Al caffè con Fabrizio Bajec

Gabriel Del Sarto

Terza intervista della rubrica curata da Gabriel Del Sarto. Qui e qui le precedenti.

Uscito quasi un anno fa, l’ultimo libro di versi di Fabrizio Bajec (Amos, 2021), costituisce ormai la conferma di una delle voci più interessanti e mature della sua (che poi è la mia) generazione. Sogni e risvegli, per chi conosce la tensione civile di Fabrizio, sorprende: all’idea dell’azione si aggiunge la contemplazione, intesa come vero “esercizio spirituale” (anche se non sono certo l’autore approverebbe questo aggettivo). Compare quindi una triade non pacifica: poesia (anzi, scrittura)-azione-contemplazione, che sa da un alto incrina alcune certezze, o quantomeno degli assunti, precedenti, dall’altro apre a possibili e inedite forme di resistenza al realismo capitalista. Quello che si sviluppa in questo colloquio, penso sia molto importante non solo per capire la poesia di Fabrizio, ma anche per riflettere su questione legate ai destini generali. Lo dico per sottolineare quanto sia stato intenso e autentico il nostro confronto.

 

“Sogni e Risvegli” comincia con una citazione molto interessante di Aristotele: «(…) Se si toglie a un essere umano il potere di agire e, ancor più, quello di creare, cosa gli rimane oltre alla contemplazione?» In che rapporto sta la contemplazione, per come tu la intendi, con i sogni e coi risvegli?

Eh già. Che diavolo centra l’attività contemplativa con il sogno e, ancor peggio, con la fase del risveglio? Sarebbe un buon inizio per un’intervista critica. La contemplazione, come la intendo io, non è quella dei monaci cristiani, chiusi in un edificio, dediti al lavoro e alla preghiera, alla visione dei nessi tra gli elementi del loro giardino claustrale e il Grande Artefice o la Verità.  Si tratta invece di un’attività che ognuno può praticare, anche all’esterno, a condizione di fermarsi per un breve o brevissimo lasso di tempo, durante la giornata, volontariamente o perché rapiti da qualcosa che ha stimolato i cinque sensi. Vedere “il mare in un bicchiere”, per riprendere l’espressione di Calvino, che così definiva l’attività poetica. E’ quindi qualcosa che i poeti conoscono bene. Ma loro devono “far entrare” quel mare nel bicchiere. Chi non scrive può anche accontentarsi di vederlo. E’ già tanto. Di per sé, “vedere il mare in un bicchiere” accade più spontaneamente nei sogni. Ora però la contemplazione, per come la intendo non solo io, in senso orientale è (da più di 2500 anni) la facoltà di vedere le cose come stanno, o come sono. E la conseguenza diretta è un risveglio da un sonno fatto durante la veglia, l’illusione che attraversiamo quotidianamente, convinti che le cose stanno in un certo modo, perché così le percepiamo e così ci hanno spiegato che funzionano da quando eravamo bambini, anche perché le sentiamo più o meno come le sentono tutti gli altri, sicuri di essere un soggetto di fronte a un oggetto. Allora nel libro il sogno e il risveglio hanno una doppia valenza: sogno come dimensione visionaria e anche profetica (i sogni biblici, per esempio), ma anche incubo, illusione, ideale poi caduto (tradito?), e il risveglio è presa di coscienza, ribellione, o fine dell’illusione (di una distinzione tra soggetto e oggetto). Quindi anche la presa di coscienza sta almeno su due livelli: in senso materialistico e in un senso realistico (superamento della prospettiva idealistica e di quella materialistica, quindi suprema sintesi realista). Resta il fatto che se l’agire quotidiano, teso al miglioramento della vita individuale e della società, basato solo sulla forza della volontà, viene limitato da cause contingenti, esterne, o compromesso e sabotato da contraddizioni interne, allora non resta che la contemplazione, che per me non deve essere considerata come l’ultima spiaggia, bensì la possibilità di sentire formicolare la vita e trovarla anche bella. Visto che è una prerogativa dell’essere umano, rispetto ad altri mammiferi, potrebbe anche essere messa al primo posto nell’economia di una vita ben spesa, per non sprecarla, appunto.

Interessante, quello che mi dici. Soprattutto se lo si mette in relazione al titolo della prima sezione, “Spettri”, che sembra contenere un richiamo a Mark Fisher e a un suo libro che, per certi aspetti, mi pare vicino al tuo sentire. Intendi suggerire che la contemplazione del mondo, delle cose come sono, non può che partire appunto dai nostri spettri? Magari per evitare di “di dormire e non sapere più niente/ di questo tutto che è anche mio”, come scrivi nel bellissimo finale della prima poesia del libro? Cosa sono questi spettri? Quanto possiamo considerarli un ambito individuale e quanto invece essi sono un riferimento collettivo (penso qui, ad esempio, alle “putride inconfessabili e maledette distinzioni” di Uscendo di casa, un altro testo molto bello)?

