Il profilo ritrovato – Un romanzo d’appendice per le ferie (anche di Nuova Ciminiera)

a cura della redazione

Ci concediamo due settimane di ferie dalla consueta attività. Non intendiamo, tuttavia, abbandonare i nostri lettori; ricorriamo, per questo motivo, alla pubblicazione di uno di quelli che un tempo si chiamavano “romanzi d’appendice”. Si tratta di un lavoro inedito della nostra Marnie Allegretto, che qui di seguito vi presentiamo, augurando buone vacanze a tutti voi (e a tutti noi).

NC – Quando hai deciso di dedicarti alla stesura di un romanzo?
Marnie Allegretto – In realtà non ho deciso di scrivere un romanzo e la scrittura di queste pagine è nata dall’interesse nei confronti della fabbrica orologiera ginevrina e di un periodo storico denso di eventi e di figure che hanno contribuito a passaggi e innovazioni epocali. Soprattutto sono rimasta affascinata dai mastri orologieri, i cabinotier, che all’interno dei loro laboratori, i cabinet, si dedicavano alla costruzioni  di oggetti perfetti e precisi che hanno aiutato a costruire e a segnare il tempo: i segnatempo. L’idea è nata  prendendo appunti nell’approfondire questa straordinaria materia, poi ho cominciato a scrivere pensando ad un racconto, ma piano piano le idee sono cresciute e nell’organizzarle lo scritto è diventato qualcosa che potrebbe somigliare ad un romanzo breve (o a un racconto lungo). Il materiale è maturato in tanto tempo nel prendere e riprendere in mano la storia sviluppando situazioni e personaggi. E’ stato nel cassetto per qualche anno ed è andato avanti a tratti, mi è piaciuto andare a spasso per i vicoli di Ginevra di primo ottocento e fare incontri, così ho immaginato vicende e personaggi legati alla commissione di un segnatempo per uno dei personaggi di maggior spicco dell’epoca.

NC –  Anni fa ti eri dedicata con passione ed efficacia alla pubblicazione della bellissima storia del presepe settempedano, un libro che ricordiamo benissimo. Poi, per tanto tempo, silenzio. Hai continuato nell’ombra ad effettuare ricerche sui personaggi della tua San Severino Marche?
Marnie Allegretto – E’ vero anni fa ho curato una pubblicazione dedicata alla storia del Presepe vivente di San Severino Marche e al suo fondatore Don Amedeo Gubinelli: “…erano soltanto otto personaggi”. Qualche anno dopo, nell’ottobre del 2005, ho continuato ad approfondire la figura del sacerdote curando la pubblicazione e scrivendo la presentazione del libro “Poesie” di Don Amedeo Gubinelli edito da Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche. In tutto questo tempo mi sono dedicata all’insegnamento nella  Scuola primaria, ma negli spazi liberi non ho abbandonato il piacere di scrivere. Poi mi avete chiesto a cosa mi stessi dedicando e vi ho fatto leggere ciò che forse sarebbe rimasto nel cassetto se a voi non fosse venuta l’idea che era ora di tirarlo fuori e di rompere il silenzio… Grazie, Nuova Ciminiera.
MARNIE ALLEGRETTO

IL PROFILO RITROVATO
prologo

 

