LE EPIFANIE DI FRANCESCO ASTIASO GARCIA. Un ponte tra Cina e Occidente

di Filippo Davoli

C’è soltanto un rischio (ma molto serio), nello sfogliare il meraviglioso volume fotografico  “Epifanie” dell’artista romano Francesco Astiaso Garcia: quello di rimanere coinvolti, sconvolti ed estasiati su ogni pagina, senza riuscire a muoversene per parecchio tempo. Un incantamento che è anche un incatenamento.

 

Ho conosciuto Francesco parecchi anni orsono: ne ho avuto la fortuna, ma vorrei dire la grazia, in occasione di una sua mostra pittorica che si teneva nelle Marche, presso l’Abbazia di Rambona. Siamo diventati buoni amici, e ho avuto modo di conoscerlo più a fondo, pur riuscendo a frequentarlo meno di quanto mi sarebbe piaciuto.

In lui, nel suo approcciare il mondo (e la bellezza che segretamente lo pervade), ho sempre ammirato (ed approvato) la libertà totale dello sguardo, la fondamentale innocenza dell’approccio, la difficile arte della semplicità che appartiene agli artisti veri, a quelli cioè che non decidono da sé stessi che cosa fare da grandi, ma scoprono in sé una vocazione particolare all’ascolto, all’attenzione, all’apertura di sé, all’accoglienza della voce che chiede di essere interpretata e detta.

È la vocazione dei poeti e dei pittori, dei musicisti e dei fotografi d’arte. È la vocazione primaria degli artisti, quale che ne sia l’ambito di intervento e di ricognizione; qualcosa che sta prima della specializzazione e che, tuttavia, sta anche durante e dopo. Ma in un’ottica privilegiata di servizio e mai di possesso. Ideale ma non ideologica.

Geniale ritrattista nelle velature, funambolo inesausto in un arioso colorismo astratto che tuttavia mai si disgiunge dalla carne e dalla vita, delicato interprete dell’umanità più nuda che sa farsi diafana a ciò che di più intimo e sovrannaturale reca nascosto nel suo più profondo, oggi lo ritroviamo fotografo: del mondo, di alcuni suoi luoghi che parrebbero anonimi e invece ci riguardano, di scorci d’anima che suggeriscono Dio nelle pieghe del quotidiano, attraverso la categoria che più gli è propria: la bellezza.

Occorrerà anzitutto puntualizzare di quale bellezza si stia parlando. Se ne è occupata la Fondazione “Padre Matteo Ricci” di Macerata in un convegno tenutosi lo scorso 7 giugno presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, col Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un telegramma di saluto del Presidente della Repubblica, e l’intervento di personalità come Paolo Ruffini (Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Città del Vaticano), Song Haojie (Deputy Director Heritage and Culture Centre of Shanghai), il Prof. Li Tiangang (Chair of Department of Religiours Studies Fudan University di Shanghai), Licia Colò (autrice televisiva e scrittrice), Eusebio Astiaso Garcia (catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale).

È grazie alla Fondazione che è stato pubblicato il volume di cui stiamo parlando: “Epifanie” (in due versioni: una in italiano e l’altra in cinese). Perché Astiaso Garcia, nel fotografare la bellezza scovata in quindici anni di ricerca attraverso i continenti, ha inteso costruire un ponte tra Italia e Cina, tra la visione occidentale della bellezza e quella orientale. E pone – a didascalia di ogni pagina – testi e riflessioni di autori atei e credenti, orientali e occidentali, dedicati al tema della bellezza.

la veste editoriale in italiano del volume

Come scrive François Cheng, “Al primo approccio la visione della bellezza occidentale e quella orientale appaiono molto diverse ma quando il soggetto viene approfondito fino a raggiungere i sensi, siamo toccati dallo stesso mistero indicibile che ci abbraccia. In questo senso, lo scambio e il dialogo sono costruttivi e necessari”.

E in questo processo, gli artisti sono fondamentali perché – come ha detto Paolo Ruffini nel suo prezioso intervento – “gli artisti vedono e fanno vedere le cose al di là della loro apparenza. Com’è difficile vedere, senza l’Epifania. Ogni particella del creato porta iscritta in sé una traccia, un codice, un orientamento, tanto che il mondo intero si presenta come una parola. E l’uomo può contemplare così il cosmo non solo da fuori, ma anche dall’interno. Può vedere ciò che è visibile unito con ciò che è invisibile. Perché la bellezza di quel che vede gli racconta ciò che non vede. (…) Lo sguardo catturato dalle Epifanie è lo sguardo contemplativo che fa passare la luce, che fa passare il Logos. L’arte del vedere (e del rivelare) è dunque una vera contemplazione, una forza trasformatrice e creatrice. Una forza che attraverso la trasformazione del cuore e dello sguardo trasforma realmente anche il mondo. Una forza che permette di ricondurre tutto ad unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite aprendo una finestra sull’eternità.”

 

La forza degli scatti di Francesco Astiaso Garcia, dunque, non sta tanto nel sapére come catturare un luogo e proporlo al nostro sguardo (e lui sa come fare, non è un improvvisatore), quanto nel sàpere, ossia nella gratitudine di un’accoglienza che è prima di tutto sua, che lo interpella e si serve della sua disponibilità, per essere partecipata – attraverso di lui – a tutti noi.

Questa umiltà dell’approccio che lascia trapelare la luce, la bellezza, in definitiva l’amore che riempie e dà senso ad ogni cosa, emerge in maniera lampante e dirimente, nelle sue opere fotografiche.

Dice lui stesso, durante il convegno, raccontando questo suo lavoro:

“Mi piace considerare quest’opera come un progetto di pace e di bellezza, luogo d’incontro e di dialogo tra l’Occidente cristiano e la cultura cinese. (…) Nel cuore d’ogni uomo c’è un profondo anelito alla verità e al suo splendore: Sant’Agostino definiva la bellezza splendor veritatis. La verità unisce l’Oriente e l’Occidente, la bellezza unisce tutti e tutto. L’animo umano è abitato dal desiderio di trascendere tutti i limiti, la bellezza è fragile custode di questo insopprimibile anelito. Custodire il creato significa custodirne la bellezza.”

Mette quindi il dito nella piaga della nostra contemporaneità:

“Tutto è connesso, non esistono oggi due crisi separate: una sociale e una ambientale, c’è una sola unica e complessa crisi socio-ambientale. L’armonia secondo le antiche tradizioni cinesi, riguarda tanto l’estetica quanto l’etica, l’estetica senza etica riduce tutto ad estetismo, l’etica senza estetica conduce al moralismo. La contemplazione della bellezza ha la forza di farci scoprire la nostra divina somiglianza, mettendoci in contatto con la scintilla eterna che è in noi, spesso sepolta da troppi affanni terreni, e questo per l’uomo di oggi, italiano o cinese, è più che mai urgente, indispensabile come il pane.”

Come scrive Papa Francesco nella sua Laudato si’“Non possiamo – continua Astiaso Garcia – sottovalutare la dimensione spirituale della conversione ecologica, esiste un intimo rapporto tra Dio, l’uomo e l’ambiente, anche se ovunque questa relazione appare minacciata. Questa è la bellezza per cui il mondo si salva, la bellezza che schiude la visione del Cielo; una sola è la speranza alla quale siamo chiamati. Non temiamo le differenze tra Oriente e Occidente; nella diversità, l’audacia creativa trova stimoli e ispirazioni per il futuro pacifico dei popoli, senza tralasciare nessuna fonte di saggezza, perché come dice Eraclito: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”.

