L’estate di Nuova Ciminiera – PIETRO CAGNI

da Adesso è tornare sempre (Le farfalle, 2015)

 

*

io non dimentico la somiglianza
la luce sull’incrocio prima di sera
non ascoltarmi se ti chiedo qualcosa
o ti stanco con troppo silenzio
sulle tue guance spegnimi gli occhi

*

non mi ha creato la morte
lo sai, il tuono della terra
sarà per me la tua voce
non so se è giorno, accesa
la carne, Dio lascia ancora
che mi guardi

*

ogni giorno ti chiamo, non posso
accogliere
se non in te la tua mancanza

rimani
sei intatto perdono
delle nostre deboli ciglia
il tuo nome insperato
che sugli occhi continua
a dilagare

*

adesso che appartieni a chi, di chi sei
con che occhi ci nutri di solitudine

Signore, dona loro la tua larva quotidiana
ma tienili, perché lasciano la presa
o si stringono
in quel momento nella tua

*

non ci saremmo più visti alla fine
saresti andato a seattle a suonare
o nel deserto della california
a invecchiare presto. e ogni sera
la breve meraviglia del silenzio
una primavera pazzesca sul tuo corpo

seattle di tutte le seattle
è leggera la tua dura zolla
la nostra schiena rimane a terra
e gli occhi
qui, non oltre. questo freddo
non è il tuo, a noi è preziosa figura

dagli casa, adesso, dimora

*

sul luogo dell’incidente
catania, come new york
senza notte, vestita di terra
dumnezeu, dumnezeu! sono lontane
le mie viscere, come navi sul fondo

dumnezeu! ho un fratello cinese
non conosce il tuo nome
è per lui il nome di sua madre

la memoria di te non è finita

*

a pesek il silenzio
era leggero, un passo
tra il buio e le labbra
io sono vostro
come sono di Dio
fondale oscuro dei rami e delle voci

 

 

Pietro Cagni (Palermo, 1990) vive e lavora a Catania, dove si è laureato in Lettere classiche con una tesi sulla Commedia. Ha promosso le due edizioni di “Poesia inChiostro”, progetto dell’associazione universitaria “La Traccia” in collaborazione con il Dipartimento di Scienze umanistiche. Tra i soci fondatori del “Centro di Poesia Contemporanea di Catania”, Adesso è tornare sempre è il suo libro d’esordio.

E, IN PIU’, CANTO. L’omaggio di Neri Marcorè a Fabrizio De André

di Filippo Davoli

È l’unica perla segreta mancante nel concerto. Giugno ’73. Quello che il nostro fa percepire come la perla preziosa nella miniera di diamanti dell’intero repertorio deandreiano. Ma in un certo senso c’è: perché è la trama, il fil rouge di questo splendido concept concert messo in scena da Neri Marcorè, che pazientemente l’ha sognato e costruito da quattro anni in qua. Insieme ai musicisti che si è andato a cercare, perché il risultato fosse quello che le tre standing ovations dello Sferisterio di Macerata gli hanno tributato. A ragione.

Tua madre ce l’ha molto con me, perché sono sposato e, in più, canto.
Il solido Marcorè, piovuto al successo dalla Marca picena. Perché era scritto così.  Parte per Bologna a iscriversi alla Scuola interpreti (prima lingua il tedesco), ma non sospetta neanche lui che diventerà realmente interprete in tutt’altra accezione. Ma non si monta la testa. Non ha spocchie di sorta, e – unico nel bestiario dello spettacolo – non ha due vite, due facce, due storie; nemmeno quella pubblica e quella privata. Non mette in piazza la propria intimità, ma è sempre sé stesso: dalla scena all’intimità, il solidissimo e tenero Marcorè. Che puntella il cuore perché non subisca contraccolpi, e al tempo stesso lo asciuga, lo affina, lo rende diafano perché possa interpretare la bellezza.

Non si capisce perché chi nasce interprete debba morire incasellato nel suo ruolo. Forse perché diventerebbe più controllabile? Più gestibile? Più… umano? Non ha capito – la “madre” che gli fa le pulci su Risorgimarche o che gli sottolinea l’esuberanza professionale quasi fosse un difetto e non il gusto dell’intelligenza di artigliare la vita, di andarla a toccare dovunque sa di poterla servire al meglio – non ha capito che è proprio la sua umanità ad essere servita sul piatto d’argento della bellezza.

È quanto accade anche stavolta, con il meraviglioso programma dedicato a De André: un ensamble d’archi diretti dal fiorentino Carlo Moreno Volpini, unitamente allo Gnu Quartet. E Neri in cima, con la sua chitarra che è una bandiera: la bandiera di Fabrizio De André, con la quale il grande cantautore segnò lo smarcamento con la poesia e si consacrò al cantautorato. Per sua stessa ammissione. Per sua stessa presa di posizione.

Marcorè imbraccia la chitarra come un fucile, la soverchia e la apre al cielo, detta i tempi all’orchestra, onora Faber – il quale sicuramente dev’essere presente in una sua qualche maniera, se nella voce di Neri così tanto riemerge, con quei suoi colori inconfondibili, indimenticabili.

Filippo Davoli e Neri Marcorè a fine concerto

Fedelissimo all’originale, Marcorè. Emozionante. Con-movente. In più di un passaggio siamo costretti – quasi – a chiudere gli occhi, a frenare l’emozione dirompente (e le lacrime). Non è una Minetta che fa Mina (come tristemente tocca sopportare certi tributi): è Neri Marcorè che canta Fabrizio De André. Ma lo fa con un rispetto, con un pudore, con una sapidità e con una maestria, che fanno bene al cuore. Che evoca De André e contemporaneamente è Marcorè. Asciutto, filologico, generoso, intonatissimo. Grande.

