La croce del nome. Tra Mario Luzi e Claudio Pasi

la scrittura è scritta ma
la rappresentazione è necessaria”

di Michele Bordoni

Su quella che ormai è diventata la mia scrivania di scorta (ne ho due, una nella casa di famiglia, l’altra in quel di Padova dove ormai vivo da anni), probabilmente cadendo da due pile di libri diverse, si sono accoppiati due librini completamente dissimili all’aspetto, uno bianco l’alto nero. Entrambi però, una volta aperti, si rivelano più vicini di quanto possa lasciar credere la diversità del titolo e della copertina. Il primo – con la copertina nera – è un libro dell’immancabile Mario Luzi ed è La passione (Garzanti, 2014, pp. 80, euro 8), una serie di poesie scritte per la via crucis al Colosseo del 1999; il secondo – il bianco – è un volumetto di Claudio Pasi uscito recentemente per la collana A27 di Amos Edizioni e si intitola Nomi propri (Amos Edizioni, 2018, pp. 60, euro 12). Il primo, dal titolo, è esplicitamente il dramma della crocifissione, una sorta di dialogo a una voce fra Cristo e il Padre, che mai prende la parola. Il secondo libro, invece, si apre – dopo una poesia introduttiva – con una suite di 14 poesie intitolata Via del dolore. Il riferimento, passando per il gergo medico secondo cui la via del dolore è il canale nervoso che comunica il dolore alla corteccia cerebrale., è alla via crucis, all’agonia del padre dell’autore, alter Christi. Sono quattordici poesie in cui, dall’esordio della malattia fino alla morte del padre, Pasi accosta la Passione di Cristo a quella paterna.
Ecco cosa accomuna questi due librini; essi sono (quello di Pasi solo nella prima parte) riscritture del testo biblico, reinterpetazioni drammatiche della rappresentazione biblica. È però interessante notare come, più che di rappresentazioni, qui si parli di messa in opera di un testo, di un dramma che viene performativamente agito e vocalizzato. Ancora più interessante è notare come, per dirla con Wittwoker, il simbolo occidentale per eccellenza, la croce, migri dalla sua configurazione statica e tradizionale (alias “la croce sta per il sacrificio di Cristo che promette la risurrezione”) ad una più umana e pragmatica aderenza alla vita degli uomini.

Questo incrocio di notabilia, che adesso verrà più esplicitamente dipanato e mostrato, mette in moto una serie di riflessioni sulla potenzialità della lingua poetica (metonimia per l’uomo) di riscoprire la sua aderenza ad una tradizione che, lungi dal soffocarla o dall’angosciarla (si veda il magistero di Harold Bloom), la apre al suo destino, la riconsegna alla sua radice prima, quella di essere una parola capace di fare qualcosa, di creare sensazioni o i presupposti logico-linguistici per lo sviluppo del pensiero. In definitiva, approssimando un abbozzo di teoria, la lingua poetica, quanto più rischia di situarsi nella zona del “già detto”, del “già stato scritto”, di quello che potrebbe definirsi un sapere allegorico (in cui la sostituzione del significato avviene immediatamente distruggendo il corpo del significante) , tanto più diventa in grado di reinventarsi, di essere originale proprio perché capace di riattivare quel tanto di simbolico che la fonda, avverandola all’origine, e di salvare dal naufragio della dimenticanza la tradizione che l’ha resa possibile. Condensando con parole tratte da un dramma tardo di Luzi “la scrittura è scritta ma / la rappresentazione è necessaria”.
Andiamo con calma. La
via crucis è un’agonia, il dolore è il primo protagonista. Come fare, però, a renderlo vero, a renderlo personale, sottraendolo al linguaggio dei più, alla tradizione? Pasi riflette su questo aspetto: “Nessuno può comprendere il dolore / di un altro, perché è individuale, / perché è l’essenza della solitudine, / perché non parla mentre lo  giriamo, / leggero come un fascio d’erba” (p. 19). È l’agonia del nome proprio che, in quanto proprio, non può essere comunicato nella sua interezza e vividezza senza essere ingabbiato in una rappresentazione che lo depotenzi. Il nome, il dolore, la croce: tutti incomunicabili. Ci si rifà, dunque, a chi l’ha detto prima di noi, alla tradizione, alla biblioteca, si riusano i frammenti del Testo, del Libro. Sia Luzi che Pasi premettono alle loro poesie brani dei Vangeli o dei Salmi (Luzi) o le denominazioni delle quattordici stazioni della via crucis in Exercitium Viae Crucis de Sancto Alphonso Maria de Ligorio (Pasi). Ciò che però non fa ricadere nell’esercizio stucchevole o in una sorta di ekphrasis al letterario questi due testi è che i brani di apertura non vengano descritti, ma agiti: in Luzi è Cristo stesso che parla in prima persona, uscendo dalla terza persona del testo sacro e incarnandosi nella prima persona che dice – dolorosamente – io (“Conoscerò la morte. La conoscerò umanamente” p.35); in Pasi – e in questo si rivela la grandezza della migrazione dei simboli – l’attore della via crucis è il padre dell’autore. Alcuni esempi; la terza stazione della via della croce si apre con la corrispettiva frase latina “…procumbit primum sub onere crucis” ma, a cadere, è il padre colto da un malore che, a terra, si sforza di prendere il telefono allungandosi verso una mensola “come quando / portiere della squadra giovanile, / si allungava per prendere il pallone” (p. 17).

O ancora, alla stazione undicesima, quella della crocifissione vera e propria, mentre il motto recita “…clavis affigitur cruci”, si presenta il padre attaccato alle macchine mediche, un Ecce homo in chiave moderna. “Così questo è mio padre, appeso ai fili / delle apparecchiature che mantengono / le funzioni vitali” (p. 25). Il dolore personale, il nome proprio, indicibile, è detto in maniera simbolica, accennando al simbolo che lo anticipa. Ci si affida ad una verità che precede, che è stata già scritta; tuttavia non la si prende nella sua accezione positiva di ready made, ma la si fa avverare. Il simbolo, più che un qualcosa che sta per qualcos’altro, diviene qui il senso originario dell’esperienza singola; il particolare, per essere detto, si affida al generale, il generale si avvera nel particolare. L’agonia della non appartenenza al campo del dicibile è risolta, da Luzi e Pasi, mediante le potenzialità espressive del simbolo: Luzi fa parlare il simbolo, Pasi trasforma in simbolo il padre. 

Cristo e la Croce si liberano, così, dal destino di figure statiche, valide solo nel tornio di testi e momenti destinati alla loro interpretazione teologica; si aprono, invece, ad una pratica di vita che li avvera nel momento del loro riconoscimento nelle situazioni umane. Non rimangono confinate alla croce del loro nome ma prendono il nome di tutti coloro che li avverano; non a caso Pasi, nel riportare le indicazioni latine in esergo alle sue poesie, sostituisce il nome di Cristo con tre puntini di sospensione…

Il simbolo, così come la poesia, non è qualcosa di già dato, di immobile; è semmai il luogo che attende che qualcuno lo avveri, che lo nomini con un nome che, se all’apparenza sembra straniero o inattuale, è tanto straniero e inattuale quanto il nome proprio.

L’ultima didascalia del mondo. I morti di Gabriele Galloni

di Filippo Davoli

Antonio Bux, in introduzione, se ne stupisce: che un ragazzo di soli 23 anni possa interessarsi ai morti in maniera così matura, così compiuta, come riesce a fare Gabriele Galloni nel suo In che luce cadranno (RP, 2018).