Ecco allora il nesso tra le Epifanie” e la Fondazione Padre Matteo Ricci”.
Il missionario gesuita, infatti, rimane agli occhi dei cinesi come un esempio eccellente di amicizia e di rispetto, senza per questo mancare alla propria vocazione evangelizzatrice. È quella illuminazione ratzingeriana a riguardo dell’identità: non si ha comunione con l’altro da sé rinunciando alla propria identità, bensì – al contrario – permettendo che entrambe le diversità dialoghino e crescano insieme.

I cinesi lo sanno. Gli autorevoli rappresentanti venuti da Shanghai per l’occasione lo ribadiscono con convinzione ed entusiasmo: grazie anche all’impegno solerte della Fondazione, i rapporti si vanno intensificando, coinvolgendo anche altre realtà sia italiane che cinesi, dalle università alle istituzioni, dal commercio alle arti. Si assiste – in un certo senso – ai frutti di quanto Padre Ricci, insieme al suo sodale cinese Xu “Paolo” Guangqi, seminarono nel 1600. Insieme – come è stato ricordato anche dal Dott. Dario Grandoni della Fondazione – si dedicarono allo studio delle scienze, tradussero gli Elementi di Euclide, formarono il popolo cinese sulle tecniche occidentali di ingegneria idraulica, segnando un capitolo glorioso e indimenticato.

Una bellezza che origina dall’incontro (e dall’amore).

Ma attenzione: una bellezza che non è sufficiente di per sé, come fosse una categoria autonoma; anzi – come asserisce Eusebio Astiaso Garcia nel suo splendido (e, per molti aspetti, necessario intervento) – “la bellezza è fragile”, rischia di essere “inconsistente: il suo splendore è offuscato dalla caducità, dalla corruzione e dall’incapacità di superare il tempo e lo spazio. La menzogna, il male, la violenza e le nostre brutture mettono in discussione la bellezza, resa effimera dalla morte e dal non senso della vita dell’uomo. La bellezza, richiamo alla trascendenza” (ecco il punto…), “è incapace di saziare il cuore dell’uomo, suscitando in noi quella nostalgia di Dio che Sant’Agostino espresse con accenti ineguagliabili: Tardi t’amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Ed ecco, tu eri dentro di me ed io ti cercavo fuori di me, e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione. Tu hai chiamato e gridato, hai spezzato la mia sordità, hai sparso la tua fragranza ed io ho respirato, e ora anelo verso di te; ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te”.

La bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità.

“Il mistero pasquale di Cristo” – continua – “proietta una nuova luce sull’uomo e sul significato della sua esistenza. Dio ha risuscitato il suo servo Gesù e l’uomo ha nuovamente accesso all’albero della vita. Lui ha vinto la morte ed ha preso la nostra carne umana, e l’ha portata ad una trascendenza più alta degli astri, facendoci entrare nella divinità come figli di Dio.
Questa Epifania dell’invisibile che apre alla trascendenza e all’eternità apporta un nuovo slancio alla bellezza, offuscata dall’inconsistenza e dall’effimero, catapultandola alla festa senza fine alla quale aspira ogni uomo. (…) È attraverso Cristo crocifisso, immagine del Dio invisibile, irradiazione della Sua gloria e impronta della sua sostanza, che ci viene svelato il senso profondo della bellezza: l’amore. È stato l’incontro con Cristo risorto che ha fatto sì che Padre Matteo Ricci, giovane della borghesia di Macerata con un brillante avvenire, lasciasse tutto per partire per l’Oriente, sapendo che non sarebbe mai tornato. Non è andato in Cina per portare la cultura occidentale ma per portare la vita immortale per mezzo dell’annuncio del Vangelo, accettando ingiurie e opposizioni. È proprio l’amore che portava dentro a metterlo nella condizione di poter vedere la grandezza e la bellezza della cultura cinese. Li Ma Du ha amato profondamente la Cina e il nobile popolo cinese che, ancora oggi, corrisponde a questo amore con un ricordo perenne.”

Ne è testimonianza ulteriore la mostra fotografica con le opere di Francesco Astiaso Garcia, insieme a quelle del cinese Yang Dongbai, inaugurata al termine del convegno nei locali espositivi della Gregoriana. Due approcci differenti, una medesima bellezza. Sotto lo stesso Cielo e sulla stessa Terra.

un autoritratto fotografico di Francesco Astiaso Garcia

 

10 Street Artists per il Muro della Memoria

di Samuele Cerri

Alla luce del sole le opere live performance di dieci tra i più conosciuti ed apprezzati Street Artists italiani, che di giorno in giorno si avvicenderanno nell’iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale.

 

Strage di Viareggio 2009 – 2019 A Via Ponchielli opere dei più conosciuti ed apprezzati Street Artists italiani che di giorno in giorno si avvicenderanno nell'iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale. 1a giornata: la preparazione

Pubblicato da Lele Cerri su Martedì 4 giugno 2019

BINARIO 10 VIA PONCHIELLI 2009 – 201910 STREET ARTISTS X IL MURO DELLA MEMORIA 2a GIORNATA alla luce del sole le opere live performance di 10 tra i più conosciuti ed apprezzati Street Artists italiani che di giorno in giorno si avvicenderanno nell'iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale. 2a giornata: i primi colori #binario10 #viareggio #viaponchielli #memoria #streetart #soroptimist #versilia

Pubblicato da Lele Cerri su Mercoledì 5 giugno 2019

Al Binario 10, Street Artists e future memorie

BINARIO 10 VIA PONCHIELLI 2009 – 201910 STREET ARTISTS X IL MURO DELLA MEMORIA3a GIORNATA: le prime opere sotto gli sguardi di FUTURE MEMORIEfuture memorie alle live performance degli Street Artists che partecipano all'iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Viareggio-Versilia per onorare il decennale. 3a giornata: le prime opere e la presenza di future memorie. #binario10 #viareggio #viaponchielli #memoria #streetart #soroptimist #versilia

Pubblicato da Lele Cerri su Venerdì 7 giugno 2019

Quella bella intuizione del F.R.E.M. Quartet

di Filippo Davoli

Definire una formazione stralunata e strampalata come il F.R.E.M. Quartet è impresa quasi titanica. Anzitutto perché, più che una formazione musicale in senso stretto (e in senso stretto proprio non lo era) e più che un’operazione studiata (e non era nemmeno questo), si trattava della necessità di trasformare in altro l’amicizia che stava legando il sottoscritto e il pittore Marco Grioli, il percussionista Roberto Sleepin’ Angeletti e il chitarrista Emanuele Franceschetti.

Con Emanuele ci si conosceva già: giovane poeta dall’impronta già delineata, nonché valente chitarrista montegranarese, allievo di Roberto Zechini, era stato tra i primi – insieme a Davide Tartaglia e Jonata Sabbioni – a contattarmi per avere un parere sulla propria scrittura.
Marco Grioli, invece, l’avevo cercato e rintracciato io, dopo essere rimasto folgorato da alcune sue tele esposte in una gelateria maceratese.
L’unico che faccio fatica a ricordare come l’abbia incrociato è proprio Roberto Angeletti.