È la sua cifra stilistica: non gigioneggia mai, si appropria ma non stravolge nessun ruolo, nemmeno nelle imitazioni. Sottolinea con garbo, accompagna. Ha l’umiltà dei talenti veri, che sono sempre più rari. E forse, anche per questo, danno molto fastidio alle mezze tacche. Quale che ne sia l’impiego nello star system: artisti, critici, giornalisti, giornalai… Ma al popolo – che non è bue e mai lo è stato, con buona pace di taluni soloni – arriva fresca la ventata del talento.

Non alla “madre” (che è poi una quasi-suocera, in Giugno ’73). E’ una figura tipologica, che si aggrappa alle calcagna dell’artista e a colpi di fioretto tenta disperatamente di tirarlo giù (o di salire lui grazie allo strale che gli assesta).
La “madre” provinciale fa fatica a rapportarsi direttamente con la bellezza: deve creare un distinguo; ai matrimoni non si contenta dell’amore degli sposi. Deve guardare i dettagli dei vestiti, e trovare una pecca  perché – porca miseria – ci deve pur essere, qualcosa che non va!

Il popolo, invece, ha una sua grazia di stato – per così dire. Si sa coinvolgere. Si con-muove. E sorprendentemente, come un re Mida, Marcorè trasforma in oro quello che tocca (e fa toccare a noi attraverso di lui): presenta ed è il più educato,  recita e ti squassa. Imita e becca al volo i tic di chi imita. Canta e ti stende, perché lo fa con genio e nonchalance. E in tutto questo è ancora e sempre soltanto lui: così com’è nel privato. E così sulla scena: col suo gilet di vellutino (un caldo inenarrabile, ignoriamo quanto debba aver sofferto, ma è il suo e lui non ci rinuncia). Nella quotidianità. Nella semplicità. Che rimane la più spiazzante e difficile delle arti.

E insieme a lui, intorno a lui – perno indiscusso dell’intera operazione – le meraviglie dell’Orchestra Artem, mai retoriche e per niente barocche (come invece capitò nel peraltro buon disco della London Symphony Orchestra). Stefano Cabrera, violoncellista e arrangiatore, ne ha firmato con tocchi sapienti le evoluzioni (è lui che, con Neri, ha lavorato in questi quattro anni al progetto). Sarebbe una grave lacuna non coronare l’operazione con una più che meritoria incisione discografica.

Ai loro talentuosissimi musicisti, alle loro due coriste Flavia Barbacetto e Angelica Dettori, a Francesca Rapetti (flautista di Teresa De Sio), a Simone Talone (neopercussionista di Francesco De Gregori, scoperto proprio da Marcorè anni fa), al violino di Roberto Izzo e alla viola di Raffaele Rebaudengo, all’imperdibile Domenico Mariorenzi (piano, bouzouki e chitarre acustica e classica: il più duttile e brillante della band), a tutto quello che ci è capitato di sognare, di vedere, di ascoltare, va il plauso convinto per una serata fantastica.

L’estate di Nuova Ciminiera – GIUSEPPE ROSATO

da Il mare (DiFelice Edizioni, 2016)

la copertina del libro

*

Una memoria che il cuore non ha
più, ma giura che sa
che gli ritornerà.

Tutta la gioia che avrà all’incontro
non dice, la tiene da conto
per farsene una novità.

Affidarci a quel suono di treno di là
dal muro, al finito orizzonte
prima che tocchi il mare e il monte.

E udirci parlare piano,
sentire che qualcosa ritorni.

Le corse, il morire dei giorni,
la luna sulla tua mano.

*

Dici ci aspetta il nulla, che però
non è un luogo, né un passo di dogana,
un momento accertabile nel tempo.
Con noi, allora che saremo uguale
nulla, sarà l’impatto un insonoro
incontro, un non visibile
aborto di simbiosi. Andiamo dunque.
Se il nulla che ci aspetta sia
un visto, un nulla osta
per continuare ad essere
quello che già non siamo.

*

Accompagnava un battito di cuore
sconosciuto quella ventura nuova,
io lo sentii tornare ora per ora
a possedermi. Poi fu la quiete,
la grazia della quiete. Durò quanto
durò la vita governata
dal battito chetato
nel fermo approdo. Ogni mattina
una barca moveva dalla rada
e percorreva il giorno, protetto
da ogni furia di vento e di burrasca.
La memoria non dissipi quel tempo
nel tumulto del cuore che ora torna
e non chiede più quiete.

*

La luce dal suo primo nascere
ora scaglia per scaglia a prosciugare
d’ogni giorno che s’apre
la pazienza tenace di oscurare
fino all’ultimo lembo. C’era stata
la grazia del mattino,
dalla rada tu mi facevi cenno
di affrettarmi, non concedevi indugi
alla tua voglia matta di salpare.

*

Se dovesse annunciarsi la demenza
sarà un mattino di smemoratezza
o una notte di insonni ricercari
e poi sentirsi perso nella nebula
ma senza più soffrire il labirinto
cercando ali di cera. Così
andare ignari al transito
per campi senza strade e senza margini,
sentire dolce il vento tra i capelli,
non lancinarvi più l’assenza
di un’amata carezza.

