LA TRASMIGRAZIONE DI REMO

di Alessandro Moscè

Nel 2017 l’editore Donzelli ha pubblicato Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marcheschi, che raccoglie i testi più significativi del solitario Remo Pagnanelli, poeta e critico che si è lasciato andare nel 1987. Ancora vivissimo nella consapevolezza del dibattito odierno e nell’ascolto di più generazioni, leggendo la sua opera si ha l’impressione di imbattersi in un territorio dal lucore opalescente, nella persuasione di un verso scritto in un luogo nordico o non ancora scoperto nella deriva dei continenti, animato da un pensiero anacronistico, sempre vigile, infibrato da una poetica dolente, da uno squarcio ineludibile.

La visione e il metasogno pungenti di Pagnanelli sono intagliati di una lingua creante, di una parola-forma, dall’immagine del dopo morte. Come se davvero il poeta presago e infinito, sapesse muoversi con dimestichezza nell’alba dell’aldilà. Nota Marcheschi che Pagnanelli ha fatto della scrittura il “crogiuolo della sua esistenza e dell’intera sua esperienza di uomo e di intellettuale”. Era in possesso di armi analitiche non facilmente accessibili, poiché la sua cultura antropologica, psicoanalitica, oltreché letteraria, gli ha permesso di praticare l’arte della comparazione e della transcodificazione (come precisato da Guido Garufi), che rimane un punto fermo della ricognizione fondante di tutto lo studio del marchigiano.

L’anno ha pochi giorni perfetti. / Non ci lascia mai incolumi la divinità felpata. / Noi la subiamo come l’eccessivo caldo / o il troppo freddo.

Remo Pagnanelli

Sono questi i versi iniziali di Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977), dove il sonno, lo spolio, l’inumazione danno proprio la sensazione di un mondo da cercare altrove, nell’ordine di una nuova, “altra memoria”, dove le cose assumono la veste della trascolorazione. Pagnanelli lo dice con una pronuncia decisa: Vorrei fare una lunga vacanza nella terra, come fosse il gesto del trasmigrante che abbandona la corporeità per entrare in un’altra dimensione.
I lari affollano la mente, danno conforto, ma allo stesso tempo bofonchiano e sono scorporati dalle luci, ammuffiti. Gli spiriti delle anime defunte accompagnano profili senza forma, immagini sfrangiate.

Preparativi per la villeggiatura (1985-1987) è una raccolta di silenzi, di sguardi fugaci, provvisori, di brughiere, di vento, di fole. Paesaggi umbratili e incantati sono invasi di ombre tra i giardini e gli orti, le spiagge e le acque:

Sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra.

Emergono i bagliori della mente, un animismo attribuito in una terra di nessuno, abbandonata. Remo Pagnanelli non è mai concreto, non nomina la sua Macerata e la sua valle pre-appenninica con affermazioni perentorie, ma sublima la realtà e la fa rifiatare in un mondo tutto suo, corredato di rovine che provengono da un canto trasfigurato, quello appunto del dopo morte, di un tempo a venire con sponde sabbiose dalle grane sciolte in lacrime.

Pagnanelli è un poeta postumo. Non perché il suo talento sia stato riconosciuto successivamente alla tragica decisione di togliersi la vita, ma in ragione di una poetica che indica una verità successiva, un “dopo attivo”.

Il post mortem si allinea perfettamente ad una dichiarazione etica, per la quale la scrittura in versi altro non è che un’operazione archeologica nella duplice direzione del principio, della conservazione e della custodia di ciò che è andato perduto. Il poeta varia con dimestichezza e padronanza da un territorio all’altro, da un io personale che investe il quotidiano, ad un io lenticolare che legge e interpreta il domani. Il quadro compositivo rinvigorisce sequenze variabili con spiriti protettori che registrano una tensione vagamente metafisica. Il culto, però, non è per i morti, ma per il mistero delle cose, anticipazione del reale e prosecuzione del presente. Proprio i lari sono la testimonianza della “villeggiatura”: entrano ed escono dalla vita, da ogni atto che la sostiene, in un verso che tende a guardare lontano dalla terra. La riflessione e il dubbio si circostanziano di una seconda vita tangibile.

Il tema dell’oggetto è qualcosa che sta a cuore a Remo Pagnanelli, ma in una percezione per lo più sovraumana (si pensi alla camera con stucchi biondi e spenti). Sembra di entrare in un luogo magico dove le storie non finiscono e mantengono una voce, un tono, un movimento. Dio è una risposta inquieta, non una fede inconfondibile: un Dio che pulisce la visuale, da evocare e che potrebbe apparire da un momento all’altro, anche durante i preparativi per la villeggiatura, per una fine senza fine.

Alla creazione si connette una quota più o meno alta di violenza. Quale più abile degli architetti celesti, Dio presiede a questa mistura di bellezza appellato da tremendo.

“La via francigena”. Quattro inediti nuovi di Gianfranco Fabbri

Toscana

Del sogno rimaneva soltanto
un velo placentare, una lieve cataratta,
che alzandosi sopra i poggi portava l’orizzonte
oltre le sue possibilità. L’occhio, piangendo,
teneva la misura di lontananze remote.
Vedevi il monte Amiata nei fasti del calore,
alzarsi verso la Maremma. Eri nel balconcino
in cui giocavi con i sogni d’infanzia,
con le spazzole per le scarpe ai piccoli treni,
oppure con l’impaziente fratello alle corse dei cavalli.
Erano corti i giorni; volavano ribelli
le rondini alla nuova primavera.


Visione

Alla periferia di un whisky, ai margini della fame – sui colli residenziali del respiro – nei bassifondi del pensarti: ecco la nuova geografia della città.