Faccio fatica a ricordare, probabilmente, perché – come spesso accade in una città che è in realtà “un equivoco” (come amo ripetere, trattandosi infatti di un piccolo borgo che non arriva a cinquantamila abitanti) – almeno di vista ci si conosce da sempre un po’ tutti quanti. E quello spilungone dai lunghi capelli biondi, evocante un vichingo ma forse – più ancora – un antico franco (la nostra zona è piena di reperti carolingi), non era certo tipo da passare inosservato: magro, rugoso, occhio per contro vividissimo e attento, voce calda e profonda, delicatezza d’animo e di modi, spiccata ironia, abbigliamento perennemente casual tendente ai ’70, tra la nostra gente era più noto col nome d’arte di Deejay Sleepin’: che tutto faceva meno che far dormire con i suoi eccellenti mixaggi, ma – come già detto – l’ironia di cui era portatore sanissimo aveva saputo ricavarsi quel nome ossimorico. Sì, ai più era noto come un bravissimo deejay.

Ricordo invece molto bene, direi indelebilmente, le molte serate passate a raccontarci la vita di perenni spiantati, ma anche le intuizioni di un amore (quello per la musica, ma anche per la poesia, per la fotografia, per l’arte tutta) che pian piano ci hanno tutti e quattro coinvolti e stimolati a cercare una via comune, un intreccio, un’occasione di raccordo. Correva l’anno 2012.

un fotoritocco del F.R.E.M.

Intorno a noi gravitavano altri amici ed amiche, anch’essi implicati nel “non-progetto”: la pittrice Irene Dipré, il fotografo e architetto Carlo Ottaviani (cui dobbiamo un bel servizio in bianco e nero che racconta l’esordio in pubblico del F.R.E.M.), quà e là  Luca Morici, altro bravo pittore, e il contrabbassista Nico Iommi, il trombettista Filippo Cappelletti che suona jazz soffiando nei tubi delle gronde, etc.
Gente poco comune che, in determinati snodi della vita, ha chissà perché l’agio di confluire nel medesimo posto, anche senza l’ombrellino e la valigetta di Mary Poppins.

da sin.: in piedi, Marco Grioli; seduti: Filippo Davoli, Roberto Angeletti, Emanuele Franceschetti (foto di I. Dipré, 2012)

E il bravissimo deejay era invece soprattutto un eccellente percussionista: che finalmente mi diede modo di vedere da vicino un pandeiro e un berimbau. E di sentirli suonare live, grazie al tocco magico delle sue mani lunghissime e nodose. Per me, avvinto come l’edera alla MPB dagli anni dell’adolescenza, un regalo senza pari. Era come veder piovere, nelle stanze di fortuna che ci accoglievano in quei pomeriggi di delizia, Milton Nascimento insieme ai suoi angioletti neri di Minas Gerais; o farsi presente la voce risonante di Vinicius sottolineata dalla chitarra di Baden Powell; e con loro Jobim, Chico Buarque, Elis Regina, Maria Bethania, Dorival Caymmi, e Pixinguinha, fino a Carlo Marrale dei Matia Bazar – che magari fosse stato presente per davvero: la festa durerebbe ancora!

un’altra rilettura scherzosa del F.R.E.M.

Le nostre erano “jam sessions” a tutto tondo: nessuna prova precedente, si andava a sintonia. Se c’era, qualcosa usciva: erano i libri che avevamo commentato sere prima, o l’eco di manicaretti dell’ultim’ora, o i quadri che ci sapevano stordire; altrimenti silenzio. Marco Grioli si portava appresso dei lenzuoloni e una sterminata serie di colori e pennelli; poi la magia iniziava. Le tela registrava – come un elettrocardiogramma – le note e le parole, le voci e le pause. E ognuno di noi, in fondo, partecipava dell’esperienza dell’altro. Eravamo la forza del nostro incontro quotidiano, del nostro parlarci e frequentarci, del nostro metterci in comune con semplicità ma anche con attenzione reciproca e fondante.

un altro divertente fotoritocco del F.R.E.M.

F.R.E.M. stava per Filippo, Roberto, Emanuele, Marco. Le nostre iniziali. E arrivò pure qualcuno che credette in noi come gruppo (singolarmente ci conoscevano già, ognuno nel nostro specifico campo d’azione): fu tuttavia il critico d’arte Lucio Del Gobbo, che trovandosi ad allestire la Mostra-Omaggio “La casa di Peschi. Il perimetro del pensiero” in onore dello scultore Umberto Peschi presso Palazzo Buonaccorsi a Macerata, ci offrì la chance (unica e ormai, purtroppo, irripetibile) di un esordio pubblico durante la serata dell’inaugurazione.

da sin.: Marco Grioli, Emanuele Franceschetti, Filippo Davoli, Roberto Angeletti (foto di I. Dipré, 2012)

Ricordo che, tra un verso e un colore, tra un accordo e un graffio sulla pelle dei tamburi, mi permisi (accorgendomene quando era troppo tardi per tornare indietro) un sottofondo sussurrato della melodia di The day of wine and roses: un pianissimissimo quasi tra le lacrime, tale e tanta erano l’imbarazzo ma anche la commozione per tutta quella semplice bellezza che si dischiudeva intorno e in mezzo a noi.
Ci accorgevamo di non esserci sbagliati, che quella piccola cosa rappresentava un sicuro traguardo dialogante, ed anche un’occasione aperta ad altri. Un invito che si rilanciava di sguardo in sguardo, di ammiccamento in ammiccamento, nel mentre che si porgeva attraverso di noi.

Mary Poppins è ripartita, al tempo stabilito. Le incombenze della quotidianità ci hanno riassorbito. Giusto un anno fa, reincontrando Roberto al bar, seduti davanti a un buon caffè, ci siamo accorti che erano già passati sei anni.

Roberto Angeletti

Avevamo deciso di rivederci tutti, magari sotto le Feste. Una cenetta tra buoni amici un po’ ammaccati dalla vita, ma sempre di buon umore e propositivi (che forse è un po’ anche una prerogativa di noi nati a metà degli anni ’60). Roberto, però, ci ha lasciati qualche settimana fa, all’improvviso. In punta di piedi. Una malattia veloce e senza contraddittori.

 

Con Marco, allora, abbiamo deciso di rompere gli indugi senza aspettare oltre. E’ così che è nato il progetto (stavolta sì) di una “Piccola personale dialogante” tra poesia e pittura, che si inaugurerà il prossimo sabato 4 maggio alle ore 18 a Recanati, presso “SpazioCultura” in Via Roma 31.

E all’interno della mostra, un angolo sarà interamente dedicato a Roberto.Stavolta all’inaugurazione sarà con noi, con la sua chitarra e le sue nuove canzoni, l’amico cantautore Enzo Nardi. Ma speriamo che, nell’arco dell’intera mostra – che sarà aperta fino al 25 maggio prossimo – anche Emanuele torni a fare capolino, e con lui altri amici, altre occasioni, altre avventure.

