DIARIO MINIMO – quasi un brogliaccio

2 novembre 2018

di Riccardo Canaletti

La morta è ineluttabile. La vita va solo verso una direzione, che ci piaccia o no. Mi ripeto questa storia senza gli attributi epicurei, stoici, e via via dicendo lungo tutta la storia del pensiero, delle religioni, della letteratura e dell’arte. Eppure, me lo ripeto con la stessa forza, con gli stessi colori definitivi di una massima di Seneca. La morte mi intimorisce, più di ogni altra cosa al mondo. Ho paura di morire, come ho paura di veder morire le persone a me vicine. Sono arrivato al punto che, col nodo alla gola, senza però tradire espressivamente nulla, dico a mia madre di non mangiarsi quel cioccolatino a fine cena, o di evitare quel maritozzo a colazione, o la farina bianca, o il parmigiano, o il ragù, o la pasta di grano duro, o il riso bianco, o lo zucchero raffinato (e anche lo zucchero di canna, e anche il fruttosio), e così, stilando liste su liste di pericoli per la vita. Naturalmente sono inascoltato, l’esistenza procede per senso comune, per piccole certezze personali, o convenzionali, piccole resistenze simboliche alla schiavitù della biologia.

Riccardo Canaletti con Filippo Davoli

Non credo in Dio, posso definirmi un materialista, in senso marxiano, ma nel senso ampio di una riflessione che dalla storia arriva a toccare la fenomenologia della vita quotidiana, ovvero le famose, e tanto care ultimamente, piccole cose. Non credo in Dio e quindi, si capisce, la morte mi mette in corpo quella fifa insanabile che ti devasta, che ti incupisce. Una volta, parlando con Filippo (ndr.: Davoli), son stato definito, più che pessimista, dolente. E in effetti mi son reso conto che, per paura di soffrire, ho imparato a provare dolore per tutto. Così anche il più misero gesto, il più lontano dalla mia sfera personale, il più lontano possibile persino dalla mia società, mi destabilizza. L’insonnia, o quella che potremmo definire la prima tappa di un percorso “filosofico-critico” che, chissà, mi porterà ad impazzire, mi dà il tempo necessario per dialogare con il buio, con il silenzio, letteralmente con me stesso che sono, come tutti, poco più che un cumulo di cellule messe lì ad autoriprodursi, copiandosi incessantemente fin quando il meccanismo, scarico, esaurito, o difettoso, non si ferma. Da lì in poi la morte.

Lo scrivo perché la voce non facilita le cose. La voce, che quasi sempre è imperativa, non mi calza bene; la scrittura, d’altronde, non è proprio una soluzione. Perché, e ci ho provato, non si può dividere la voce dalla scrittura, soprattutto se la scrittura è qualcosa a margine, qualcosa che veicola ai bordi qualche senso spacciato, forse, anche per verità. Ecco, la mia scrittura, in fondo, è questo tentare di sostenermi su qualcosa di esterno, di parziale, di totalmente periferico rispetto alla mia esistenza. In fondo, tolte poche spinte politico-filosofiche (e, lo ammetto, delle volte mitomaniache, della serie “vorrei essere il Davide che lotta contro Golia”), l’unico pensiero che mi assilla è quello della fine. Una fine che, con tanta pace per il buon Leopardi del Dialogo tra Tristano e un amico, non aspetto, non invidiando il morto, che è morto, esattamente come non invidio il vivo, che è vivo. Insomma, non mi sento di invidiare nessuno, piuttosto di compatire, in maniera anche paradossale e contraddittoria, chi vive troppo e chi vive troppo poco, così come chi muore presto o chi troppo tardi per i suoi gusti.

La morte (vorrei che questa parola facesse eco in ogni mio testo, in ogni riga) è qualcosa che mi ha invaso, che mi ha totalmente distratto da qualunque altra cosa. Di fronte a questo la cautela non è mai troppa. Vorrei essere Rimbaud, o Allen Ginsberg, o Kerouac che attraversa mezzo continente. Vorrei essere libero di una libertà che non sia mai aderente a nessuno schema. Eppure capisco, o mi sembra di capire, che l’unica forma di libertà reale è proprio l’inutilità della mia scrittura per me che, non facendomi bene e non facendomi stare peggio, sembra essere l’unica figura neutra, e quindi asettica, che non mi faccia deperire. La poesia, in qualche modo, mi aiuta a dissimulare il senso, vorrei dire, se mi è permesso, a lasciarmi dietro qualche cosa che non abbia valore, per poi non doverne piangere, una volta arrivata la fine.

PICCOLA PERSONALE – Francesco Astiaso Garcia

Cieli Nuovi e Terra Nuova

di Francesco Astiaso Garcia

E’ qui che la vita dell’uomo giunge alla dignità di essere pienamente vissuta; poichè qui contempla il divino nella purezza della bellezza stessa, e attraverso la contemplazione diviene immortale” (Platone)

Il paesaggio esprime le forme e le tensioni di tutto l’universo, l’armonia tra queste tensioni si manifesta attraverso la bellezza, nelle leggi fondamentali della natura, nella logica che noi decifriamo dallo studio di queste leggi. Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione  tra le parti, armonia di contrari. La bellezza non è quindi assenza ma equilibrio di contrasti. Anche il caos in natura si ordina esteticamente. Tutto in natura tende alla bellezza.

Il mondo non è tenuto ad essere bello, la Bellezza della natura non è frutto del caso, ogni cosa nel creato valorizza la bellezza dell’altra; la morbidezza delle nuvole esalta l’azzurro terso del cielo, ad una superficie liscia corrisponde una superficie mossa, il verde delle foglie canta il rosso lucente dei papaveri, ogni colore brilla accanto al suo complementare. La scienza dice che ci sono infinite tonalità di rosso, a ciascun rosso, a ciascun tono, corrisponde un suo complementare preciso.Un pittore, si pone di fronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienziato che analizza e approfondisce le leggi della natura.

Astiaso Garcia al lavoro

L’artista deve essere dotato di una capacità di guardare in una maniera straordinariamente intensa, di una forma di vedere in contemplazione non limitata alla superficie tangibile della realtà, ma in grado di percepire più in la delle semplici apparenze. La bellezza è la prova che il mondo è frutto d’amore.

Scrive Walter Benjamin: “La natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce, egli è il decifratore del linguaggio segreto dell’Universo”. La bellezza è il linguaggio segreto dell’Universo, la logica che accomuna scienziati e artisti, la logica che decifriamo dall’osservazione delle leggi fondamentali della natura.

Ogni opera d’arte autentica, astratta o figurativa, antica o contemporanea, è un de-ja-vù della natura. In natura non esiste l’astratto e il figurativo, qual’è l’arte astratta e quale quella figurativa?