*

Il suono di metallo che mi giunge
è del cantiere, non è lei che chiama,
la campanella sopra il comodino
è immobile. E poi la sua
è troppo esile voce per farsi
segnale dell’incontro.
Che ci sarà, vedrai – lei mi ammoniva.
Ora potrei provarmi a dirle
va bene, ci sarà: resto in attesa…

*

La barca capovolta
e l’estate è finita

(a un tratto dà di volta
così la nostra vita,
così annuncia il commiato
nella tarda stagione
il gabbiano calato
a fiore del sabbione)

 

Giuseppe Rosato (Lanciano, 1932) ha insegnato Lettere e lavorato per la RAI, collaborando a varie rubriche. Ha pubblicato numerose raccolte di versi in lingua e in dialetto, tra cu si ricordano L’acqua felice (1956), L’inganno della luce (2002), La distanza (2012), Ecche lu fredde (1986), La ‘ddore de la neve (2006), E’ tempe (2013). Ha ottenuto premi letterari, dal “Carducci” (1960) al “Pascoli” e “Frentano d’oro” (2010).

POESIA DI STRADA XXII EDIZIONE

di Filippo Davoli

Una interruzione a metà percorso, nell’estate di Nuova Ciminiera, per presentare il Bando della XXII edizione del Premio “Poesia di strada”.

Fu un’intuizione di Alessandro Seri, quella di affiancare – al Festival “Artistrada” del comune di Colmurano (MC) – un Premio di Poesia destinato a testi inediti, con la finalità della scoperta di nuove voci.

Fin qui, niente di così innovativo: sono molti (forse troppi) in Italia i premi di poesia.  Con poche varianti, la maggior parte di essi si sussegue senza valori di rilievo, ideato da comitati più o meno qualificati (più o meno qualificanti).
Li riconosci – quelli meno attendibili – dall’immancabile tassa di lettura e/o dal premio consistente in diplomi e targhe (ci sono aspiranti “alighierini” che collezionano una quantità inenarrabile di titoletti e titolini conquistati partecipando a un’infinità di queste kermesse): ma si può conferire un diploma a fronte di un testo soltanto? E anche se si trattasse di un capolavoro, si può ingabbiare la poesia in una targa? Si può ritenere davvero che una rondine faccia primavera?

Il Premio “Poesia di strada” non prevede tassa di lettura. E già questo non è poco. I premi per i primi tre è in denaro (la cifra è simbolica, ma comunque importante). Ma l’elemento più innovativo introdotto da Alessandro Seri, sin dalla prima edizione (e quest’anno siamo arrivati alla ventiduesima), è l’idea di far riprodurre i testi finalisti su grandi tele, da artisti che li fanno propri, per così dire, e li “vestono” alla loro maniera. Queste tele vengono appese nelle vie del borgo, sui muri del paese che accoglie la serata finale del Premio (quest’anno sarà il Comune di Pollenza, sempre in provincia di Macerata), attirando l’attenzione della gente, stimolando la curiosità, avvicinando in un modo del tutto originale il pubblico alle arti: tanto quella della parola quanto quella della pittura.

Naturalmente, la giuria critica esprime il proprio giudizio sui testi (obbligatoriamente tre per ogni autore). Il vincitore assoluto riceve inoltre l’opportunità di pubblicare gratuitamente i suoi testi (non soltanto i tre partecipanti al Premio) in un volume di minimo 70, massimo 100 pagine, nella collana “Le Piume” della Seri Editore: altra caratteristica in controtendenza mondiale (o quasi). Non un’antologia dei partecipanti (generalmente unici acquirenti del volume), ma un libro vero e proprio perché l’autore arrivato primo abbia la possibilità concreta di entrare nel mondo dell’editoria con un premio che è veramente un premio (considerato che editoria gratuita di qualità non esiste praticamente quasi più).
Si tratta, cioè, di un Premio che è andato crescendo negli anni: avendo, nella tenacia e nella costanza di Alessandro Seri e del gruppo che è riuscito a consolidare intorno al proprio progetto originario, la garanzia di un impegno durevole e circostanziato, potenziandosi di edizione in edizione.

Molti i nomi dei giurati, nel corso degli anni, tra cui si ricordano Maria Grazia Calandrone, Enrico De Lea, Massimo Sannelli, Renata Morresi, Giampaolo Vincenzi,  Cristina Babino e lo stesso Alessandro Seri. 

Qui di seguito i testi di alcuni degli autori finalisti delle scorse edizioni:

Adelelmo Ruggieri (2012)

LA MEZZA LUCE
Certe volte non ce la faccio a dire:
io – come fossi smarrito in un chiasmo
ma viene un ohi, al posto della chiosa
il primo verso, ai blocchi di partenza
l’ultima sillaba, ma a metà ottava
(già è passata) ricomincio a capire:
tutto dove doveva stare stava:
la mezza luce, il chiasso e io e tu e noi e ohi.

 

DANILO MANDOLINI (2010)

Provo a trattenere un po’ del tempo
che sgorgando cancella le parole.

Ora cado, mentre cado, con la pioggia
verso il basso disegnando questo giorno.

“Ricopriti lo sguardo!” fa un passante.
“A cucchiaio le mani sopra gli occhi.

Lascia che il buio sia un po’ luce,
che nulla t’impedisca di morire”.