Le arti in dialogo – sia al chiuso di un laboratorio che nello slargo della vita quotidiana – continuano a intrecciare discorsi e a far crescere gli uomini.

il manifesto della Mostra

 

Piccola Personale di Marco Grioli

A passeggio sotto la pioggia – olio, 45×35, 2010

Rue parisienne – olio su calce, 2012
Lungo il mare – 2012
Lettera da altrove n.9 – tecnica mista, 2012
città al lavoro – 2012
Fioritura – 2012
Evanescenza – 50×35, tecnica mista, 2013
Dopolavoro – tecnica mista, 2013
Paesaggio innevato – 2016
Rosso – 2018
Composizione su salpa – 2019

 

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Marco Grioli

Nato a Recanati nel 1982, Marco Grioli vive e lavora a Montecassiano (MC), dove ha il suo studio. Il suo interesse per l’arte lo conduce verso la ricerca continua di nuove tecniche artistiche e stilistiche. Aperto ai linguaggi delle altre arti e immune da preconcetti formali e stilistici, sintetizza la vita quotidiana e lo spettacolo della natura utilizzando la vivacità dei colori e la dinamicità dei movimenti, asciugandosi – nel passaggio dal figurativo al simbolico – in un gioco sapiente di rimandi e suggerimenti. Per il prossimo mese di maggio è prevista una sua nuova Personale nella città di Recanati.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PICCOLA PERSONALE di Luca Morici

Luca Morici

Luca Morici è nato ad Ancona nel 1974 e vive a Castel D’Emilio. E’ pittore e illustratore, utilizza prevalentemente l’inchiostro, l’acquarello e i colori a olio, combinando pennello e spatola. Già collaboratore della rivista “Quid Culturae”,  sue personali sono state allestite ad Ancona, Torino, Roma, Siena, Cuneo. Dal 2009 collabora col “Centroscienza” di Torino esponendo i suoi lavori in Italia e all’estero, a supporto di conferenze medico-scientifiche a carattere divulgativo, sul tema del dolore.
“Nuova Ciminiera” ospita i suoi quadri sul dolore e quelli dedicati ai musicisti.

chitarra flamenca

 

Chet

 

Frank

 

la musica nuda

 

Tom

 

Jazz Quartet

 

Ian

 

Rolling Stones

 

Assolo

 

Roy

 

IL DOLORE

Agonia

 

Abele

 

Caino

 

La guerra

 

Cristo che muore

 

Vuoto

 

Delirio

 

Struttura del sostegno

 

Ritratto 3

 

Ritratto 5

 

Il rimorso

 

Vietnam 75

 

Allegoria del tempo

 

Allegoria dell’umano

 

La Pietà

 

Uno

 

PICCOLA PERSONALE – Francesco Astiaso Garcia

Cieli Nuovi e Terra Nuova

di Francesco Astiaso Garcia

E’ qui che la vita dell’uomo giunge alla dignità di essere pienamente vissuta; poichè qui contempla il divino nella purezza della bellezza stessa, e attraverso la contemplazione diviene immortale” (Platone)

Il paesaggio esprime le forme e le tensioni di tutto l’universo, l’armonia tra queste tensioni si manifesta attraverso la bellezza, nelle leggi fondamentali della natura, nella logica che noi decifriamo dallo studio di queste leggi. Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione  tra le parti, armonia di contrari. La bellezza non è quindi assenza ma equilibrio di contrasti. Anche il caos in natura si ordina esteticamente. Tutto in natura tende alla bellezza.

Il mondo non è tenuto ad essere bello, la Bellezza della natura non è frutto del caso, ogni cosa nel creato valorizza la bellezza dell’altra; la morbidezza delle nuvole esalta l’azzurro terso del cielo, ad una superficie liscia corrisponde una superficie mossa, il verde delle foglie canta il rosso lucente dei papaveri, ogni colore brilla accanto al suo complementare. La scienza dice che ci sono infinite tonalità di rosso, a ciascun rosso, a ciascun tono, corrisponde un suo complementare preciso.Un pittore, si pone di fronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienziato che analizza e approfondisce le leggi della natura.

Astiaso Garcia al lavoro

L’artista deve essere dotato di una capacità di guardare in una maniera straordinariamente intensa, di una forma di vedere in contemplazione non limitata alla superficie tangibile della realtà, ma in grado di percepire più in la delle semplici apparenze. La bellezza è la prova che il mondo è frutto d’amore.

Scrive Walter Benjamin: “La natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce, egli è il decifratore del linguaggio segreto dell’Universo”. La bellezza è il linguaggio segreto dell’Universo, la logica che accomuna scienziati e artisti, la logica che decifriamo dall’osservazione delle leggi fondamentali della natura.

Ogni opera d’arte autentica, astratta o figurativa, antica o contemporanea, è un de-ja-vù della natura. In natura non esiste l’astratto e il figurativo, qual’è l’arte astratta e quale quella figurativa?

Non vi pare che in entrambi i casi il desiderio sia quello di essere fedeli alla natura con le sue leggi e le sue relazioni che possiamo trovare indifferentemente in un volto, o nei dettagli di una foglia, nel nudo di donna o  nella buccia di una mela! Il canone nell’arte dobbiamo considerarlo una scoperta e non un’invenzione, una verità obiettiva piuttosto che un espediente umano.

Sono tante le forme di pregiudizio sull’arte moderna, specialmente sulla pittura astratta, ma vi siete soffermati mai nelle immagini della terra vista dai satelliti, o nei particolari di una pietra, dei muschi o delle conchiglie? Tutta l’arte contemporanea è nella natura.L’arte è lo splendore della bellezza, la bellezza è lo splendore della verità; ogni artista copia la natura anche senza saperlo. Questo eco, questa sintonia, questa risonanza con il creato è il segreto dell’arte! Un bagliore del mistero divino è presente in tutto ciò che esiste, lo vediamo risplendere in un papavero, in una farfalla, in un ramo; tutto possiede una potenza rivelatrice! Fare arte significa rivelare il cielo sulla terra in attesa di “cieli nuovi e terra nuova”.

Tutto ciò che esiste porta in qualche modo l’impronta del cielo..

La bellezza provoca un’emozione estetica, una sensazione di piacere; l’umana esigenza della bellezza implica l’esistenza di una Bellezza ultima, lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l’anima è destinata allo splendore dell’immortalità. L’arte è la finestra che ci permette di intravedere questo splendore.

La serie di paesaggi “Cieli Nuovi e Terra Nuova” è un invito alla contemplazione per arrivare a percepire con occhi nuovi l’abbondante ricchezza di tutta la realtà visibile.

Per fare questo occorre una coscienza più intensa, una comprensione più acuta e perspicace, un’apertura maggiormente paziente verso le realtà silenziose e discrete.

Nei  paesaggi della mostra l’uomo appare assente solo ad uno sguardo superficiale perchè di fatto l’uomo è ovunque presente, questa natura è vissuta o sognata da lui.

