Allora lo zoppo salterà come un cervo

di Filippo Davoli

Una via incasinata. Inquadrata dal  sommo di una discesa. L’unica nota di conforto allo sguardo è, in basso a destra nella foto, l’insegna di una Pastisserie. Il dolce, però, è nel significato di quella foto scelta come copertina di un cd. E poi, una volta liberato dalle strettoie infernali del cellophan, nelle canzoni che contiene.

La via è quella dove è nato Georges Brassens. Il cd è quello appena uscito di Enzo Nardi. Enzo Nardi è quello che è cresciuto “a pane e Brassens“, l’altro cantautore docente di lettere della nostra canzone italiana (insieme a Vecchioni). Ma Enzo Nardi è anche un amico del sottoscritto, causa la sorte di essere figli della stessa terra e – che non è proprio un accessorio… – legati alla chanson française, alla grande poesia, alla bellezza, alla musica, all’arte.

Georges Brassens

Tipo strano, Enzo. Anzitutto troppo alto (credo sia lui, una delle cause del mio insorgere precoce della cervicale). Poi fastidioso, felicemente fastidioso: così controcorrente, così per niente commerciale, così teneramente caustico (come un bambino con gli occhi sognanti che strappa un fiore malamente perché se ne è innamorato), così dannatamente francese nel gusto, nelle sonorità; e poi – che è la cosa davvero più insopportabile (agli altri, non a me) – così intelligente nella scrittura dei testi. Che non puoi proprio fare a meno di ascoltare due volte le canzoni: una per cogliere le finezze musicali dell’armonia (mai scontata, mai piana come uno se la attenderebbe, ma sempre rimandante ad altro, prima di tornare); un’altra per immergerti in quello che dicono. E poi, ricomponendo il loro simbolo, veder affiorare la compiutezza nella semplicità, la più difficile delle arti. La più lampante.

Enzo Nardi

Nardi non ha bisogno di sofisticherie elettroniche, la sua è una musica nuda, acustica, libera vorrei dire. In questo suo nuovo cd lo accompagnano fior di musicisti: da un percussionista stellare come Alfredo Laviano al tocco pulitissimo di un contrabbassista come Davide Padella, dalla freschezza giovanissima del violino virtuoso (e non virtuale) di Paolo Moscatelli ai fiati multipli (sax, clarinetto, flicorno, flauto dolce) dell’altro Moscatelli, Maurizio; dal pianoforte presente e mai ingombrante di Marco Ferrara alla batteria di Luca Ventura,  all’armonica di Luigi Ferrara, alla fisarmonica di Daniele Cococcioni, alla sua chitarra: il terzo braccio di Enzo, che se la stringe sempre come una fidanzata (fossi sua moglie mi ingelosirei un po’).

Già dal titolo, questo nuovo lavoro è spiazzante: Enzo utilizza un versetto biblico del profeta Isaia, Allora lo zoppo salterà come un cervo (continuerebbe griderà di gioia la lingua del muto, perché sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella steppa).

Non può sfuggire, ai più avveduti, che è curiosa anche la tripartizione interna delle canzoni, quasi si trattasse di un libro di versi: un solo cd in tre sezioni tematicamente diverse. La prima richiama proprio i versetti di Isaia mancanti dal titolo: Canti dell’amarezza e della finitudine. Canti, cioè, dove ancora non s’è data l’irruzione dei torrenti e lo sgorgare delle acque nel deserto. Canzoni che figurano, per così dire, una sua discesa agli inferi, a cominciare dalla splendida Le vite, in cui il gioco pericoloso ma seduttivo dell’altro incontrato può significare la vita che si sarebbe potuta vivere se si fosse imboccata un’altra strada. A seguire con la divertente ed urticante Solo come Verlaine, in cui canta

Solo come Verlaine / in un due stelle di Trento, / con la tazza del bidet mezza crinata, / in cuor mio mando i trentini a trotterellare / sotto la panca / dove c’è una capra che a stento campa: / l’anima mia stanca!