La notte era piena e nel sonno profondo improvvisamente un rumore, quasi dentro.
Dopo, solo dopo sopraggiunse la percezione di un suono proveniente da fuori, dallo spazio o dal tempo; successiva la coscienza perchè al telefono una voce, una notizia, una scomparsa.
La consapevolezza fu lenta, ci volle più tempo: una manciata d’acqua fresca, un accendino, una sigaretta e magari due pantofole incespicando già in un ricordo e in un vuoto.
Di colpo non c’era più tempo, bisognava far presto. Presto a scegliere il non senso, il troppo tardi e anche una seriale e cinica inutilità.
Più tardi, inaspettate, sopraggiunsero anche la tregua e l’incanto. Finalmente ritornò l’esistenza che lenì il rimpianto e la vita.
Mi trovai ad aprire una valigetta, dopo la valigetta un astuccio e dopo l’astuccio la cassa di un orologio: un segnatempo.
Cominciò così la meraviglia e la ricerca.
Difficile parlare dell’innamoramento iniziale, perché intimo, troppo nascosto, quasi strategico nell’offesa; sorprendente e straordinario fu lo stupore, assente la resistenza, meravigliosa ed eccitante la paura della scoperta.
All’improvviso comparve la possibilità di quel riscatto che lenisce ed è finalmente fuori dal proprio tempo: in un segnatempo.
Apparve forse illusoria anche la ragione di altri fatti e di eventi che scandiscono le esistenze oltre al caso degli incontri.
C’era comunque la possibilità di comprendere il vivere e le azioni di figure che si sovrappongono e si conoscono. Tutto in un profilo, mirabile e meraviglioso quanto anonimo e appartenente ad un tempo lontano dal mio. Un profilo impresso in uno smalto, perfetto, freddo e affascinante.
L’unica firma, un marchio e improvvisamente la storia che arriva guarda caso fino ad adesso.
Evidente fu, in quell’istante, il privilegio e un tormento, l’esigenza dell’indagine.
Indagare per conoscere e integrare le vicende ma anche per ricostruirle e non solo quelle passate; indagare il trascorrere veloce del tempo che segna, costringe e talvolta giustifica le esistenze, facendole incontrare fuori dal loro stesso momento.