E’ questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità”. (Baudelaire)

da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Alba della creazione, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Arcobaleno, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
qui sopra e qui sotto: “Cieli Nuovi e Terra Nuova”, serie

uno scorcio dello studio dell’artista
dalla serie Rugine
RUGINE serie
dalla serie “Eterno femminino”, “la divina somiglianza” – matite, olio e pigmenti su carta applicata alla tavola
Estasi di Santa Teresa
Falce di luna – matita e olio su carta applicata su tavola
“Come sei bella, Amica mia”

Francesco Astiaso Garcia, italo-spagnolo, è pittore, fotografo e scultore. Si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Roma con il massimo dei voti e la lode. Ha girato il mondo realizzando affreschi e pitture murali nelle principali città di quattro continenti. (Roma, Madrid, Parigi, Varsavia, Shanghai, New York, Managua, Denver, etc..). Ha collaborato alla realizzazione degli affreschi dell’abside della Cattedrale di Madrid con il pittore Kiko Arguello. I suoi quadri sono stati esposti e apprezzati dal pubblico e dalla critica in numerose sedi tra cui la galleria Astarte a Parigi, il Museo Nazionale d’Arte Moderna di Malta e le Sale del Bramante a Roma. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private, tra le quali la collezione dei Musei Vaticani. A soli 34 anni ha suscitato interesse nel mondo artistico per la sua capacità di rappresentare la figura umana in modo da fissarne sulla tela l’essenza spirituale. L’artista ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Internazionale “Giovanni Paolo I” assegnato a personalità che si sono contraddistinte nei vari campi del sapere per la loro testimonianza cristiana e di impegno nel sociale.

Una bella naturalezza. Intervista a Bahar Ghaempanah

I suoi quadri, da noi pubblicati due articoli fa, hanno avuto più di 1500 visitatori e un grande apprezzamento sia popolare che di critica (ndr.: “Piccola personale” di Bahar Ghaempanah). Oggi la intervistiamo, a proposito del suo lavoro. Bahar Ghaempanah, classe 1979, vive e lavora a Tehran, ma spesso è anche in Italia, dove sta lavorando per organizzare una sua Personale:

Come nasce la tua vocazione artistica?
Dopo il liceo scientifico, ho cominciato ad interessarmi alla grafica e a studiarla. Mi sono iscritta all’Università di Management, però contemporaneamente ho cominciato a disegnare modelli di sartoria teatrale e a creare loghi. Ho anche vinto cinque premi in Iran nella creazione di loghi, continuando a disegnare (e a studiare contemporaneamente all’Università), fino a quando ho incontrato quello che per cinque anni è stato il mio maestro, Behzad Shishegaran, che è un grafico ma anche un pittore molto famoso in Iran e non solo. Ha attualmente una sessantacinquina d’anni. È grazie a lui che sono passata oltre la grafica, cominciando a dipingere i miei primi quadri. Prima disegnavo la natura, le persone; ma lui è stato quello che mi ha aiutato a trovare la mia cifra artistica, che mi ha aperto un mondo che evidentemente stava dentro di me ma io ancora non me ne ero accorta.

Behzad Shishegaran

La situazione dell’Iran ha influito sul tuo modo di interpretare la realtà?
All’inizio volevo organizzare una mostra delle mie foto senza velo in testa, ma mi è stato impedito. Questo è stato un motivo per cambiare il mio modo di disegnare e dipingere. Ho dovuto cambiare tutto e disegnare altre cose. Senza per questo perdere la voglia di rappresentare la mia gente, di dare loro la parola attraverso i miei quadri. Il viso delle persone che vedi nel quadro intitolato “Sciopero”, per esempio, è il viso reale delle persone che mi si sono impresse dentro proprio guardando una manifestazione popolare nella mia città.

Tuttavia, nei tuoi quadri, appaiono anche figure mitologiche, lottatori che provengono – credo – dalla migliore letteratura epica. In che rapporto sei con la poesia e più in generale con la letteratura della Persia?

Rostam in un’antica miniatura persiana

Ottimi rapporti. Sì, quei miei quadri provengono dal libro più famoso di Firdūsī, L’identità persiana: il libro per eccellenza della nostra identità. Pensa che Firdūsī ha impiegato trent’anni per scriverlo, praticamente quasi tutta la sua vita. In questo libro c’è un personaggio leggendario, Rostam, che è un po’ come Achille nell’epica greca, che deve superare sette khan, sette livelli, per raggiungere la vittoria. In uno di questi khan, in uno dei momenti più drammatici del libro, Rostam uccide suo figlio, ignorando che era suo figlio: e questa è la storia che rappresento nel quadro che avete pubblicato. È una storia molto famosa, in Iran. In genere si tratta di battaglie sempre molto violente, molto aspre e aggressive.  Poi sento molto vicina a me la poesia di Umar Khayyām , che è forse il più conosciuto anche in Occidente.

E invece come sei arrivata – dalla linea geometrica – al riccio, alla curva, sintesi compiuta di ironia e delicatezza, per “fotografare” quadri di vita quotidiana, come ad esempio nel ciclo dei fumatori?
Non so di preciso perché mi è successo, ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di mischiare la miniatura persiana (che ha linee molto morbide, assimilabili ai passi delle nostre danze tradizionali) al cubismo picassiano. E ho realizzato che mi viene molto più semplicemente da leggere il mondo, con più naturalezza, con più libertà. E mi piace.

Tu sei spesso anche in Italia. Ti ispira la nostra terra? O ti senti totalmente e fatalmente iraniana?
Sinceramente la geografia non incide su quello che sento dentro. Qui in Italia ho avvertito l’esigenza di dipingere Gesù e Maria, ad esempio, ma ancora non li ho messi su quadro: me li vedo davanti agli occhi, realizzo dentro di me come vorrei farli, ma ancora non l’ho fatto su una tela. Nel frattempo sto cercando di entrare nella mentalità italiana, di cogliere gli aspetti più propri e comuni della vostra vita quotidiana, di sentirmela anche un po’ mia. Staremo a vedere che viene fuori!

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Interprete e traduttore Hooman Ghaempanah

“C’è uno squilibrato che spara” – Un’opera di L. Peroni, G. Alessandrini e QRO Orchestra

introduzione di Filippo Davoli

Conosco e frequento Ludovico Peroni e Giacomo Alessandrini da anni. Ne conosco la grande umanità, come pure quel tocco indiscutibile di genio che a volte capita in sorte a paesini minuscoli di un entroterra qualunque (in questo caso quello piceno), dove chi lo possiede lo vive come un’alternativa possibile a certe angusture proprie del vivere in paese: e di là, fortificando quei “giochi” con lo studio implicato e tenace della musica, del cinema, della letteratura, certi talenti su cui forse nessuno avrebbe scommesso granché – forse licenziati come strani, originali; tendenzialmente incompresi – oggi maturano una ricerca sempre più interessante che parte dal postmoderno (contro) e si focalizza sulla nostra quotidianità impazzita, prendendo a simbolo la drammatica telefonata con cui il sindaco di Macerata, Romano Carancini, raccomandava ai suoi concittadini di non uscire di casa perché per strada girava uno squilibrato che sparava.
Una pagina di cronaca choccante, riletta col dolore che ancora ci attanaglia se ci pensiamo, ma anche con l’ironia che a volte è indispensabile per andare avanti: e difatti l’opera si intitola “Le mie merendine buonissime”. In altre parole, con bella intelligenza. E lo fanno con l’ausilio prezioso di quella brillante orchestra che si chiama – con un nome vagamente impronunciabile – QRO (tutti musicisti jazz provenienti dal Conservatorio di Santa Cecilia in Roma). Una squadra che, tutta intera,  Nuova Ciminiera tira oggi a bordo con soddisfazione.
Del progetto che qui di seguito ascolterete e vedrete, potete leggere la genesi nelle parole stesse di Ludovico e Giacomo (dopo questa piccola introduzione).

