Il cerchio misterioso della parola. Linea intera, linea spezzata di Milo De Angelis

di Jacopo Curi

Era il 2011 quando al teatro Lauro Rossi di Macerata, in una fresca serata maggiolina del Licenze poetiche festival, incontrai Milo De Angelis per la prima volta: squarciò il silenzio della sala Gigli presentando Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori «Lo Specchio» 2010) in un corollario di etimi; e più si approssimava alla radice di una parola, più fondo ne appariva il mistero, incastonato in un gioco di scatole cinesi. Da allora aprendo i suoi libri e ascoltandolo dal vivo ho fatto esperienza dello stesso mistero, come quando a gennaio 2015 anticipò nella biblioteca “Zavatti” di Civitanova alcune letture da Incontri e agguati, pubblicato pochi mesi dopo sempre nella collana «Lo Specchio» di Mondadori; come quando nel 2017 parlò della poesia cosmica da Lucrezio a Bonnefoy nella canicola di un’Assisi metafisica. Sembrava insomma che quella tensione sotterranea e insondabile fosse destinata in qualche modo a ripetersi con variazioni sul tema.

Linea intera, linea spezzata (Mondadori «Lo Specchio» 2021) non fa eccezione e spinge a pensare che in fondo davvero un autore scrive, sfumandola, la stessa opera per tutta la vita. Così per il lettore è inevitabile interrogarsi sulla matrice di quel mistero, quanto accettarlo e sprofondare in uno scavo basato su un confronto serrato e ossessivo con il potenziale espressivo di immagini note, più che di veri e propri temi. È la geometria del «cerchio» a riprodurre il divenire che si autoalimenta e che eternamente ritorna: entro il suo perimetro inizio e fine s’incontrano per elidersi in un continuo perire e rinascere delle immagini fino al definitivo annullamento.

Nelle temporanee forzature dell’equilibrio universale le effrazioni del destino ne lasciano intravedere il compimento e lo suggellano: la tragedia dei suicidi, l’agonismo di un gesto atletico (la rovesciata del calciatore, la corsa dell’atleta, la gambata del nuotatore, il colpo del lottatore, il tiro del giocatore di bowling o di biliardo) e l’eroismo di personaggi dell’infanzia rappresentano i casi-limite in cui si verifica l’interruzione del flusso degli eventi e le figure si mitizzano. La rielaborazione in forma oracolare di questi avvenimenti, dunque, perfeziona paradossalmente il rituale del ricordo. L’atto del dire, nel suo farsi segno attraverso la scrittura, lascia tracce del mutamento e fissa la prova infallibile del passaggio, rendendo l’incontro con vecchi amici, amanti, allenatori, compagni di scuola il momento di un «per sempre» assoluto, fruibile entro le coordinate di un «tempo» antico che non può essere puramente memoriale, ma che piuttosto si allunga nell’istante di un infinito presente.

In Linea intera, linea spezzata strategie di accumulo quali la paratassi per polisindeto e riprese di termini e sintagmi denotano a livello stilistico la ricorrenza delle immagini che per un caso, un presagio o una congiunzione astrale improvvisamente rivivono in un luogo concreto già noto (un autobus, un angolo della periferia milanese, un parco, un campo sportivo, un’inquadratura del Monferrato) per tornare a manifestare apertamente la loro vera natura e convergere nell’esatto qui e ora, prima di ripiombare taciturne nell’indistinto di numeri, suoni, oggetti, presenze/assenze umane e animali. Le vertiginose analogie tipiche di De Angelis, però, qui si curvano fino a distendersi orizzontalmente, senza tuttavia diluirsi e rinunciare alla concentrazione semantica, ma acquisendo maggiore transitività e rafforzando il senso complessivo del testo e la relativa intertestualità. Il dettato, quindi, anziché deflagrare in buchi neri di significato, risulta più disteso e meno ellittico; di conseguenza la forza centripeta e attrattiva esercitata dal coagulo delle immagini è bilanciata dalla forza centrifuga del verso, a cui si conforma quell’impressione di dilatazione dell’istante che ogni volta si ricombina per assumere la sua primitiva sembianza. La decontrazione sintattica dischiude perciò gradualmente l’energia rappresa in un nucleo propulsivo, nel quale è già contenuta la sentenza finale di morte.

