eccellente ed esemplare le pubblicazioni di poesia dell’editore Lacaita – unico vero contr’altare all’egemonia lombarda e, in misura minore, romana, dell’editoria di settore.

Mi venne presentato dal comune amico Guido Garufi, in occasione della presentazione del mio Mal d’auto (1990), cui Leonardo intervenne trovandolo molto convincente (e dire che, invece, mi sono “riconciliato” con quel mio librino soltanto da poco tempo: lo trovavo eccessivamente criptico e complesso).

Leonardo aveva alcune caratteristiche umane inconfondibili: fumava come una ciminiera (molto familiare, dunque; sia per la rivista di dieci anni dopo, che il per il comune vizio), aveva un carattere ben poco conciliante, oserei dire “scazonte” – se il  metro greco può aiutare a cogliere cosa intendo; ma un cuore largo e generoso, specie davanti a un buon bicchiere e ad un piatto di pasta, vantando – oltre ai meriti letterari – anche quelli culinari e gastronomici; al ritorno nelle Marche, era vissuto prima ad Osimo e poi a Macerata, da dove gli era più facile raggiungere la natia Camerino, dove per alcuni anni lavorò come direttore didattico.

La casa di Leonardo rimane, per me, un indimenticabile e fecondissimo ricordo: di libri – poggiati ovunque, in pile interminabili dal pavimento al soffitto; di ritagli di giornale – anch’essi catalogati in maniera ossessiva e impilati ovunque; e naturalmente di una nuvola finanche palpabile di fumo blu, come nella canzone della “mia” Mina. Luce bassa di un abat-jour, e dietro la scrivania dello studio, il suo sguardo accigliato e luminoso al tempo stesso. Tagliente. Si stava insieme interi pomeriggi, baloccandoci tra illuminazioni dell’animo, i suoi ricordi di qualche stagione precedente – generalmente sempre interessanti e formativi, e qua e là – ci sta, anche se forse sarebbe meglio di no, ma ci sta… – qualche pettegolezzo sull’ambiente letterario e dintorni.

Leonardo non era uomo accomodante. Lo apostrofavo come “Tiro mancino” (sotto questo epiteto gli affidai una rubrica della durata di cinque minuti a Radio Nuova, al tempo in cui dirigevo per l’emittente la redazione cultura), o “Dente avvelenato” (perché pur avendo la dentiera preferiva evitarne l’uso il più possibile), quando – avvalendosi dell’indimenticabile premurosa lezione di un Danilo Dolci o finanche di un Don Milani – scagliava verso la piega che stava prendendo l’Italia politica e (civile?) i suoi strali senza ritorno: era la sua letteratura applicata alla vita, l’ideale che si incarnava, l’attenzione ai più piccoli (mirabili le sue attenzioni alla letteratura per bambini), la storia di cui non si può mai fare a meno (storia e biografie, per dirla tutta); erano i personaggi che avevano fatto grande l’Italia (da Salvemini in qua); era – anche – quel modo di approcciare la cultura, l’arte e la vita che è tipico di chi quella stessa cultura, quella stessa arte, le abita se è figlio del meridione: con un occhio che guarda molto diversamente rispetto a quanto facciano i colleghi del nostro Nord; e con un metro (non solo di valutazione, ma anche di scrittura) che è “altro”, e spesso “tutt’altro”, rispetto alla linea cosiddetta “lombarda” e a tutti gli altri canoni (di andata e di ritorno) sviluppatisi negli ultimi decenni della nostra Letteratura.

Ricordo tante discussioni su Scotellaro, Bodini, Tentori, Dolci, Pasolini, Alfonso Gatto. E puntualmente, nel bel mezzo di qualche nostro commento ad alta voce sulla perfezione di un verso o sulla profondità di un rilievo critico, scattava ad entrambi il desiderio di fare una telefonata agli amici comuni: Giovanni Tesio, Rodolfo Di Biasio, Alberto Cappi, Domenico Adriano…

Da casa Mancino difficilmente si usciva a mani vuote: come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, chissà perché lui regalava libri a chi andava a trovarlo e, la volta dopo che entravi in casa sua, i libri erano cresciuti di numero rispetto alla volta precedente.  Conservo – oltre ai suoi titoli di saggistica e di versi (ormai autentiche rarità) – un’edizione straordinaria dello Zibaldone di Leopardi in tre volumi di pregio, fedele compagno di lettura nelle domeniche pomeriggio piovose.