I morti tornano sempre all’alba

Nevica a vento tra le croci;

Elena de’ Bargagli ora in Petrucci
cammina nei vialetti
del quartiere “I grandi Estinti”
recitando i misteri
gaudiosi nel bell’ancóra
suo fine, il tosco eloquio.

**
Lo so, filosofeggi in versi,
tanto che qualcuno trova conveniente
dissentirne. Non intendi
spacciarti per poeta,
ma non vieti neanche, a chi lo voglia,
di pensarmi un cantore.


Senza titolo

Avemmo il mare da sfebbrare,
quando la sete ci venne a far visita, cortese,
chiedendo scusa per l’ora inopportuna.
Ti bevvi come un miraggio
e mi faceva senso averti dentro
senza aver prima passata la dogana.

———————

Gianfranco Fabbri

Gianfranco Fabbri è nato a Siena, ma vive e lavora a Forlì. In ambito poetico, dopo l’esordio con Di tutto un niente (Forum-Quinta generazione, Forlì, 1978), ha pubblicato  I pantaloni del Po”,  (Circolo Nuovo Ruolo – ARCI, Forlì,  1981), I ragazzi del Settanta (Campanotto, Udine, 1989), Davanzale di travertino (Campanotto, Udine, 1993), Album italiano (ibidem, 2002), Stati di vigilanza (Manni, Lecce, 2007). Dal 2008 ha dato vita alla casa editrice “L’arcolaio”. Nonostante l’intenzione di chiudere con la scrittura per dedicarsi interamente all’attività editoriale, è tornato a scrivere poesia. Questi versi per “Nuova Ciminiera” ne sono una testimonianza.

Antonio Morelli, il poeta di Empoli

di Massimiliano Bardotti

E ancora
su questa terra
ci siamo

(Chissà per quanto)

Questi versi aprono una poesia dell’ultima opera poetica di Antonio Morelli (l’ultima pubblicata, ma non l’ultima scritta) Asfodeli e Avvertimenti.
Antonio alla morte, alla precarietà, a questo nostro essere di passaggio sulla terra, ci pensava spesso. No, non spesso, sempre. Ma non sempre questo pensiero lo offuscava, talvolta poteva quasi sembrare un sollievo, l’idea che prima o poi sarebbe potuto andare a vedere con i suoi occhi curiosi, d’azzurro accesi, vispi e ricercatori, cosa c’è di là.
Di là. Da quella parte che non osava nominare, perché non voleva sciupare nulla della sorpresa. Dall’altra parte. “O che ci sarà di là, che dici te?” Mi chiedeva spesso. Non lo so Antonio, gli rispondevo, ma non la fine, di questo sono certo.

E ora che Antonio è morto ne sono ancora più certo. Non saprei spiegarlo se interrogato, non avrei prove alcune da mostrare, non potrei convincere nessuno e davvero non voglio, ma io Antonio non l’ho mai sentito così vivo, così presente, come adesso.
Dal giorno che è morto, ogni giorno, leggo almeno una sua poesia. E lui mi parla così, dal suo aldilà, dal luogo dove adesso è. Vivo. E mi chiama ancora “fanciullo” come faceva sempre.

Antonio mi telefonava, di tanto in tanto, per leggermi una sua poesia appena scritta. Rimanevo come uno sprovveduto. E percepivo la sua gioia.

Una litania

Se non avessi
la preghiera
Se non avessi
la supplica
Se non avessi
la poesia
e la rosa purpurea
Se non avessi
la carta stampata

Il mio dolore
Il mio gaudio
La mia mentore
La nostra amicizia
Il sonno
e l’appartamento

E le foglie

E queste giornate
di alba
e di vento

E la primavera
e la mia estate

E questo
prendersi
per mano
E tessere
relazioni

Sarei discosto
dalla vita
m’inoltrerei
sterile
nella NON-vita.

Una volta eravamo seduti fuori dalla “Cuentame”, libreria di Empoli, il nostro luogo prediletto di incontri e letture, e ci stavamo un poco rilassando. Quella sera avremmo fatto una lettura dei nostri testi poetici, insieme con Annalisa Ciampalini e Gianluca Garrapa. Antonio era un po’ preoccupato, perché oltre ai suoi versi doveva leggere e parlare anche di quelli degli altri poeti. Non che non volesse, credeva di non esserne all’altezza. Questa era la sua misura, tra devozione e umiltà.
Mentre ce ne stavamo lì, lui prese una penna e aprì un quaderno. Si mise a scrivere. Alla fine mi disse: “Senti fanciullo”, e si mise a leggere. Una poesia bellissima, come al solito, ma il punto non era quello. Lì, in quel momento, seduti, in Piazza Farinata degli Uberti a Empoli, di fronte alla nostra libreria, dopo tante volte averci parlato, dopo averlo tante volte abbracciato, dopo aver riso con lui (tanto), dopo aver ascoltato le sue preoccupazioni, dopo averlo visto diventare scuro in volto e andarsene senza nemmeno il tempo di salutarlo; dopo aver sentito, nei suoi giorni no, la sua voce al telefono, voce di uomo lontano, lì, in quel momento, per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, conobbi la grazia dell’incontro. Lo vidi. E vidi come la poesia lo avesse fatto suo servitore e come lui fosse fiero di servirla. Per me si trattava di un privilegio; di essergli amico, di assistere alle grazie della sua esistenza.

Ferite

Sono ferito
E non trovo
non cerco requie

nel giorno che sale

Che mi assale
E trema

E tremo
appresso
Il nitore
silente del bosco

E inondo di soliloquio

Il mio muto
silenzio

E mi incanto
ad ammirare
il cielo che muta
E l’albero
di fico
che gemma

E gemme di bosco
intrattengo
negli occhi

Ad areare
pensiero

E poi
creare
mattini.