E quindi Bruxelles, già inserita nell’album precedente, La farfalla in canottiera:

Al tramontar del sole / dietro un caseggiato / eccolo: il Passato! / S’apre in un cortile, / tra verdi ringhiere… / Oh, la vastità! / Ma non sono altro / che lampi di remoto, / vacuo trasparire / di nonne e di panchine, / di dei di sottobosco / di statue e di giardini / e un fiore ancora rosso / che implora un po’ di vita. 

Bruxelles apre la porta alla seconda “cantica”: che è, forse, la più poetica, in senso stretto. Quella cioè che decide della sorte finale, della rinascita che è racchiusa nella terza. Ma restiamo a questa, per un po’.

Restiamo un po’ sulla meraviglia della canzone che la apre, Memoriale. Un brano di una difficoltà impari, dove al primo ascolto un orecchio non allenato sospetta stonature, e che invece è di una bellezza sorprendente. Un colpo da maestro che squassa e innalza. Se Enzo non ci distraesse subito dopo, con la ballata Anni Settanta, rimarremmo inchiodati al suo Memoriale e forse saremmo ancora lì.

Invece, per certi versi fortunatamente (ma non ne sono così sicuro: io nell’incantante Memoriale ci sarei rimasto volentieri…), eccoci ripiombare nel bailamme della contemporaneità: anche se, a ben guardare, gli Anni Settanta sono ormai, per i più giovani, una sorta di preistoria. Quasi cinquant’anni fa… Fa strano a dirlo, a pensarlo vero, ma è così. E allora, tra depositi della Shell, Pelè e Rivera, esami di terza media, motorini, appare anche la mucca Carolina, in mano a una bambina / che anni dopo morirà. Che è una sentenza tragica, ma anche liberante nella sua cruda verità.

Si rientra in noi: si arriva all’ Incontro. E’ un altro dei momenti migliori del disco:

Se mi accadrà di incontrarti, / prima che i nostri cuori si apriranno a raggera, / tu mi aspetterai / seduta sulla panchina / di un viale in discesa / dove nell’aria invernale / un cane saltellava. / E una vecchia in pelliccia ma senza un volto… / i suoi atomi fluttuano / con un fosco clinamen. // Fiorivano, madre, per noi / ilari incroci di fati, / teatrini verdi e celie / di donne dai colli lunghi. / Si esalava l’incenso degli ippocastani. / Tu mi apparirai / come una gaia colomba / presso un cortile / in penombra / dove un giovane glabro / tirava colpi su colpi e forti volées. // Io ti abbraccerò / come nei campi elisi / ma le mie mani sul petto / mi ritroverò. / Verrà però il tempo fissato in cui la vecchia / riprenderà il suo volto svanito! / Mi spiegherai allora il senso / di ogni volatile urbano, / i casi, le contingenze / di quelle nostre uscite / in un frangente improvviso ci fulmineranno. // Grande magia dei viali / dove anche i vecchi han vent’anni / e ai glabri tennisti rinasceranno i capelli / sotto una luce che abbaglia / e non finirà.

la copertina del cd

Sì, Enzo Nardi è cantautore ma è anche poeta (le due cose non sono assimilabili, checché si pretenda ai giorni nostri): Enzo ha entrambe le corde. Nel grande interrogativo sul senso della vita e della morte – in cui peraltro si consuma ogni riflessione e ogni bellezza d’arte – affiorano i nessi coi versi di Montale e di Dante che lui stesso pone in esergo al testo, ma a me richiamano anche una prosa dai Preparativi per la villeggiatura di un altro nostro indimenticato amico e conterraneo, Remo Pagnanelli:

sei mai stato, d’inverno, negli ultimi giorni dell’anno, in un tennis dai campi vuoti, qua e là gelati o sciolti in pozzanghere, con ex giocatori che sulle panchine si motteggiano, in attesa della primavera, felpati da tute e lane fino a terra… Uno solicello basta ad accenderli dell’invidiabile voglia di correre, di stare con la gioia di gioventù non spenta ancora.

E siamo quindi alla sezione conclusiva (non finale, giacché non si finisce mai, sin quando si è in movimento dentro la vita): sono i Canti del perdono e della speranza. Un recente studio dell’Università di Pisa afferma che il perdono, la riconciliazione, aiutano grandemente i malati terminali ad entrare nella loro condizione con serenità, con pace. Aprendosi, vorrei dire, alla nascita ulteriore. E’ quello che ci appare in Polinice, il brano del conflitto insanabile che tuttavia può sanarsi, tra due che non si sono mai piaciuti.