Poi nacque la rivista “Ciminiera”, poco tempo dopo la già avviata rassegna estiva di poesia che curavo dapprima a nome della Biblioteca “Mozzi-Borgetti”, poi a titolo personale, infine a nome dell’associazione facente capo alla rivista. Leonardo era un ospite quasi fisso: e per lui, più che l’occasione di presentare un suo libro (attività di cui non aveva certo bisogno, anche se – come tutti quelli che scrivono – fa sempre piacere avere una piazza con un uditorio), venire significava la bella concomitanza in cui passare una serata diversa in compagnia di vecchi e nuovi amici (in rassegna, nel corso degli anni, erano passati nomi come Cappi, Tesio, la Bre, Ruffilli, D’Elia, Piersanti, Garufi, la Frisa e Marco Ercolani, Sissa, Bertoni, Massari, Rondoni, il francese di origine belga Guy Goffette, Gianfranco Fabbri e Gian Ruggero Manzoni, Mauro Ferrari, e tanti giovani di ottime prospettive come Andrea Ponso, Gabriel Del Sarto, Massimo Gezzi, Stefano Raimondi, Massimo Fabrizi, Tiziana Cera Rosco, Alessandro Seri, Isabella Leardini, Nicola Riva, lo stesso Giovanni Cara che con me aveva fondato “Ciminiera”, più attori come Arnoldo Foà, Glauco Onorato, Lorenzo Anelli, Neri Marcorè, e tanti altri nomi che ora non mi sovvengono).

Mancino, Davoli e Marcorè a Fermo, nell’agosto 2003

Era una rassegna cresciuta negli anni, pur mantenendo la spesa per organizzarla a livelli bassissimi (a riprova del fatto che non serve dilapidare milioni, per far bene le cose). La scrittura diveniva, come per incanto, quell’intromettersi in un retrobottega che accorcia le distanze e allunga lo sguardo. E il mattatore Leonardo, il trasvolatore Mancino, non perdeva occasione di segnare il punto, di  vociare con quel suo timbro incalzante e l’accento ora teneramente camerte, ora poderosamente barese.

A distanza di alcuni anni dalla sua morte, purtroppo quasi nessuno lo ricorda. Mi è parso invece opportuno, quest’oggi, tornare alle sue carte. Non alla produzione poetica in dialetto camerte (forse la più convincente e sopravvissuta all’oblio), ma ad alcune altre belle poesie in lingua che aveva pubblicato proprio per i tipi di “Biblioteca di Ciminiera” (con noi, cioè) e che erano apparse nel numero quattro della rivista (novembre/dicembre 2002).

Leonardo Mancino (foto di F. Davoli, 2004)

MADRE
Madre che fosti così buona
nella tua vita di lunghi cammini
di orizzonti ignorati
nel panorama del monte
e sul mare, ho bisogno che le tue mani
curino la ferita
perché possa camminare
nel giardino.
Madre, se l’universo buono esiste
tu che gli sei dentro la rosa
su qual cielo aperto
immenso e vasto, curvo
reclinata come un trifoglio
nel suo cuore.
Se esiste l’immenso come sguardo
che si perde al sole
digli
che il figlio porta la sua vita
come un inferno;
se questo è Lui
vicino a te vuole finire,
morire
e non voleva mai
averne bisogno.

(da Le virtù, le occasioni, le cose, “Biblioteca di ciminiera”, 2003)


SONO STATO

Sono stato nel ventre della nuvola
per troppo tempo.
Ora se qualcosa accadrà
sarà cercare un rifugio nel buio
come per dipanare un inganno.
Tra un movimento e l’altro
brilla sinistro l’antico museo
reso tra ombre di spettri
e i rari chiarori della luna.
A tratti improvvise luci
rivelano nudità di carne:
oggetti terreni e vaghe soluzioni.