Non vi pare che in entrambi i casi il desiderio sia quello di essere fedeli alla natura con le sue leggi e le sue relazioni che possiamo trovare indifferentemente in un volto, o nei dettagli di una foglia, nel nudo di donna o  nella buccia di una mela! Il canone nell’arte dobbiamo considerarlo una scoperta e non un’invenzione, una verità obiettiva piuttosto che un espediente umano.

Sono tante le forme di pregiudizio sull’arte moderna, specialmente sulla pittura astratta, ma vi siete soffermati mai nelle immagini della terra vista dai satelliti, o nei particolari di una pietra, dei muschi o delle conchiglie? Tutta l’arte contemporanea è nella natura.L’arte è lo splendore della bellezza, la bellezza è lo splendore della verità; ogni artista copia la natura anche senza saperlo. Questo eco, questa sintonia, questa risonanza con il creato è il segreto dell’arte! Un bagliore del mistero divino è presente in tutto ciò che esiste, lo vediamo risplendere in un papavero, in una farfalla, in un ramo; tutto possiede una potenza rivelatrice! Fare arte significa rivelare il cielo sulla terra in attesa di “cieli nuovi e terra nuova”.

Tutto ciò che esiste porta in qualche modo l’impronta del cielo..

La bellezza provoca un’emozione estetica, una sensazione di piacere; l’umana esigenza della bellezza implica l’esistenza di una Bellezza ultima, lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l’anima è destinata allo splendore dell’immortalità. L’arte è la finestra che ci permette di intravedere questo splendore.

La serie di paesaggi “Cieli Nuovi e Terra Nuova” è un invito alla contemplazione per arrivare a percepire con occhi nuovi l’abbondante ricchezza di tutta la realtà visibile.

Per fare questo occorre una coscienza più intensa, una comprensione più acuta e perspicace, un’apertura maggiormente paziente verso le realtà silenziose e discrete.

Nei  paesaggi della mostra l’uomo appare assente solo ad uno sguardo superficiale perchè di fatto l’uomo è ovunque presente, questa natura è vissuta o sognata da lui.

E’ questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità”. (Baudelaire)

da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Alba della creazione, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, Arcobaleno, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
da “Cieli nuovi e Terra nuova”, 2018
qui sopra e qui sotto: “Cieli Nuovi e Terra Nuova”, serie

uno scorcio dello studio dell’artista
dalla serie Rugine
RUGINE serie
dalla serie “Eterno femminino”, “la divina somiglianza” – matite, olio e pigmenti su carta applicata alla tavola
Estasi di Santa Teresa
Falce di luna – matita e olio su carta applicata su tavola
“Come sei bella, Amica mia”

Francesco Astiaso Garcia, italo-spagnolo, è pittore, fotografo e scultore. Si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Roma con il massimo dei voti e la lode. Ha girato il mondo realizzando affreschi e pitture murali nelle principali città di quattro continenti. (Roma, Madrid, Parigi, Varsavia, Shanghai, New York, Managua, Denver, etc..). Ha collaborato alla realizzazione degli affreschi dell’abside della Cattedrale di Madrid con il pittore Kiko Arguello. I suoi quadri sono stati esposti e apprezzati dal pubblico e dalla critica in numerose sedi tra cui la galleria Astarte a Parigi, il Museo Nazionale d’Arte Moderna di Malta e le Sale del Bramante a Roma. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private, tra le quali la collezione dei Musei Vaticani. A soli 34 anni ha suscitato interesse nel mondo artistico per la sua capacità di rappresentare la figura umana in modo da fissarne sulla tela l’essenza spirituale. L’artista ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Internazionale “Giovanni Paolo I” assegnato a personalità che si sono contraddistinte nei vari campi del sapere per la loro testimonianza cristiana e di impegno nel sociale.

Una poesia misurata. “La luce di taglio” di Elisabetta Pigliapoco

di Riccardo Canaletti

Ragionare sulla poesia è compito complesso, compito che molti grandi hanno fatto loro, da Leopardi a Bigongiari, da Bonnefoy a poeti viventi come Milo de Angelis (lui che, durante il post-sessantotto, scansava la politica per la Parola, la Parola in sé, cercando qualcuno che “amasse la poesia” – così scriveva nelle bacheche universitarie). Ma questo ragionare sulla poesia non è un obbligo, un passaggio obbligato. La poesia di oggi, che sembrerebbe affetta da intimismo spicciolo e superficialità cavalcante, è invece semplicemente un altro percorso. La poesia, infatti, al netto della riflessione sulla poesia, è e resta tale grazia alla mietitura quotidiana, al setaccio, non alla difficoltà o alla complessità filosofica del pensiero “poetante” alla base. Non tutti sono Leopardi, non tutti sono Luzi. È mio parere, personalissimo, che filosofia e poesia possano camminare insieme, arrivando a realizzare la priorità della prima sulla seconda (“Les jugements sur la poesie ont plus de valeur que la poesie”, scriveva Lautreàmont). Ma questo non toglie valore a una poesia temperata, moderata, “apparentemente semplice”, che comunque e sempre si distingue dalle banalità in voga, come pure dal poetese, o dal vuoto cognitivo di tanta poesia contenutistica che con nonchalance liquida la forma. Ci piace piuttosto, nel rispetto e nella prosecuzione della nostra lirica, rinvenire le tracce di un andamento che si rinnova, senza tuttavia perdere o sminuire la lezione di quanto abbiamo alle spalle.

La luce di taglio, titolo esplicativo, è l’opera poetica di Elisabetta Pigliapoco, ospitata dalla collana diretta da Umberto Piersanti per Archinto, “La città ideale”; riprendendo dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia le prime righe, potremmo arrivare a dire che la poesia della Pigliapoco si inserisce in quella linea, frequentata in questa epoca, che mira ad una immediatezza nella percezione di un qualcosa di più. Potremmo chiamare questo “sovvenire” una evocazione, ciò che esce fuori dopo una lunga frequentazione con un dato fisico. Su questo punto, possiamo riconoscere (insieme a qualche analogia con il canto marchigiano) soprattutto le differenze con una poesia contemplativa, concettualmente a volte intrattabile per difficoltà del dettato; qui, invece, ogni poesia, qualunque sia l’argomento (particolare rilievo hanno i testi sul dolore), riemerge con naturalezza dal proprio campo semantico senza perdersi, senza dissimulare, misurandosi costantemente con l’evidenza dell’osservazione, la pervasività delle esperienze di vita che, pur accolte nel tempo, non cedono al filosofare facile sui temi archetipici. I versi sono diretti: diretti nel senso di netti e nel senso di orientati. La poesia di Pigliapoco è consapevole, conscia delle proprie modalità di espressione. Una poesia misurata che ha la grazia (e la sapienza) del proprio porsi così e in nessun’altra maniera che così. Una sorta di compiuta e convincente autoregolamentazione, in cui linearità non significa in nessun modo scontatezza. Con La luce di taglio, piuttosto, Elisabetta Pigliapoco ci consegna una raccolta profondamente rispettosa e – vorremmo dire – accogliente della parola poetica e della vita.