E corone
di brezze

A comporre
questo giorno

ad occhi socchiusi.

 

E poi creare mattini. Questa capacità di sprofondare nella notte fino a potersi svegliare non a vedere l’alba, ma a crearla. La vidi pure io, quella stessa luce che l’aveva portato a partorire quel verso.

E continuare
             la voce segreta …
            qui,
                 nel mattino
            caro
                  di penombra

 

Antonio era rimasto molto colpito, qualche anno fa, quando gli parlai di

Emanuel Carnevali (1897 – 1942)

Emanuel Carnevali, poeta bolognese pressoché sconosciuto. Gli raccontai della mia predilezione per gli sconosciuti, per i poeti che null’altro avrebbero voluto se non sentirsi dire “lei è un grande poeta”. Questo accese i suoi occhi. Gli lessi la poesia di Carnevali “Sua maestà il Postino”:

Sette e mezzo di mattina
e il sole mi strizza l’occhio,
seminascosto dall’ultima casa della via.
Le sue lunghe dita
gettano in fuga questi omettini al trotto,
che corrono da est a ovest al loro lavoro.
Ridendo, il sole li insegue…
Ah, eccolo!
Chi?… Il postino, naturalmente!
(perché mi sarei alzato così presto?)
Lui, non lo vedete mai correre –
E’ così fiero
perché nella sua borsa porta la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un bel colletto bianco.

Ecco perché si pavoneggia così,
ecco perché fa mostra di non sapere
che il sole è alle sue spalle,
che il sole ridente è alle sue spalle
e lo sospinge a portarmi la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un colletto pulito,
e la lettera di un direttore che dice:
“Siete un grande poeta, giovanotto!”.

Al diavolo! Scommetto che mi ha sentito
smaniare per lui:
è passato davanti alla porta
e non si è nemmeno girato.
Che fare? Che fare?

Oh, non importa – domani, domani!

Ci ritrovammo alla fine della poesia commossi entrambi da quella inscalfibile speranza. Questa poesia lo rappresentava molto; anche lui, come Emanuel, non desiderava altro. Sentirsi dire da qualche critico importante, da qualche poeta affermato: “Antonio, lei è un grande poeta.”
Per me lo è, lo era. Bastava osservarlo in libreria, come si muoveva, mosso da una febbre. Cercava nuovi poeti da incontrare nella pagina e nell’anima. Chiedeva consigli. Ne ho visti pochi, pochi davvero amare la poesia come l’amava lui. Ha sacrificato per lei tutta la vita.

C’è nei suoi versi una rara intensità, qualcosa che forse davvero e fino in fondo comprendeva solo lui. Qualcosa di vissuto, di sperimentato. Se parlava del fuoco è perché si era bruciato. Per dirla con la sua amata Emily Dickinson: L’acqua si impara dalla sete.

I suoi versi si dipanano sulla pagina seguendo un ritmo che era quello del suo cuore, del suo respiro. Le parole gli sgorgavano fuori dappertutto, girava sempre con i suoi quaderni “perché l’ispirazione non sai mai quando ti prende”. Ti prende, ti rapisce. Sì, lui parlava ancora d’ispirazione. Non se ne vergognava. Lui sapeva che la poesia veniva da un altro mondo. E ora credo che, finalmente, si siano ricongiunti.

 

E mi affaccio
alla
mia fine

E la mia missione
è in questo
girotondo

Ed in tal modo

M’inebrio
e canto …

ed è la fine.

 

Chiude così, il suo ultimo libro. Avrei dovuto immaginarlo. Invece stavamo progettando una presentazione e tante altre serate insieme. Mi aveva chiesto di presentare il suo libro e io ne ero felicissimo. Dovevamo incontrarci giovedì 14 marzo, a Empoli, alla “Cuentame”. Invece mi chiamò dall’ospedale quel giorno. Le parole che mi disse le custodisco. Il giorno dopo l’ha voluto il Cielo. Da quel giorno, non passa giorno in cui non senta la sua presenza. Il grande privilegio di avere un poeta al proprio fianco.

 

 

 

Antonio Morelli

Antonio Morelli è nato a Empoli nel 1956, dove ha vissuto tutta la sua vita. Ha lavorato sempre alla Biblioteca Comunale “Renato Fucini”, diventandone un punto di riferimento. Viveva in una solitudine solo apparente. Le sue giornate e le sue notti erano in verità pienissime. Da casa sua passavano poeti di ogni tempo e età. Chi si presentava a casa sua senza aver portato delle poesie da condividere veniva severamente redarguito. “Siamo poeti”, diceva. Ha pubblicato vari libri, fra cui Diario in versi del brutto tempo, Frammentario del mattino e Asfodeli e avvertimenti. Tutte edite da: Editore dell’Acero.

RICORDANDO DIEGO VALERI. Quattro poesie

INIZIALE

Quando ti schiudi, fiore
divino, assorto è il tempo
fuor di notte e di giorno;
l’aria non ha colore,
tutto è perduto intorno.
Tu solo sei, divino
fiore del nulla, amore.

PRIMA LUCE

La prima luce è alla finestra:
stacca dal bianco il tuo corpo bianco,
tenue rileva la spalla e il fianco,
lascia nell’ombra la chiara testa.

Tu dormi semplice e quieta
sotto le palpebre, sotto i seni;
come la rosa ti scopri e ti celi,
come la rosa nuda e segreta.

TEMPO CHE MUORE

Alto sui colli fiammeggiato spazio
di perduto tramonto,
ove un’esile luna di topazio
s’incide ad arco e trascolora in bianco.
Grotte d’ombra degli alberi, pallore
delle erbose radure. E quello stanco
suono dell’acqua al fondo della sera.
Tu nei miei occhi, tu sopra il mio cuore,
disperata dolcezza. E il nostro tempo
che intanto muore.