VIDI LE CITTÀ

Eppure in tutte queste frasi
inverosimili e perfette logiche
sintattiche c’è un filo conduttore,
parole non dette
serpeggiando nel mezzo ad altre pronunciate
compongono resoconti precisi
e il tutto dura pochi istanti.
Queste piccole città molli,
distese di schiena sul dorso dei colli,
senza importanza,
a mezza strada tra il mare
e i segni della civiltà di campagna,
chiuse da campi e da colline
dove la nebbia bassa ed un colore stinto
confonde, intorbida
paesaggi e pensieri,
vivono una vita intima propria,
ai margini della storia degli uomini
e del sole straniero alle volute dei cieli.


CITTÀ NON MIA

Tutti i temporali dell’estate inconsueta
erano trascorsi,
il primo autunno compensava
d’una stagione perduta.
Sulla sera scendeva dalle colline
ad increspare il fiume
una brezza leggera come di lenzuolo,
un fruscio appena sentito,
vagava in lenti recessi
per i prati, le alterate pettinature, i profondi silenzi.
Al di là dello sguardo
– sorta di luna sfera –
le cascine lontane si offrivano silenziose
come la lunga siepe accarezzata
dal palmo della mano in un brivido.
Una voce si perdeva quasi senza risonanza
come se la querce la trattenessero
o la luna.


SIGNIFICANDO L’ANTICA CASA

Il mondo, dai bargigli ai piedi,
è un inferno.
Pensare allora di dover commettere
comunque gesti di bambino
per vivere
per sempre.
I cassetti del comò
ci appartengono
come i momenti della nostra storia:
ringiovanire le stanze della casa,
ecco il compito che ci siamo dati.
La casa significa i volti
che le stanze ospitano:
gli vogliamo bene per questo
senza nulla sapere o forse.
La nostra vita sono le strade e le piazze
universali di razza, d’antico pelo,
come si dice sorridendo.
C’è sempre qualcosa al di là
di questa nostra repubblica di parole;
tutto può avere un senso
d’archeologia
di eldorado insieme; per correre
occorre esser rasati
e con indosso i vestiti migliori.
Tra noi e le cose della memoria
ci divide un sentimento impreciso
vivo
rivalità
emulazione e rissa.

(da “Ciminiera”, n.4, novembre/dicembre 2002)

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Leonardo Mancino era nato a Camerino (MC) nel 1939. Autore di numerosi contributi critici su autori del Novecento (tra cui Pasolini, Zanzotto, Volponi, Scotellaro, Sciascia, Quasimodo, Bodini, Sereni, Bartolini), aveva collaborato anche a quotidiani come “La gazzetta del Mezzogiorno” e il “Corriere Adriatico”. In ambito poetico ha pubblicato diversi volumi, tra cui si ricordano Il sangue di Hebert (prefazione di R. Roversi e A. Zanzotto, Lacaita, 1979), Dichiarazioni silenzio e giorni (Cappelli, 1987), La casa la madre il colle e l’orto (Schena, 1989), La curva di Peano (Stamperia dell’arancio, 1999), Le virtù, le occasioni, le cose (Ged, Biblioteca di ciminiera, 2003). L’opera poetica è stata antologizzata in L’utopia reale (prefazione di Giovanni Tesio, Caramanica, 1994). In ambito saggistico ha pubblicato, tra gli altri, Oltre a Eboli la poesia: antologia della lirica “civile” meridionale (Lacaita, 1979), Lo scrittore vulnerabile (La nuova Italia, 1984), Transito e forza del ricercatore operoso (Stamperia dell’arancio, 1995).