Elcito

Il capitello mostrava le sue linee
curve e azzurre alla luce bianca
d’una piccola torcia a manovella

ma l’ombra più chiara l’ho trovata
nella strana pianura sopra il monte
e tronchi stretti e fitti
quei ceppi giganti,
alberi soli e immensi
nella vasta faggeta che declina
appena, tra erbe basse e chiare

splendevano i cardi luminosi
il fiore salto sopra il gambo
qualcuno d’argento già ricaduto
come lieve soffione dietro al vento

eravamo un originale assortimento
a salire i gradini del paese
al nudo scoglio abbarbicato
chiuse le finestre piccole
sul vuoto grande e verde
dove calda l’aria, a raffica
sibila anche a luglio

ci saremmo tornati tutti
più tardi, ma i tuoi posti
li abbiamo visti un venerdì
dell’anno che ci divideva

rimangono ora secche sulla mensola
e troppo fragili le foglie
di quegli alberi che non sapevamo

Vento di novembre

fili d’erba gialla
scolorano il giardino.
Dal prato ogni resistenza
vana al passo consueto
che lo abita.

“novembre ti sarà lieve
se conservi il tepore del giorno”

Ma dentro s’alza
un vento impercettibile
come quello che alla sera
agita i bambini
e li fa piangere.

 

Elisabetta Pigliapoco

Elisabetta Pigliapoco è nata nel 1972 a Jesi (AN), dove insegna Lingua e letteratura italiana nelle scuole superiori. Ha curato insieme a Maria Cristina Casoni il volume La terra e le stagioni. Il modello marchigiano nella letteratura contemporanea (Fernandel 2003). Nel 2005 è uscito Fuori dal coro. L’opera di Massimo Ferretti, (peQuod). Nel 2006 ha ha firmato insieme a Massimo Fabrizi il capitolo Novecento del volume Introduzione alla letteratura delle Marche. Nel 2010 ha curato Patrie poetiche. Luoghi della poesia contemporanea (peQuod). Nel 2018 pubblica per Archinto il libro di poesie La luce di taglio per Archinto editore. Collabora alla rivista «Pelagos» ed organizza eventi e incontri di poesia e narrativa contemporanea. Sue poesie sono uscite su «Pelagos», «clanDestino», «nostro lunedì», «Liberal».

Una bella naturalezza. Intervista a Bahar Ghaempanah

I suoi quadri, da noi pubblicati due articoli fa, hanno avuto più di 1500 visitatori e un grande apprezzamento sia popolare che di critica (ndr.: “Piccola personale” di Bahar Ghaempanah). Oggi la intervistiamo, a proposito del suo lavoro. Bahar Ghaempanah, classe 1979, vive e lavora a Tehran, ma spesso è anche in Italia, dove sta lavorando per organizzare una sua Personale:

Come nasce la tua vocazione artistica?
Dopo il liceo scientifico, ho cominciato ad interessarmi alla grafica e a studiarla. Mi sono iscritta all’Università di Management, però contemporaneamente ho cominciato a disegnare modelli di sartoria teatrale e a creare loghi. Ho anche vinto cinque premi in Iran nella creazione di loghi, continuando a disegnare (e a studiare contemporaneamente all’Università), fino a quando ho incontrato quello che per cinque anni è stato il mio maestro, Behzad Shishegaran, che è un grafico ma anche un pittore molto famoso in Iran e non solo. Ha attualmente una sessantacinquina d’anni. È grazie a lui che sono passata oltre la grafica, cominciando a dipingere i miei primi quadri. Prima disegnavo la natura, le persone; ma lui è stato quello che mi ha aiutato a trovare la mia cifra artistica, che mi ha aperto un mondo che evidentemente stava dentro di me ma io ancora non me ne ero accorta.

Behzad Shishegaran

La situazione dell’Iran ha influito sul tuo modo di interpretare la realtà?
All’inizio volevo organizzare una mostra delle mie foto senza velo in testa, ma mi è stato impedito. Questo è stato un motivo per cambiare il mio modo di disegnare e dipingere. Ho dovuto cambiare tutto e disegnare altre cose. Senza per questo perdere la voglia di rappresentare la mia gente, di dare loro la parola attraverso i miei quadri. Il viso delle persone che vedi nel quadro intitolato “Sciopero”, per esempio, è il viso reale delle persone che mi si sono impresse dentro proprio guardando una manifestazione popolare nella mia città.

Tuttavia, nei tuoi quadri, appaiono anche figure mitologiche, lottatori che provengono – credo – dalla migliore letteratura epica. In che rapporto sei con la poesia e più in generale con la letteratura della Persia?

Rostam in un’antica miniatura persiana

Ottimi rapporti. Sì, quei miei quadri provengono dal libro più famoso di Firdūsī, L’identità persiana: il libro per eccellenza della nostra identità. Pensa che Firdūsī ha impiegato trent’anni per scriverlo, praticamente quasi tutta la sua vita. In questo libro c’è un personaggio leggendario, Rostam, che è un po’ come Achille nell’epica greca, che deve superare sette khan, sette livelli, per raggiungere la vittoria. In uno di questi khan, in uno dei momenti più drammatici del libro, Rostam uccide suo figlio, ignorando che era suo figlio: e questa è la storia che rappresento nel quadro che avete pubblicato. È una storia molto famosa, in Iran. In genere si tratta di battaglie sempre molto violente, molto aspre e aggressive.  Poi sento molto vicina a me la poesia di Umar Khayyām , che è forse il più conosciuto anche in Occidente.

E invece come sei arrivata – dalla linea geometrica – al riccio, alla curva, sintesi compiuta di ironia e delicatezza, per “fotografare” quadri di vita quotidiana, come ad esempio nel ciclo dei fumatori?
Non so di preciso perché mi è successo, ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di mischiare la miniatura persiana (che ha linee molto morbide, assimilabili ai passi delle nostre danze tradizionali) al cubismo picassiano. E ho realizzato che mi viene molto più semplicemente da leggere il mondo, con più naturalezza, con più libertà. E mi piace.

Tu sei spesso anche in Italia. Ti ispira la nostra terra? O ti senti totalmente e fatalmente iraniana?
Sinceramente la geografia non incide su quello che sento dentro. Qui in Italia ho avvertito l’esigenza di dipingere Gesù e Maria, ad esempio, ma ancora non li ho messi su quadro: me li vedo davanti agli occhi, realizzo dentro di me come vorrei farli, ma ancora non l’ho fatto su una tela. Nel frattempo sto cercando di entrare nella mentalità italiana, di cogliere gli aspetti più propri e comuni della vostra vita quotidiana, di sentirmela anche un po’ mia. Staremo a vedere che viene fuori!