Anzitutto che dispersione – vorrei dire in inciso – tutta questa quantità di librini, spesso ottimi, condannati ad una circolazione limitata tra gli addetti ai lavori e nemmeno tutti. L’agio di non esser più giovanissimo e d’essermi mosso, specialmente negli ultimi vent’anni, mi permette di riceverne parecchi: alcuni improponibili, ma in mezzo la perla ci esce molte volte. Solo che io sono io. Tutti gli altri? Il buon lettore ignaro in cerca di qualche parola onesta destinata a rimanere nel suo bagaglio interiore,  probabilmente nemmeno ponendosi l’ipotesi che farebbe al suo caso un libro di poesia, come farà a cambiare idea se nelle librerie molte di queste perle nemmeno arrivano?
Ma qui – e l’inciso si avvia alla conclusione – l’argomento si amplierebbe mostruosamente, allontanandoci da quanto invece oggi mi preme: e cioè concentrarmi anch’io sui morti di Galloni.

“Tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente”, così Antonio Bux si incanta di fronte ai testi di In che luce cadranno. A me, più che questo immaginabile stupore, la poesia di Gabriele conferma l’attendibilità delle poche volte che ci siamo parlati e detti di noi, della poesia, della vita. Sì, è un ragazzo già uomo, Galloni: con uno spessore interiore più ampio rispetto a quelli della sua età. Non soltanto perché scrive dei morti, quanto soprattutto per come ne scrive.

Nei suoi versi non c’è traccia di, per quanto sottili, perversioni; i suoi amici morti (e tutti i morti danno l’impressione, nei suoi versi, di essergli amici) lui li muove con sapienza nello scacchiere multiforme della vita (e delle vite: sia quelle che li incrociano – anche noi -, sia le vite che diversamente, noi e loro, siamo chiamati a vivere); li anima, per così dire, di una sana vivacità, di una poliedrica umanità; li incarna pur sapendoli fuori del tempo e dalla carne; ne scevra l’alone misterico senza tuttavia avvilirne la portata ultraterrena.
Ecco: sa conviverci senza patemi, e aprendo a noi lo sguardo sul tempo che verrà , anche per noi.

Mi preme anche sottolineare come questo “gioco” di rimandi, di allontanamenti e riallacci, di contatti garbati, si compia attraverso una lingua giusta di toni e di modi, accorta (e ironica), sorvegliata e sentimentale, ma anche musicale, ritmica, eufonica e felicemente lirica, compiutamente nella linea del nostro Grande Stile. Un universo che si schiude e si ricompone con grazia nel breve tratto degli ipogrammi dalla metrica perfetta.
Sono anch’io folgorato da tanta misurata naturalezza.

Gabriele Galloni

 

da In che luce cadranno

*
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile.

*
Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

*
I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*
I morti guardano alla luna come
un errore, uno sgarbo del creato;
pensano infatti che sia cosa messa
lì per illuderli (non percorribile).
L’imitazione di un antico sesso
senza ingresso né uscita né sala
d’attesa.

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

 

la copertina del libro

Gabriele Galloni vive a Roma, dove è nato nel 1995. Studente di Lettere Moderne all’Università La Sapienza, in ambito poetico ha pubblicato Slittamenti (2017, con una nota di Antonio Veneziani) e In  che luce cadranno(2018, introduzione di Antonio Bux).

Di verso in verso… la perversione

di Filippo Davoli

È il titolo della nuova plaquette (satirica?) del poeta lancianese Giuseppe Rosato: Di verso in verso la perversione. Che suggerirebbe tante opportune riflessioni su taluni guasti interpretativi del senso del “mestiere” dello scrivere. Rosato non si inoltra invece così in profondità, ritenendo (e come dargli torto, tutto sommato) siano più che sufficienti le brutture della nostra vita contemporanea, sempre più caotica e disastrata e disastrante:

Longevità in progresso
in regresso lo Stato:

più avvisi di reato
che avvisi di decesso

recita direttamente in copertina. Ma del resto, il poeta non è nuovo a incursioni satiriche in versi: ne ricordiamo con felice memoria Guerra e piace (Solfanelli, 1991), Poesie in forma di cosa? (Emblema, 1967), le splendide e a noi carissime Papere (Ediars, 1999).

Quante volte ho pensato, leggendolo o parlandoci – in uno dei nostri conciliaboli domestici nella sua bella Lanciano – a una rubrica stabile in rivista (già dalla cartacea “Ciminiera”, con cui collaborava come sapiente critico letterario e d’arte) di stroncaturine, paperette, “carognatelle”, cattiveriucce… intanto per saggiare l’ironia dei permalosissimi colleghi (!?!). L’avremmo intitolata “Letterabiura”. Chissà perché ce ne mancò  il coraggio. Si preferisce – come è noto – un educato silenzio, quando le cose che leggiamo non ci piacciono. Peccato.

Tornando invece ai minuscoli e introvabili volumetti (specie i vecchi) di Peppino Rosato, ne traiamo qui alcuni esempi folgoranti: che confermano la sua vena strepitosa; nel solco della sua amicizia con un aforista imbattibile della caratura di Ennio Flaiano, ma anche nel segno di un retrogusto che è comunque amaro e dolente, e che sa affiorare con potenza nel suo altro repertorio, sia poetico che narrativo che critico. E che fanno di lui – non solo ai nostri occhi, riteniamo – una delle voci migliori e più attendibili del nostro panorama.

Giuseppe Rosato

da Di verso in verso la perversione (2018)

*
Urli, sberleffi, insulti faccia a faccia:
è quel che alle tivù di più fa gola.
C’era stata in principio la parola,
oggi (alla fine?) c’è la parolaccia.

*
Anche la morte a volte si distrae
perdendo i conti, e stamattina trae
a sé il poeta sedicente tale
ch’era convinto d’essere immortale.

*
Per far carriera (una scrittrice ha detto)
occorre avere scritto e avere letto

*
GLORIE DI TERRA NOSTRA

Meglio l’amabile
spumante, o il brut?
Saranno, a dircelo,
più tardi i rutt

*
LATINO-ITALIANO

“La pietas latina”,
dici, “i miei versi fa!”
Li ho letto stamattina,
ne taccio per pietà

*
SIC TRANSIT

Breve fu la stagione per l’amore
di gruppo, poi la fine e l’interdetto.
Così s’è perso (addio, senza rancore?)
anche l’ultimo ben dell’interletto.

*ABALA DI GIORNATA

Al TG1 39 arresti,
diciotto i corruttori al TG3,
al TG2 sono 23
i politici messi sotto inchiesta:
i “numeri” son più o meno questi
che ogni giorno la cronaca ci appresta.
Il popolo paziente
ascolta e non fa motto,
quindi italianamente
ne cava un terno e se lo gioca al lotto.