 

FRANCA MANCINELLI (2005)

qua dove ogni parola è ramo rotto
albero di musica in riva al mare

quale piaga insieme siamo
distanti

solo arsa saliva pesto petto,
ma se gli occhi appoggiassero ai tuoi occhi
ogni nodo al sangue sarebbe fuoco

 

LUCA ARIANO (2015)

Ammettilo Fiulin
anche tu vorresti il posto fisso
“E’ la vostra generazione…” – dicono.
Accedere a un mutuo,
comprare una casetta con giardino,
un cane che gioca con Teresa
mentre curi il prato…
le erbe aromatiche.
Anche l’Enrico lo vorrebbe,
ci pensa in quel paese, dieci anni dopo:
lei sposata, due splendidi bambini,
un marito premuroso.
Saluta rapido, con cortesia
ma dietro la curva non ci pensa più.
Si ricorderà delle cassette
di canzoni d’amore?
Dicono prima di una vacanza
con ancora in bocca l’illusione di un bacio.
Passa il treno per Genova, le luci
della sera su case… cantieri
e giuri che la prossima volta non verrai solo.

 

L’estate di Nuova Ciminiera – REMO PAGNANELLI

da Quasi un consuntivo. 1975-1987 (Donzelli Poesia, 2017)

 

*

Mi riprendeva il gioco
del palmo nella mano,
anche l’azzurro bagliore del fondo
anche lo scherzo muto, l’inganno in agguato.
Strano ch’io ricordi della tua mano
il solo limitare come di una vita ancorata
con l’anulare a una boa che si spezza,
strano non aver detto nulla – il cielo
parlava per me schietto e gentile, coprendo
lordure e zone d’ombra.

*

Ondate di scirocco , della nuova estate
dietro il temporale, zaffate di frescura insperata
e assalti di delirio;
così mi confonde il mio amore
imbelletato e strano e non so se ridere
con trasporto o separarmi
tramite una cortina di pianto.
Addosso avrei una inespressa voglia,
ma tu non darmi retta, svolta e sparisci dietro l’angolo,
dimentico nel mattino odoroso.

*

Mia ombra mio doppio,
talvolta amico ma più spesso
straniero che mi infuria ostinato,
mio calco che nessuna malta riempie,
fantasma appena colto,
di te ho centinaia di fotogrammi
sfrenati dalle corse, trattenuti
nelle reti, mio ombrello protettivo
paratutto, già cieco già binomio d’altro,
convengo con te quel che segue.
Niente di umano scoperchia la follia.

*

(dai versi il mio (?) dramma non traspare,
come nulla filtra dalla selva autunnale.
E’ un tale mare, però, talvolta…)

*

quando stai per morire e fra nubi e pioggia
ciondolando si rifanno vivi puntualmente
gli apici gialli dell’alberello e spirano
gonfi i rossi consolatori…………………………………….
ti sembra di tornare (non lo potresti,
la vela ha passato ora la porta crepuscolare)

*

mio padre eterno estremo servo
che mai ho reso libero né liberato
raccoglie nella stanza le palle di neve
del mio lavoro, le carte arrotolate
di un passatempo scambiato per valore,
segni (per essere giusti) di un rigore
insanguinato

*

per tutto il tempo boschi rossi

chissà com’è l’autunno lassù
(verdi che possono cambiarsi
in fragranti lane friabili piogge)

oh, le macchie della mente incendiate dagli incendi

macchie proprio (e capelli allo stesso modo,
dello stesso tono)

ma pare che una cenere li avvolga
cresciuti e scuri, intere foreste prima che,
(è allora che il resto dello sfolgorio s’avventa,
ci stringe)

che tristezza rotolarsi nel vento,
così in pochi, fra i pochi restati,
nelle folate delle gallerie

 

Remo Pagnanelli (Macerata, 1955 – 1987) ha fondato e diretto, con Guido Garufi, la rivista di poesia “Verso” nel 1980. Tra le sue opere poetiche si ricordano Dopo (Forum, 1981), Musica da viaggio (Antonio Olmi, 1984), Atelier d’inverno (Accademia Montelliana, 1985) e, pubblicato postumo, Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, 1988). A cura di Eugenio De Signoribus è uscito Epigrammi dell’inconsistenza (Stamperia dell’arancio, 1992). Nel 1985 ha ricevuto il Premio “Montale” per l’inedito, pubblicato per i tipi di Scheiwiller nel 1986 col titolo de L’orto botanico. Tra i suoi scritti critici, La ripetizione dell’esistere (Scheiwiller, 1981) dedicato a Vittorio Sereni; e, postumo, Fortini (il lavoro editoriale, 1988).

L’estate di Nuova Ciminiera – PIETRO RUSSO

da A questa vertigine (Italic, 2016)

 

Per testimonianza e linea di basso

I
Ma la stella, la stella non l’abbiamo vista.
Il tempo di abbassare la testa,
montare le tende nell’informe deserto
una volta, oltre l’occhio e il suo limite.
Dopo
sono arrivati i mangiafuoco, le danzatrici del ventre
i burocrati con i loro geroglifici nero su bianco.
Non credevamo, in coscienza, di fissarlo
il nostro accampamento con gli anni
allargato, solo che abbiamo scordato
la stella e i muscoli del collo
hanno fatto presto a adattarsi di conseguenza.

II
Dubito fosse questione di maglie rotte
(a posteriori si fanno e si disfano
sembrano un’onda sulla rena)
la notte che non prendemmo niente
e quella dopo anche. Quindi capirete,
che c’è da perdere compagni
a seguire questo volto bizantino
o fiammingo o d’avanguardia, ora
sfigurato dalla lebbra ora immigrato, raccolto
in un suo cielo quando lo sbirciamo
a prua, forse ancora in parte diffidenti?
Eccoci dunque imbarcati al largo
gettare la rete accomodata dalle mogli
attendere lo strappo all’amo, l’abbocco.