FINALE

Dove tu sali, inebriata allodola,
amoroso pensiero,
perdute sono e memoria e speranza.
Spento ogni suono, morta ogni parola,
pare che il vento della vita dorma.
C’è soltanto quel cielo e quella forma
della tua voce sola;
il tuo canto che vola.

___________

Diego Valeri

Nato a Piove di Sacco nel 1887 e morto a Roma nel 1976, Diego Valeri è stato poeta, traduttore e docente di Letteratura francese all’Università di Padova.
In ambito poetico si ricordano Poesie vecchie e nuove (Mondadori, 1930), Tempo che muore (Mondadori, 1942) da cui sono tratte le poesie qui sopra, Sgelo (Mondadori, 1967), Poesie piccole  (Scheiwiller, 1969). Traduttore di Flaubert, Stendhal, Goethe e La Fontaine, in ambito saggistico si è occupato della nuova poesia francese, ma anche di Montaigne, Racine e Picasso, nonché de Il Simbolismo francese da Nerval a De Régnier (1954). Memorabile la sua Guida sentimentale di Venezia (1942 e 1955).

Massimo Morasso. L’opera in rosso

di Umberto Piersanti

Sì, ne L’opera in rosso di Massimo Morasso c’è, come bene avverte Giancarlo Pontiggia nella presentazione, una ricerca continua del senso totale della vita e delle cose. Si tratta di operare uno sforzo tenace per arrivare al nucleo originario: “il quid che unisce rocce e scheletri”.

Questa ricerca del quid originario si accompagna ad uno sguardo, se non proprio svagato, libero e felice, su Genova, i suoi luoghi e la sua gente, che s’agita e s’affaccenda nel gran teatro della vita come i croceristi che scivolano in shorts nei dedali dei vicoli e la puttana che ammicca al fattorino.

Ed è uno sguardo, quello di Morasso, mai carico di livore o risentimento, ma sempre disposto ad accogliere e partecipare. Anche se non si crede più alle grandi illusioni della giovinezza, si alza il calice e si brinda, convinti comunque di questa vita e di questa terra, in cui si è pacatamente, molto pacatamente, lieti di abitare.

Tutto riporta alla radice originaria, ma ogni cosa ed ogni essere vive una sua identità specifica che però non l’aliena mai dagli altri esseri: perfino i vermi-tubo che il poeta vede dentro lo schermo televisivo aggirarsi nelle “immense praterie del sottomondo”, sono avvertiti come fratelli.

Non ci troviamo però di fronte ad un misticismo panteistico tipico della tradizione orientale, perché se è vero che tutti siamo polvere stellare in perenne movimento, è ancora più vero che per trovare un senso a tutto questo bisogna aggrapparsi alla pietà di Dio. E questo Dio non è una strana, assoluta e misteriosa energia primordiale, ma è il Dio-Persona della tradizione ebraico-cristiana. Come abbiamo visto per i vermi-tubo, la presenza degli animali è vissuta in modo profondo e talora fraterno come quella del suo cane Dick il quale “è come noi spirito, sragione”. E il pipistrello schiantatosi contro il muro: “… lo vedi/ tu, immobile e impaurito/ sul cemento,/ minuscolo, in preghiera?”

C’è una fiducia nel vivere che certo non nasconde dolori ed inquietudini: all’uomo scisso di Kierkegaard che comunque risponde ad una parte del vero, si contrappongono i giovani immortali che continuano a danzare guancia a guancia.

Altro tema costante, la presenza dei morti: che “mi risvegliano. Non mi lasciano in pace”.

Dov’è situata la contrada nella quale sono andati? Non fluttuano nell’aria come i fantasmi della tradizione sia popolare che letteraria. Neppure mi sembra di avvertirli in qualche più o meno definito luogo di dolore o di felicità. Sono “incisi nel mio corpo”. Ed anche il poeta dentro di loro: di nuovo ci troviamo di fronte ad un tutto inestricabile.

Se da  studente Morasso ha pensato ad un qualche spazio sovrannaturale come dimora dei morti, adesso crede che tornino a parlarci, a farci compagnia. Sì, c’è un Paradiso che fu prima del prima, la storia venne dopo e l’al di là del Verbo meglio è compreso dal fanciullo che gioca con la trottola del cielo sui ginocchi.

Vengono poi i ricordi dell’infanzia: c’è un fanciullo tra i libri destinato a scrivere che s’incarna in un Sandokan di sogno e poi s’aggira fra le rose e i gerani del giardino, fin da allora teso a dare un senso a tutto ciò che ci circonda.

Ritornando al culto dei morti, un posto importante occupa il poeta marchigiano Antonio Santori, prematuramente scomparso: “E poi pensai ad Antonio, al suo non esserci più,/ e avrei voluto trasformarmi in un camoscio,/ scendere giù dai Sibillini a Porto Sant’Elpidio/ brucargli via i germogli del suo male”.

Interrogarsi certo, bisogna continuamente interrogarsi: questo è il tempo dove sembra caduta ogni certezza, ma qualcosa permane e non da poco: “… La prima verità, che è la speranza…”.

la copertina de “L’opera in rosso”

 

 

Sei inediti di Lorenzo Fava

**
Dimentica la domanda, fai del tuo presente
la sola partenza, non sia solo apparenza
lo stato d’equilibrio che s’apre sulle cose.
Non retrocedere, non piegarti. Non hai
né vanto né colpa. Hai solo la premura
di fare bene. L’espressione che si è persa
devi ritrovare, quella perduta sulla sfera
nel cerchio di tempo fuori da ogni possibile
orizzonte contiguo; fai che possano
riconoscere qualcosa d’altro nel tuo canto,
che non abbia a che fare con testo o voce,
come se non facessi altra cosa che dire.