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Interprete e traduttore Hooman Ghaempanah

“C’è uno squilibrato che spara” – Un’opera di L. Peroni, G. Alessandrini e QRO Orchestra

introduzione di Filippo Davoli

Conosco e frequento Ludovico Peroni e Giacomo Alessandrini da anni. Ne conosco la grande umanità, come pure quel tocco indiscutibile di genio che a volte capita in sorte a paesini minuscoli di un entroterra qualunque (in questo caso quello piceno), dove chi lo possiede lo vive come un’alternativa possibile a certe angusture proprie del vivere in paese: e di là, fortificando quei “giochi” con lo studio implicato e tenace della musica, del cinema, della letteratura, certi talenti su cui forse nessuno avrebbe scommesso granché – forse licenziati come strani, originali; tendenzialmente incompresi – oggi maturano una ricerca sempre più interessante che parte dal postmoderno (contro) e si focalizza sulla nostra quotidianità impazzita, prendendo a simbolo la drammatica telefonata con cui il sindaco di Macerata, Romano Carancini, raccomandava ai suoi concittadini di non uscire di casa perché per strada girava uno squilibrato che sparava.
Una pagina di cronaca choccante, riletta col dolore che ancora ci attanaglia se ci pensiamo, ma anche con l’ironia che a volte è indispensabile per andare avanti: e difatti l’opera si intitola “Le mie merendine buonissime”. In altre parole, con bella intelligenza. E lo fanno con l’ausilio prezioso di quella brillante orchestra che si chiama – con un nome vagamente impronunciabile – QRO (tutti musicisti jazz provenienti dal Conservatorio di Santa Cecilia in Roma). Una squadra che, tutta intera,  Nuova Ciminiera tira oggi a bordo con soddisfazione.
Del progetto che qui di seguito ascolterete e vedrete, potete leggere la genesi nelle parole stesse di Ludovico e Giacomo (dopo questa piccola introduzione).

Ludovico Peroni
(foto di F. Davoli, 2018)

“…attenzione per strada c’è uno squilibrato che spara…”

Ludovico Peroni: Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa che mi potesse riguardare da vicino: qualcosa di vagamente autobiografico, di sentito e vissuto; qualcosa che non fosse il classico tema assoluto, alto, letterario.

Era da un po’ di tempo che mi ritrovavo a riflettere sulla mia infanzia, sulla mia vita, sui miei amici, la mia famiglia, le mie emozioni…Qualcosa di veramente “mio”.

Giacomo Alessandrini: Tutto è maturato dal ’90 al ’99: tra giochi, videogiochi,

Giacomo Alessandrini

programmi tv, il massacro della Columbine, cartoni animati e merendine.

D’altronde siamo dei giovani incolpati di aver avuto troppo e che, invece, hanno trovato nulla. È curioso che per parlare di noi abbiamo dovuto necessariamente parlare di “merendine”:

Ludovico: L’opera ci è stata commissionata da “Anime di Strada” in occasione dell’inaugurazione dell’opera “Cupido” del duo di street artist spagnolo Pichiavo. Non ci poteva essere occasione migliore! Il comune di Montecosaro ci ha poi appoggiato con entusiasmo e io ho posto solo una condizione: “Sarà una delle cose più assurde e scomode che si siano mai viste e sentite in questo teatro”

Giacomo: Le mie merendine buonissime è un’opera musicale, recitata da un sintetizzatore vocale, creata da un’ibridazione di linguaggi: musica contemporanea, improvvisazione, musica concreta e elettronica.

Ludovico: L’idea di ispirarci al Vaporwave ci ha permesso di riciclare materiale della cultura di massa degli anni ’80 e ’90 facendolo rivivere in un eterno presente: per l’occasione abbiamo anche utilizzato i linguaggi della musica sperimentale, d’avanguardia, musiche dal timbro acid-rock, per dar vita a un universo denso e ricco di richiami alla Pop Culture dell’ultimo trentennio.

Giacomo: L’estetica Vaporwave permette di unire tanti registri linguistici, facendoci rivivere un ricordo; un ricordo in acido e assolutamente perturbante.

La musica è accompagnata da video creati utilizzando materiale preesistente preso da spot, programmi tv, videogiochi del decennio degli anni ’90.

Ludovico: Anche la musica e il sonoro sono stati ripresi da materiale preesistente… si veicola poi anche un ulteriore contrasto musicale tra il materiale campionato, composto e improvvisato: ho utilizzato la tecnica della “Conduzione Chironomica” (un mix tra Soundpainting e Conduction) che ha permesso di far percepire liquidità e imprevedibilità nell’instaurarsi della forma musicale.

GIacomo: L’opera è stata un’occasione per riflettere sulle contraddizioni della comunicazione e della società del consumo dell’epoca attraverso gli occhi di due bambini che quell’epoca l’hanno vissuta e, purtroppo, ancora fanno fatica ad uscirne.

Attraverso questo mix di linguaggi esplosivo si rivivono gli anni ’90 con gli occhi di un due bambi disillusi e malinconici.

Ludovico: Gli spettatori sono stati testimoni di una violenza così bella e romantica che hanno fatto veramente fatica a non accettare.
Molti sono usciti con le lacrime agli occhi. Questo mi ha colpito molto…

Gli spettatori hanno accettato il gioco delle citazioni, dei richiami e li hanno combinati, problematizzandoli, grazie all’atmosfera creata dalla musica…

Giacomo: L’opera si chiude con un epilogo distopico scaturito da una registrazione di un messaggio audio trasmesso dal sindaco di Macerata a tutti i suoi concittadini il 3 febbraio 2018: “…C’è un individuo armato che spara…”.

Realtà che supera quella fantasia violenta ma edulcorata dei nostri anni ’90. Realtà che può essere ancora apprezzata sul palco solo come un ricordo distorto.

L: La realizzazione di un oggetto così complesso è merito soprattutto dei musicisti dell’ensemble QROrchestra con l’apporto di due ospiti d’eccezione: il compositore sperimentale Remo De Vico e Maria Gaia di Tommaso. Sul palco abbiamo portato un organico di 8 persone dalla provenienza geografica eterogenea (Marche, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Umbria) che si sono cimentate nell’esecuzione della prima vera opera del genere.

Vi lasciamo con la prefazione del libretto di sala, lasciata agli spettatori quel giorno.

“…rimanete nelle vostre case. Grazie.”

le mie merendine buonissime 胃園ヰ゛

Opera Vaporwave in tre quadri (colorati)

di Ludovico Peroni e Giacomo Alessandrini

Siamo stati due bambini cresciuti insieme lungo tutti gli anni ’90.