Quando ho scritto la raccolta non pensavo a Fisher, che può anche essere nelle mie corde, ma fino a un certo punto. Perché il problema poi è che si finisce per scagliare pietre sul “pensiero unico”, che malignamente si è messo in tasca il termine “realismo” per negare ogni alternativa all’attuale contratto sociale (il capitalismo parlamentare, in cui si delega il potere a rappresentanti pagati per non fare l’interesse del “popolo”). Da un lato si denuncia la visione a corta distanza di una governance transnazionale (un Impero, si diceva), dall’altro ci si pone come vittima che finisce per farsi fuori da sola. Perché accettare le regole del sistema produttivo diventa insopportabile. Lo dico con tutto il rispetto per la vicenda personale di Fisher. La depressione può dare una certa lucidità, ma anche manie di persecuzione: ci si sente accerchiati e si ricade in un nuovo dualismo (dolorosissimo).

La contemplazione parte da quello che siamo e da ciò che ci sta sotto il naso. Possiamo essere abitati da spettri personali e collettivi, da tutti i nostri condizionamenti (come già detto nella prima risposta). Riguardo alla sezione che apre la raccolta, Spettri, penso ai fantasmi della Storia, ai tormenti del passato, cose che non abbiamo risolto, ma ancora a tutto quello che continua a strisciare nella nostra società, e che è davvero spaventoso. Marx e soprattutto Engels sapevano bene che lo spettro del comunismo che si “aggirava” in Europa nel 1848 non faceva stare tranquilli gli eroi della rivoluzione industriale, i vincitori, la nuova classe borghese. E’ un po’ angosciante per un capitano di industria sapere che la macchina può incrinarsi per uno sciopero in ogni paese d’Europa (che importa se muoiono degli operai!). Ma questo è uno spettro che non si è mai incarnato integralmente. Ha comunque spaventato chi aveva molto da perdere. Però penso anche ad altre ideologie (non è una parolaccia) di cui sentiamo i cattivi odori anche in Francia (le distinzioni o discriminazioni ai danni di chi ha origini arabe nella propria famiglia, pur essendo cittadino francese). Giorni fa si commemoravano a Parigi gli algerini finiti nella Senna e morti perché la polizia li reprimeva nel 1961, per rallentare il processo di decolonizzazione. Ogni volta, quando l’ideologia era più forte, ha cercato un capro espiatorio, un nemico del popolo. Allora cominciava il lavaggio del cervello: l’ebreo, il figlio dell’immigrazione, il rifugiato di guerra, i migranti climatici, i discendenti degli schiavi in Brasile o negli USA (la morte di George Floyd è davvero servita?), e ora la minoranza scettica nei confronti della gestione sanitaria, i non-vaccinati. E’ davvero così osceno e improbabile il raffronto? La paura giustifica sempre certe misure? Le “putride distinzioni” hanno luogo con l’aiuto dei poteri forti (la spintarella in direzione del piccolo e contagioso razzismo quotidiano è sempre favorita da un interesse superiore, da secondi fini). In ogni caso, gli spettri della Storia, quando corrispondono a particolari pressioni sociali, hanno avuto bisogno di “responsabilizzare” o giudicare moralmente il cittadino, per poi escluderlo. La direzione da prendere necessitava di strumenti giusti. D’altro canto, sul piano individuale, se non si vedono in primis le proprie falle, i propri traumi (omofono di traum, sognare) non sorge nessun bisogno di contemplare alcunché. La contemplazione è lo spazio di libertà offerto all’individuo al di là (al di fuori) dei tempi di produzione. E’ una meritata pausa, direi, sovversiva ma discreta.

 

La prima sezione termina con una poesia con un titolo curioso e allusivo: “Da una poesia di Magrelli”. Qua sembri mimare l’effetto dell’overdose quotidiana di informazioni di “feci”, che ci sommerge. E nel finale sembri desiderare il bisogno di protezione. Che significato ha questo testo? Perché lo hai posto alla fine di questa sezione?