DEL LASCIARSI DIRE… Intervista a Franco Loi (seconda parte)

(continua da sabato scorso)

Franco Loi

Davoli – Poesia e potere necessariamente viaggiano su binari diversi?
Loi – 
Bisogna vedere che cosa si intende per potere. Io appena adesso ho parlato di prepotenza. Qualcosa che viene prima della poetenza e tuttavia aspira al potere. Rispetto a questo determinarsi del potere, il poeta è certo un’antitesi. Sono due modi di affrontare la realtà.
Mi proverò ad esemplare questi due modi: se io mi penso, sento un vuoto, quasi sento la mia inesistenza; se invece mi ascolto, mi sento pieno, sento la mia presenza, mi sento vivo. Quindi, ci sono due modi di stare al mondo, e sono anche due modi di essere: trovare in sé le ragioni del proprio essere e il consenso alla propria azione, trovare dentro di sé il metro di giudizio; oppure, trovarlo fuori di sé, fondare il proprio essere sul consenso altrui o, peggio, sul potere che si può raggiungere sugli uomini e sulle cose – su questo versante abbiamo le ideologie del denaro, del successo. Quest’ultimo tipo d’uomo riconosce il proprio io in base al rapporto di possesso e di dominio.
Il poeta può anche occasionalmente avere potere o desiderare di averlo, ma non è il suo modo di affermarsi e di riconoscersi.
Raramente l’uomo di potere coincide con l’uomo d’arte o di poesia. Ne abbiamo tantissimi esempi nella storia, mentre più frequentemente abbiamo la contrapposizione storica di questi due modi di essere: Socrate, Dante, Leopardi, Pu-kin, Pound…

Davoli – Virgilio, però, ha scritto l’Eneide…
Loi – 
Ho detto che qualche volta il poeta può fiancheggiare il potere, ma non lo può esercitare. Virgilio ha conosciuto e stimato Augusto e forse ha avuto su di lui molte illusioni, mediate anche da Mecenate. Ma questo è umano. Le sue speranze sono però presto naufragate, e sappiamo che Virgilio si è ritirato da Roma e dal mondo di corte. Anche Dante si è fatto delle illusioni, via via, su Arrigo o Corradino, ma ha sempre sostenuto il primato dell’essere sull’avere, confermando che “si è per agire” e non il contrario. E tutta la sua vita attesta l’adesione a questo concetto, con la condanna subita, l’esilio, il saper quanto sa di sale lo scender e il salir per l’altrui scale.

Davoli – Esistono però anche poeti disillusi già in partenza, che la corte non la lasciano mai…
Loi – 
So a cosa alludi, ma non è cosa nuova. Direi che in ogni epoca sono molto più numerosi questi tipi di uomini, che però non chiamerei poeti ma letterati. Il prototipo è stato Vincenzo Monti, che ha reiteratamente sottoposto il proprio genio poetico alla sua ambizione e alle sue illusioni. In senso appropriato Dante dice coloro che la ragion sommettono al talento, intendendo per talento le passioni carnali, ma che in senso lato si può allargare anche alle passioni di potere e alla brama di successo. Bisogna anche notare che spesso gli uomini di questo tipo non fanno alcuno sforzo per diventare servi del potere. Non è così appariscente il tradimento. Sembra quasi naturale cedere alle tentazioni di un piccolo tornaconto o di un sottaciuto favore: è impercettibile lo scarto tra onestà e disonestà, in certi frangenti. Una volta fatta la scelta, come diceva Fromm, tra essere o avere, l’ambizione e il desiderio di ricchezza fanno il resto.
D’altra parte, per sua stessa natura l’uomo di potere non può sopportare la poesia, prova diffidenza per qualsiasi tipo di creatività, salvo adornarsene, come un fiore all’occhiello, quando il poeta  l’artista sono morti e l’opera è divenuta acquisizione scolastica.
Tutto ciò, forse, è nell’ordine delle vicende umane, visto che c’è un ripetersi della storia. Vediamo per un attimo la funzione di un uomo di potere: è soprattutto funzione di mediazione. Giacché in una società sappiamo che i raggiungimenti sociali e culturali sono diversissimi, conosciamo le differenze di classe e di coscienza, sappiamo che ci sono “molti che dormono e pochi che vegliano”, come scrive Shakespeare. Quindi è inaccettabile il poeta che rifiuta tutte le convenzioni e tutte le mediazioni. Come scrive Richelieu nei suoi diari: “Il genio è nocivo allo Stato”. Ed è comprensibile che lo sia, essendo in sé un’alternativa al modo di essere e di vivere degli uomini che ruotano attorno al potere.

Davoli – Ti complico la domanda: guardiamo al potere in sé, nel rapporto con sé stesso. Quanto il “piegare” la propria persona e la propria esperienza sul potere – credendo che da quello gli venga l’autorità per dare forza alla propria voce – quanto, dicevo, questo diventa inconciliabile col suo essere poeta?
Loi – 
Da quanto abbiamo abbondantemente detto, si comprende che – essendo il poeta un modo di essere – lo snaturare la propria natura per una qualsiasi altra motivazione esterna influisce certamente sul suo fare. E per chiarire meglio, bisogna considerare lo specifico dell’uso della parola. Abituarsi alla pratica della parola della poesia è completamente diverso dall’abitudine della parola per uno scopo qualsiasi. Si tratta proprio di un modo diverso di avere rapporto con la parola e di un modo diverso di esprimersi. Un giornalista è diverso da uno scrittore, uno scrittore è diverso da u poeta: sono tre modi di ascoltare e dire. E una modalità o l’altra preparano anche gli organi interni – l’atteggiamento mentale, la voce, la sensibilità, la psiche – ad un diverso approccio sia alle cose che alle parole. Certo, un poeta è come tutti gli altri uomini, con tutte le sue manchevolezze, le debolezze, le passioni, le convinzioni, le vanità, etc. Ciò che qui si delinea non è un tipo di uomo, ma una attitudine e un modo di praticarla.
Il poeta può anche illudersi che un certo tipo di potere sia più consono al proprio modo di vedere e di pensare, e quindi gli può dare consenso in buona fede, per adesione etica. Penso ai poeti che si illudono sulla rivoluzione o su certi uomini di potere. Anche se poi, in generale, pagano duramente questa loro illusione: vedi i poeti russi del periodo rivoluzionario o quelli francesi di un secolo prima. Oppure penso ai poeti che, in certi momenti della storia, identificano gli uomini di potere con un processo di affermazione ideale, di moralità dei costumi, maggior giustizia sociale, e di apertura verso l’arte, la musica, la poesia: vedi la Firenze di Lorenzo e l’Atene di Pericle o, per stare più vicini a noi, le illusioni di Ungaretti e tanti altri poeti sulle idee socialiste di Mussolini. C’è un bel racconto di Gogol sull’artista che vende la propria anima e finisce per perdere il proprio talento. E se vogliamo rimanere nella storia, la sorte di Majakowskji o lo sperpero del suo talento poetico, il suo drammatico declino artistico.