Il ritrovo iniziava appena pranzo, non appena iniziava la sigla di Lupin III.

Giocavamo col plasticoso Megazord, con l’enigmatico Robocop, con i Power Rangers; praticamente tutti i giorni insieme.

Nel pomeriggio una piccola pausa da questi giochi logoranti, alle 16:00 in punto, gustandoci le nostre merendine buonissime: a casa di Giacomo spesso c’erano i pan di stelle, a casa di Ludovico c’era la mamma che qualcosa rimediava sempre, spesso salato. Qualche volta mangiavamo gli Yo-yo che erano buonissimi. Alle 16:00 perché c’era Solletico: giuravamo di voler partecipare ai giochi a premio via telefono, ma abbiamo rimandato troppo a lungo…Però poco importa, poi si è scoperto che quelle telefonate dei bambini da casa erano, per lo più, false.

Di tanto in tanto arrivava a casa Otello, con dei borsoni pieni di cavi, dispositivi elettronici, dischi copiati e meraviglia. I nostri genitori provavano nuovi pezzi per i Pc e noi ci spartivamo i giochi.
Non ci installavano mai gli stessi giochi: non era necessario occupare spazio extra sui Pc. Oppure era una loro tattica per non farci isolare ognuno in casa propria… Vabbè, tanto si giocava comunque tutti insieme.

Giacomo aveva Monkey Island, Cannon Fodder e The Lion King; Ludovico aveva Disney Magico Artista, Carmageddon e Comix Zone.

Carmageddon, a dir la verità, è rimasto nel Pc una manciata di ore: tanto è bastato per renderlo indelebile.

Entrambi avevamo però installato Ace Ventura: l’acchiappa animali.

Quando era più caldo si andava a raccogliere pinoli e li si mangiava, sporcandoci le mani tutte ignobilmente di nero.
Alla fine precisa degli anni ’90 Ludovico ha cambiato casa; poche centinaia di metri più in là in realtà, ma tanto bastava per iniziare a comprare i giocattoli doppioni e installare gli stessi giochi sui nuovi PC.

A Ludovico è arrivata la Playstation per Natale e a Giacomo, che aveva Nintendo ’64, la X-Box. Una volta ci siam scambiati le console per finire i giochi che non erano multipiattaforma. Abbiamo iniziato a raccontarci gli anni 2000 di ognuno di noi, ma non li abbiamo vissuti insieme.

Ora siamo cresciuti e Ludovico lavora con la Musica e Giacomo con il Cinema e la Letteratura, ma viviamo ancora tante cose insieme.

Appena pranzo ci troviamo, puntuali, in un’angoscia insperata vissuta fino alle 16:00.
Alle 16:00, precise, perché aspettiamo l’accettazione di ciò che ci circonda.
Alle 21:00 lasciamo spazio a un po’ d’odio e paura per la società che ci circonda.
Poi succede che pochi giorni fa Ludovico va a trovare Giacomo:
la sua cameretta, per la prima volta in 23 anni, appare cambiata: non c’è più il letto e l’armadio è nella parte opposta della parete. Nella mensola alta svettano però i bundle di Grim Fandango e Sam&Max: assurdi e fieri di troneggiare su TUTTO. Sono rassicuranti…

Subito la voglia di scrivere qualcosa insieme che sia lontana dalla politica, dai disastri degli ultimi periodi e dall’odio che ci circonda. Qualcosa così… di divertente, di stupido, di “cazzone”.
Ma probabilmente non ci siamo riusciti: perché la realtà che oggi viviamo è veramente brutta.

Ci fa veramente schifo.
Ma quelle merendine… quelle merendine erano davvero buonissime.

 

PICCOLA PERSONALE – Bahar Ghaempanah

Bahar Ghaempanah

Bahar Ghaempanah è una pittrice iraniana. Attiva nel suo Paese, sta lavorando ad una Personale in Italia. La sua è una pittura che tende con delicata ironia a stilizzare mediante un sapiente gioco di linee rette o curve – accompagnate, ma non necessariamente, dal colore, mediante il ricorso a più tecniche – situazioni emblematiche della vita quotidiana umana o animale, individuale o sociale. In attesa di pubblicare – alla prossima uscita di NC- un’intervista in esclusiva all’artista, offriamo qui una ragionata campionatura delle opere.

PICCOLA PERSONALE

cavalli – figg. sopra e sotto

 

Festa danzante


Due quadri dal “Ciclo dei gladiatori” – figg. sopra e sotto
 

 

lo sciopero – figg. sopra e sotto

Socrate
tre quadri dal “Ciclo dei fumatori” – figg. sopra e sotto

 

 

 

 

 

 

 

c’è una notizia
una donna
Natività

Due poesie di Irene Piccinelli

Adolescenza

Tu dici:
«Questa gente non merita
di lottare nel fango».

Tu dici:
«Questi alberi non meritano
di accasarsi contaminandosi».

Tu dici:
«Questa terra non merita
il sonno degli indifferenti».

Tu dici:
«Questi piedi non meritano
di correre nel pantano».

Tu dici:
«Queste strade hanno visto
la mia verginità tremante
al cospetto della palude».

Tu dici:
«Queste mie stesse mani
non valgono nulla
contro quelle colline».

Tu piangi,
solitaria montagna.
Tu, che con preghiere
hai elevato la tua anima
e quella di chi,
come te,
cercava conforto.

Tu piangi,
solitaria muraglia.
Tu, che sei stata distrutta
dai pietosi che
hanno teso un inganno,
ragnatela prigioniera.

Tu, colomba ferita,
muori.

*

Convivenza

Ascoltiamo spesso De André
mentre tagliamo le verdure.
La Collina è sempre pronta
ad accoglierci, ma non siamo lì per lei.

Abbiamo trovato un bilocale
in centro città, lontano da quel
verde pantano, vicino al
grigiore dei bus.
Andiamo a piedi al lavoro,
stiamo fuori tutto il giorno,
torniamo a casa e
tagliamo verdure.

Stiamo sempre insieme la sera:
guardiamo un film,
leggiamo un libro,
balliamo dondolandoci in salotto,
organizziamo viaggi che non faremo mai.

Sai, mamma, ricordo quando dicevi:
“Non conosci abbastanza una persona
finché non te la ritrovi sotto lo stesso tetto”.

Avevi ragione.

Non sono mai stata innamorata così tanto
del ritmo della vita.

Irene Piccinelli

Nata a Brescia nel 1999, Irene Piccinelli è cresciuta a Montichiari (BS), dove ha frequentato il Liceo Linguistico “Don Milani”. Ha studiato canto con la maestra Samanta Tisi e recitazione col regista Pietro Arrigoni. Da quest’anno frequenta la facoltà di Lingue, Mercati e Culture dell’Asia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.  In precedenza non ha mai pubblicato né libri né testi in riviste. Questo è dunque il suo esordio.