Nell’inesorabile discesa fino all’indistinto solo la parola ha la possibilità di decifrare il vissuto per testimoniarne lo scorrere e le interruzioni: il titolo Linea intera, linea spezzata, infatti, riporta il discorso all’idea di unità mutevole dell’I Ching, dove si annida, in estrema sintesi, il mistero di un’intera poetica.

 

Foto di Viviana Nicodemo

 

Di seguito si riportano quattro testi da ognuna delle sezioni della raccolta: Linea intera, linea spezzata (I); Nove tappe del viaggio notturno (II); Dialoghi con le ore contate (III); Aurora con rasoio (IV).

 

Nemini

Sali sul tram numero quattordici e sei destinato a scendere
in un tempo che hai misurato mille volte
ma non conosci veramente,
osservi in alto lo scorrere dei fili e in basso l’asfalto bagnato,
l’asfalto che riceve la pioggia e chiama dal profondo,
ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra, e tu allora
guardi l’orologio, saluti il guidatore. Tutto è come sempre
ma non è di questa terra e con il palmo della mano
pulisci il vetro del vapore, scruti gli spettri che corrono
sulle rotaie e quando sorridi a lei vestita di amaranto
che scende in fretta i due scalini, fai con la mano un gesto
che sembrava un saluto ma è un addio.

 

Prima tappa del viaggio notturno

Hai guardato i quattro punti cardinali
e sei andato verso est, verso il parco
dove dormono i ragazzi dopo le partite,
sei arrivato nel campo che gira veloce su se stesso
e hai ricordato tutto, hai ricordato uno per uno
i corpi sepolti e quelli vivi, soffi di vento
che ora ti raggiungono e ti spingono nomade
tra i nomadi, quando il bambino e la morte
si congiungono in un solo cerchio, sfreccia
un rondone e il grido dei demoni invade la tua ombra
e l’ombra più grande che non vedi.

 

Caramelle di menta

Da quanto tempo non entravo al Centro Schuster,
da quanto tempo non sentivo le frasi sconnesse e favolose
di Drino Danilovič, il primo allenatore,
con il berretto a visiera, quello che accarezzava la porta
con il suo fazzoletto di cotone e una vampata
di parole folgorava gli ippocastani.
“Mister, lei è ancora qui, nel campo a nove giocatori,
è ancora qui con lo stesso taccuino e la stessa matita.”
“Sono sempre stato qui e ti aspettavo, ragazzo.
Ma tu? Sei rimasto l’inquieto pulcino
che correva sulla fascia e poi tremava? Oppure sei riuscito
a far pace con la vita?” “Mister, non lo so, ma sono qui,
sono tornato per saperlo.”
“Sono soltanto tre, posso dirtelo, le regole del bene,
soltanto tre: portare il pallone nel soffio
della prima altalena, portare ogni dribbling in un balletto
astrologico, trovare in una stella
l’attimo giusto per il calcio di rigore.”

 

Gianni Hofer

Strane avventure terrestri finiscono di colpo: erano apparse
in un’aula del liceo Manzoni,
mentre guardavo ammirato quel ragazzo senza parole
e lui chinava la testa, chinava il rettangolo nero e pesante
dei suoi occhiali su una severa grisaglia, con quella penna
sempre in mano e traduceva traduceva traduceva,
portava su questa terra suoni antichi e perduti, ci svelava
un mondo di scudi e leoni di pietra, quando a fine agosto
Leonida combatté con l’infinito
e poco dopo, a Platea, l’universo tremò di paura.
Gianni era quella paura. Ed era
l’unico amico delle mia vita e un mattino
gli chiesi di venire con me al Giurati per correre insieme
e lui sorrise di luce aperta ma rispose non posso
e poi parlò di Filippide e del suo annuncio meraviglioso
con un lampo negli occhi e poi fino all’ultimo giorno
nella stanza più remota dei folli non disse più niente.

Gloriose avventure terrestri finiscono in silenzio:
erano apparse.

 

Milo De Angelis (Milano 1951) ha esordito con Somiglianze (Guanda 1976), seguito da Millimetri (Einaudi 1983; Il Saggiatore 2013). I successivi Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005, premio Viareggio), Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), Incontri e agguati (2015) sono editi da Mondadori, come il riassuntivo Tutte le poesie. 1969-2015 (2017). È anche autore di un’opera di narrativa, La corsa dei mantelli (Guanda 1979; Marcos y Marcos 2011), e della raccolta di saggi Poesia e destino (Cappelli 1982; Crocetti 2019). Le sue interviste sono raccolte in La parola data, con DVD di Viviana Nicodemo (Mimesis 2017).

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