Franco Loi e Filippo Davoli a Macerata nei primi anni ’90

Davoli – E il cosiddetto potere culturale (università, editoria, stampa, etc.)?
Loi – 
Beh, quello c’è sempre stato, e semmai nel cosiddetto tempo moderno s’è accentuato. Penso che, quando gli uomini fanno numero, cioè si intruppano in consorterie o organizzazioni politico-sociali, comprese le associazioni sindacali di scrittori o altre consimili, finiscono col concedere qualcosa agli altri, al gruppo – si diventa un po’ politici. Se diventi un socio non sei più indipendente, devi rispondere del tuo modo di essere alla consorteria. La carriera universitaria poi ha le sue regole di costume. Come qualsiasi carriera sociale, deve fare i conti con le amicizie, il portar borse ai potenti, il favorire certe tendenze letterarie, l’inopportunità di dire o fare cose in disaccordo con i canoni accademici.
L’anticonformismo non è mai andato d’accordo con nessuna carriera.
Questo non vuol dire che tra i professori e gli accademici non vi siano uomini di qualità o capaci di indipendenza; ma per un poeta si tratta di snaturare la propria indole. Lo sanno già gli studenti quando devono dare una tesi, che tipo di libertà viene loro concessa. Quello cui tu accenni è poi un potere così occulto, così poco appariscente, che risulta ancora più difficile resistergli. Intendo dire che giornali, televisione, editoria – specialmente la grande editoria – sono strumenti tali di opinione e di potere che è difficile non cedere alla loro corruzione: sembra persino naturale concedere qualcosa quando si tratta di pubblicare un libro o comparire in tv o farsi fare una recensione sul giornale.
Tanto più che non siamo nella Russia di Stalin o nella Germania di Hitler: nessuno ti obbliga, se non l’ambizione o, in alcuni casi rari, la necessità di guadagnarsi qualcosa più del pane. Se poi ti riferisci al vero “potere culturale”, cioè che un poeta possa entrarne a far parte e ad esercitare un potere, beh, di questo abbiamo già parlato.
Questo, come ogni altro potere, non rimarrà senza conseguenze sul fare del poeta. Vorrei però precisare qualcosa sulla parola “potere”, che abbiamo usato in questa conversazione fin troppo.
Io voglio scrivere, posso; io voglio cantare, canto; io voglio amare, amo. Nessuno me lo impedisce. Naturalmente questa volontà ha a che fare col mondo, con le sue leggi, coi suoi costumi, con le sue sirene. Ma laddove la necessità ti spinge tu puoi, e quello che chiamiamo potere politico deve urtare contro la tua necessità. E mi nasce la domanda: che potere effettivo ha quello che chiamiamo “uomo di potere”? Tolstoj, in una postfazione a Guerra e pace, parla di questo e conclude che l’uomo di potere deve fare i conti con l’adesione o meno degli uomini. Non solo, ma anche con la possibilità reale di far giungere il suo volere a tutti i livelli di una società.
Occorre al potere politico il consenso. E ciò deve farci riflettere su un potere che non tiene conto della qualità, del carattere, dell’anima degli uomini.
Quando Karol Wojtyla ha detto che con una visione materialistica della politica non si può esercitare il potere, ha toccato un punto che riguarda da vicino anche il poeta.

Davoli –  È interessante, quest’ultima citazione, da parte tua che vieni dall’estrema sinistra.
Loi – 
Ma che vuol dire essere di sinistra? Semplicemente che in un mondo di disuguali, che crea ingiustizia, che non ha equilibrio etico, ci si sente attratti dalla parte delle vittime, di coloro che patiscono, che si intende ristabilire un equilibrio sociale ed etico.
Quindi, fuori dall’accezione storica – la storia muta continuamente, come dice il Vico, la necessità di appoggiare una forza piuttosto che un’altra, così come possono essere diverse le forme idonee alla miglior conduzione etica della società – essere di sinistra ha per me un significato di resistenza.
Perciò figurati se io mi fermo di fronte a certe valutazioni veterocomuniste: accetto qualsiasi cultura e qualsiasi pensiero che si muovono nella direzione della verità e della giustizia.
L’uomo non è fatto di solo pane, non è un dato economico.
Questo tipo  di potere politico, fondato sul denaro sia in senso capitalistico che marxistico, riduce l’uomo a componente di un processo economico – è marxista la definizione che definisce l’economia come struttura e cultura, sentimenti, etc. come sovrastrutture, e ancora che “la società fa l’uomo”; ed è liberal-calvinista l’idea di una ricchezza che venfa da Dio e faccia il merito dell’uomo; ed è capitalistica l’usura, il danaro che fa danaro, il malthusianesimo, la riduzione dell’uomo a “forza-lavoro”.
La riduzione della complessità umana a puro oggetto di leggi economiche finisce col ridurre la politica a mediazione amministrativa.
Non si ha il consenso di un popolo con principii che scatenano i più bassi istinti e riportano l’umanità alle leggi della giungla. Fino a quando un uomo compirà il suo dovere di cittadino e di socio, se tutto si riduce a corsa verso la ricchezza?
La politica ha sempre cercato la coscienza degli uomini, non il loro basso ventre. Ne vediamo già le conseguenze nel disamore al lavoro, nella diminuzione del lavoro produttivo, nell’aumento delle nevrosi, dei suicidi, della violenza, nella disorganizzazione dei servizi, nella riduzione dello Stato a cane da guardia del capitale, nella degenerazione della democrazia. L’uomo si sottomette alle leggi per paura, non per convinzione. Se la molla è l’interesse, ognuno sarà portato a fare il proprio e non l’interesse della società, della convivenza, dello Stato.
Ecco perché ho accennato a Wojtyla e al ruolo del poeta: è appunto il poeta che richiama incessantemente alla complessità umana e al confronto con l’ignoto.

                                                                                                                                                   (continua e termina sabato prossimo)

DEL LASCIARSI DIRE… Una memorabile intervista a Franco Loi

La nostra rivista – già dalla sua versione cartacea, pubblicata dal 2002 al 2006 – ha potuto vantare amici e collaboratori di vaglia. Uno di loro è stato Franco Loi, oggi senz’altro il maggior poeta italiano vivente, nato a Genova nel 1930 e da sempre vissuto a Milano. Tra le occasioni che ci hanno visti fianco a fianco negli anni, nelle letture come nei convegni, nelle giurie dei premi come negli incontri privati, spicca ancora oggi una intervista che ci rilasciò proprio per “Ciminiera”, a cura di FIlippo Davoli, e che faceva un po’ il punto sulla sua teoria della poesia, enucleata anche nei begli articoli che per tanti anni ha pubblicato nella rubrica che curava per l’inserto domenicale del Sole 24 Ore, presentando ai lettori le uscite di poesie più vicine al suo sentire. La riproponiamo divisa in tre parti:

Franco Loi e Filippo Davoli a casa Loi (Milano, 2008)

Filippo Davoli – “Ciminiera” vuole essere una rivista militante; per questo, ci pare importante andare alla radice delle cose, nella fattispecie alla radice della poesia…
Franco Loi
– La poesia è un modo di essere, un modo di aver rapporto col mondo. L’espressione letteraria di questo rapporto è soltanto l’aspetto di un lavoro, di studio, di esperienza alla scrittura, ma anche di costanza nell’ascolto e nell’attenzione a sé stessi, agli altri, alla natura, alle cose. Quindi, la poesia è, in un certo senso, antecedente e immanente la scrittura. È un modo di essere e di vivere. Perciò è dentro ogni uomo. Anche se non tutti se ne rendono conto, essendo abituati ad avere rapporti secondo convenzioni – di carattere sociale, ideologico, educativo, sentimentale. In generale, tra gli uomini non c’è la consuetudine dell’ascolto e dell’espressione; gli uomini si soffermano raramente a considerare il proprio rapporto col mondo, e ancora più raramente ascoltano sé stessi.
Dante scrive, e lo dice nel XXIV Canto del Purgatorio:

I’ mi son un che quando
amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’ei ditta dentro vo significando,

che si può tradurre:
Io sono uno che quando l’amore mi mette in movimento, ascolto, annoto, e a quel modo che l’amore mi detta dentro io vado riempiendo di segni – segni di cultura, di lingua, di storia. Il poeta si riferisce certamente al “prendere nota” di ciò che accade dentro un uomo nel momento del rapporto.
Una prima importanza della poesia è data dal fatto che l’ascolto e la sua espressione danno una maggiore consapevolezza, ampliano la coscienza di sé e del mondo. In questo senso, la poesia non è tanto importante per ciò che si scrive – è un falso problema quello che va sotto l’antinomia contenuto-forma, e deleterio è dare impostazione ideologica o teologica al fare della poesia. Sono quindi pure chiacchiere letterarie quelle che vertono attorno alla scrittura, all’impegno, ai valori, al ruolo della poesia nella società, etc.
Semmai, la poesia ha una funzione sociale in quanto richiama gli uomini a sé stessi, alle proprie memorie, a quell’ascolto che è così prezioso per il poeta. Tante volte ho sentito dirmi: “Tu hai detto quelle cose che io ho sempre avuto dentro e non sono stato mai capace di dire”. Questo richiama alla consapevolezza di sé e all’ascolto dell’altro da sé, del mondo, è l’invito che la poesia rivolge agli uomini del tempo. Un poeta passa in mezzo alla natura, ha a che fare con gli alberi, con l’erba, col cielo, con l’aria, con le pietre, con le cose tutte,  e poi con gli uomini, con le donne, coi loro sentimenti, col loro corpo , e con sé stesso, con i suoi ricordi, i pensieri, le emozioni, la storia, il passato, e tutto questo cerca di esprimerlo. Non come lo pensa, ma come lo sente nella rivisitazione dell’esperienza, nel momento in cui l’amore l’induce a esprimersi. Certo, anche le passioni ideologiche, sociali, religiose: tutto può essere investito dalla poesia e tutto può essere espresso. Ma la poesia non consiste nel dare all’espressione dei temi, ma assumerli durante la vita, amare tutte le cose e amare di dirle. Quindi, consiste soprattutto nel tipo di rapporto che tu hai con la realtà.

Davoli –  La poesia, dunque, nasce dall’ascolto, piuttosto che dalla volontà di dire?
Loi – 
Direi che le due cose sono unite, ma l’ascolto e lo sforzo di esprimerlo vengono prima della scrittura. Dico sempre che un rapporto con le cose e con gli uomini determina un movimento – noi lo chiamiamo “emozione” (la gente dice “sono emozionato”, quella cosa “mi ha dato emozione”). Ma da emotus, l’emozioneè in realtà un tipo di movimento. Un movimento che può essere di sensi, di pensiero, di centri affettivi, di memoria: un movimento che investe tutto te stesso, anche la profondità di te che non conosci e di cui non hai consapevolezza. È l’ascolto di questo movimento che probabilmente – dico probabilmente, perché alcuni studi fatti su questo argomento hanno in qualche modo appurato che tutte le cose, compresi gli uomini, vibrano, emettono suoni: sembra addirittura che nel DNA si costituisca un suono particolare per ogni persona – questo movimento, dicevo, porta con sé un’emissione di suobni. Il poeta ascolta e, se la sua cultura e la sua consuetudine all’ascolto e la preparazione tecnica lo aiutano, è indotto a trasformare quei suoni in significati, quindi in parola.
Dice Mandel’stam nei suoi saggi sulla poesia che “prima si sente un suono e poi arriva la parola”. Per un pittore, questo ascolto gli fa cogliere una pulsione luminosa – sappiamo che l’emissione di luce è u altro aspetto della naturale vibrazione delle cose. Proprio perché questo fenomeno interessa tutti, e la poesia, la musica, ogni arte, sono i canali di un fenomeno che coinvolge tutti gli uomini, l’importanza della poesia e delle arti sta nella funzione che assolvono di far emergere esperienze latenti o sommerse, e anche di dare espressione a quelle esperienze che altrimenti non potrebbero contribuire alla maggiore consapevolezza di tutti coloro che non sono provveduti di studi e di sviluppo razionale.

Davoli – Intendi dire che ogni poeta ha un compito?
Loi – 
Sì, ma dobbiamo distinguere. Quando un poeta, invece di ascoltare il nascere della forma, pretende di proiettare un’immagine ideologica o letterario-culturalistica dell’esperienza, quando cioè costruisce versi secondo maniere letterarie o intenzioni razionali, sempre connesse alle mode e alle convenzioni del sentire o del vedere, allora dà luogo a proiezioni di carattere intellettualistico, intese solo nella ristretta cerchia accademica o intellettuale. Ecco perché tanta gente semplice si è allontanata dall’arte e dalla poesia moderne. Come ha scritto Giacomo Noventa, “Questa poesia non si raccomanda a un cuore semplice“. E torna la lezione di Dante: a quel modo ch’ei ditta dentro, non come voglio io, non come intende la cultura, non secondo schemi di maniera, ma come il mio intero essere, conscio e inconscio, suggerisce.
Certo, con questo non voglio dire che la cultura, la conoscenza letteraria non siano necessarie. Anzi. Proprio il bagaglio culturale agevolerà il poeta nel suo ascolto e nell’espressione. Ma intendo confermare, secondo tradizione, che la cultura deve farsi sangue e corpo d’uomo, ché non fa scienza / senza lo ritener aver inteso, e che senza l’attenzione e l’ascolto di sé non c’è inizio di poesia.

Loi e Davoli nell’estate del 2015

Davoli – Dunque, farsi voce dell’armonia del mondo e non creare la disarmonia per sostituirsi a Dio…
Loi – 
Ecco, non vorrei che la parola “Dio” desse luogo ad equivoci. Se tu, nei confronti del mondo ti disponi ad ascoltare, se lo avvicini senza preconcetti, che tu lo voglia o no ti disponi ad accettare una alterità. E tanto più, come scriveva Musil, “devo aver devozioni verso l’alterità sconosciuta”. E chi è l’altro da te? Può essere una pietra, un albero, un uomo, quasiasi cosa altra… da questo modo di porsi il Dio che riconosciamo non è più un Dio concettuale e teologico, ma imprendibile e innominabile, proprio come dice la Bibbia, è l’Altro che si conosce solo per esperienza, sia quando si tratta di noi stessi, sia quando si tratta del mondo. Intendo dire che Dio non si può “comprendere”, ossia “prendere dentro” come un dato qualsiasi della razionalità, non è un “a+b=c”. Ogni popolo si fa un’immagine di Dio secondo dati proiettivi, un Dio antropomorfo; invece Dio è sempre l’eterno Sconosciuto, proprio perché è l’Altro.
Faccio un esempio semplice, poetico: guardo un albero – non sempre “vediamo” davvero un albero, più spesso ne vediamo l’entità nozionale, l’aristotelica “alberità” – ma quando lo vediamo, sentiamo il suo essere albero, sentiamo insieme l’altro da sé e la possibilità della simbiosi: si fa l’esperienza dell’albero. Allo stesso modo, penso, si faccia l’esperienza di DIo.
La fede, comunque, è indipendente dal fare o non fare questa esperienza. Io posso affidarmi a un amico, a un docente, a una strada, al giorno, anche senza averne esperienza profonda. Ti fidi ad affrontare la strada, il giorno, far progetti; ti fidi di ciò che un docente t’insegna, ti fidi dell’amico, che può anche tradirti. Senza averne troppa  consapevolezza, noi compiamo ogni giorno atti di fede. Dice Dante, citando San Paolo “Fede è sostanza di cose sperate”. Perché questa è la fede: affidamento all’esperienza di un altro, ma anche all’ignoto che affronti ogni giorno nella vita senza sapere se in futuro perverrai alla comprensione. Sia gli atei che i teologi pretendono di pervenire a conoscenza di Dio, cercano cioè di farlo proprio. Il che è movimento tipico dell’Io, giacché l’Io pretende sempre di prendere possesso dell’altro da sé; l’Io nella propria chiusura egoica tende ad amministrare le cose, gli uomini, Dio. Da qui l’arroganza e la prepotenza del potere. Anche nel caso dell’esperienza personale, l’Io tende a sovrastare il Sé, piuttosto che ascoltarlo e servirlo.
(fine prima parte)

Franco Loi e Filippo Davoli a Macerata, nel 2010

(continua sabato prossimo)

3 inediti di Michele Bordoni, aspettando (ancora per poco) l’opera prima

Michele Bordoni

 

                                                           11 ottobre 2017, Varsavia

“Devi ridisegnare la tua ombra,
sottrarla alla lettura, alle influenze,
riconquistarti un volto nello specchio.
È questo l’esercizio necessario,
tutto il resto è onanismo, superficie”.