BIOLOGIA DELLA LETTERATURA. Un libro coraggioso

di Gabriel Del Sarto

La riflessione letteraria si è arricchita di diversi contributi nel corso degli ultimi mesi, segno di una vivacità che non può che stimolare anche la produzione di nuova letteratura.

Uno dei testi più interessanti e coraggiosi è senza dubbio Biologia della letteratura,  di Alberto Casadei, edito da Il Saggiatore.

Provare una sintesi di questo ricco volume, non è semplice, considerando anche il tentativo originale, per il nostro panorama, di mescolare gli apporti delle neuroscienze agli approcci più tradizionali in ambito artistico-letterario. Questo volume, infatti, parte da una ricognizione delle più importanti acquisizioni nell’ambito delle neuroscienze in rapporto al problema della creatività artistica, per poi tentare di proporre un quadro teorico e storico originale riguardo alla nascita e ai cambiamenti di quella che oggi chiamiamo letteratura. Il progetto è quello di inserire la creazione artistica all’interno dei processi biologici per ripensare i processi creativi su basi biologico-cognitive.

Nel I capitolo, Casadei introduce alcuni concetti-chiave (come quelli di nucleo di senso e di attrattore), volutamente molto simili a quelli impiegati in varie discipline, dalla linguistica alla fisica alla stessa biologia, per favorire un confronto interdisciplinare. Questo mi pare già un primo elemento di interesse, almeno per un altro obiettivo che l’autore si pone: precisare il ruolo essenziale dell’elaborazione creativa e simbolica, nella fattispecie stilistica, a partire da una base biologico-cognitiva. Il proposito è quello di costruire un “quadro unitario, all’interno del quale le diverse valenze stilistiche e i diversi esiti riescono a trovare una motivazione, magari storicamente diversificata”, un tentativo che Casadei porta avanti, secondo me, in modo convincente. L’idea interessante è quello del passaggio dalla mimesi allo stile, e quindi al “nucleo di senso” in quanto elemento distintivo della produzione artistica.

Alberto Casadei

Nel II capitolo la questione dello stile viene affrontata, mi pare, su fondamenti non consueti, derivanti dalla base biologico cognitiva in precedenza evidenziata. Ogni autore, se ho ben inteso il ragionamento di Casadei, attraverso il processo di stilizzazione, veicola (consciamente o incosciamente) degli elementi attrattori, simili al concetto di punctum di R. Barthes, per orientare o suscitare l’attenzione del pubblico. Lo stile, va detto subito, non è da intendersi come un insieme di tratti formali, più o meno originali o all’altezza dei tempi, ma piuttosto come un’elaborazione higher level delle forme disponibili. Si tratta di proprietà “in grado di sublimare o di combinare singoli presupposti o propensioni, in modo da generare forme semplici e marcate, e successivamente forme sempre più complesse, in rapporto a una progressiva crescita interpretativa e culturale nell’interazione individuo-mondo”.

Mario Barenghi, su DoppioZero, ha ben individuato alcuni assi portanti di questa parte dello studio di Casadei. Dagli studi attuali sul rapporto corpo-mente-cervello risultano quattro principali elementi:

-la percezione «attimale», che accende e focalizza l’attenzione;
-la «ritmicità/ ricorsività», cioè la sensibilità alle ricorrenze e alle regolarità ritmiche;
-la «mimesi/ simulazione incarnata», che si lega ai fenomeni di empatia;
-il cosiddetto blending o «metaforizzazione», ossia la tendenza a fondere elementi disparati in campi concettuali nuovi.

È su questi presupposti che lavora, secondo modalità storicamente mutevoli, lo stile.

Per questo gli stili permettono di esercitare attrattività, consentono la creazione di un senso comunicabile (in ogni caso) e soprattutto lavorano per la lunga durata dell’opera. In altre parole, gli stili possono permanere a lungo, prima di sclerotizzarsi. I ‘nuclei di senso’ veicolati si modificano profondamente nel tempo, in virtù della continua interazione fra biologia e cultura, e tuttavia i processi di stilizzazione restano evidenti.

Nel III capitolo l’analisi si concentra su altre componenti che risultano fondamentali per l’inventio letteraria (termine che ricorre spesso nell’opera, e da intendersi alla maniera di Barthes: tutto esiste già, bisogna solo ritrovarlo: è una nozione più ‘estrattiva’ che ‘creativa’). In particolare, sul versante della poesia viene riconsiderata la categoria dell’oscurità un problema affrontato in molti lavori d’insieme ma tuttora da approfondire soprattutto nelle sue cause e nei suoi effetti extralinguistici. Scrive, tra l’altro, Casadei: “L’inventio si esercita tra l’eventfulness e l’oscurità, ovvero tra l’accettazione piena del reale ‘ritagliato’ e la sua negazione e ‘ricreazione’.” I due poli sono quindi i limiti del campo in cui si muovono le forze oscure della creatività e, al contempo, i generatori del dicibile in letteratura. Da una parte l’oscurità, con cui si indica qui l’impossibilità di “esporre una parafrasi condivisa di un testo letterario”, che è vista come “una potenzialità generatrice di senso”, di infiniti mondi possibili, di “processi conoscitivi divergenti che tolgono ogni fondamento all’equazione filosofica realtà = razionalità = verità.” L’oscurità letteraria costituisce quindi “una componente indispensabile per lavorare sui nuclei fondativi della realtà, intercettati attraverso l’inconscio cognitivo e non attraverso la razionalità.” Dall’altra la pienezza dell’evento, l’eventfulness, ossia la spinta a rappresentare la ‘pienezza dell’evento’ “avendo colto un aspetto del vivere che costituisce una piega nel continuum spaziotemporale, ma soprattutto un fenomeno degno di essere ricordato e trasmesso perché ha toccato in qualche modo l’esistenza di un essere umano.” Il rapporto fra stile, nuclei di senso e queste due spinte generatrici, è ciò che genera la letteratura, in quanto dispositivo, strumento che ha puntato “a un potenziamento e a un addensamento dei nuclei di senso da veicolare, in modo da continuare ad attrarre l’attenzione e l’attività ermeneutica quando i livelli stilistici in uso diventavano troppo scontati.”

Dante

Nel IV capitolo ci si confronta con il concetto di classico. Il tentativo è quello di ancorare le riflessioni precedenti a uno sviluppo storico preciso Proprio Dante, poeta ‘globale’ come pochi altri, fornisce numerosi spunti per approfondire il rapporto fra presupposti biologico-cognitivi e stilizzazione in un capolavoro che viene ri-letto a distanza di secoli.