Mi sono venute in mente due cose. La tortura, per effetto della valanga di immagini e testi giornalistici che possono togliere il sonno, come se il soggetto fosse in trappola, prigioniero di questi contenuti a getto continuo, ma in un eterno presente, e per di più urgentissimo, per via dei dispositivi digitali che ci accompagnano. La seconda cosa è l’influenza dei media sulla poesia e il risultato che si può avere, se un poeta decide di stargli dietro. Ho pensato alla collaborazione di Magrelli con il Corriere, a quel periodo, e penso che anche lui abbia avuto bisogno di protezione, o forse di proteggere la sua poesia, alla fin fine. Ma può darsi che io stia solo proiettando un mio timore. La riproducibilità tecnica.  A lui comunque questo testo è piaciuto molto, anche se di primo acchito sembra una satira. Non è così. E’ un testo di crisi, che chiude infatti la prima sezione, mostrando un ultimo tipo di spettri: le informazioni, allarmanti, vere o false che siano. E’ la parte parossistica della sezione, il culmine, dopo il quale bisogna scendere da cavallo e proseguire a piedi. E’ anche una poesia sulla stanchezza, solo da quel punto lì si comincia a prendere distanza, perché la vicinanza e il coinvolgimento sono stati eccessivi. Accade la stessa cosa con l’impegno politico, forse. Uno per reagire deve continuamente prendere a pretesto le notizie, l’ultima, l’ennesima, intollerabile. Allora riparte il prurito e ci si identifica con quel tipo di avversione, si sa da che parte stare, la si crede giusta. E’ rassicurante, in un certo senso, ma in realtà solo perché la ruota del criceto è in movimento. Quindi alla fine è necessario saltare giù e preservare il proprio cervello. Questa è la società in cui viviamo. Noi crediamo di informarci, e invece stiamo di nuovo macinando, producendo in un’altra maniera. Il finale della poesia allude ad un tipo di scelta contraria, più istintiva e animale. Non è solo un desiderio.

 

Fabrizio Bajec

Intendi dire che è anche una pratica?

Se ti riferisci al movimento dell’ultimo verso della poesia, a quello scatto, allora è davvero una reazione di difesa, istintiva: la bestia si salva la pelle (l’uomo non sempre capisce cosa è buono per lui). Se invece prendi il desiderio di sedersi per terra in un bosco (immagine data da qualche verso appena sopra, prima dello scatto), siamo per l’appunto di fronte a una pratica. Tutto ha avuto inizio in mezzo alla natura, sotto un albero, e poi ha assunto nomi diversi, nel tempo, uno dei quali è un termine di cui oggi si abusa, perché lo ritroviamo in tutte le salse: lo zen (o zazen, sedersi in meditazione). E’ il processo inverso rispetto a quello descritto nella precedente risposta, ossia piuttosto che riempirsi di cose, informazioni, brillanti idee, illusioni e convinzioni, ci si svuota di tutto, specialmente del proprio ego, che crediamo solido. E’ dunque un gioco in cui si toglie uno strato dopo l’altro, si perde, e non si guadagna nulla. Per lo meno, nulla di prevedibile. Neanche la pace è garantita. Eppure, proprio quando si intravede questa assenza totale di obiettivi, è lì che la faccenda comincia a diventare interessante.

 

La seconda sezione segna un cambio di registro, uno spostamento percettivo. Lo stesso titolo, “Nascita e contemplazione”, ci porta al cuore della tua riflessione. Da un certo punto di vista, questa, seppur breve, mi pare una sezione decisiva, almeno per comprendere il filo riflessivo che nel libro si dipana. Sei d’accordo?

Non so dire se si tratta di una sezione decisiva, per condurre il lettore al cuore della riflessione che facevo in apertura. Ma c’è in effetti uno spostamento. A parlare non è più l’io lirico, ma un io fittizio, prestato a qualcun altro, mia figlia. Come sai perfettamente, l’amore disinteressato pone il padre in osservazione, e con un po’ di fortuna si coglie il mondo osservato dal neonato, lo si comincia a vedere in un altro modo. Quindi ho immaginato che la figlia avrebbe potuto prendere la parola per tutto l’arco della seconda sezione, e cosìspiegare a tutti in che cosa consista la contemplazione. Lo sguardo innocente è quello di una creatura che non ha nessun fine utilitario. Qui non c’è neanche la presenza del cibo, per dire. Ritroviamo invece la natura, presente nella poesia-omaggio a Magrelli, e i segni della separazione: le mura, le sbarre, un albero caduto che interrompe un percorso. Lo sguardo del soggetto contemplativo sembra però bucare ogni ostacolo, andare oltre le separazioni e le famose distinzioni. Il neonato, prima ancora di diventare bambino e prendere davvero la parola, non cade nel dualismo, proprio perché non ha accesso ai concetti, al discorso. Si trova quindi al di qua e al di là del discernimento, all’interno e all’esterno di sé. Condizione privilegiata per fare poesia e per apprezzare la vita. Forse alla fine hai ragione tu: è una sezione importante, probabilmente quella senza intoppi o tergiversazioni.