Ludovico Peroni
(foto di F. Davoli, 2018)

“…attenzione per strada c’è uno squilibrato che spara…”

Ludovico Peroni: Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa che mi potesse riguardare da vicino: qualcosa di vagamente autobiografico, di sentito e vissuto; qualcosa che non fosse il classico tema assoluto, alto, letterario.

Era da un po’ di tempo che mi ritrovavo a riflettere sulla mia infanzia, sulla mia vita, sui miei amici, la mia famiglia, le mie emozioni…Qualcosa di veramente “mio”.

Giacomo Alessandrini: Tutto è maturato dal ’90 al ’99: tra giochi, videogiochi,

Giacomo Alessandrini

programmi tv, il massacro della Columbine, cartoni animati e merendine.

D’altronde siamo dei giovani incolpati di aver avuto troppo e che, invece, hanno trovato nulla. È curioso che per parlare di noi abbiamo dovuto necessariamente parlare di “merendine”:

Ludovico: L’opera ci è stata commissionata da “Anime di Strada” in occasione dell’inaugurazione dell’opera “Cupido” del duo di street artist spagnolo Pichiavo. Non ci poteva essere occasione migliore! Il comune di Montecosaro ci ha poi appoggiato con entusiasmo e io ho posto solo una condizione: “Sarà una delle cose più assurde e scomode che si siano mai viste e sentite in questo teatro”

Giacomo: Le mie merendine buonissime è un’opera musicale, recitata da un sintetizzatore vocale, creata da un’ibridazione di linguaggi: musica contemporanea, improvvisazione, musica concreta e elettronica.

Ludovico: L’idea di ispirarci al Vaporwave ci ha permesso di riciclare materiale della cultura di massa degli anni ’80 e ’90 facendolo rivivere in un eterno presente: per l’occasione abbiamo anche utilizzato i linguaggi della musica sperimentale, d’avanguardia, musiche dal timbro acid-rock, per dar vita a un universo denso e ricco di richiami alla Pop Culture dell’ultimo trentennio.

Giacomo: L’estetica Vaporwave permette di unire tanti registri linguistici, facendoci rivivere un ricordo; un ricordo in acido e assolutamente perturbante.

La musica è accompagnata da video creati utilizzando materiale preesistente preso da spot, programmi tv, videogiochi del decennio degli anni ’90.

Ludovico: Anche la musica e il sonoro sono stati ripresi da materiale preesistente… si veicola poi anche un ulteriore contrasto musicale tra il materiale campionato, composto e improvvisato: ho utilizzato la tecnica della “Conduzione Chironomica” (un mix tra Soundpainting e Conduction) che ha permesso di far percepire liquidità e imprevedibilità nell’instaurarsi della forma musicale.

GIacomo: L’opera è stata un’occasione per riflettere sulle contraddizioni della comunicazione e della società del consumo dell’epoca attraverso gli occhi di due bambini che quell’epoca l’hanno vissuta e, purtroppo, ancora fanno fatica ad uscirne.

Attraverso questo mix di linguaggi esplosivo si rivivono gli anni ’90 con gli occhi di un due bambi disillusi e malinconici.

Ludovico: Gli spettatori sono stati testimoni di una violenza così bella e romantica che hanno fatto veramente fatica a non accettare.
Molti sono usciti con le lacrime agli occhi. Questo mi ha colpito molto…

Gli spettatori hanno accettato il gioco delle citazioni, dei richiami e li hanno combinati, problematizzandoli, grazie all’atmosfera creata dalla musica…

Giacomo: L’opera si chiude con un epilogo distopico scaturito da una registrazione di un messaggio audio trasmesso dal sindaco di Macerata a tutti i suoi concittadini il 3 febbraio 2018: “…C’è un individuo armato che spara…”.

Realtà che supera quella fantasia violenta ma edulcorata dei nostri anni ’90. Realtà che può essere ancora apprezzata sul palco solo come un ricordo distorto.

L: La realizzazione di un oggetto così complesso è merito soprattutto dei musicisti dell’ensemble QROrchestra con l’apporto di due ospiti d’eccezione: il compositore sperimentale Remo De Vico e Maria Gaia di Tommaso. Sul palco abbiamo portato un organico di 8 persone dalla provenienza geografica eterogenea (Marche, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Umbria) che si sono cimentate nell’esecuzione della prima vera opera del genere.

Vi lasciamo con la prefazione del libretto di sala, lasciata agli spettatori quel giorno.

“…rimanete nelle vostre case. Grazie.”

le mie merendine buonissime 胃園ヰ゛

Opera Vaporwave in tre quadri (colorati)

di Ludovico Peroni e Giacomo Alessandrini

Siamo stati due bambini cresciuti insieme lungo tutti gli anni ’90.

Il ritrovo iniziava appena pranzo, non appena iniziava la sigla di Lupin III.

Giocavamo col plasticoso Megazord, con l’enigmatico Robocop, con i Power Rangers; praticamente tutti i giorni insieme.

Nel pomeriggio una piccola pausa da questi giochi logoranti, alle 16:00 in punto, gustandoci le nostre merendine buonissime: a casa di Giacomo spesso c’erano i pan di stelle, a casa di Ludovico c’era la mamma che qualcosa rimediava sempre, spesso salato. Qualche volta mangiavamo gli Yo-yo che erano buonissimi. Alle 16:00 perché c’era Solletico: giuravamo di voler partecipare ai giochi a premio via telefono, ma abbiamo rimandato troppo a lungo…Però poco importa, poi si è scoperto che quelle telefonate dei bambini da casa erano, per lo più, false.

Di tanto in tanto arrivava a casa Otello, con dei borsoni pieni di cavi, dispositivi elettronici, dischi copiati e meraviglia. I nostri genitori provavano nuovi pezzi per i Pc e noi ci spartivamo i giochi.
Non ci installavano mai gli stessi giochi: non era necessario occupare spazio extra sui Pc. Oppure era una loro tattica per non farci isolare ognuno in casa propria… Vabbè, tanto si giocava comunque tutti insieme.

Giacomo aveva Monkey Island, Cannon Fodder e The Lion King; Ludovico aveva Disney Magico Artista, Carmageddon e Comix Zone.

Carmageddon, a dir la verità, è rimasto nel Pc una manciata di ore: tanto è bastato per renderlo indelebile.

Entrambi avevamo però installato Ace Ventura: l’acchiappa animali.

Quando era più caldo si andava a raccogliere pinoli e li si mangiava, sporcandoci le mani tutte ignobilmente di nero.
Alla fine precisa degli anni ’90 Ludovico ha cambiato casa; poche centinaia di metri più in là in realtà, ma tanto bastava per iniziare a comprare i giocattoli doppioni e installare gli stessi giochi sui nuovi PC.