PARTE PRIMA
Ginevra 1805

Capitolo I

Non era freddo quel martedì mattina a Ginevra, c’era solo una leggera bruma che impreziosiva l’acciottolato e i tetti; per le vie di Saint Gervais e in particolare in Rue des corps-Saints, la vita si era svegliata presto. Ci si accingeva, un po’ più tardi nell’andare del tempo, a raggiungere i “cabinet”. C’era un ritmo che, scandendo il passo dei cavalli spazzolati presto ed alcuni ferrati da chi si era svegliato di notte, segnava il trascorrere del tempo.
Anche lo strusciare dei cesti colmi di merci dava il senso di continuità incessante. Il brulicare indistinto di vesti di varia estrazione svolazzanti e confuse insieme ad odori che denunciavano le diverse quotidianità confondevano le figure affaccendate ognuna nel proprio stato e nei propri mestieri che occupavano ogni spazio. Le espressioni si sovrapponevano fino a dissolversi senza distinzione.
Persino le voci si susseguivano sempre uguali negli stessi richiami insieme alle imprecazioni come se la notte altro non fosse stata che un perpetuo rituale, accorso per sospendere lo scorrere del giorno in realtà mai interrotto. Solo gli odori, all’ora, avevano un intercalare più lento: le stagioni li determinava e quel giorno l’umido fertile e fecondo, di quella di mezzo, saliva forte a definire la transizione che segna l’apice della maturità.
Gli spruzzi degli zoccoli colpivano i passanti e la pioggia, che aveva definito le ore del buio, ancora era viva nel piccolo canale che segnava il confine da una parte all’altra della via.
Uno di questi, dopo aver investito Antoinette, si spense sul banco della verdura che ogni giorno alle nove in punto veniva esposta sfacciatamente, quanto sfacciata e chiassosa era la donna che se ne occupava.
Antoinette conosceva quasi tutti nel quartiere, e la conoscenza non dipendeva solo dalla vista.
Tanto generosa quanto informe e strabordante, aveva occhi scuri, indecifrabili e piccoli in proporzione alla mole, in un faccione forse inespressivo e sicuramente senza età. Il suo abbigliamento dichiarava ogni attività a cui era dedita nella giornata. La veste, appena sopra le caviglie nude tradiva l’abitudine a scoprirsi celatamente e volentieri, mentre il lungo grembiule, che le copriva le scarpe e sul quale era solita strusciare le mani, era testimone delle faticose ore trascorse a raccogliere e pulire dalla terra le erbe raccolte alla luce del crepuscolo mattutino.
Allo spruzzo che le colpì il viso la donna reagì nell’unico modo che conosceva in un francese stentato ma corretto, linguaggio dovuto agli avventori aristocratici a cavallo, nella Rue. Immediatamente, nel movimento che le era abituale cercò di liberarsi la fronte dalla ciocca di capelli umidi e sollevò repentinamente il mento per accompagnare lo sbuffo che le avrebbe dovuto allontanare il fastidio.
Fu in quel momento che riconobbe l’agente di commercio monsieur De Guillon:
Cribbio… già di ritorno. – masticò tra sé – Forse non è ancora tempo, Louis. – riprese con tono fermo mentre si puliva con il braccio la fronte guardando spavalda l’interlocutore senza fissarne gli occhi.
-Antoinette…! – la salutò sarcastico l’uomo sollevando con una mano la feluca mentre con l’altra teneva salde le redini cercando di controllare il cavallo innervosito dall’umore di chi lo governava.
– E’ persino tardi, gli ingranaggi della storia si sono già mossi, siamo ormai tutti poco puntuali e il tuo amico non è pronto. L’ho visto poco fa, mi sfugge, è segno che la commissione non è pronta.- Non si fa a corsa con il tempo, ma se ne costruiscono i meccanismi Louis e, lo sai nessuno, a Ginevra sa farlo così bene. Inoltre mancano ventiquattro ore al termine stabilito.– riprese la donna, ma la voce le si affievolì sul finale tradendo la sicurezza che voleva ostentare.
Io non controllo gli eventi ma chi con le sue azioni non abbia a comprometterli; al vostro protetto non auguro che ogni bene. – Antoinette capì che restava poco da fare, si avvicinò e allungandosi sulle punte dei piedi cercò di arrivare all’orecchio dell’uomo parlandogli a lungo, lo sforzo dell’estensione servì solo a ricevere prima che lei finisse un gesto del mento perfettamente sbarbato dell’uomo che la sovrastava almeno di tutta la testa. La donna riaccarttocciandosi si ricompose nell’abituale postura e si salutarono così, senza guardarsi. Louis si allontanò cercando un posto e qualcosa da fare per aspettare, Antoinette tornò al banco della verdura sommessamente e poco convinta.
Lo scandire del tempo non sempre asseconda la correttezza delle azioni degli uomini e certe volte l’attesa di conferma del proprio operato non è puntuale.
Passati dieci minuti il giovane cabinotier che si era visto mesi prima recapitare l’esclusiva commissione nel nome del prestigio e dell’abilità dimostrate negli anni da suo padre e suo nonno, camminava lento più del solito quel giorno e imboccò con passo stanco la via insolitamente confuso da tutta quella moltitudine umana. L’incedere era scomposto mentre volgeva con ansia gli occhi intorno a sé come fa chi teme di trovare riferimenti scomodi ma si accorse rassegnato che la donna lo aveva visto.