**
Prova a far levitare il pensiero sulla corda
di un arco, che unisca planetari, orbite e segreti
inconfessabili. “Poesia pura forma” annotato
al margine del foglio, “sottrarre al dettato”
impresso in controluce sulla nuca,
per non vederlo, solo avvertirlo un poco
contrappeso; “ritmo del battito” solo
scritto sul tuo viso, oggi assorbito
da una ruga, come fosse una sutura
al tempo che non sa dove passare, sottomesso
a pensieri eroicamente riusciti a manovrarlo.

**
Se solo ho avuto da te un dono
È la forza di essere autentico,
Colpire il midollo delle cose,
Le questioni razionali altre,
Nel tuo conto, non ci sono.

Solo la singola esperienza umana,
Giuro, ogni volta che ti vedo, mi stacca
La strada da sotto i piedi, ci separa,
Mette nello spazio d’aria di una linea d’occhi
Un alfabeto da ciechi, e così ho rivisto
In mille versi il quotidiano, quello che ti devo.

Ho messo in verso diagrammi
Ho iniziato solo per spirito e ora domino
Il potere di pensarti e di difenderti
Solo perché con due cuori si sente
Più del doppio e io che lo so
Dovrei ricordare: sei
La modulazione del mio canone,
Sei il mentore, tracci un’idea pura
Che sporco ad arte con la voce.

**
Comunque tu la metta, Ancona
È sempre sotto la luna piena,
Guarda dalle case alte la staffetta
Delle onde, lì dove l’uomo ancora
Glielo permette. La banchina salata
Preda già dai primi raggi delle riprese
Di film senza volume, è lì che oggi
Si áncora il mio pensare ad assonanze
E sinalefi, questo gomitolo di lingue
Che registro dalle ventitré alle cinque,
Perché si sa, il sogno più vile,
Quello più infantile,
È il sogno del poeta.

**
Se la semplicità vincesse contro
i mostri che architettano il raggiro

se odorando il vento aprissi una scala
che approda in arcipelaghi di luce

se sussurrando amore prima del sonno
potessi sentirla stretta al petto

se umiliassi il fuoco alla maniera della neve


**
Esco dal tuo ramo come un grappolo
Sei in tutto quello che penso, sei
Ogni possibile variante dell’equazione
Che apre la pagina, sei la combinazione
Infinita di strategie d’arresa e di vittoria,
Sei, sei e tanto mi basta a svettare
Su come la luna, io caduto con lo sguardo
Sullo spazio, all’aperto. Guarda, adesso
Contengo la forma, sarò io l’acqua
Nella brocca cristallina del dettato,
La materia adatta alla stesura di principi
Divenuti ad un tratto imprescindibili
Come i rullanti di un’orchestra, il respiro
Trattenuto da un golfista,
La calma emozione dell’algebra.

 

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Lorenzo Fava

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno ‘94, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con “Il Resto del Carlino”. Sue poesie sono apparse su “Poetarum Silva”, “Yawp”, “Arcipelago Itaca” blo-mag, “Carteggi Letterari”, “Critica Impura”, “Inverso e Poesia Ultracontemporanea”.

“Dentro il meraviglioso istante”. Un ricordo di Mario Luzi

di Filippo Davoli

Mia madre mi diceva, quando ero adolescente: “Una parola è poca e due sono troppe”, per ironizzare sulla mia taciturneria. A quell’età, tuttavia, è un difetto diffuso. Da cui sono guarito – temo – anche troppo. C’era però una persona che mi rinfrancava – in quegli anni. Era una sagoma alta, dall’espressione vivida, dai lineamenti che sembravano quasi caricaturali, in quella sua incipiente vecchiaia. Avevo i suoi libri, li leggevo nel segreto, mi seducevano prepotentemente. La sua parola poetica non faceva sconti: e sempre più, invecchiando lui, artigliava la vita, la andava a scovare ovunque le sue propaggini prendevano forma; e a quelle forme aperte dava un nome, una voce, in una ricerca di senso che era – si intuisce – la sua stessa ragione d’essere (e di essere poeta).

Eppure il professore, il poeta, l’uomo Mario Luzi – perché è di lui che sto ricordando – si presentava con eleganza soffusa, silenziosa; un portamento di umanissima dignità, ma anche di profonda, di grande semplicità. Avrebbe avuto motivo di approfittare della sua altezza, di riempirla distanziandosi dagli altri, da noi: invece sembrava lievemente incurvato, quasi a chiedere scusa di tutti quei centimetri – di corpo e di spirito – che lo separavano dagli altri, da noi.

Un giorno di non so più bene quanti anni fa, andammo a prenderlo a Parma io e il mio amico Paolo Musicanti, allora studente d’ingegneria e completamente fuori dai discorsi della poesia. Paolo aveva una bella Audi lunga e spaziosa, avremmo percorso la strada con minor fastidio e soprattutto avremmo onorato l’illustre ospite con una macchina degna. Lui non se ne avvide affatto: ci salutò con normale serenità, salì a bordo, e per il tragitto parlammo di tutto. Della facoltà d’ingegneria che frequentava Paolo, del clima a Macerata, di “che dice il caro Guido (ndr.: Garufi), e come sta”, della contentezza che a Macerata avrebbe rivisto anche il suo amico Francesco Tentori, insieme a tutti i poeti delle Marche; lo portavamo ad una tavola rotonda organizzata per lui dalla “Associazione per le ricerche sulla scrittura”, che Garufi e Pagnanelli avevano fondato insieme e che, dopo la scomparsa di Remo, teneva viva Guido con il supporto, qua e là, del sottoscritto e di altri, pochi, fidati amici; dall’associazione scaturivano eventi ma soprattutto la redazione e pubblicazione della bella rivista “Verso”; quella volta si presentava il piccolo saggio di Luzi “Le parole agoniche della poesia”, edito dall’associazione e successivamente confluito in Natueralezza del poeta, Garzanti, 1995).

