L’ultima didascalia del mondo. I morti di Gabriele Galloni

di Filippo Davoli

Antonio Bux, in introduzione, se ne stupisce: che un ragazzo di soli 23 anni possa interessarsi ai morti in maniera così matura, così compiuta, come riesce a fare Gabriele Galloni nel suo In che luce cadranno (RP, 2018).

Anzitutto che dispersione – vorrei dire in inciso – tutta questa quantità di librini, spesso ottimi, condannati ad una circolazione limitata tra gli addetti ai lavori e nemmeno tutti. L’agio di non esser più giovanissimo e d’essermi mosso, specialmente negli ultimi vent’anni, mi permette di riceverne parecchi: alcuni improponibili, ma in mezzo la perla ci esce molte volte. Solo che io sono io. Tutti gli altri? Il buon lettore ignaro in cerca di qualche parola onesta destinata a rimanere nel suo bagaglio interiore,  probabilmente nemmeno ponendosi l’ipotesi che farebbe al suo caso un libro di poesia, come farà a cambiare idea se nelle librerie molte di queste perle nemmeno arrivano?
Ma qui – e l’inciso si avvia alla conclusione – l’argomento si amplierebbe mostruosamente, allontanandoci da quanto invece oggi mi preme: e cioè concentrarmi anch’io sui morti di Galloni.

“Tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente”, così Antonio Bux si incanta di fronte ai testi di In che luce cadranno. A me, più che questo immaginabile stupore, la poesia di Gabriele conferma l’attendibilità delle poche volte che ci siamo parlati e detti di noi, della poesia, della vita. Sì, è un ragazzo già uomo, Galloni: con uno spessore interiore più ampio rispetto a quelli della sua età. Non soltanto perché scrive dei morti, quanto soprattutto per come ne scrive.

Nei suoi versi non c’è traccia di, per quanto sottili, perversioni; i suoi amici morti (e tutti i morti danno l’impressione, nei suoi versi, di essergli amici) lui li muove con sapienza nello scacchiere multiforme della vita (e delle vite: sia quelle che li incrociano – anche noi -, sia le vite che diversamente, noi e loro, siamo chiamati a vivere); li anima, per così dire, di una sana vivacità, di una poliedrica umanità; li incarna pur sapendoli fuori del tempo e dalla carne; ne scevra l’alone misterico senza tuttavia avvilirne la portata ultraterrena.
Ecco: sa conviverci senza patemi, e aprendo a noi lo sguardo sul tempo che verrà , anche per noi.

Mi preme anche sottolineare come questo “gioco” di rimandi, di allontanamenti e riallacci, di contatti garbati, si compia attraverso una lingua giusta di toni e di modi, accorta (e ironica), sorvegliata e sentimentale, ma anche musicale, ritmica, eufonica e felicemente lirica, compiutamente nella linea del nostro Grande Stile. Un universo che si schiude e si ricompone con grazia nel breve tratto degli ipogrammi dalla metrica perfetta.
Sono anch’io folgorato da tanta misurata naturalezza.

Gabriele Galloni

 

da In che luce cadranno

*
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile.

*
Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

*
I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*
I morti guardano alla luna come
un errore, uno sgarbo del creato;
pensano infatti che sia cosa messa
lì per illuderli (non percorribile).
L’imitazione di un antico sesso
senza ingresso né uscita né sala
d’attesa.

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

 

la copertina del libro

Gabriele Galloni vive a Roma, dove è nato nel 1995. Studente di Lettere Moderne all’Università La Sapienza, in ambito poetico ha pubblicato Slittamenti (2017, con una nota di Antonio Veneziani) e In  che luce cadranno(2018, introduzione di Antonio Bux).

2 risposte a “L’ultima didascalia del mondo. I morti di Gabriele Galloni”

  1. Anche tu Filippo, come peraltro Antonio Bux nell’introduzione, affermi di essere stato “folgorato da tanta misurata naturalezza” della poesia di Gabriele Galloni e del suo ultimo libro “In che luce cadranno”. Leggendo le poesie qui pubblicate, non colgo le stesse vostre impressioni, tua e quella di Bux. Mi sembra che l’autore, proprio per la sua giovane età (23 anni), affronti un tema, quello dei morti, complesso e misterioso che né lui, né noi conosciamo, per cui le sue analisi mi appaiono alquanto superficiali, incomplete e improvvide. Mostra di non saper parlare con i morti, di non sentirne la voce, il calore, la presenza, anche se assenti ai nostri sguardi. Forse non ha mai colto, né vissuto l’ultimo respiro di una persona cara e l’immensità del pensiero trascendente che si apre in quell’istante, lasciandoci disarmati, impotenti, è vero, ma fortemente coscienti di un rapporto affettivo e sentimentale che non si chiude definitivamente ma si tramuta in memoria profonda, in un impulso d’amore e d’elevazione. Gli antichi veneravano i morti, ne conservavano in casa le ceneri a conferma di un culto cosciente e partecipato. Il poeta Galloni non si pone questi pensieri, anzi li travisa (“I morti guardano alla luna come un errore…”, “i cors
    i e i ricordi identici sulle due rive…”) ponendosil contesto di un alto sentire emotivo. Forse più che far parlare i morti, l’autore fa parlare i suoi recessi mentali, le sue paure, le sue angosce, il tormento della sua anima divisa tra la realtà di un quotidiano “poco amorevole” e un futuro pieno di incognite e di mistero. La riscoperta del sogno e dei sentimenti può essere un buon antitodo per lenire il “male oscuro” della sua e nostra esistenza. Questo il mio modesto pensiero, una lettura “diversa” che non vuole inficiare la qualità della ricerca e la nobiltà del verso di Gabriele Galloni.
    Grazie per l’ospitalità.
    Alvaro Valentini

  2. CORRIGE
    (… i corsi e i ricorsi / del vivere identici sulle / due rive …) negando di fatto l’ascolto dell’alto suo sentire emotivo e spirituale.

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