III
Ecco che fa l’ingresso nell’arena.
Il pubblico invasato aperto
come un Mar Rosso di carne per lasciargli il passaggio.
Chi si sgola per un autografo, altri sgomitano
per un’intervista. Tutto molto prevedibile
e in sé previsto.
Largo alla star, al mito, alla divina celebrità
riconosciuta all’unisono, osanna
intanto che avanza con già addosso il sudario
dell’abbandono imminente, lo sai, certo
che dopo il primo spot il copione cambia.
Avanti il prossimo e che muoia
sbranato dalle belve o nell’anonimato
che differenza fa?

IV
Siamo qui, in quest’ora di carne e paura
e tu dietro quel rinforzo di cemento?
O nell’occhio del gufo o in che ansa del vento?
Sarebbe più facile dire: ecco, questa notte ti nego.
Ma non il corpo. Con il corpo ti cerco. Il corpo
non finge. Avvicina il calice, se devi, sono
un’anima triste e questa cicatrice
fino alla morte.
Diminuisci, nella grazia, il nostro ego.

V
A Damasco, il giorno che la luce sfondò lo spazio
c’ero anche io. Ero il terzo incomodo, l’intruso
dietro il pezzato che alza lo zoccolo,
quello che entra per sbaglio nelle foto.
Deve essere stato forte davvero il flash
ripensando il nitrito e il terrore della bestia
e poi l’urlo, il tondo sordo sul selciato.
Tenere salde le redini, la mia parte nella storia.
Perdonatemi ma
attimi come quello li conosci se hai visto,
se davvero sai cos’è peccare.

 

 

Pietro Russo è nato a Catania, dove insegna materie letterarie nei licei e lingua italiana agli stranieri presso la locale Società Dante Alighieri, di cui è anche responsabile delle attività culturali. Collabora con diverse riviste sia cartacee che online. Ha pubblicato il saggio La memoria e lo specchio. Parole del Petrarca nella poesia di Sereni (Bonanno, 2013). E’ socio fondatore del Centro di Poesia Contemporanea di Catania, di cui è anche segretario.

 

L’estate di Nuova Ciminiera con GIAN RUGGERO MANZONI

IL TANGO DEI MANICHINI

*
Fin sotto l’entrata più alta, del mito, egli coglie la vertigine.
Carico di molecole, atomi, cellule, ammassi nervosi, che la scienza finora
ha chiamato con nomi, ma di cui nulla si sa del perché, del dire,
della voce o del segno che ne sgorga, vicino a noi, lontano da noi,
per raschio di femore o costola, di uomo trasformato in donna,
che solo così può divenire genesi votata all’eterno, con palpito, con ansia,
con tenaglia nel ventre di chi produce luce, poi ombra, poi luce, poi di nuovo
il creato, nel bagliore del paradiso o dell’inferno, o in quell’incompiuto
egli, ingigantisce il gusto del suono, il profumo della parola, il tocco della grafite,
l’udito della lingua, lo sguardo della mano, l’intuizione della vita
e quella mescolanza di elementi e di combustioni.

*
Dal suo seno sgorgava latte, e latte dai genitali
del maschio e della femmina, uniti in un inguine di effusioni.
L’ermafrodito, l’eterno incarnato, ha mani da gigante per cogliere le strutture.
Egli… o lei… incrocia passi di tango sui legni del cantiere
per dare compiutezza al suo essere, muovendosi con sensualità e disciplina
assieme.
Fu oracolo per millenni, oggi medico che cura le piaghe da decubito,
le ulcere dell’incontinente, l’enfisema degli ansiosi.
Nell’esedra del tempio è posto un vaso, di sangue e azzurro i suoi
colori.
In esso dimorano i bambini mai nati del pianeta, e il boia guercio del re
o dell’imperatore.
Tra quei fanciulli chi prenderà il posto dell’esecutore, chi avrà
la sua fune, la mannaia, il cappuccio.
A volte si rimane stupiti da ciò che propongono le architetture.
Quel che pare curvo diviene asta conficcata nel cuore,
e ciò che dritto sembra penetrare, invece si adatta a insenature,
svolte, ascensioni, quindi a fisiologiche morfologie umane…
a labirintici piani di comunicazione … poi a un’auto fecondazione
vissuta con la naturalezza, della chiocciola o del mollusco.

*
Aggrappato alle reti, il pescatore di misteri traina la scialuppa.
L’androgino è fra i tanti, metamorfosi di ciò che fu diviso, ma ora
nell’oltre congiunto.
È sua visione la creola che custodisce i capelli, intrisi di profumi di cottura.
Così il nero e il bianco riuniti, ché sulla sua pelle
traccio mappe con lo stilo, com’è la terra vista dalle stelle.
Che sia la bellezza quel solo dono, fragile d’origine, che ci viene concesso?
Al che lui mormorò estraneo: “Tutto è già dato; portatemi dei veri eroi
e labbra carnose da assaporare… datemi cavalli da montare, e prati di erica su cui stendere tovaglie. Datemi vino e acquavite in abbondanza, e formaggi e pane, ché, appoggiato alla colonna, ammiri il panorama. Datemi di voi l’attenzione, che possa insegnarvi che nulla si vince, se non il marmo e quella pace; nulla si conquista,
se non un briciolo di gloria, poi il freddo, delle tante rimembranze.”