E’ quello che accade anche nella bellissima Sul far della sera:

Quando le tenebre bussano alla porta / e ombre di foglie invadono la cucina, / sui ghirigori della graniglia / nascono mentiti mostri, / e pensi che la vita sia fuggita / e lì ti sovviene una malinconia / di bottega serale, senza gente, / e l’uomo dai baffi tristi / che ossessivo pensa al fallimento, / che maledice le cooperative, / quando tutto nel grido si attutisce / di un Erebo suburbano / e dalle fioche finestre  tu intravedi / pallidi fantasmi cenare, / quando senti che accade tutto questo, / una pietà ti prende delle persone / che ti hanno guastato la vita / e le ami e le comprendi / e le raccomandi a Dio. 

E’ la luce d’agosto che ricompone le trame dell’intero percorso, che finalmente vede sgorgare l’acqua nel deserto: che non è manichea, che prende di peso tutto quello che c’è stato e che c’è, ma lo trasforma in una Sua luce nuova:

Allora lo zoppo salterà come un cervo. 

 

“La via francigena”. Quattro inediti nuovi di Gianfranco Fabbri

Toscana

Del sogno rimaneva soltanto
un velo placentare, una lieve cataratta,
che alzandosi sopra i poggi portava l’orizzonte
oltre le sue possibilità. L’occhio, piangendo,
teneva la misura di lontananze remote.
Vedevi il monte Amiata nei fasti del calore,
alzarsi verso la Maremma. Eri nel balconcino
in cui giocavi con i sogni d’infanzia,
con le spazzole per le scarpe ai piccoli treni,
oppure con l’impaziente fratello alle corse dei cavalli.
Erano corti i giorni; volavano ribelli
le rondini alla nuova primavera.


Visione

Alla periferia di un whisky, ai margini della fame – sui colli residenziali del respiro – nei bassifondi del pensarti: ecco la nuova geografia della città.


I morti tornano sempre all’alba

Nevica a vento tra le croci;

Elena de’ Bargagli ora in Petrucci
cammina nei vialetti
del quartiere “I grandi Estinti”
recitando i misteri
gaudiosi nel bell’ancóra
suo fine, il tosco eloquio.

**
Lo so, filosofeggi in versi,
tanto che qualcuno trova conveniente
dissentirne. Non intendi
spacciarti per poeta,
ma non vieti neanche, a chi lo voglia,
di pensarmi un cantore.


Senza titolo

Avemmo il mare da sfebbrare,
quando la sete ci venne a far visita, cortese,
chiedendo scusa per l’ora inopportuna.
Ti bevvi come un miraggio
e mi faceva senso averti dentro
senza aver prima passata la dogana.

———————

Gianfranco Fabbri

Gianfranco Fabbri è nato a Siena, ma vive e lavora a Forlì. In ambito poetico, dopo l’esordio con Di tutto un niente (Forum-Quinta generazione, Forlì, 1978), ha pubblicato  I pantaloni del Po”,  (Circolo Nuovo Ruolo – ARCI, Forlì,  1981), I ragazzi del Settanta (Campanotto, Udine, 1989), Davanzale di travertino (Campanotto, Udine, 1993), Album italiano (ibidem, 2002), Stati di vigilanza (Manni, Lecce, 2007). Dal 2008 ha dato vita alla casa editrice “L’arcolaio”. Nonostante l’intenzione di chiudere con la scrittura per dedicarsi interamente all’attività editoriale, è tornato a scrivere poesia. Questi versi per “Nuova Ciminiera” ne sono una testimonianza.