Si fermò, era atteso, aveva notato Louis in città poco prima, e ora osservava il disgusto negli occhi della donna, potè solo goffamente nascondere l’imbarazzo dell’indifferenza prendendo tempo.
Rimase immobile per un po’, i numerosi passanti percorrevano ignari e più o meno spediti la via dandogli sollievo in modo fortuito, sottraendolo a tratti allo sguardo di Antoinette.
Non poteva più aspettare, dovette muoversi e andò dall’altra parte sforzando le gambe ad un passo deciso. Avvicinandosi e senza neanche salutare cominciò a parlare ma sentì con vergogna l’abbandono della propria dignità proprio mentre per prendere tempo confermava goffamente l’abituale incontro serale.
Niente era rimasto da difendere, rimase in silenzio mentre viaggiava con occhi sfuggenti in quelli di lei che rassegnata e accusatrice gli piantava saldamente addosso uno sguardo pieno di rancore.
Antoinette era esperta delle menzogne del genere umano che tendono a difendere dignità poco stabili e sicure e trovò subito la conferma nell’atteggiamento del proprio interlocutore.
L’uomo non potè che confidarsi con lei: -Far meglio, è l’unica regola. Questa volta però sembra proprio impossibile governare gli ingranaggi del tempo.- Mesi prima l’orologiere aveva cercato conforto e collaborazione nella perizia dell’amico Jacob, smaltatore abilissimo, a lui aveva affidato la parte artistica della commissione, tante volte avevano collaborato e tante cose avevano condiviso. Ora poteva sperare solo nel talento di chi conosceva da sempre e al quale aveva affidato molto di più di un ritratto su smalto.
Il segnatempo richiesto però batteva due minuti di ritardo sulle trentasei ore di carica. Il meccanismo non era perfetto e la cassa smaltata ancora non c’era, qual’era lo spessore? Quanto avrebbe condizionato gli ingranaggi? Domande senza risposte nell’ansia crescente di trovarne; sarebbero arrivate solo alla fine dell’assemblaggio di ognuna di quelle parti.
Tutto era nelle mani di Jacob si conoscevano bene, un sentimento fraterno li univa e mai avrebbero disatteso aspettative reciproche.
Lo aveva convocato urgentemente proprio per le 9 e 20 di quella mattina, adesso si stava recando all’appuntamento ma l’arrivo anticipato di Louis avrebbe compromesso la realizzazione della soluzione attesa, non c’era tempo e poteva essere già troppo tardi.
Restava ormai solo la speranza per la quale il risultato non dipende più solo dall’autore che vista esaurita la propria parte può solo confidare in quella di chi chiamato a svolgere la fase finale ne accoglie il testimone portandola ad un esatto compimento.
L’orologiaio, residente ginevrino da ormai due generazioni, conosceva le richieste della nobiltà e la commissione era veramente straordinaria ma ancora non soddisfatta.
Gliela aveva procurata proprio lei, Antoinette che sperando in un profitto adesso a voce alta, gesticolando in maniera scomposta, sfogava tutta la rabbia. Il colore della frustrazione le accendeva le guance ormai quasi violacee e i capelli, già ribelli e poco abituati al pettine, ora le ricadevano disordinatamente sulle spalle mostrando le striature di grigio che non riusciva più a nascondere. Con le mani sul viso nella vana speranza di trattenere le lacrime sfogava il rimpianto per un tentativo che ormai stava fallendo: assicurare la propria esistenza.
Gli anni passati accovacciata nei campi la stavano rendendo curva; l’aspetto un tempo seppur rozzo l’aveva resa attraente ma stava entrando ormai nella decadenza che accompagna alla vecchiaia. Inesorabile quindi appariva anche la fine dell’altra occupazione, che seppur non ne avesse fatto una donna onorata, le aveva consentito una rendita tale da sollevarsi dalla miseria.
L’ ira a quel punto era incontenibile e il suo interlocutore riuscì appena in tempo ad afferrare al polso il braccio che stava per colpirlo. Il pianto divenne dirotto e il giovane accolse la donna sul petto in un abbraccio. Le mani si posarono sui capelli di lei. Li sentì ispidi e ricordò quando la conobbe, solo sei anni prima. Era arrivata da poco a Ginevra, lui l’andava a trovare di sera e si addormentava su quei capelli che all’ora erano lunghi, soffici e ancora scuri, non aveva mai contribuito al benessere di Antoinette che anzi spesso lo aveva fatto ridere con i racconti grotteschi e volgari degli altri incontri, quelli redditizi.
Al contatto la donna si calmò, smise di urlare ma non di piangere, i singhiozzi diventavano ormai sempre più radi anche se le lacrime continuavano a sgorgare accompagnando l’irregolarità del respiro. Con gli occhi gonfi e bagnati si scostò dal petto dell’uomo che sollevando stancamente lo sguardo appannato si accorse che alcuni passanti si erano fermati ad osservare la scena incuriositi e che ormai si stavano allontanando, avvezzi a questa e ad altre stravaganze di quella donna che tutti conoscevano ma che a pochi conveniva salutare in strada se non presso il banco della verdura.
Alcuni di loro bisbigliavano qualcosa, il giovane se ne accorse e scostò bruscamente Antoinette un po’ più in là, all’imbocco di uno dei vicoli di Rue de Corp Saints, la donna alla spinta vacillò ma lui la trattenne per le spalle.