*
Per scrivere, o tracciare su carta, delicato è usare vecchi appunti,
o schizzi, o fermi d’idee, che risalgono a infiniti anni prima, quando giovane
credevi che il pensare poi il dire potesse risolvere l’esistenza
in un tratto di penna, in un graffio, in un gesto che ti rendesse
memoria e passaggio di presenza.
Ancora conservo quaderni e album di quando mio padre viveva.
Incorreggibile ricercare (a vita) un assoluto
quando l’assoluto è nel momento
che non raccoglie ciò che fu, o ciò che resta
della cenere che mani amorose
quel giorno spargeranno nello zefiro.

*
Fin sotto la soglia… quindi… del mistero o del punto limite… fin sotto,
ai piedi del divino, o di ciò che reputiamo tale, egli sta
sempre ai piedi del sacro tabernacolo, dell’unico o dei tanti, del magico,
dell’inaspettato.
Sotto, nel ruolo che gli compete, genuflesso, inginocchiato, prono, ammaliato…sublimis… nel sub e nel limus… in quel che di obliquo, e mai retto,
la curva dell’universo compone ecco finalmente l’opera,
che esercita effetti sull’anima, poi spasmi nel corpo, svenimento, tremore,
convulsioni, o respiro, forse, tracciato in disegni o in profili di dita non più tue,
ma di angelo che insiste per dono consegnato, per altro, per ciò che sfugge,
per ciò che solo si avverte, ma non perdona, e mai reca compimento, e mai
reca (col supremo) una solida ingiunzione.

*
“Forse che il più sublime esercizio dell’arte sia dare,
a ciò che sembra vuoto di senso, una ragione o, nell’illogico,
una passione da rimanerne ciechi?”

Il più sublime atto di disprezzo è la misericordia.

L’arte è il pareggiare i conti con colui che della tua diversità
ha sorriso, pensando che la vendetta mai potesse coglierlo…
mai potesse (di rimando) ferirlo.

*
Che condizione abnorme e gravosa, l’essere umano. Che forza, nel segnare
la propria comparsa, la propria scomparsa, nel tracciare confini, nel cercare
di non perdere diario, consapevole di un nulla che incombe, a cui dare forma
con ciclopico orgoglio, a volte con superbia, poi col mea culpa, quindi
con lo sconforto.
Che mente, ha l’uomo, e che mente che mente quel blocco di materia
che sta entro il capo di cui non sappiamo nulla, se non le sue rivolte
o le assenze, per millenni dovute… per millenni nascoste… per millenni
disperse, nella melanconia delle comete.
Perché, e infine, il rendersi conto, l’essere nell’essere un occhio che vede l’altro,
oppure il sole, se non fosse già altro e sole l’occhio stesso, così come il cuore
non coglierebbe il bello, se non fosse già bello in sé, e sostegno di tale                    funzione.
Spazio di smarrimento e frustrazione, per dare primato al sublime sul bello,
quando il bello si lascia, varcata la soglia, superata l’entrata, scardinata la porta,
nell’oltre che investe di luce o buio, di accecante scoperta o di tenebroso e
inimmaginabile confronto.

*
Avrete inteso che parlo di un mondo ferrigno, dove, se togli la lotta,
l’amore svanisce.
Abbi cura di te, pensa al nostro bambino, appoggia l’istrice imbalsamato
sul petto e getta l’orchidea nel pozzo, là dove ci baciammo quella volta
e poi giacemmo assieme, finalmente diversi per unione
ma uno, per discorsi e attenzioni.
Parlo di un mondo ferrigno… di un mondo che ti taglia e ti cuce
per darti piacere, per insegnarti il tramonto, per indurti al principio
o per sfruttare il sublime, quale pubblico insulto.

*
Guerre, carestie, catastrofi, vortici d’aria e maree
pare che la natura rendano estranea, altra, un migrare lontano
che riversa l’uomo in un angolo, non complice a un sistema…
ma l’uomo applica concentrazione e spalle curve, spalle di fatica
dorso, cosce, quale mulo da soma
e s’impone, contro un destino che lo rende infimo e ridicolo,
sgomento, senza senso, senza scopo, e, di certo, senza ragione.

*
Solo così non esiste più orrore, non trema il labbro, il fiato non è più corto,
perché non hai più bocca, più polmoni, più materia che imprigiona… più corpo
che non seduce o si corrompe, ma solo spirito che avvolge, capovolto il nascere,
capovolto il morire, l’andare e il venire, la felicità e la prostrazione, il dominio
e il nudo rimorso dell’avere inseguito ciò che vano l’esistere impone
lasciata quella sorte, carezzato il silenzio, imbavagliato il rantolo,
finalmente muto… finalmente giunto, all’appagante ascolto di un colore.

*
L’assurdo spinge a cercare il bello, l’irrazionale il sublime
quale unica risposta al perdurante rimbalzo di domande
senza teoria e opinione.
Che condizione sospensiva, che continuo limbo
in cui l’oracolo acquista la funzione del laudano
quando la malattia si ramifica, sconvolge, appesta
e la vergine dei miracoli ha girato la testa
rifiutando anche il figlio, la gravidanza, la concezione.