Antonio Morelli, il poeta di Empoli

di Massimiliano Bardotti

E ancora
su questa terra
ci siamo

(Chissà per quanto)

Questi versi aprono una poesia dell’ultima opera poetica di Antonio Morelli (l’ultima pubblicata, ma non l’ultima scritta) Asfodeli e Avvertimenti.
Antonio alla morte, alla precarietà, a questo nostro essere di passaggio sulla terra, ci pensava spesso. No, non spesso, sempre. Ma non sempre questo pensiero lo offuscava, talvolta poteva quasi sembrare un sollievo, l’idea che prima o poi sarebbe potuto andare a vedere con i suoi occhi curiosi, d’azzurro accesi, vispi e ricercatori, cosa c’è di là.
Di là. Da quella parte che non osava nominare, perché non voleva sciupare nulla della sorpresa. Dall’altra parte. “O che ci sarà di là, che dici te?” Mi chiedeva spesso. Non lo so Antonio, gli rispondevo, ma non la fine, di questo sono certo.

E ora che Antonio è morto ne sono ancora più certo. Non saprei spiegarlo se interrogato, non avrei prove alcune da mostrare, non potrei convincere nessuno e davvero non voglio, ma io Antonio non l’ho mai sentito così vivo, così presente, come adesso.
Dal giorno che è morto, ogni giorno, leggo almeno una sua poesia. E lui mi parla così, dal suo aldilà, dal luogo dove adesso è. Vivo. E mi chiama ancora “fanciullo” come faceva sempre.

Antonio mi telefonava, di tanto in tanto, per leggermi una sua poesia appena scritta. Rimanevo come uno sprovveduto. E percepivo la sua gioia.

Una litania

Se non avessi
la preghiera
Se non avessi
la supplica
Se non avessi
la poesia
e la rosa purpurea
Se non avessi
la carta stampata

Il mio dolore
Il mio gaudio
La mia mentore
La nostra amicizia
Il sonno
e l’appartamento

E le foglie

E queste giornate
di alba
e di vento

E la primavera
e la mia estate

E questo
prendersi
per mano
E tessere
relazioni

Sarei discosto
dalla vita
m’inoltrerei
sterile
nella NON-vita.

Una volta eravamo seduti fuori dalla “Cuentame”, libreria di Empoli, il nostro luogo prediletto di incontri e letture, e ci stavamo un poco rilassando. Quella sera avremmo fatto una lettura dei nostri testi poetici, insieme con Annalisa Ciampalini e Gianluca Garrapa. Antonio era un po’ preoccupato, perché oltre ai suoi versi doveva leggere e parlare anche di quelli degli altri poeti. Non che non volesse, credeva di non esserne all’altezza. Questa era la sua misura, tra devozione e umiltà.
Mentre ce ne stavamo lì, lui prese una penna e aprì un quaderno. Si mise a scrivere. Alla fine mi disse: “Senti fanciullo”, e si mise a leggere. Una poesia bellissima, come al solito, ma il punto non era quello. Lì, in quel momento, seduti, in Piazza Farinata degli Uberti a Empoli, di fronte alla nostra libreria, dopo tante volte averci parlato, dopo averlo tante volte abbracciato, dopo aver riso con lui (tanto), dopo aver ascoltato le sue preoccupazioni, dopo averlo visto diventare scuro in volto e andarsene senza nemmeno il tempo di salutarlo; dopo aver sentito, nei suoi giorni no, la sua voce al telefono, voce di uomo lontano, lì, in quel momento, per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, conobbi la grazia dell’incontro. Lo vidi. E vidi come la poesia lo avesse fatto suo servitore e come lui fosse fiero di servirla. Per me si trattava di un privilegio; di essergli amico, di assistere alle grazie della sua esistenza.

Ferite

Sono ferito
E non trovo
non cerco requie

nel giorno che sale

Che mi assale
E trema

E tremo
appresso
Il nitore
silente del bosco

E inondo di soliloquio

Il mio muto
silenzio

E mi incanto
ad ammirare
il cielo che muta
E l’albero
di fico
che gemma

E gemme di bosco
intrattengo
negli occhi

Ad areare
pensiero

E poi
creare
mattini.

E corone
di brezze

A comporre
questo giorno

ad occhi socchiusi.

 

E poi creare mattini. Questa capacità di sprofondare nella notte fino a potersi svegliare non a vedere l’alba, ma a crearla. La vidi pure io, quella stessa luce che l’aveva portato a partorire quel verso.