Seguono due sezioni memoriali e, da un punto di vista macro-testuale, forse interlocutorie, quasi una preparazione per affrontare poi le ultime due, più poematiche e impegnative. In apertura di Cronache di un’infanzia rurale leggiamo una poesia, i cui versi impermetri, ritmicamente precisi per quanto più distesi, intitolata Il Cairo, che ci presenta, con un flash tipico dei ricordi d’infanzia, l’autista di tuo padre. Cosa puoi raccontarci di questo testo e dei successivi? In particolare, dopo i testi “egiziani”, la sezione si conclude con una poesia intitolata A scuola, che, con quella tonalità cruda che spesso maneggi bene, sembra una sentenza sull’infanzia tutta.

Non si poteva che tornare ai primi anni di vita, sotto la spinta della paternità. E dunque la memoria è sollecitata. L’infanzia rurale vera e propria arriverà in Italia, sublimata dalle poesie successive a quelle egiziane. Le prime invece hanno la funzione di provocare una nuova incursione nel sogno, nella dimensione analitica. Il soggetto che scrive vede sollevarsi del materiale arcaico, non solo legato a un’epoca remota e ad un altro continente, ma anche simbolico. Invece di parlare di traumi, spiattellando scene primitive, aneddoti ed episodi precisi, ho preferito usare il presente, che è un tempo tipico del sogno, e far affiorare colori, odori, personaggi anche inquietanti (gli orchi dell’infanzia), il rapporto ambivalente con gli adulti, ma anche con la natura, con un tono piatto, da cronaca, mettendo tutto sullo stesso livello, anche due paesi profondamente diversi, e poi la città, la campagna, il mare, tutto mischiato, come in sogno, dove ogni dettaglio ha la sua importanza, perché può essere interpretato. Forse la poesia sulla scuola corrisponde alla mia prima lezione di violenza, che mi servirà molto più tardi, quando comincerò a scrivere. Di quella fase ho soprattutto ricordi di confronti fisici, di regolamenti di conti, la prima adolescenza come mascolinità da trovare a forza di botte. Magari è vero che c’è una sentenza, dietro, non ci avevo pensato.

Le sezioni sull’infanzia e sui viaggi le trovo anch’io più aperte, distese e facilmente abbordabili. Hanno in comune la cronaca, il dettato largo, e la presenza di personaggi dalle tinte più nette. Sono le parti dove c’è anche il tasso più alto di prosaicità e disarticolazione formale. Se invece volessimo leggerle come una preparazione alle due ultime sezioni, più complesse, potremmo affermare con un occhio più sociologico che le cronache non problematizzano la questione dei privilegi; li accettano, li danno per scontati. Sono quelli della nostra generazione, della piccola o grande borghesia che sta seduta su chi lavora duro e pare invisibile ai suoi occhi, di quella borghesia che viaggia senza problemi e prende ciò che le serve senza crucci delle conseguenze. Probabilmente a me, sul tardi, ha cominciato a fare schifo la mia classe di appartenenza e ho  preso ad essere intollerante rispetto a una certa idea di medietà: vita media, istruzione media, cultura media, consumo e potere d’acquisto medio, espressione elettorale media (il falso centro, di sinistra o di destra che sia, che oggi è in realtà estremo perché dominante, duraturo e appunto disonesto). Ma ciò che non mi sembrava imperdonabile nei confronti della classe media, è la sua tacita alleanza con quella superiore, più esplicita nel suo calcolo. Per fortuna, mi sono calmato abbastanza e oggi non ho più miti collettivi.

 

La questione dei miti collettivi o, meglio, della collettività, torna con una forma e forza diversa nella sezione poematica Poema della fame, in cui parli di “nuovi affamati/ nuova rabbia e braccia disponibili” e termini, quasi apocalittici, con immagini di moti di piazza, di rivoluzioni fatte di assalti ai giornali, alle redazioni e alle istituzioni. Questa specie di racconto in versi quanto deve alle tue esperienze nel periodo dei gilet gialli?  Cerchi, in questi versi, un equilibrio complicato, talvolta inserendo voci altre, per poter sia rendere dicibile in poesia ciò che è sempre più difficile dire, sia, mi pare, per poterti decentrare, come fossi alla ricerca di uno sguardo più vero. Che ne pensi?