 

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Gian Riggero Manzoni

Gian Ruggero Manzoni è nato nel 1957 a Lugo, dove vive e lavora. Pittore, poeta, scrittore e critico d’arte, ha fondato nel 1979-80 il movimento del “Visceralismo”.   nel 1981 esce a Parigi Science (verb total) et classicisme (continué), Manifesto poetico firmato da Manzoni e da sei intellettuali e artisti ebrei: Joseph Lebacarre, Isaie Toaff, Yacov Fesira, Nathan Ferrara, Max Argov, Samgard Funaro. Nello stesso anno incontra il pittore Omar Galliani, col quale inizia una proficua collaborazione. Allaccia i primi contatti con gli artisti della Transavanguardia, in particolare con Enzo Cucchi e Mimmo Paladino, poi con Nino Longobardi. Nel 1984, invitato dalla storica dell’arte Marisa Vescovo,  partecipa ai lavori della XLI edizione dellaBiennale di Venezia, diretta da Maurizio Calvesi, curando assieme a Valerio Magrelli la Sezione Poesia per “Arte allo Specchio”. Ha pubblicato per Feltrinelli, Scheiwiller, Campanotto, Moby Dick, Moretti & Vitali, Sansoni, Il Saggiatore, Crocetti, Skirà, Emede, in Argentina, Guaraldi e Matthes & Seitz Verlag, in Germania. E’ tradotto e pubblicato in Grecia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Uruguay, Argentina, USA e Spagna. Nel 2019 ha pubblicato due libri: Il risolutore, con lo scrittore e giornalista Pier Paolo Giannubilo, per i tipi di Rizzoli (finalista allo Strega); e il libro di versi Nel profumo delle catacombe (per i tipi de “L’arcolaio).   

L’estate di Nuova Ciminiera – GIANFRANCO LAURETANO

da Rinascere da vecchi (puntoacapo, 2017)

*

Il lavavetri chiede posso dicono no
sorride, torna nel sudicio pezzo di prato
ritagliato da fiumi d’asfalto
e canticchia il corano all’incrocio
l’orizzonte dello svincolo
una Bologna di vecchi condominî
fiumi di macchine e camion
palazzi popolari parallelepipedi
croste d’intonaco grigio
grigia gente, grigia fine di giorno
rumore nel sangue aria da conato
fiumi di cemento sulla terra
sembra cemento anche il cielo
che vita, che vita abbrutita ma
un piccolo maomettano
canticchia il corano sorride
e non sembra sottomesso
non è di questo mondo
ma mio fratello, di me infedele
fratello felice di uno mandato
a sciogliere inni ad un padre
dove il Padre sembrava impossibile.

*

Non fa mai giorno sul mondo tutto intero
qui il buio s’allarga ma un po’ oltre
le ombre si ritirano sotto le cose
e come il tempo si complica lo spazio
non si distinguono bene e male
ogni strada cammina sul baratro.
Eppure in questo paesaggio grigio
con la nebbia sfrontata sui colli
qualcosa da secoli incede
una sollevazione nel gelo, sommossa
che muove la materia fino all’osso
anche qui, dentro l’inverno, nel buio
durevole e morto di gennaio
l’erba ghiacciata del campetto
i frutteti stecchiti, la terra
assolutamente addormentata
la rarità degli uccelli che si appressano
con inedito coraggio alle finestre
anche nelle anime, le nostre
così rassomiglianti alla stagione
avanza la rivolta, corre da sempre
un’insurrezione. Anche noi
risorgiamo come il mondo intero
tutto sta levandosi, adesso
nell’inverno reale e apparente
adesso ossa e anime risorgono
adesso arriva la rivoluzione.

*

Ho fatto un sogno con una ragazza
e c’erano due me
e uno le diceva il suo amore
ma l’altro era più vecchio
si ritraeva, incapace e vergognoso

eppure tutto l’amore dichiarato
tutto il fiume di affezione lo investiva
e convertiva, come un antico bene

perché un amante non fa calcoli
si rtrova in balia dell’amata
e ama anche quella tempesta
appeso a labbra misteriose
alla navicella di un cuore in tumulto
nell’oceano dell’età ama quel tumulto
il vuoto che si apre nell’altro

e per esso accetta ogni penitenza
ogni esercizio spirituale
per l’ultima volta sanerebbe i suo vizî
volgerebbe totalmente lo sguardo
per ritrovarsi risorto nell’amata.

*

E’ della giovinezza innamorarsi.
Nell’amore dei vecchi c’è un morbo
una malattia del calcolo, la demenza
del possesso che porta all’omicidio
dell’amore. Nel mio sogno
allora i due me amavano
e al contempo avevano nostalgia
dell’amore dei giovani
il loro salto nel tumulto.

*

Mia figlia riceve i fiori
diciassette anni e un innamorato
addirittura non corrisposto
l’ha attesa per un pezzo
al portone del palazzo
per consegnarle un mazzo sontuoso
chiederle scusa per chissà che litigio
e poi è scappato via. Mia figlia
è al centro della guerra dell’amore
la più bella e spietata
quella che lascia sul campo
vittime su vittime e qualche vincitore
e non sa quanto io faccia il tifo per lei
e per il suo amore, che vedo fiorire
come il mazzo che riempie il salotto
e non sa che sto combattendo anch’io
dentro la stessa guerra.

*

Le auto fanno ressa
già di fronte a casa.
In ogni abitacolo un corpo
e i suoi pensieri avvinghiati.
Nuvole di scarichi e di dubbi
oscurano le vie e nel traffico
emozioni emozioni c’inseguono
incollate ai nostri gesti
che hanno le identiche movenze
di quei sentimenti, dei sogni
che non si staccano dai corpi.
E io non so più dove sei
ti ho persa perché abbiamo strade
separate e anche i sentimenti
che abbiamo tentato di narrarci
seguono itinerari differenti.