E continuare
             la voce segreta …
            qui,
                 nel mattino
            caro
                  di penombra

 

Antonio era rimasto molto colpito, qualche anno fa, quando gli parlai di

Emanuel Carnevali (1897 – 1942)

Emanuel Carnevali, poeta bolognese pressoché sconosciuto. Gli raccontai della mia predilezione per gli sconosciuti, per i poeti che null’altro avrebbero voluto se non sentirsi dire “lei è un grande poeta”. Questo accese i suoi occhi. Gli lessi la poesia di Carnevali “Sua maestà il Postino”:

Sette e mezzo di mattina
e il sole mi strizza l’occhio,
seminascosto dall’ultima casa della via.
Le sue lunghe dita
gettano in fuga questi omettini al trotto,
che corrono da est a ovest al loro lavoro.
Ridendo, il sole li insegue…
Ah, eccolo!
Chi?… Il postino, naturalmente!
(perché mi sarei alzato così presto?)
Lui, non lo vedete mai correre –
E’ così fiero
perché nella sua borsa porta la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un bel colletto bianco.

Ecco perché si pavoneggia così,
ecco perché fa mostra di non sapere
che il sole è alle sue spalle,
che il sole ridente è alle sue spalle
e lo sospinge a portarmi la mia felicità:
un bacio dalla mia ragazza,
del denaro per comperarmi da mangiare
e un colletto pulito,
e la lettera di un direttore che dice:
“Siete un grande poeta, giovanotto!”.

Al diavolo! Scommetto che mi ha sentito
smaniare per lui:
è passato davanti alla porta
e non si è nemmeno girato.
Che fare? Che fare?

Oh, non importa – domani, domani!

Ci ritrovammo alla fine della poesia commossi entrambi da quella inscalfibile speranza. Questa poesia lo rappresentava molto; anche lui, come Emanuel, non desiderava altro. Sentirsi dire da qualche critico importante, da qualche poeta affermato: “Antonio, lei è un grande poeta.”
Per me lo è, lo era. Bastava osservarlo in libreria, come si muoveva, mosso da una febbre. Cercava nuovi poeti da incontrare nella pagina e nell’anima. Chiedeva consigli. Ne ho visti pochi, pochi davvero amare la poesia come l’amava lui. Ha sacrificato per lei tutta la vita.

C’è nei suoi versi una rara intensità, qualcosa che forse davvero e fino in fondo comprendeva solo lui. Qualcosa di vissuto, di sperimentato. Se parlava del fuoco è perché si era bruciato. Per dirla con la sua amata Emily Dickinson: L’acqua si impara dalla sete.

I suoi versi si dipanano sulla pagina seguendo un ritmo che era quello del suo cuore, del suo respiro. Le parole gli sgorgavano fuori dappertutto, girava sempre con i suoi quaderni “perché l’ispirazione non sai mai quando ti prende”. Ti prende, ti rapisce. Sì, lui parlava ancora d’ispirazione. Non se ne vergognava. Lui sapeva che la poesia veniva da un altro mondo. E ora credo che, finalmente, si siano ricongiunti.

 

E mi affaccio
alla
mia fine

E la mia missione
è in questo
girotondo

Ed in tal modo

M’inebrio
e canto …

ed è la fine.

 

Chiude così, il suo ultimo libro. Avrei dovuto immaginarlo. Invece stavamo progettando una presentazione e tante altre serate insieme. Mi aveva chiesto di presentare il suo libro e io ne ero felicissimo. Dovevamo incontrarci giovedì 14 marzo, a Empoli, alla “Cuentame”. Invece mi chiamò dall’ospedale quel giorno. Le parole che mi disse le custodisco. Il giorno dopo l’ha voluto il Cielo. Da quel giorno, non passa giorno in cui non senta la sua presenza. Il grande privilegio di avere un poeta al proprio fianco.