Ma è nel V e ultimo capitolo che si arriva all’attualità. Si tratta di una parte del lavoro di Casadei, decisamente innovativa, che avanza ipotesi su scenari futuri di ricerca artistico-letteraria. A Casadei interessa, innanzitutto, dimostrare che, anche in condizioni mutate (la letteratura non è più quella di una volta), i presupposti biologico-cognitivi individuati e descritti nei capitoli precedenti sono operanti, e quindi possono costituire un indicatore, una pista, di analisi dell’opera nell’era del Cloud. “Le figure dell’autore, del libro-testo, persino del lettore e delle sue capacità di ricezione” scrive “sono state fortemente segnate dall’attuale mix di cultura allargata e collettiva che trova nella Rete Web e, in senso ancora più largo, nel Cloud la sua forma simbolica”

Questi fondamenti (il nucleo di senso, l’attrattore, lo stile ecc.) devono essere necessariamente reinterpretati, “sia per rinnovare i concetti di letteratura, arte e tradizione, sia per offrire qualche proposta non ideologica e non vetero-umanistica riguardo al ruolo in particolare delle opere letterarie oggi”, perché le prossime opere ibride (cfr. il concetto di blending caro ai neuroscienziati spesso citato da Casadei) o comunque inter o multi-mediali, possano essere analizzate e comprese nel loro valore. La partita è di quelle serie e forse avrebbe meritato un’enfasi maggiore. Casadei sta qui cercando di porre alcuni fondamenti di metodo e strumenti che possano permetterci di cogliere i tratti distintivi di un’opera letteraria che valga la pena di leggere e studiare anche in futuro. Cosa sarà la letteratura, quali forme assumerà, essendo ormai chiaro che la forma scritta da sola non sarà l’unica? E poi: cosa la distinguerà anche domani dal resto della produzione circolante? La letteratura supererà il processo di banalizzazione cui ogni arte è sottoposta se sarà in grado di rappresentare i qualia della vita, “sulla base di un profondo e non ideologizzato sentire biologico-cognitivo” attraverso un prodotto “che si deve presentare come dotato di nuclei di senso stilizzati: i nuovi elementi attrattori potranno manifestare con sempre maggiore esattezza gli eventi e le oscurità di un reale in apparenza indifferenziato e chiarissimo”.

La sfida è quindi apertissima e Casadei qua si spinge oltre, ipotizza la necessità di una nuova integrazione fra la scrittura e la visualità, “nell’accezione ‘densa’ del termine, ma con uno scatto di inventio che renda effettiva una fruizione stratificata”  perché le nuove opere potrebbero “proporre un blending con escursioni semantiche eccezionali, e quindi in grado di generare attrattori non banali”. La nuova educazione estetica dovrà esprimere una percezione del reale stratificata e mai definitiva, “quasi un esame molecolare del Cloud, che riesca a veicolare un campione del mondo-ambiente contemporaneo abbastanza vario per essere rappresentativo”.

Su questo pensiero aperto si chiude uno degli studi più stimolanti degli ultimi tempi. Non sappiamo se la strada intravista e descritta da Casadei sia realmente quella che la letteratura seguirà, e il rapporto che essa intratterrà con la forma più tradizionale della letteratura come l’abbiamo conosciuta è un mistero ancora più grande. Che, fortunatamente, ci affascina.

Quattro inediti di Stefano Modeo

*
e ho soltanto il tuo nome
come un relitto
se freno la corrente con le dita
non trovo nodo, gomitolo di verbi
arare il campo fertile della testa
ricordare le mie dita fra i capelli
dire ad un passante: non sono di qui
sentirsi un boato – altrove –
e ho soltanto il tuo nome
come uno sparo di cacciatore.

*

alcuni dicono: scendete dal piedistallo
abbandonate la luna alcuni ingiuriano
i soliti intellettuali altri aggiungono
essi sono solo una parte del corto circuito
per il quale decido oggi di scriverti queste parole
oggi che trovarsi insieme è illudere una vecchia speranza
lontani dalle domande irrisolte lontani dai dubbi
tanti di noi si vedono ancora nonostante il nulla
sono coloro d’incrollabile fede
che talvolta non ci dormono la notte
e vivono ogni estrema occasione come quel cielo
in cui riporre – giustamente forse – la propria salvezza
ma anche e soprattutto – forse – quella degli altri
non so darti certezza me ne rendo conto ora
ma posso indicarti chi sono gli altri, i nessuno
grazie ai quali ha ancora senso pensare al futuro
essi chiedono ancora un mondo non semplice
ma totalmente assurdo in cui la ragione
non confini le idee non protegga il padrone
essi sono uomini e donne di buon senso
che conoscono bene il colore della terra
e non c’è nulla che altri possano fare
alcuni dicono: è facile parlare e inventare
e gli esortano a fare quello per cui vivono:
il lavoro quotidiano la casa i figli da educare
ma per essi la forza è nelle parole e gli argomenti
quando spinti alla frontiera armano i piedi
e i loro corpi come barricate in cui tu credi
io credo senza pericolo di coscienza
che ci siamo persi di vista in un lento naufragio
tra le cose concrete e le maschere belle
e che è così faticoso adesso scovarci nel ballo
tuttavia è davvero necessario riprovare a capire
quale turno abbia la giustizia a questa parte
e inchiodarla a quel muro che ergono tutti
nel solco del proprio, nel timore del mio
davanti al panorama scheletrico del mondo:
tu più coraggioso di me scegli di restare.

*

nel promontorio cieco di mare
tra le secche strade di grano e lacrime
gocce d’oro, sudore tanto e morte
di sole e terra gretta. Sono pallido
all’orizzonte teso senza fine
per me non c’è la fine. Sono vivo
ma con i miei compagni lavoriamo
sodo questa cosa che dici vita
e non c’è che domani smette e va meglio
le lamiere sul cuscino, fa calore
ma se grida un cane scemo io
gli abbaio che son sordo.
L’uva nera il profilo tondo del frutto
esiste una definizione ad ogni vita
sciagura degli occhi miei è questa retta
che invece va e per me non muore.
Allora succede che eravamo dieci
stretti fitti come una scatola di chiodi
guardavamo attenti fuori al finestrino:
in un volteggio di volante
il singhiozzo delle ruote.

*

Sono solo nome
su questi fili d’erba che si piegano
sulle giornate che si spiegano
alle rive che dimentico:
sono solo nome.
Su queste mura ruggine
io sfioro – la storia delle case delle acque e delle terre,
le guerre degli uomini e le morti contadine,
come oggi, uguale a ieri, i padroni
il sole, il fiume, il mare nostro, mio,
la repubblica, l’oriente, la bonifica di ogni cosa –
la mia fine.