Mario Luzi era un uomo bellissimo: emanava luce radiosa, in quel rovello irredento che erano i suoi capelli bianchi ariosi e scompigliati, in quelle borse gigantesche sotto gli occhi – eccellente e involontario sprezzo alle liftature oggi tanto di moda anche tra i maschi (che sono poi liftature della pelle o dei cervelli?) -, quelle borse così cariche di memoria e di esperienze. Anche la pappagorgia, in lui, aveva personalità: era la fucina della sua voce esile ma tagliente, dei suoi respiri tonali, dei sussurrati che inchiodavano al muro. E poi le sue mani: ampie e magre, dalle dita affusolate e ricche di vene e di storia.

Mario Luzi era la sua poesia: era il Bisenzio, l’incontro con gli uomini per via, la riflessione e l’esercizio delle lettere, l’ermetismo che si scioglie nella vita senza mancare di centrarne l’essenza, la carnalità che si fa pensiero, il sogno che si incarna. Il cristianesimo da rimettere in movimento ogni nuovo giorno, nel tormento amoroso, nello scavo imperterrito, con tutte le ombre che la luce reca in dono e che, a ben cogliere, sono luci anch’esse.

Sono già passati sedici anni, da quando l’abbiamo lasciato, da quando non l’abbiamo trattenuto (e non avremmo potuto, sebbene avremmo voluto). Ce ne resta, sterminata, la sua opera che taglia e colma tutto il Secondo Novecento; e che si affaccia su questo tempo nuovo con le radici ben salde nel grande fiume della lirica. Nel “grande stile” di cui è stato maestro e figlio.  Un’eredità irrinunciabile.

Mario Luzi

 

(gocce)

L’inverno e la sua fine
escono da quei monti
nel cielo
alla battaglia,
esitano l’uno
e l’altra, essi, rapiti
a quella luce
di politissimo cristallo,
alla flagranza delle valli,
e ora
un poco si osservano a distanza,
un poco si mischiano e si azzuffano
finché grandine o vento non sbaraglia
l’incertezza dello scontro.
Ci ottenebra, noi stille
sorprese in medio campo
un infittito scroscio,
ci affoga
l’uragano, sgombra
poi il sole
i celesti rimasugli
del furente nubifragio.
È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità
continua delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

Mario Luzi, da Sotto specie umana (Garzanti, 1999)

La croce del nome. Tra Mario Luzi e Claudio Pasi

la scrittura è scritta ma
la rappresentazione è necessaria”

di Michele Bordoni

Su quella che ormai è diventata la mia scrivania di scorta (ne ho due, una nella casa di famiglia, l’altra in quel di Padova dove ormai vivo da anni), probabilmente cadendo da due pile di libri diverse, si sono accoppiati due librini completamente dissimili all’aspetto, uno bianco l’alto nero. Entrambi però, una volta aperti, si rivelano più vicini di quanto possa lasciar credere la diversità del titolo e della copertina. Il primo – con la copertina nera – è un libro dell’immancabile Mario Luzi ed è La passione (Garzanti, 2014, pp. 80, euro 8), una serie di poesie scritte per la via crucis al Colosseo del 1999; il secondo – il bianco – è un volumetto di Claudio Pasi uscito recentemente per la collana A27 di Amos Edizioni e si intitola Nomi propri (Amos Edizioni, 2018, pp. 60, euro 12). Il primo, dal titolo, è esplicitamente il dramma della crocifissione, una sorta di dialogo a una voce fra Cristo e il Padre, che mai prende la parola. Il secondo libro, invece, si apre – dopo una poesia introduttiva – con una suite di 14 poesie intitolata Via del dolore. Il riferimento, passando per il gergo medico secondo cui la via del dolore è il canale nervoso che comunica il dolore alla corteccia cerebrale., è alla via crucis, all’agonia del padre dell’autore, alter Christi. Sono quattordici poesie in cui, dall’esordio della malattia fino alla morte del padre, Pasi accosta la Passione di Cristo a quella paterna.
Ecco cosa accomuna questi due librini; essi sono (quello di Pasi solo nella prima parte) riscritture del testo biblico, reinterpetazioni drammatiche della rappresentazione biblica. È però interessante notare come, più che di rappresentazioni, qui si parli di messa in opera di un testo, di un dramma che viene performativamente agito e vocalizzato. Ancora più interessante è notare come, per dirla con Wittwoker, il simbolo occidentale per eccellenza, la croce, migri dalla sua configurazione statica e tradizionale (alias “la croce sta per il sacrificio di Cristo che promette la risurrezione”) ad una più umana e pragmatica aderenza alla vita degli uomini.