Gianfranco Lauretano è nato nel 1962, vive e lavora a Cesena. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi di poesia Preghiera nel corpo (1997), Occorreva che nascessi (2004), Di una notte morente (2016). Ha tradotto Il cavaliere di bronzo di Puskin (Raffaelli, 2003) e La pietra di Mandel’stam (Il Saggiatore, 2014). In ambito saggistico si ricordano La traccia di Cesare Pavese (Rizzoli, 2013), Incontri con Clemente Rebora (Rizzoli, 2013) e Il crepuscolo dell’incanto (Raffaelli, 2016). Dirige la rivista “Graphie”.

L’estate di Nuova Ciminiera – ANNALISA CIAMPALINI

da Le distrazioni del viaggio (Samuele Editore, 2018)

 

*
Io che scrivo vicino a una finestra
talvolta vedo il mare attraverso i vetri
lo vedo avanzare fino al mio portone
e la mia casa diventa scoglio tempestoso.
Il mare tra le mani è solo un sorso
d’acqua, l’azzurro vero è nelle vastità.
La costa prende vita dagli occhi.

*

Roma arde nella luce di luglio
giace con pigrizia orizzontale,
nella distrazione dissolve il suo passato.
Tu invece continui a sezionare la città,
a voler tenere la luce tra le mani.
Sogni di scavare in verticale,
di trovare una dimensione all’eterno.

*

La donna che ci ospita ha mani calde e forti
e porta con sé il silenzio della terra.
Le ore annullate dal viaggio si ricompongono
nell’annebbiarsi della sera, si insediano
in queste case di confine, nel precipizio
delle mura. Le finestre al mattino
ci guardano, sognano il viaggio che faremo.

*

Certe persone chiedono riposo eterno
tu, invece, vivi nelle trasparenze.
Con la precisione dell’amore
conti i letti nelle stanze smisurate
e metti un seme sotto le mie palpebre.
Al mattino le strade bisbigliano,
tramano un disegno comune.
Nelle piazze spargimento di luce.

*

Prima di spirare alcuni fiori
mutano i petali in aureola pallida.
L’aria attorno cerca somiglianza
perde affinità con l’altitudine
lascia che la morte allunghi la sua mano.
Poi la luce irrompe nelle fronde
e ci alziamo del tutto ricomposti
come se fragilità non fosse ogni nostra vena
e l’intero disegno del giorno.

*

Si celebra l’arrivo nel vento del cortile
la luce migra senza impronte né clamore.
L’aria si posa sulle nostre teste chine
ci battezza tutte con lo stesso nome.
E’ strano vedere come in questa fredda quiete
ogni cosa si consumi lentamente,
come tutto alla fine si somigli.

*

Ci vuole un canto nuovo per l’inverno che verrà,
ricami d’oro che lo fermino in leggenda,
lo splendore del grano sempre da una parte
a opporsi al sonno della terra. Il lamento
del lupo alle finestre quando rincasare
è solo un nocciolo di legno e i gesti
si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura.

 


Annalisa Ciampalini (Firenze, 1968), oltre a Le distrazioni del viaggio, ha pubblicato le raccolte L’istante si dilata (Ibiscos, 2008) e L’assenza (Ladolfi Editore, 2014).

L’estate di Nuova Ciminiera – EVELINA DE SIGNORIBUS

da Le notti aspre (il canneto editore, Genova, 2018)

la copertina del libro

*

Eri vicino a queste mani
ma non immune dalla salvezza

eppure deve esserci un nodo
in cui trovare l’origine dell’errore
che non sia il peccato della nascita
né un trauma casuale

eri ragione di vita e non disciplina
né studio o concetto
eri già all’alba sveglio
pronto sull’uscio

ti ho aperto quella mattina
e che sia la tua vita un filo, la mia traccia.

*

Ti porto con me in altri volti
dove sei salvo e protetto,
nulla è diretto a colpirti.
Ma quando non so dove vivi
vive la mia immaginazione.

Il tuo sguardo è mimetizzato
l’aria umida d’un tratto
il viso meno marcato
ma scorgo la tua dimora,
oggi sei nella pupilla:
l’illusione si dilata
per riceverti.

*

Non so dirti ora la parola che sento.
Riesco a captarne lo strascico, come chi
ripassa la corona tra le dita
e ha un credo di respiri brevi.

Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo,
se è un posto dove abbiamo vissuto
se salivamo le scale o non c’erano gradini.
Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo.
Avevi voce? Avevo vita?
Mi occorre sapere se ricordi
perché io altro non so che eri tu.

*

Se solo questi inverni
non fossero stati un flagello
di monti scoronati e scalzi
che entrano nelle case senza bussare
e infangano i tuoi piedi e i tuoi beni
custoditi, solo quelli, con i denti

hanno ragione i monti – i morti
a mostrarti la fine e il daccapo.

*

Nell’ora in cui hai un solo pensiero
il mare trema e le spighe muovono il campo
tutto chiama al ritorno
ma le strade non sono mai state così tante
da desiderarne che una sola, chiara

mutano i colori, cambia il tempo, scorgi il cielo
che nero avanza: mai inquinare le fonti
perché si sta alla sete come ai ricordi.

*

Si specchiano i sogni
anche ad occhi chiusi

sulle mura non ci sono più rovi
né vi è dipinto il labirinto

è forse tratteggiato sottoterra
il passaggio per la sopravvivenza.

 


Evelina De Signoribus 
si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi sulla poesia di Paolo Volponi. Alcune sue sequenze poetiche sono apparse su “Nuovi Argomenti”, “Il Caffè illustrato” e in antologie. Ha pubblicato il quaderno di racconti La capitale straniera (Quodlibet, 2008) e la raccolta di poesie Provincia d’inverno (Catalini e Santoni, 2009).