– Se fossi un uomo dovrei prendere i tuoi schiaffi. Invece mi allontano persino dagli occhi di chi facendo finta di non conoscerti dimostra il contrario. Guarda, laggiù c’è Louis, il maniscalco gli sta ferrando il cavallo. Ci ha visti, ha capito. Non ce la posso fare Antoinette. Il meccanismo di quell’orologio è come me: non è puntuale.
– Se è come te allora è in anticipo. In ritardo o in anticipo che conta?
– Bisogna essere puntuali ed io non lo sono, forse sono addirittura fuori dal tempo. Solo Jacob riuscirebbe a correggere l’imprecisione del meccanismo calibrando il peso della cassa. Non ci credo Antoinette: è tardi, Louis è già tornato.
Si interruppe bruscamente perché all’improvviso fu attratto da un calpestio non lontano e notò che qualcun altro li aveva osservati e che, dopo il vicolo, adesso si stava allontanando con fare di chi non voleva farsi vedere.
Quella figura lo distrasse; si voltò di scatto, mentre l’aria gli scompigliava i capelli ai lati della nuca e qualche piccola goccia di pioggia residua gli colpiva il viso appiccicando qualche ciuffo sulla fronte. Fece un passo indietro, con la mano destra in un gesto istintivo si liberò gli occhi e quando li riaprì quell’uomo non c’era più. Riuscì a vedere bene solo lo svolazzare di un mantello le cui trame evidenti anche a distanza denunciavano un’usura consumata dal tempo.
Una spiacevole sensazione lo costrinse prepotentemente a un ricordo e a qualcuno di conosciuto.
Abbassò le palpebre strizzandole richiamando verso le orbite anche le diverse piccole rughe che le circondavano. Sconfortato, distese i muscoli e riguadagnò lo sguardo abituale dirigendolo verso ciò che non era più visibile ma che annunciava complicazioni, in fondo al vicolo. Qualcos’altro ed improvviso stava accadendo ma non riusciva ad afferrare il ricordo che quell’immagine gli aveva suscitato come poco più di un fondo di memoria irraggiungibile ma vivo.
Si impose prepotente a quel punto un bisogno: dare un volto e un nome a quella figura.
Quell’imprevisto si sommò a tutto ciò che lo aveva occupato e preoccupato fino a poco prima senza lasciargli scampo.
Antoinette non aveva compreso e non si accorse di nulla. Convinta che lo sgomento dell’amico fosse causato dal proprio stato emotivo, lo guardò come non aveva mai fatto prima, con tenerezza, anche gli occhi le si addolcirono come il sorriso che insolitamente le incorniciava le labbra. Sembrò persino bella per un istante.
Il giovane guardò di nuovo Antoinette e distrattamente pose una domanda:
– Perchè hai speso tutto questo tempo con me? Mi fai anche da mangiare e mi svegli presto. Perchè Antoinette? –
– Non ero più una ragazzina –
cominciò con voce bassa guardando lontano, oltre il vicolo vuoto. A queste parole l’attenzione dell’amico tornò su di lei: – vicino casa mia, sul lago di Rousses, arrivò un uomo, Florian, si occupava di orologeria. Mi colpirono subito le sue mani. Le dita erano eleganti e morbide lontane da quelle tozze e ruvide dei contadini che conoscevo. Mi parlava di tante cose e dei suoi sogni, io credevo in lui. Così cominciai a fantasticare. Un giorno fui esaudita e non mi stancavo mai né di lui né dei suoi sogni. Andai a vivere da lui. Passavo ore a guardarlo mentre lavorava. Non ho capito mai niente di quei meccanismi, però mi chiamava sempre quando ne completava uno. Sapeva che non riuscivo a resistere a quegli ingranaggi. Era qualcosa di perfetto e misterioso, gli incastri magici li chiamavo ma non sono mai riuscita a capire come facesse uno solo a far muovere tutti gli altri. – Mentre parlava gli occhi della donna si riempivano di tenerezza e proseguì:
– Lui rideva e mi rispondeva che ero io il primo; che davo vita a tutto. Dopo qualche anno però Florian partì, tra i suoi sogni c’erano anche quelli di libertà, fraternità e uguaglianza. – lo sguardo cambiò di nuovo, incupendosi questa volta, quindi aggiunse: – La Milizia Borghese li fece cadere, fu uno dei cinquanta morti in Campo di Marte a Parigi, era il 1794, aveva trentacinque anni e morì di quegli stessi ideali che era andato a difendere.
Io non rimasi sola, con me c’era Paul…  era nato dodici anni prima, quando mi trasferii a casa sua. Aveva le dita come quelle di suo padre e la stessa passione per l’orologeria ma anche il mio stesso rancore. A diciassette anni si arruolò con l’esercito austriaco. Ce l’aveva con la Francia, diceva. – Si interruppe giusto un attimo, poi riprese con voce flebile e roca: – La battaglia fu vinta ma lo trovarono nei pressi di Zurigo riverso in un fosso; aveva una baionetta in petto e la giubba irrigidita come una corazza dal sangue rappreso. Era il 7 Giugno del 1799. A casa mi rimasero due bandiere, quella francese della sconfitta e quella austriaca della vittoria. Fu il giorno dopo averle seppellite entrambe, che venni a Ginevra. – .

                                                                                                                                                                                                (continua)

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