In questa forma, in questa esatta metrica,
nel parco sotto casa di Varsavia, mentre
s’inseguono a spirale gli scoiattoli
su per i tronchi dei noccioli, sagome
rosse, figure quasi umane. Poi
come loro si rientra nel fogliame,
ci si saluta in un incrocio di sole,
tu ed io rientrando in fretta dentro la vita.

(Mi chiedo  se anche questo sia onanismo,
questo altruismo di linguaggio, questa
necessità di ritrovarsi scritti.
Forse è il luogo migliore, ancora meglio
dello specchio, per compiere il lavoro
che dicevi: riafferrarsi. Però
senza lasciarti fuori, senza andarmene
avaro del tuo volto dentro il mio).

Varsavia – Łazienki Park

                                                 

*

                                                             Cimitero di Strudà, 4 agosto 2018

L’odore aperto dei fiori, del mare
di là dal muro a secco – non lo vedi
se non per un rintocco di memorie –
e il frullo degli uccelli tra gli ulivi
anticipano il sangue, la parola
e sembra tutto un vuoto, un margine
d’azzurro
la vita che si dona al suo contrario.

Eppure stabile nella sua forma
di cuspide e granito, la pietra d’ambra
che dall’alto delimita il cimitero.
“Non se ne andranno i morti dalla luce.
Resteranno ancora
gelosi del loro corpo, alla materia
alla caduta che li ha resi storia
due volte in doppia lingua
e voce”.

Strudà (LE) – Cappella della Madonna delle Grazie

*

                                                              Duino, 17 agosto 2018

Crêuza de mä

Il mare da Duino e dai suoi tetti
è un orizzonte azzurro impenetrabile
a chi guarda dal sommo della torre
il rivoltarsi in esso delle nuvole.

“Non separare ciò che è unito” – dice
la schiena rubiconda delle tegole
quella strada di pietra tra acqua ed aria
che indica il cammino della vista.
Tutto qui si offre al suo riflesso, all’ombra
d’angelo che intercetta la corrente,
o al rapido passaggio di una vela
bianca di gabbiano.

Duino (TS)

Una poesia misurata. “La luce di taglio” di Elisabetta Pigliapoco

di Riccardo Canaletti

Ragionare sulla poesia è compito complesso, compito che molti grandi hanno fatto loro, da Leopardi a Bigongiari, da Bonnefoy a poeti viventi come Milo de Angelis (lui che, durante il post-sessantotto, scansava la politica per la Parola, la Parola in sé, cercando qualcuno che “amasse la poesia” – così scriveva nelle bacheche universitarie). Ma questo ragionare sulla poesia non è un obbligo, un passaggio obbligato. La poesia di oggi, che sembrerebbe affetta da intimismo spicciolo e superficialità cavalcante, è invece semplicemente un altro percorso. La poesia, infatti, al netto della riflessione sulla poesia, è e resta tale grazia alla mietitura quotidiana, al setaccio, non alla difficoltà o alla complessità filosofica del pensiero “poetante” alla base. Non tutti sono Leopardi, non tutti sono Luzi. È mio parere, personalissimo, che filosofia e poesia possano camminare insieme, arrivando a realizzare la priorità della prima sulla seconda (“Les jugements sur la poesie ont plus de valeur que la poesie”, scriveva Lautreàmont). Ma questo non toglie valore a una poesia temperata, moderata, “apparentemente semplice”, che comunque e sempre si distingue dalle banalità in voga, come pure dal poetese, o dal vuoto cognitivo di tanta poesia contenutistica che con nonchalance liquida la forma. Ci piace piuttosto, nel rispetto e nella prosecuzione della nostra lirica, rinvenire le tracce di un andamento che si rinnova, senza tuttavia perdere o sminuire la lezione di quanto abbiamo alle spalle.

La luce di taglio, titolo esplicativo, è l’opera poetica di Elisabetta Pigliapoco, ospitata dalla collana diretta da Umberto Piersanti per Archinto, “La città ideale”; riprendendo dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia le prime righe, potremmo arrivare a dire che la poesia della Pigliapoco si inserisce in quella linea, frequentata in questa epoca, che mira ad una immediatezza nella percezione di un qualcosa di più. Potremmo chiamare questo “sovvenire” una evocazione, ciò che esce fuori dopo una lunga frequentazione con un dato fisico. Su questo punto, possiamo riconoscere (insieme a qualche analogia con il canto marchigiano) soprattutto le differenze con una poesia contemplativa, concettualmente a volte intrattabile per difficoltà del dettato; qui, invece, ogni poesia, qualunque sia l’argomento (particolare rilievo hanno i testi sul dolore), riemerge con naturalezza dal proprio campo semantico senza perdersi, senza dissimulare, misurandosi costantemente con l’evidenza dell’osservazione, la pervasività delle esperienze di vita che, pur accolte nel tempo, non cedono al filosofare facile sui temi archetipici. I versi sono diretti: diretti nel senso di netti e nel senso di orientati. La poesia di Pigliapoco è consapevole, conscia delle proprie modalità di espressione. Una poesia misurata che ha la grazia (e la sapienza) del proprio porsi così e in nessun’altra maniera che così. Una sorta di compiuta e convincente autoregolamentazione, in cui linearità non significa in nessun modo scontatezza. Con La luce di taglio, piuttosto, Elisabetta Pigliapoco ci consegna una raccolta profondamente rispettosa e – vorremmo dire – accogliente della parola poetica e della vita.

Elcito

Il capitello mostrava le sue linee
curve e azzurre alla luce bianca
d’una piccola torcia a manovella

ma l’ombra più chiara l’ho trovata
nella strana pianura sopra il monte
e tronchi stretti e fitti
quei ceppi giganti,
alberi soli e immensi
nella vasta faggeta che declina
appena, tra erbe basse e chiare

splendevano i cardi luminosi
il fiore salto sopra il gambo
qualcuno d’argento già ricaduto
come lieve soffione dietro al vento

eravamo un originale assortimento
a salire i gradini del paese
al nudo scoglio abbarbicato
chiuse le finestre piccole
sul vuoto grande e verde
dove calda l’aria, a raffica
sibila anche a luglio

ci saremmo tornati tutti
più tardi, ma i tuoi posti
li abbiamo visti un venerdì
dell’anno che ci divideva

rimangono ora secche sulla mensola
e troppo fragili le foglie
di quegli alberi che non sapevamo

Vento di novembre

fili d’erba gialla
scolorano il giardino.
Dal prato ogni resistenza
vana al passo consueto
che lo abita.

“novembre ti sarà lieve
se conservi il tepore del giorno”

Ma dentro s’alza
un vento impercettibile
come quello che alla sera
agita i bambini
e li fa piangere.