A Ludovico è arrivata la Playstation per Natale e a Giacomo, che aveva Nintendo ’64, la X-Box. Una volta ci siam scambiati le console per finire i giochi che non erano multipiattaforma. Abbiamo iniziato a raccontarci gli anni 2000 di ognuno di noi, ma non li abbiamo vissuti insieme.

Ora siamo cresciuti e Ludovico lavora con la Musica e Giacomo con il Cinema e la Letteratura, ma viviamo ancora tante cose insieme.

Appena pranzo ci troviamo, puntuali, in un’angoscia insperata vissuta fino alle 16:00.
Alle 16:00, precise, perché aspettiamo l’accettazione di ciò che ci circonda.
Alle 21:00 lasciamo spazio a un po’ d’odio e paura per la società che ci circonda.
Poi succede che pochi giorni fa Ludovico va a trovare Giacomo:
la sua cameretta, per la prima volta in 23 anni, appare cambiata: non c’è più il letto e l’armadio è nella parte opposta della parete. Nella mensola alta svettano però i bundle di Grim Fandango e Sam&Max: assurdi e fieri di troneggiare su TUTTO. Sono rassicuranti…

Subito la voglia di scrivere qualcosa insieme che sia lontana dalla politica, dai disastri degli ultimi periodi e dall’odio che ci circonda. Qualcosa così… di divertente, di stupido, di “cazzone”.
Ma probabilmente non ci siamo riusciti: perché la realtà che oggi viviamo è veramente brutta.

Ci fa veramente schifo.
Ma quelle merendine… quelle merendine erano davvero buonissime.

 

PICCOLA PERSONALE – Bahar Ghaempanah

Bahar Ghaempanah

Bahar Ghaempanah è una pittrice iraniana. Attiva nel suo Paese, sta lavorando ad una Personale in Italia. La sua è una pittura che tende con delicata ironia a stilizzare mediante un sapiente gioco di linee rette o curve – accompagnate, ma non necessariamente, dal colore, mediante il ricorso a più tecniche – situazioni emblematiche della vita quotidiana umana o animale, individuale o sociale. In attesa di pubblicare – alla prossima uscita di NC- un’intervista in esclusiva all’artista, offriamo qui una ragionata campionatura delle opere.

PICCOLA PERSONALE

cavalli – figg. sopra e sotto

 

Festa danzante


Due quadri dal “Ciclo dei gladiatori” – figg. sopra e sotto
 

 

lo sciopero – figg. sopra e sotto

Socrate
tre quadri dal “Ciclo dei fumatori” – figg. sopra e sotto

 

 

 

 

 

 

 

c’è una notizia
una donna
Natività

EMILIO TADINI. UN RINASCIMENTALE DEL ‘900

Roberto Rizzente

Nella notte del 25 settembre 2002 Emilio Tadini muore nella sua casa milanese di via Jommelli dopo una lunga malattia. Scrittore, drammaturgo, poeta, critico d’arte, pittore di riconosciuto valore, Tadini è stato uno degli artisti più significativi ed originali del secondo Novecento, una figura poliedrica, per certi versi rinascimentale, un intellettuale completo che non ha mancato di confrontarsi con i problemi e le sfide del suo tempo, mantenendo in ogni circostanza un’ammirevole autonomia e libertà di pensiero, scevra dai condizionamenti ideologici e indifferente ad ogni compromesso col mercato.

Nato a Milano nel 1927, dottore in Lettere Moderne all’Università Cattolica di Milano, Emilio Tadini esordisce con il poemetto La passione secondo San Matteo, pubblicato nel 1947 su Il Politecnico di Vittorini. Il desiderio, in questi primi anni, è quello di diventare scrittore: Tadini scrive poesie (due poemetti, Storia di un soldato e L’oratorio della pace confluiranno con la Passione nel volume Tre poemetti, 1960), collabora alle riviste Cinema Nuovo di Aristarco e Inventario di Luigi Berti, legge con passione Eliot, Pound, Joyce e Céline (in seguito Gadda) e si dedica alle prime traduzioni (Faulkner, Mardi di Melville, La certosa di Parma di Stendhal, pubblicata nei classici Garzanti).

Nello stesso tempo, frequentando il caffè Giamaica di via Brera, Tadini si avvicina al mondo della pittura, prende parte ai dibattiti (il panorama di quegli anni era dominato dal confronto tra il Realismo e l’Informale) e stringe amicizia con Valerio Adami e Bepi Romagnoni, per i quali scrive dei testi. La pittura, iniziata come attività collaterale, comincia presto ad acquistare importanza fino a diventare, grazie soprattutto all’interesse del primo collezionista Tancredi e del gallerista Marconi (nel 1965 le opere di Tadini, insieme a quelle di Adami, Schifano e Del Pezzo inaugurano lo Studio Marconi), l’attività principale, speculare e parallela alla letteratura, di cui riprende e sviluppa alcuni presupposti in nome di una ricerca pluridisciplinare che restauri il vecchio sogno delle avanguardie di un Gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale.

Comune è l’ideale etico, innanzitutto. Tadini non ha dimenticato la lezione del neorealismo e non ha rinunciato al confronto con la realtà, la contemporaneità. Evitando ogni intellettualismo o evasione estetizzante, le sue opere chiamano lo spettatore ad una riflessione attenta e mai scontata sui temi di più stringente attualità (soprattutto, nei primi anni, la guerra, in seguito, tra gli altri, il problema dell’emigrazione e dell’emarginazione nelle metropoli), senza dimenticare le domande fondamentali della condizione umana.

In secondo luogo, su di un piano prettamente estetico, le due attività di Tadini sono orientate al cosiddetto realismo integrale. Seguendo la lezione di Lukács, l’artista aspira a superare ogni superficiale opposizione tra realismo (allora rappresentato in pittura da Guttuso) e spiritualismo (l’Informale di Vedova, Burri, i Nucleari a Milano) per risolvere «in espressione tutte insieme le funzioni dell’uomo in ogni particolare momento della sua storia», servendosi di un linguaggio ricco e stratificato ispirato alla prosa di Gadda e Céline e alla ricerca figurativa delle avanguardie storiche (il cubismo e il surrealismo in particolare).

la copertina de “La fiaba della pittura”

Negli anni Sessanta tutti questi spunti vengono confermati e acquistano una giustificazione esistenziale. Fondamentale è la lettura di Lacan: Tadini interpreta in termini di distanza le relazioni che l’uomo intrattiene con il reale, vi legge una serie di sforzi tesi a negare e superare la condizione fondamentale della vita umana, la solitudine e la finitezza. Venendo al mondo, ogni bambino esperisce una perdita, il distacco traumatico dalla madre: terrorizzato dalla sua condizione di individuo e nostalgico dell’unità prenatale, per tutta la vita il bambino tenterà di recuperare questa totalità, negando la propria condizione. È questa, secondo Tadini (si veda il fondamentale saggio del 1998 La distanza), la radice delle religioni,  delle ideologie e delle filosofie fondazionali: esse mirano a nascondere all’uomo la solitudine ontologica della sua condizione, esorcizzano la distanza annientando il «sé faticoso» dell’individuo in nome di un sistema simbolico assoluto e trascendente che pretende di ricomporre la totalità originaria, compensando il soggetto «della perdita di un’Età dell’Oro». Con accenti diversi, non è dissimile il significato dell’edonismo contemporaneo, della proliferazione dei messaggi mediali, il trionfo stesso del virtuale: nell’epoca del pensiero debole, in un contesto dominato dal tramonto delle ideologie e dalla crisi del Sacro, l’uomo non si rassegna alla propria condizione e colma il vuoto, la distanza, consegnandosi ad un oblio collettivo che esalta l’istante e il patetico e umilia la dignità tragica della condizione umana.