Questo incrocio di notabilia, che adesso verrà più esplicitamente dipanato e mostrato, mette in moto una serie di riflessioni sulla potenzialità della lingua poetica (metonimia per l’uomo) di riscoprire la sua aderenza ad una tradizione che, lungi dal soffocarla o dall’angosciarla (si veda il magistero di Harold Bloom), la apre al suo destino, la riconsegna alla sua radice prima, quella di essere una parola capace di fare qualcosa, di creare sensazioni o i presupposti logico-linguistici per lo sviluppo del pensiero. In definitiva, approssimando un abbozzo di teoria, la lingua poetica, quanto più rischia di situarsi nella zona del “già detto”, del “già stato scritto”, di quello che potrebbe definirsi un sapere allegorico (in cui la sostituzione del significato avviene immediatamente distruggendo il corpo del significante) , tanto più diventa in grado di reinventarsi, di essere originale proprio perché capace di riattivare quel tanto di simbolico che la fonda, avverandola all’origine, e di salvare dal naufragio della dimenticanza la tradizione che l’ha resa possibile. Condensando con parole tratte da un dramma tardo di Luzi “la scrittura è scritta ma / la rappresentazione è necessaria”.
Andiamo con calma. La
via crucis è un’agonia, il dolore è il primo protagonista. Come fare, però, a renderlo vero, a renderlo personale, sottraendolo al linguaggio dei più, alla tradizione? Pasi riflette su questo aspetto: “Nessuno può comprendere il dolore / di un altro, perché è individuale, / perché è l’essenza della solitudine, / perché non parla mentre lo  giriamo, / leggero come un fascio d’erba” (p. 19). È l’agonia del nome proprio che, in quanto proprio, non può essere comunicato nella sua interezza e vividezza senza essere ingabbiato in una rappresentazione che lo depotenzi. Il nome, il dolore, la croce: tutti incomunicabili. Ci si rifà, dunque, a chi l’ha detto prima di noi, alla tradizione, alla biblioteca, si riusano i frammenti del Testo, del Libro. Sia Luzi che Pasi premettono alle loro poesie brani dei Vangeli o dei Salmi (Luzi) o le denominazioni delle quattordici stazioni della via crucis in Exercitium Viae Crucis de Sancto Alphonso Maria de Ligorio (Pasi). Ciò che però non fa ricadere nell’esercizio stucchevole o in una sorta di ekphrasis al letterario questi due testi è che i brani di apertura non vengano descritti, ma agiti: in Luzi è Cristo stesso che parla in prima persona, uscendo dalla terza persona del testo sacro e incarnandosi nella prima persona che dice – dolorosamente – io (“Conoscerò la morte. La conoscerò umanamente” p.35); in Pasi – e in questo si rivela la grandezza della migrazione dei simboli – l’attore della via crucis è il padre dell’autore. Alcuni esempi; la terza stazione della via della croce si apre con la corrispettiva frase latina “…procumbit primum sub onere crucis” ma, a cadere, è il padre colto da un malore che, a terra, si sforza di prendere il telefono allungandosi verso una mensola “come quando / portiere della squadra giovanile, / si allungava per prendere il pallone” (p. 17).

O ancora, alla stazione undicesima, quella della crocifissione vera e propria, mentre il motto recita “…clavis affigitur cruci”, si presenta il padre attaccato alle macchine mediche, un Ecce homo in chiave moderna. “Così questo è mio padre, appeso ai fili / delle apparecchiature che mantengono / le funzioni vitali” (p. 25). Il dolore personale, il nome proprio, indicibile, è detto in maniera simbolica, accennando al simbolo che lo anticipa. Ci si affida ad una verità che precede, che è stata già scritta; tuttavia non la si prende nella sua accezione positiva di ready made, ma la si fa avverare. Il simbolo, più che un qualcosa che sta per qualcos’altro, diviene qui il senso originario dell’esperienza singola; il particolare, per essere detto, si affida al generale, il generale si avvera nel particolare. L’agonia della non appartenenza al campo del dicibile è risolta, da Luzi e Pasi, mediante le potenzialità espressive del simbolo: Luzi fa parlare il simbolo, Pasi trasforma in simbolo il padre. 

Cristo e la Croce si liberano, così, dal destino di figure statiche, valide solo nel tornio di testi e momenti destinati alla loro interpretazione teologica; si aprono, invece, ad una pratica di vita che li avvera nel momento del loro riconoscimento nelle situazioni umane. Non rimangono confinate alla croce del loro nome ma prendono il nome di tutti coloro che li avverano; non a caso Pasi, nel riportare le indicazioni latine in esergo alle sue poesie, sostituisce il nome di Cristo con tre puntini di sospensione…

Il simbolo, così come la poesia, non è qualcosa di già dato, di immobile; è semmai il luogo che attende che qualcuno lo avveri, che lo nomini con un nome che, se all’apparenza sembra straniero o inattuale, è tanto straniero e inattuale quanto il nome proprio.

L’ultima didascalia del mondo. I morti di Gabriele Galloni

di Filippo Davoli

Antonio Bux, in introduzione, se ne stupisce: che un ragazzo di soli 23 anni possa interessarsi ai morti in maniera così matura, così compiuta, come riesce a fare Gabriele Galloni nel suo In che luce cadranno (RP, 2018).

Anzitutto che dispersione – vorrei dire in inciso – tutta questa quantità di librini, spesso ottimi, condannati ad una circolazione limitata tra gli addetti ai lavori e nemmeno tutti. L’agio di non esser più giovanissimo e d’essermi mosso, specialmente negli ultimi vent’anni, mi permette di riceverne parecchi: alcuni improponibili, ma in mezzo la perla ci esce molte volte. Solo che io sono io. Tutti gli altri? Il buon lettore ignaro in cerca di qualche parola onesta destinata a rimanere nel suo bagaglio interiore,  probabilmente nemmeno ponendosi l’ipotesi che farebbe al suo caso un libro di poesia, come farà a cambiare idea se nelle librerie molte di queste perle nemmeno arrivano?
Ma qui – e l’inciso si avvia alla conclusione – l’argomento si amplierebbe mostruosamente, allontanandoci da quanto invece oggi mi preme: e cioè concentrarmi anch’io sui morti di Galloni.

“Tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente”, così Antonio Bux si incanta di fronte ai testi di In che luce cadranno. A me, più che questo immaginabile stupore, la poesia di Gabriele conferma l’attendibilità delle poche volte che ci siamo parlati e detti di noi, della poesia, della vita. Sì, è un ragazzo già uomo, Galloni: con uno spessore interiore più ampio rispetto a quelli della sua età. Non soltanto perché scrive dei morti, quanto soprattutto per come ne scrive.

Nei suoi versi non c’è traccia di, per quanto sottili, perversioni; i suoi amici morti (e tutti i morti danno l’impressione, nei suoi versi, di essergli amici) lui li muove con sapienza nello scacchiere multiforme della vita (e delle vite: sia quelle che li incrociano – anche noi -, sia le vite che diversamente, noi e loro, siamo chiamati a vivere); li anima, per così dire, di una sana vivacità, di una poliedrica umanità; li incarna pur sapendoli fuori del tempo e dalla carne; ne scevra l’alone misterico senza tuttavia avvilirne la portata ultraterrena.
Ecco: sa conviverci senza patemi, e aprendo a noi lo sguardo sul tempo che verrà , anche per noi.

Mi preme anche sottolineare come questo “gioco” di rimandi, di allontanamenti e riallacci, di contatti garbati, si compia attraverso una lingua giusta di toni e di modi, accorta (e ironica), sorvegliata e sentimentale, ma anche musicale, ritmica, eufonica e felicemente lirica, compiutamente nella linea del nostro Grande Stile. Un universo che si schiude e si ricompone con grazia nel breve tratto degli ipogrammi dalla metrica perfetta.
Sono anch’io folgorato da tanta misurata naturalezza.

Gabriele Galloni

 

da In che luce cadranno

*
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile.

*
Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

*
I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*
I morti guardano alla luna come
un errore, uno sgarbo del creato;
pensano infatti che sia cosa messa
lì per illuderli (non percorribile).
L’imitazione di un antico sesso
senza ingresso né uscita né sala
d’attesa.

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

 

la copertina del libro

Gabriele Galloni vive a Roma, dove è nato nel 1995. Studente di Lettere Moderne all’Università La Sapienza, in ambito poetico ha pubblicato Slittamenti (2017, con una nota di Antonio Veneziani) e In  che luce cadranno(2018, introduzione di Antonio Bux).

Di verso in verso… la perversione

di Filippo Davoli

È il titolo della nuova plaquette (satirica?) del poeta lancianese Giuseppe Rosato: Di verso in verso la perversione. Che suggerirebbe tante opportune riflessioni su taluni guasti interpretativi del senso del “mestiere” dello scrivere. Rosato non si inoltra invece così in profondità, ritenendo (e come dargli torto, tutto sommato) siano più che sufficienti le brutture della nostra vita contemporanea, sempre più caotica e disastrata e disastrante:

Longevità in progresso
in regresso lo Stato:

più avvisi di reato
che avvisi di decesso

recita direttamente in copertina. Ma del resto, il poeta non è nuovo a incursioni satiriche in versi: ne ricordiamo con felice memoria Guerra e piace (Solfanelli, 1991), Poesie in forma di cosa? (Emblema, 1967), le splendide e a noi carissime Papere (Ediars, 1999).

Quante volte ho pensato, leggendolo o parlandoci – in uno dei nostri conciliaboli domestici nella sua bella Lanciano – a una rubrica stabile in rivista (già dalla cartacea “Ciminiera”, con cui collaborava come sapiente critico letterario e d’arte) di stroncaturine, paperette, “carognatelle”, cattiveriucce… intanto per saggiare l’ironia dei permalosissimi colleghi (!?!). L’avremmo intitolata “Letterabiura”. Chissà perché ce ne mancò  il coraggio. Si preferisce – come è noto – un educato silenzio, quando le cose che leggiamo non ci piacciono. Peccato.

Tornando invece ai minuscoli e introvabili volumetti (specie i vecchi) di Peppino Rosato, ne traiamo qui alcuni esempi folgoranti: che confermano la sua vena strepitosa; nel solco della sua amicizia con un aforista imbattibile della caratura di Ennio Flaiano, ma anche nel segno di un retrogusto che è comunque amaro e dolente, e che sa affiorare con potenza nel suo altro repertorio, sia poetico che narrativo che critico. E che fanno di lui – non solo ai nostri occhi, riteniamo – una delle voci migliori e più attendibili del nostro panorama.

Giuseppe Rosato

da Di verso in verso la perversione (2018)

*
Urli, sberleffi, insulti faccia a faccia:
è quel che alle tivù di più fa gola.
C’era stata in principio la parola,
oggi (alla fine?) c’è la parolaccia.

*
Anche la morte a volte si distrae
perdendo i conti, e stamattina trae
a sé il poeta sedicente tale
ch’era convinto d’essere immortale.

*
Per far carriera (una scrittrice ha detto)
occorre avere scritto e avere letto

*
GLORIE DI TERRA NOSTRA

Meglio l’amabile
spumante, o il brut?
Saranno, a dircelo,
più tardi i rutt

*
LATINO-ITALIANO

“La pietas latina”,
dici, “i miei versi fa!”
Li ho letto stamattina,
ne taccio per pietà

*
SIC TRANSIT

Breve fu la stagione per l’amore
di gruppo, poi la fine e l’interdetto.
Così s’è perso (addio, senza rancore?)
anche l’ultimo ben dell’interletto.

*ABALA DI GIORNATA

Al TG1 39 arresti,
diciotto i corruttori al TG3,
al TG2 sono 23
i politici messi sotto inchiesta:
i “numeri” son più o meno questi
che ogni giorno la cronaca ci appresta.
Il popolo paziente
ascolta e non fa motto,
quindi italianamente
ne cava un terno e se lo gioca al lotto.