 

Elisabetta Pigliapoco

Elisabetta Pigliapoco è nata nel 1972 a Jesi (AN), dove insegna Lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Ha curato insieme a Maria Cristina Casoni il volume La terra e le stagioni. Il modello marchigiano nella letteratura contemporanea (Fernandel 2003). Nel 2005 è uscito Fuori dal coro. L’opera di Massimo Ferretti, (peQuod). Nel 2006 ha ha firmato insieme a Massimo Fabrizi il capitolo Novecento del volume Introduzione alla letteratura delle Marche. Nel 2010 ha curato Patrie poetiche. Luoghi della poesia contemporanea (peQuod). Nel 2018 pubblica per Archinto il libro di poesie La luce di taglio per Archinto editore. Collabora alla rivista «Pelagos» ed organizza eventi e incontri di poesia e narrativa contemporanea. Sue poesie sono uscite su «Pelagos», «clanDestino», «nostro lunedì», «Liberal».

Due poesie di Irene Piccinelli

Adolescenza

Tu dici:
«Questa gente non merita
di lottare nel fango».

Tu dici:
«Questi alberi non meritano
di accasarsi contaminandosi».

Tu dici:
«Questa terra non merita
il sonno degli indifferenti».

Tu dici:
«Questi piedi non meritano
di correre nel pantano».

Tu dici:
«Queste strade hanno visto
la mia verginità tremante
al cospetto della palude».

Tu dici:
«Queste mie stesse mani
non valgono nulla
contro quelle colline».

Tu piangi,
solitaria montagna.
Tu, che con preghiere
hai elevato la tua anima
e quella di chi,
come te,
cercava conforto.

Tu piangi,
solitaria muraglia.
Tu, che sei stata distrutta
dai pietosi che
hanno teso un inganno,
ragnatela prigioniera.

Tu, colomba ferita,
muori.

*

Convivenza

Ascoltiamo spesso De André
mentre tagliamo le verdure.
La Collina è sempre pronta
ad accoglierci, ma non siamo lì per lei.

Abbiamo trovato un bilocale
in centro città, lontano da quel
verde pantano, vicino al
grigiore dei bus.
Andiamo a piedi al lavoro,
stiamo fuori tutto il giorno,
torniamo a casa e
tagliamo verdure.

Stiamo sempre insieme la sera:
guardiamo un film,
leggiamo un libro,
balliamo dondolandoci in salotto,
organizziamo viaggi che non faremo mai.

Sai, mamma, ricordo quando dicevi:
“Non conosci abbastanza una persona
finché non te la ritrovi sotto lo stesso tetto”.

Avevi ragione.

Non sono mai stata innamorata così tanto
del ritmo della vita.

Irene Piccinelli

Nata a Brescia nel 1999, Irene Piccinelli è cresciuta a Montichiari (BS), dove ha frequentato il Liceo Linguistico “Don Milani”. Ha studiato canto con la maestra Samanta Tisi e recitazione col regista Pietro Arrigoni. Da quest’anno frequenta la facoltà di Lingue, Mercati e Culture dell’Asia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.  In precedenza non ha mai pubblicato né libri né testi in riviste. Questo è dunque il suo esordio.

Quattro inediti di Stefano Modeo

*
e ho soltanto il tuo nome
come un relitto
se freno la corrente con le dita
non trovo nodo, gomitolo di verbi
arare il campo fertile della testa
ricordare le mie dita fra i capelli
dire ad un passante: non sono di qui
sentirsi un boato – altrove –
e ho soltanto il tuo nome
come uno sparo di cacciatore.

*

alcuni dicono: scendete dal piedistallo
abbandonate la luna alcuni ingiuriano
i soliti intellettuali altri aggiungono
essi sono solo una parte del corto circuito
per il quale decido oggi di scriverti queste parole
oggi che trovarsi insieme è illudere una vecchia speranza
lontani dalle domande irrisolte lontani dai dubbi
tanti di noi si vedono ancora nonostante il nulla
sono coloro d’incrollabile fede
che talvolta non ci dormono la notte
e vivono ogni estrema occasione come quel cielo
in cui riporre – giustamente forse – la propria salvezza
ma anche e soprattutto – forse – quella degli altri
non so darti certezza me ne rendo conto ora
ma posso indicarti chi sono gli altri, i nessuno
grazie ai quali ha ancora senso pensare al futuro
essi chiedono ancora un mondo non semplice
ma totalmente assurdo in cui la ragione
non confini le idee non protegga il padrone
essi sono uomini e donne di buon senso
che conoscono bene il colore della terra
e non c’è nulla che altri possano fare
alcuni dicono: è facile parlare e inventare
e gli esortano a fare quello per cui vivono:
il lavoro quotidiano la casa i figli da educare
ma per essi la forza è nelle parole e gli argomenti
quando spinti alla frontiera armano i piedi
e i loro corpi come barricate in cui tu credi
io credo senza pericolo di coscienza
che ci siamo persi di vista in un lento naufragio
tra le cose concrete e le maschere belle
e che è così faticoso adesso scovarci nel ballo
tuttavia è davvero necessario riprovare a capire
quale turno abbia la giustizia a questa parte
e inchiodarla a quel muro che ergono tutti
nel solco del proprio, nel timore del mio
davanti al panorama scheletrico del mondo:
tu più coraggioso di me scegli di restare.

*

nel promontorio cieco di mare
tra le secche strade di grano e lacrime
gocce d’oro, sudore tanto e morte
di sole e terra gretta. Sono pallido
all’orizzonte teso senza fine
per me non c’è la fine. Sono vivo
ma con i miei compagni lavoriamo
sodo questa cosa che dici vita
e non c’è che domani smette e va meglio
le lamiere sul cuscino, fa calore
ma se grida un cane scemo io
gli abbaio che son sordo.
L’uva nera il profilo tondo del frutto
esiste una definizione ad ogni vita
sciagura degli occhi miei è questa retta
che invece va e per me non muore.
Allora succede che eravamo dieci
stretti fitti come una scatola di chiodi
guardavamo attenti fuori al finestrino:
in un volteggio di volante
il singhiozzo delle ruote.

*

Sono solo nome
su questi fili d’erba che si piegano
sulle giornate che si spiegano
alle rive che dimentico:
sono solo nome.
Su queste mura ruggine
io sfioro – la storia delle case delle acque e delle terre,
le guerre degli uomini e le morti contadine,
come oggi, uguale a ieri, i padroni
il sole, il fiume, il mare nostro, mio,
la repubblica, l’oriente, la bonifica di ogni cosa –
la mia fine.

Stefano Modeo (Taranto, 1990) laureatosi in Filologia moderna vive e lavora come insegnante a Ferrara. Ha pubblicato La terra del rimorso per la collana “Rive” (ItalicPequod) con una nota di Roberto Deidier. Alcune sue poesie sono comparse sul sito Yawp: giornale di letterature e filosofie.

Turoldo, Giona e il Dio che è una rovina

di Gabriel Del Sarto

Nella raccolta Il grande Male, ora pubblicata in O sensi miei, Turoldo dedica un breve ciclo di poesie a Giona e al suo libro profetico, dal titolo Novena per Giona[1].