il “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua

di Riccardo Canaletti

Come si affronta un viaggio salvatico? Gianpaolo G. Mastropasqua, classe ’79, è poeta che sembra praticare il cammino da secoli. La sua poesia fa eco ai Lorca e Donne della storia, senza risparmiare incursioni, più o meno apertamente stabilite, con la Beat, in particolare con il Kaddish di Allen Ginsberg (si senta il ritmo, la verticalità del dettato, che sempre si alza, sempre si carica). La poesia di Mastropasqua è polifonica, oltre che corale. È, cioè, fatidica e giustapposta, determinata oltre che composita, intrecciata, complessa. Non è una poesia per tutti, ma sembra già ricordarlo la terza di copertina, dove si parla della collana “Il drago verde” della Fallone editore, diretta da Michele Zizzi, e ben chiara sulla linea alta che vuol tenere. Parliamo della aristocrazia della poesia, quindi di una poesia che non è né semplice, nel senso di diretta, né retorica. No.

In Viaggio salvatico il poeta imprime la forza del suo pensiero nella poesia, traducendo dai suoi testi le coordinate per dirigere l’intera opera verso concatenazioni di stelle, quindi di concetti, di intuizioni. Gianpaolo Mastropasqua affresca le pagine, ce ne rende la vastità in questo “eccesso di parole” che non è mai, quasi tenendo a mente la massima luziana, “eccesso di Parola”. Questi versi sono, in qualche modo, la prole; ma ancor prima gli amici; ancor prima una voce primordiale, originaria, antidiluviana, che sostiene tutto il discorso.

La realtà è più della somma delle parti”. Quello che ci porta a fare l’autore è leggere poesie, nel senso, quasi imposto dal taglio di ogni brano, di frequentare il linguaggio utilizzato, fino a diventarne padroni. A dire il vero si rimane sempre un po’ fuori, ammirati e anche intimoriti da questa nuova cosmogonia, da questa istanza profonda del reale che si fa più che reale, che si innalza ad architettura, a sinfonia, ovvero scardina il suono dal flusso naturale dei rumori, per renderlo qualcosa di attraversabile. Ecco noi attraversiamo ciò che della realtà è stato preso; ciò che dalla realtà arriva alla pagina in una forma contratta, spremuta e sintetica.

Discutere di questa raccolta non è facile, ma non è per paura del compito che ho scelto di evitare un’analisi capillare, specifica, aiutandomi magari con testi o con la prefazione, attentissima, di Giuseppe Conte. Ma, piuttosto, è quasi un’ipotesi di obbedienza, di ascolto totale verso questo cosmo, questo ex caos che trova, in un lavoro decennale, una compiutezza e una raffinatezza rarissime nel panorama poetico italiano.

Voce che si sostiene da sola, voce che affama nel propagarsi, la poesia di Gianpaolo Mastropasqua riscopre la complessità in ordini espressivi di grande sapienza, costruiti, è il caso di intendere letteralmente, ad arte. Ma ancora di più è una certa rotondità, una certa perizia, una certa attenzione musicale a stabilire il valore di questa ultima figlia (perché, io credo, che questo libro non possa essere figlio). Figlia dalle braccia assenti e dallo sguardo inviso ai più. Figlia che si sfracella nella strada, ma che, carica di energia, di fiamma, sbriciola il terreno intorno. La poesia di Mastropasqua è questo: una vena sapienziale concentrata in una potenza romantica e maledetta, una poesia mediterranea, che sa espandersi, che sa farsi epica quotidiana. Una grandezza e una spinta alla grandiosità che suggeriscono uno spirito titanico. Eppure, c’è qualcosa che ti inchioda con dolcezza, come una premura di maestro che t’illumini il cammino.

la copertina di Viaggio salvatico

Alcune poesie estratte dal libro:

dalla sezione Scherzo per uomo e orchestra

Scorpione in acquario

Nella camera del grido misurò la potenza
della perdita, l’acquisizione vocale
e sanguigna, il dolore nascituro,
la gola che capì l’ossigeno e l’immobilità
del mondo, la mancanza di rotazione
reciproca, l’assenza della danza;
solo volti animali e alieni, facce stupide,
masse o massi di buchi bianchi e il presagio
della somiglianza, dell’essere parenti
stretti, o rumore che mostrava i denti
e rubava il pollicino, adorato ossicino
ambito da cuore e fiati, nell’orchestra
materna, fiutava l’amore, la traccia
epidermica, la madornale voce.
Dopo molto lavoro e tragica luce
l’ombra covava, tra l’umido e il vapore
e addome l’abbandonò; mostrò a tutti
la nuova forza e il regalo, lo sforzo,
tutto quanto già di marcio e di umano
aveva in corpo: fu fare l’universo, farsi
a pezzi, lasciare le orbite e gli occhi appesi.