Penso che il poema non sia equilibrato, ma non lo è neanche la realtà che tratta. Ci sono tutti gli ingredienti e il potenziale che ho visto coi miei occhi. Il tema della violenza politica, che ritorna, dopo la sequenza degli anni ’70, e che sembrava morta e sepolta. Solo che la politica dei governi è violenta di per sé (indirettamente) e si esprime con la brutalità delle forze del “disordine” che provocano, dividono, sabotando le manifestazioni e “cercando il morto” quando invece dicono di volerlo evitare. Il fine è spaventare le gente comune, scoraggiarla (tornate a casa!). La polizia assicura il servizio post-vendita, dopo che il prodotto nocivo è stato sparato dal potere esecutivo, penetrando nella camera vuota di quello legislativo, con tanto di processi in direttissima che accompagnano gli arresti arbitrari. Dopo aver osservato da vicino questo movimento e il mito collettivo che esso alimentava, ossia la Rivoluzione francese, sono arrivato alla conclusione che non si voleva andare fino in fondo. Gli assalti alle istituzioni ci sono anche stati, compresa qualche incursione in studi televisivi, ma ha prevalso una fame di democrazia da assemblea, poi sventata anche quella, una democrazia dal basso resa impossibile perché messa in cortocircuito dal governo che impone le regole della discussione. Con questi movimenti si può vincere una battaglia, o più di una, ma non la guerra, perché lo Stato gioca, come si sa, una partita impari dall’inizio alla fine. In questo testo faccio parlare gli altri, non parlano per me, non gli metto nessuna parola in bocca che non possano pronunciare da soli. La deriva della giustizia che ci si fa da sé è una conseguenza della sordità e del disprezzo che viene dai piani alti, ma anche della brutalità delle misure entrate in vigore, lo ripeto. Comunque i gilet gialli sono ancora in attività. Penso che in poesia tutto questo sia dicibile. Se io ci sia riuscito, non spetta a me giudicarlo. Alcuni dicono di sì, altri no. Però vedi, questo componimento si chiama poema della fame, e in francese la parola faim è uguale per pronuncia alla parola fin. In questi ultimi giorni è uscita la traduzione in francese per la rivista “Europe” e mi veniva sempre in mente la storpiatura del titolo come poema “della fine”. Nel senso che non posso più andare in quella direzione.

Un’altra via è il titolo dell’ultima sezione che, lo confesso, mi ha molto spiazzato. Poesie brevi o brevissime che richiamano una sorta di santità, di distacco dalle cose penultime pur rivendicando il valore politico di tutto. La natura entra prepotente, i versi si fanno vegetali, lo sguardo si fissa su altro, come se l’io di queste poesie si stesse spogliando di sé, divenisse in fondo già altro da sé, e svuotandosi trovasse una diversa dimensione, un posto da cui guardare la stessa realtà di prima, trovandola mutata. Poesie come “Agli uccelli” o “Acqua bollente” sono tra le mie preferite di tutto il libro. Cosa preannunci in questa sezione?

Come ti dicevo, dopo il “Poema della fame” non si può che cambiare strada, ma integralmente, cioè anche fisicamente. E’ una posizione esistenziale diversa: dalla piazza, dalla contestazione rischiosa, pericolosa e infine riluttante, alla parete bianca, o alla panchina (!), qualcuno direbbe, facendo del sarcasmo. In questa sezione, preannuncio quello che si prospettava già nella prima, senza sviluppo. Per essere più precisi, ti ricorderò che noi due ci siamo incontrati nel 2012 o giù di lì, alla finale del Premio Carducci, con due libri i cui titoli contenevano la stessa parola: vuoto. E rammento che tu non avevi bisogno di spiegazioni quando ti raccontavo cosa intendevo per vuoto, perché eri d’accordo a priori. Entrare nel vuoto era tutto un programma. Oggi ti dico che non c’era neanche bisogno di entrare da nessuna parte, perché il vuoto è sempre disponibile. Quindi l’ultima sezione sceglie questa strada e vuole approfondirla. Sarà il mio pane quotidiano d’ora in poi. Ma in realtà, come vedi, non è neanche nulla di nuovo. La brevità si impone da sé, perché il movimento è in sottrazione, sottraggo per mancanza di parole. Più vado avanti e più mi mancano. Si dice che all’inizio di un cammino spirituale, uno veda le montagne come montagne, poi più in là le montagne non sono più montagne, e alla fine tornano ad essere viste come montagne, ma non sono più quelle di prima! E’ l’immagine che ho scelto per confermarti che hai ben colto come la questione si mette, di punto in bianco, e te ne sono grato.

 

 

 

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