Bestiario delle emozioni


Bestia centosettantunesima

Il Trauma precipita da altezze siderali e spacca la terra come fosse un meteorite. La ferita causata dall’impatto si rimargina solo in superficie. In profondità rimane aperta, ed è lì che si dibatte la creatura aliena. Graffia le pareti, morde i sassi e scuote le viscere del mondo. La terra l’ha condannata alla solitudine e all’oscurità, ma lei non si arrende al proprio destino e grida più forte che può. Il suo dolore avvelena le falde acquifere.
In superficie l’erba appassisce, i fiori si riducono a steli secchi che sostengono capolini senza petali. Gli alberi già secchi invocano il temporale: se la terra si farà più morbida, se accoglierà in sé la pioggia che infonde coraggio, il Trauma riaffiorerà come una spina conficcata sottopelle. Sarà meno spaventoso di quanto la terra si aspetta: avrà occhi tristi e una storia da raccontare. Quando sarà libero, nella fossa scoperta cadranno i semi portati dal vento.

Bestia centosettantaduesima

Il Rimuginio nuota in cerchio attorno alla Paura e ne offusca l’immagine con la sabbia che solleva dai fondali. Si avvita su se stesso e rigurgita Pensieri subacquei destinati a morire in fretta, sagome vuote che vorticano e sbattono le une contro le altre. Le sue branchie si aprono e si chiudono come in preda a degli spasmi e il suo moto incessante si risolve nell’inerzia: non si allontana mai dalla Paura, né le si avvicina abbastanza per poterla riconoscere. È lo scudo esausto di un crostaceo intrappolato in acque torbide.
Come può la Paura risalire in superficie se il Rimuginio, cieco alla sua esistenza, le nega di avanzare?

Bestia centosettantatreesima

La Rigidità è una sagoma d’argilla seccata sotto un sole incerto.
Intorno a lei la terra è crepata da scosse violente. Più trema e più la bestia di creta s’indurisce, salda sul proprio fazzoletto di pianura, quasi che addensarsi e ostentare la propria fermezza possa salvarla dalla rovina. Ma quella fissità incapace di assecondare gli spasmi del pianeta è una resa inconsapevole alla catastrofe. Inaridita e immobile la bestia non fiata, semplicemente sta, e un reticolo d’incrinature le si allarga sui fianchi, sul petto, sulle solide zampe, sul muso austero, persino sugli occhi e sui denti. Si sgretola e frana, così suo malgrado si muove e forse ricorda la vitalità che un tempo le permise di correre fin quasi a volare.
Sarebbero bastate poche lacrime a intenerire l’argilla, a regalarle ancora un po’ di vita. Ma ormai è tardi: non resta che un mucchio di cenere.

Bestia centosessantaquattresima

La Rimozione è un vecchio pachiderma col corpo disseminato di occhi. Controlla tutto ciò che nasce, vive o muore sotto la luce del sole. Avanza su zampe lunghe come sequoie e sottili come ramoscelli e cerca Dolori, Istinti e Pensieri troppo pesanti perché la terra possa sostenerli, o troppo arditi perché il Giudizio li tolleri. Cala su di essi i bisturi scintillanti con cui terminano le sue dita e incide il suolo attorno ai loro corpi, condannandoli a sprofondare nell’oscurità dell’Inconscio. Ricopre le voragini e pone su di esse le Resistenze, piccole creature che abitano appese ai suoi fianchi: saranno le guardiane delle sepolture.

Bestia centosessantacinquesima

Il Narcisismo lecca con cura ogni centimetro della propria pelliccia. Sbatte le palpebre e mette in mostra le ciglia nere, poco più corte delle vibrisse dorate che rilucono sotto il sole. La coda vaporosa lo cinge chiudendo un cerchio perfetto attorno alla sua figura. In una circonferenza più grande, ma concentrica a quella della coda, una processione di bestie adulanti avanza come una cintura di satelliti in orbita.
Il Narcisismo miagola compiaciuto osservando il proprio riflesso negli occhi colmi di meraviglia. Sotto il suo pelo fitto si allungano ferite mai rimarginate, aperte quando ancora le sue zampe erano piccole come castagne, ma mentre ostenta la propria avvenenza, circondato da creature che sembrano amarlo, dimentica il dolore e si sente tutto intero.

 

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