*

dalla sezione Sudaria

Parto rurale

Marcia che svegli l’erba sulla nuca e batti
tra le gravine sorvegliate dal bracciante lunare
con la falce millenaria e metà faccia bruciata,
passeggiano in campagne uomini secolari
sbucano dai pozzi o dalle grotte alberate
con i nomi grezzi e le ossa dolcissime,
hanno doline di figli, foreste di nipoti
e danzano in amore sui colli caveosi,
a volte richiamano dai timidi torrenti
o dai buchi neri delle querce siderali
si prendono cura dei poeti grillai
mentre cianciano coi cirri o scrivono l’aria
vegliano i nidi e la fame dei corvi,
quelle barbe imberbi di dèi divoranti,
o il sarcasmo rampante delle gazze ladre
che ammaliano i passeri per depredarli;
si inoltrano nel solco dei sassi per scivolare
nell’infanzia sonora di un presepe vivente
dove in vasi comunicanti nuotano paesi
con voci labirintiche e madri di pietralacrima.
Sono i reali lettori del suolo, i rimasti,
guardiani mormorei della lingua dei mondi,
gli altri mammiferi sono andati in letargo
con la pancia ripiena e i neuroni spenti
qualcuno ride dal tafanario e sfiata silenzio
qualcun altro è già masso da un pezzo.

*

L’ultima traccia il figlio

Cigno di carta disarmata madre
distesa sull’acqua gonfia di morte
un pennello d’astri tra dita ovattate
dipinge la vita sul vetro diluviato.
Le onde materne dondolavano la culla
insegnando l’oceano dove si addormentava
il crepuscolo, quando parole disegnavano
l’universo delle somiglianze nella mente.
Regina del pianto atomico abbandonata
in un lago di sillabe sciolte, mio padre
e i padri dalle ombre imponenti furono degni
del tuo seno, ma questi figli oramai dormono
privi del gene, senza labbra. Sulla tua fronte
la sera non può specchiarsi e il giorno non ha ore
per baciarti, io selvatico visionario inseguo
le tue pupille, nuvole fisse nel profilo lunare,
l’ultimo lupo si estingue da tempo, restano
i meticci netturbini, orfani di luce e grazia
che brancolano nel buio, digrignando i denti
per raccogliere l’aria ignota che disperdesti.
E quel vento arido dove più non volano
lucciole o filastrocche, ricorda l’aroma
di un corpo vivo, murato, tra Ovest
ed Est, il salice scalcia tra le mani
attende il fiume degli occhi quiescenti,
l’anemone tace, l’eredità è una lacrima.

*

dalla sezione Adagio limbico

Piazza degli eroi

Ci trovammo nella piazza imbandita della sera
nel nucleo di una tavola meccanica
come tante posate volanti, come macchine scolpite
nel capodanno preistorico della fame: cigolavano
le moire dell’equilibrio, le muse strepitose
del ferro, come lance definitive, come teoremi
a orologeria, prima dell’ultimo canto nuziale
vagavano a folle i mulini a vento, le imprese ruotanti
di una storia che da un futuro voleva essere
raccolta, raccontata, come una bimba! E scoppiava
in lacrime d’argento, fiorivano i tarli argentini
sfinivano nell’estasi come il diavolo del passo
e smarrimmo l’alfabeto nella folgore cenerina
ma la tecnica non bastò a disarmare il sogno
la festa è un passaggio fossile, un furto della polvere,
un ronzino che acceca la corsa, una morte accesa.

(nota: rappresentazione urbana del “Don Quijote” del Teatro Nucleo argentino)

Gianpaolo G. Mastropasqua