Giona lo conosciamo, è il profeta disubbidiente, e per questo estremamente simpatico e umano, che tenta di sottrarsi alla missione che Dio ha predisposto per lui: predicare la conversione a Ninive, a una città non israelitica, perché gli abitanti si possano salvare dalla sua collera. Giona le prova tutte, fugge a Ioppe e si imbarca per Tarsis per sfuggire alla chiamata di Dio.[2] “Giona prende la fuga – scrive H. Bloom[3] – perché non vuol essere il Geremia di Ninive; probabilmente pensa di fuggire davanti allo Jahveh di Geremia e di Giobbe, il Dio di coloro che soffrono.”

Alla fine, come sappiamo, Giona, dopo aver passato tre giorni nel ventre del pesce, si vede costretto a seguire il volere di quel Dio implacabile e sconcertante che è JHWH.  Si reca a Ninive e profetizza la sua distruzione. Ninive, continua Bloom “con suo grande scandalo sconforto […] accetta il suo messaggio, si pente ed è salvata, e questo lascia Giona di pessimo umore.”

Il quadretto finale, con lo sdegno di Giona per la pianta di ricino che Dio ha fatto crescere e poi seccare, è la degna, ironica e sublime chiusa di un piccolo capolavoro della letteratura biblica, che ci insegna che in fondo JHWH è libero di non dare seguito alle sue minacce e di impietosirsi, senza doverci poi troppe spiegazioni. La missione del profeta è riuscita, anche se costui non è d’accordo. Il Dio che viene mostrato in questa storia è un Dio aperto anche ai non israeliti, come sono i niniviti e come scrive sempre Bloom: “L’autore di Giona torna allo Jahveh benignamente sconcertante di J, uno Jahveh dotato di notevole ironia e di un forte senso dell’umorismo. […] Udiamo di nuovo lo Jahveh di J, incommensurabile ma sottilmente benevolo, sconcertante ma anche rassicurante, in questo rimprovero a quell’imitatore fallito di Geremia.”.

Turoldo nutre un sentimento di vicinanza, di fratellanza, con questo profeta insolito, così lontano dal nabi incarnato da tanti altri profeti maggiori. Per questo si cimenta con Giona: desidera raccontare una vicinanza di destini, una solidarietà impellente, anche lui con quel suo carattere ribelle e troppo sensibile. Novena per Giobbe è un esempio di quell’atteggiamento assunto dal frate-poeta nei confronti del testo biblico, che lo rende affine alla tradizione midrashica ebraica: il testo è lì, per essere tenuto fra le mani, per essere indagato, aperto, continuamente ridetto. Un testo vivo, da trattare alla maniera della tradizione midrashica.

Giona, piccolo profeta,
fratello mio e amico
di sventura, Giona
dove vai?

Non andare a Tarsis.
Tarsis è nell’Occidente,
L’Occidente è la notte
la tomba della luce:

Non andare a Tarsis,
Giona, o colomba
di Dio!

Fuggire, fuggire,
Dio è una rovina:

Fuggire dove?
Ovunque,
ma non in Occidente.[4]

Il consiglio è quello di non andare nella terra che ha preferito le tenebre alla luce, quell’Occidente che ha ucciso Dio e che, fra le altre cose, ha teorizzato una distinzione fra il mondo dello spirito e quello della materia, assolutamente contraria al pensiero biblico ebraico.

Ma prima di questa condanna storica, Giona è per Turoldo come un compagno di ventura che fugge da colui che è “una rovina”. Nel testo biblico di Giona non sta scritto che Dio è una rovina, si tratta di una aggiunta di Turoldo, una di quelle libertà necessarie per potersi davvero intrattenere con le sacre verità: la libertà del dialogo. Il poeta friulano pare non riuscire a darsi una spiegazione soddisfacente dell’accaduto,  per questo si insinua in un vuoto del testo sacro proponendo un punto di vista che è spiazzante: facendosi solidale con Giona, commenta il testo biblico e ne fa scaturire nuove sfumature e riflessioni, nuove possibili letture. Come a dire: “Anch’io, che pure ho scelto il sacerdozio, sono d’accordo con te, e il nostro è un Dio che trascina con sé alla rovina, una “inesorabile voce” che chiama ad un’avventura troppo grande”.[5]
Allo stesso modo nella parte IV:

Quando il mare e il vento e la bufera
e i marinai impauriti
eseguivano tutti
un unico disegno:

– perché bisogna,
è necessario,
è volere (oh,
vocazione!)
[…][6]

il profeta Giona

È il tema della vocazione a cui è impossibile scampare. Persino la natura e i pagani concorrono al disegno divino e alla fine della fuga di Giona. Tutti i nove componimenti turoldiani, brevi e brevissimi, si pongono, in definitiva, come una sintesi esegetica originale del libretto veterotestamentario. La stessa chiusura rivela, nel suo concentrarsi attorno ad un simbolo unico ed esatto, un desiderio di dire cose ulteriori, di suscitare, con analogie e simboli, nuovi legami.

Giona, piccolo
profeta, non ti è dato
neppur di morire:
o colomba di Dio.[7]

Tutto è nell’ultimo verso: la colomba di Dio. Il simbolo della colomba è, nel Nuovo Testamento, quello dello Spirito di Dio, legato alla ruah delle origini. Giona è indicato da Turoldo come una creatura prediletta da Dio, a tal punto da assimilarla al suo Spirito. Il nostro poeta è certo che JHWH avesse un debole per lui, che lo trovasse, diversamente dai commentatori della Bibbia di Gerusalemme, estremamente simpatico[8].

In questi testi, dunque, c’è il desiderio di comprendere le ragioni di Giona, per trarne un barlume di conoscenza sulla natura dell’azione di Dio. Dio può chiedere cose contrarie alla nostra indole, costringerci in qualche modo a compierle e poi persino rivoltarle in favore dei “pagani”, negandoci ogni immediata soddisfazione. Un Dio poco prevedibile, che pare giocare con tutti, soprattutto con Giona, il suo profeta, che si trova costretto a fare ciò che non vorrebbe, ma anche coi niniviti che, dopo lo spavento e la decisione di cambiare comportamento, sono facilmente perdonati, e infine con la natura che, nelle figure della tempesta del pesce e della pianta di ricino, appare materia nelle mani di un creatore irriverente.

Novena per Giona, in sostanza, sonda la natura della vocazione a seguire JHWH, il Dio insondabile eppure rivelato. Un mistero che Turoldo invece di svelare infittisce, facendoci cogliere come la chiamata derivi dagli abissi insondabili dei pensieri di Dio. E la poesia è lo strumento unico per dire qualcosa attorna ad essa, “perché” come scrive lo stesso poeta “la poesia non racconta ma suggerisce”.[9]

Cozzano qui due pietre focaie: il testo eterno e rivelato da una parte, la biografia di tutti dall’altra.

David Maria Turoldo

_____________________________
[1] O sensi miei, BUR, 1990 (d’ora in poi OSM) pp.521-526
[2] Gn 2,1
[3] H. Bloom, Rovinare le sacre verità. Poesia e fede dalla Bibbia a oggi, op. cit. Citazioni da pp. 32-33.
[4] Novena per Giona, parte I, ora in OSM p. 521
[5] Cfr. da Nel segno del Tau op. cit.la poesia Il cielo non risparmia nessuno ora in OSM p. 669
[6] Novena per Giona, parte IV, ora in OSM p. 523
[7] Id. p. 526
[8] Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, pag 159: “Qui ognuno è simpatico, i marinai pagani del naufragio, il re, gli abitanti e perfino gli animali di Ninive, ognuno, salvo il solo israelita che sia in scena – ed è profeta – Giona!”.
[9] Da Mie notti con Qohelet, op cit. p.45