Stefano Modeo (Taranto, 1990) laureatosi in Filologia moderna vive e lavora come insegnante a Ferrara. Ha pubblicato La terra del rimorso per la collana “Rive” (ItalicPequod) con una nota di Roberto Deidier. Alcune sue poesie sono comparse sul sito Yawp: giornale di letterature e filosofie.

SE FOSSI STATO RICCO… un racconto lungo di Bichelberger

di Filippo Davoli

La prima cosa che mi piace sottolineare, di questo libro, è il fatto che si tratti di un racconto. Ossia, quasi un apax, nella produzione narrativa della nostra contemporaneità: oggi, si sa, vige il romanzo e, nella sua fattispecie, quel genere ormai odioso che è rappresentato dal noir. Sembra che, o si scrive un noir o non valga la pena metter mano alla penna. Ma ancor prima di (de)cadere nel noir, le segreterie editoriali dei nostri principali editori hanno dato il via ad una lotta al racconto e alla poesia, in favore esclusivamente del romanzo. Contravvenendo, tra l’altro, a quella che è sempre stata la nostra tradizione letteraria migliore: prescindendo dalla Poesia, limitandoci alla Narrativa, basti citare Boccaccio per renderci conto che più di qualcosa si è inceppato, nel modo di concepire la nostra Letteratura.

Un racconto, dunque. Un racconto lungo (e non un romanzo breve). Roger Bichelberger – che è anche autore di notevoli saggi e romanzi, tra cui si ricordano le Notti a ritroso (“Les Noctambules”, tradotto e pubblicato eroicamente in Italia per i tipi di un piccolo introvabile editore che si chiama “Città armoniosa” nel 1978)  – ci regala qui un delizioso racconto lungo, tradotto  magnificamente da Daniela Fabiani, docente di Lingua e traduzione francese all’Università di Macerata, nonché traduttrice in italiano di Jeanine Moulin (Aracne, 2008) e Paul Gadenne (Solfanelli, 2013).

la copertina del libro

Anzitutto un plauso sincero alla EUM (Edizioni Università Macerata) che – come si diceva – in controtendenza nazionale decide di pubblicare un racconto lungo e non un romanzo (breve o lungo che sia). Poi un secondo plauso alla EUM che, tra i racconti, accoglie di buon grado la pubblicazione di un autore cristiano. La nostra critica letteraria del Novecento, come si sa, ha progressivamente obliato gli autori con un solido retroterra religioso, prediligendo piuttosto i nichilismi dell’epoca alle solidità del grande fiume della nostra tradizione;  i pifferi della rivoluzione e della non-rivoluzione-purché-pifferi al senso Altro di autori come Eugenio Corti (scomparso da poco) o Fortunato Pasqalino, tanto per citarne qualcuno. E invece una bella tradizione letteraria, una solida lezione letteraria in ambito cristiano esiste ancora. Vorremmo dire anzi che resiste, in mezzo alle sirene del mercato editoriale e della dissoluzione (volontaria o indotta) della critica. E in questo, dunque, la Eum ha doppio merito.

Roger Bichelberger ci regala qui un racconto lineare nella forma, profondo nei contenuti. Si intitola Se fossi stato ricco. Un “se” che la dice lunga sull’opportunità di discernere, nei fatti della vita, imparando a leggere ciò che avviene non solo da una prospettiva ma anche da quella opposta. La prima è quella che la pubblicistica ci propina di continuo su ciò che conti davvero nella vita: la realizzazione sociale, il profitto economico, la libertà sessuale, l’autonomia sentimentale, e più in generale tutto ciò che possa contribuire all’emersione dell’io – ivi compresa l’arte (che è invece in realtà quella fastidiosa ed elitaria voce che si permette di chiamare a dire chi decide lei; e se ne serve, appunto, per “dire”; per “trans-mettere”, per “con-muovere”; e poi si libera del suo servitore fino a nuovo ordine; e il povero servitore lì, a perfezionarsi, a studiare, a limare ciò che – come scrive Dante nel Paradiso – “Amor gitta dentro”; e questo finché “gitta”, appunto; perché non è detto che continui a “gittare” ininterrottamente per tutta la vita).

L’altra prospettiva, invece; la prospettiva illuminata dalla fede, apre lo sguardo sui fatti senza pretendere di cambiarli a proprio vantaggio; scoprendo anzi che il vero vantaggio è proprio quello di prendersi di peso e viverli così come sono.

È questo che Bichelberger fa, nel suo racconto: ci racconta la sua esperienza di vita, ce ne fa dono con delicata ironia (ma profondissimo senso); ce la mette in mano con semplicità (e la semplicità è sempre la più difficile delle arti), rivelandoci le segrete ricchezze della povertà, della precarietà: di mezzi, anzitutto. Ma anche di sicurezze ideologiche, così fuorvianti quando la vita preme “in direzione ostinata e contraria” (De André). La povertà interiore, la beatitudine evangelica della povertà di spirito (di cui quella materiale è una facilitazione) apre invece lo sguardo dell’intelletto e della comprensione; ha il potere – non senza ridiscussioni e quotidiane fatiche, ovviamente – di illuminare l’esistenza nella sua interezza. Impedisce di arroccarsi in un pensiero debole (che è spesso fortemente debole e dunque fortemente forte…), permettendo a questo narratore eccellente di diventare metaforicamente “un mendicante di fiori”. Ossia, un raccoglitore pulsante di doni. Un grato abitatore della vita.

Non pare poco, in un tempo disarticolato come il nostro (e la disarticolazione, come sanno bene i medici, non è smembramento cieco: presuppone conoscenza, non è una pratica affidabile al caso, esprime una capacità chirurgica e dunque – nel nostro caso – una presumibile cinica volontà).

Il “mendicante di fiori”, in conclusione, può davvero significare un piccolo ma significativo tassello per la ricostruzione. Bravissima Daniela Fabiani ad essere stata ri-creatrice di questo delizioso testo, servendolo a sua volta. Come in una maternità rivissuta e al contempo priva di lacci, come è bene che sia per un traduttore che voglia trasmetterci l’anima di ciò che traduce senza tuttavia cedere alla tentazione di farla propria più del dovuto.

Roger Bichelberger

Note sull’autore
Roger Bichelberger (Alsting,1938) professore e scrittore francese, ha pubblicato, oltre a opere di varia spiritualità, molti saggi e romanzi. Membro di numerose giurie di premi letterari francesi ha ottenuto riconoscimenti importanti per la sua attività di romanziere, tra cui il Premio Tedesco “Peter Wust”, il Prix Henri Mondor, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Eve Delacroix assegnati dall’Académie Française, il Grand Prix du Roman della Société des gens de lettres. In Italia è stato tradotto e pubblicato anche il suo romanzo Les Noctambules, (Notti a ritroso, Città Armoniosa, 1978).