Agli occhi dell’umanista Tadini, tutte queste soluzioni sono insoddisfacenti perché finiscono col far perdere di vista la realtà e le responsabilità che questa comporta. Allettato dalle seducenti promesse dei sistemi fondazionali o frastornato, per usare un termine heideggeriano, nel regno del si, l’uomo si trincera dietro il proprio egoismo, nega se stesso e l’Altro e si condanna ad una solitudine davvero straziante, una distanza incolmabile. Compito di un’arte etica, impegnata, di conseguenza, è quello di svelare, anche grazie al comico, tali mistificazioni affinché l’uomo ritrovi la propria dimensione e, in una serena accettazione dei propri limiti, si adoperi a costruire nell’hic et nunc del presente i propri valori, colmando con la carità e l’ascolto la distanza che lo separa dal Prossimo.

Tanto la letteratura quanto la pittura di Emilio Tadini rispondono a questo compito: al di là delle sperimentazioni linguistiche legate alla neovanguardia del gruppo ’63, il primo romanzo Le armi l’amore (1963) trasforma l’eroe risorgimentale Pisacane in un uomo fragile, insicuro, timoroso di un rapporto con il Prossimo e pronto a difendersi dalla vita attraverso la letteratura, la parola, così efficace nel colmare il silenzio e nel tenere a distanza l’Altro.

Più sottile il procedimento seguito in pittura: ispirandosi alla pop britannica (Jones, Kitaj), Tadini dipinge secondo associazioni in parte inconsce oggetti marcati da grossi contorni neri e isolati l’uno dall’altro da grandi spazi bianchi affinché l’attenzione dello spettatore sia deviata sulle relazioni e, di conseguenza, le distanze intercorrenti tra queste figure. Interpretando questi rapporti, è possibile poi ricostruire una storia, anche se ambigua, spesso suggerita dal titolo: così, Vita di Voltaire (1967-1968), primo ciclo di una certa importanza del maestro, rappresenta il fallimento del mito della ragione incarnato dal celebre filosofo illuminista, L’uomo dell’organizzazione (1968) denuncia l’alienazione imposta dalla società dei consumi, Viaggio in Italia (1970) interpreta in chiave esistenziale il gran tour seguito nel Settecento dai giovani aristocratici, Angelus novus (1978) visualizza le “tesi della storia” di Benjamin. Altre serie sono più autoreferenziali e sono dedicate alla storia e ai materiali della pittura: così, Color & Co (1969) allinea su fondo bianco dei vasetti di colore, mentre Museo dell’uomo (1974) allude al museo parigino dove si sono formati alle “culture altre” Picasso e Matisse.

Questi temi, che abbiamo sommariamente descritto, ritornano nelle opere degli anni Ottanta e Novanta, nelle quali si segnala però uno scarto stilistico piuttosto evidente. In un contesto dominato dalla crisi delle ideologie e da un generale “ritorno all’ordine” (la “poesia innamorata”, il cosiddetto “romanzo postmoderno”, la transavanguardia in pittura), obbedendo al contempo ad un diverso sentire personale, Tadini comprende la necessità di un rinnovamento e adotta una forma più accattivante, forse meno intellettualistica e più emotiva, certo più vicina alla sensibilità del grande pubblico.

Emilio Tadini, “fiaba 11”

Così, per quanto riguarda la letteratura, Tadini rinuncia allo sperimentalismo de Le armi l’amore a favore di una scrittura agile ed estroversa e rinnova un genere di grande successo come il giallo contaminandolo con le riflessioni esistenziali. L’opera (1980), La lunga notte (1987), La tempesta (1993) hanno la struttura della detection e raccontano la ricerca, tragica e comica allo stesso tempo, di una verità che continua a sfuggire e che non si lascia afferrare che per brandelli. Protagonista dei tre romanzi è un complessato cronista mezzo cieco, allegoria evidente dell’Omero della tradizione, incaricato di volta in volta di risolvere un caso di omicidio, di rintracciare il tesoro della Wehrmacht e di spiegare il comportamento di un pazzo, Prospero, barricatosi in casa per resistere all’ingiunzione di sfratto. In nessuna delle tre occasioni il cronista viene a capo dell’enigma e il suo fallimento dimostra i limiti insuperabili della ragione umana.

Questa stessa tematica è alla base, oltre che della raccolta di poesie L’insieme delle cose (1991), del monologo La deposizione, scritto nel 1997 per il Teatro Franco Parenti di Milano e portato in scena lo stesso anno da Andrée Ruth Shammah e nel 1999 da Giuseppe Arena al Teatro Bellini di Casalbuttano. Il testo teatrale, unico nella produzione di Tadini, ancora una volta è un giallo e narra con uno stile appassionato ed emotivo la storia di una donna accusata di aver assassinato sette amanti: la mancanza di una sentenza e le contraddizioni della donna impediscono, ancora una volta, di scoprire la verità.

la copertina de “La lunga notte”

Sul piano figurativo, Tadini riprende e illustra questi spunti su tele  che ricordano da vicino le atmosfere incantate di Chagall e i trittici di Beckmann. Sullo sfondo di grandi campiture di colore, in un mondo carnascialesco e incantato in cui i palazzi sono come scossi da onde telluriche e i personaggi danzano sospesi in un cielo libero da ogni legge gravitazionale e prospettica, l’artista milanese rappresenta la condizione dell’uomo moderno, visto come un profugo privo di certezze (il ciclo omonimo del 1987 si ispira ai contemporanei massacri in Bosnia) all’interno di una realtà caotica e a-centrata, infinitamente complessa e irriducibile a qualsiasi semplificazione. Profughi (1987), Il ballo dei filosofi (1993), Oltremare (1995), da ultimo Fiabe (1995-2002) sono tappe di un racconto organico e coerente in cui Tadini, con l’abilità del contastorie, aiuta lo spettatore a prendere consapevolezza della propria condizione e lo invita ad assumersi le proprie responsabilità, senza evasioni metafisiche o estatici abbandoni nell’attimo.

L’ideale etico di Emilio Tadini può essere sintetizzato dal comportamento di Mario, protagonista di Eccetera, il romanzo pubblicato postumo nell’ottobre del 2002. Al termine di una notte passata in compagnia di tre sconosciuti in giro per le discoteche della Lombardia, il ragazzo prende consapevolezza dei propri limiti e della vastità del mondo e, rinunciando alla fuga, decide di aspettare nell’alba del nuovo mattino l’incontro con l’Altro. Questa immagine, così poetica, ci aiuta a comprendere il filo rosso che unisce la pittura, la letteratura e gli interventi critici di Emilio Tadini e anticipa il sopravvenuto incontro dell’Autore, negato ma inconsapevolmente perseguito nell’arte e nella prassi della vita, con il Tutto.