 

 

 

Antonio Morelli

Antonio Morelli è nato a Empoli nel 1956, dove ha vissuto tutta la sua vita. Ha lavorato sempre alla Biblioteca Comunale “Renato Fucini”, diventandone un punto di riferimento. Viveva in una solitudine solo apparente. Le sue giornate e le sue notti erano in verità pienissime. Da casa sua passavano poeti di ogni tempo e età. Chi si presentava a casa sua senza aver portato delle poesie da condividere veniva severamente redarguito. “Siamo poeti”, diceva. Ha pubblicato vari libri, fra cui Diario in versi del brutto tempo, Frammentario del mattino e Asfodeli e avvertimenti. Tutte edite da: Editore dell’Acero.

RICORDANDO DIEGO VALERI. Quattro poesie

INIZIALE

Quando ti schiudi, fiore
divino, assorto è il tempo
fuor di notte e di giorno;
l’aria non ha colore,
tutto è perduto intorno.
Tu solo sei, divino
fiore del nulla, amore.

PRIMA LUCE

La prima luce è alla finestra:
stacca dal bianco il tuo corpo bianco,
tenue rileva la spalla e il fianco,
lascia nell’ombra la chiara testa.

Tu dormi semplice e quieta
sotto le palpebre, sotto i seni;
come la rosa ti scopri e ti celi,
come la rosa nuda e segreta.

TEMPO CHE MUORE

Alto sui colli fiammeggiato spazio
di perduto tramonto,
ove un’esile luna di topazio
s’incide ad arco e trascolora in bianco.
Grotte d’ombra degli alberi, pallore
delle erbose radure. E quello stanco
suono dell’acqua al fondo della sera.
Tu nei miei occhi, tu sopra il mio cuore,
disperata dolcezza. E il nostro tempo
che intanto muore.

FINALE

Dove tu sali, inebriata allodola,
amoroso pensiero,
perdute sono e memoria e speranza.
Spento ogni suono, morta ogni parola,
pare che il vento della vita dorma.
C’è soltanto quel cielo e quella forma
della tua voce sola;
il tuo canto che vola.

___________

Diego Valeri

Nato a Piove di Sacco nel 1887 e morto a Roma nel 1976, Diego Valeri è stato poeta, traduttore e docente di Letteratura francese all’Università di Padova.
In ambito poetico si ricordano Poesie vecchie e nuove (Mondadori, 1930), Tempo che muore (Mondadori, 1942) da cui sono tratte le poesie qui sopra, Sgelo (Mondadori, 1967), Poesie piccole  (Scheiwiller, 1969). Traduttore di Flaubert, Stendhal, Goethe e La Fontaine, in ambito saggistico si è occupato della nuova poesia francese, ma anche di Montaigne, Racine e Picasso, nonché de Il Simbolismo francese da Nerval a De Régnier (1954). Memorabile la sua Guida sentimentale di Venezia (1942 e 1955).

Massimo Morasso. L’opera in rosso

di Umberto Piersanti

Sì, ne L’opera in rosso di Massimo Morasso c’è, come bene avverte Giancarlo Pontiggia nella presentazione, una ricerca continua del senso totale della vita e delle cose. Si tratta di operare uno sforzo tenace per arrivare al nucleo originario: “il quid che unisce rocce e scheletri”.

Questa ricerca del quid originario si accompagna ad uno sguardo, se non proprio svagato, libero e felice, su Genova, i suoi luoghi e la sua gente, che s’agita e s’affaccenda nel gran teatro della vita come i croceristi che scivolano in shorts nei dedali dei vicoli e la puttana che ammicca al fattorino.

Ed è uno sguardo, quello di Morasso, mai carico di livore o risentimento, ma sempre disposto ad accogliere e partecipare. Anche se non si crede più alle grandi illusioni della giovinezza, si alza il calice e si brinda, convinti comunque di questa vita e di questa terra, in cui si è pacatamente, molto pacatamente, lieti di abitare.

Tutto riporta alla radice originaria, ma ogni cosa ed ogni essere vive una sua identità specifica che però non l’aliena mai dagli altri esseri: perfino i vermi-tubo che il poeta vede dentro lo schermo televisivo aggirarsi nelle “immense praterie del sottomondo”, sono avvertiti come fratelli.

Non ci troviamo però di fronte ad un misticismo panteistico tipico della tradizione orientale, perché se è vero che tutti siamo polvere stellare in perenne movimento, è ancora più vero che per trovare un senso a tutto questo bisogna aggrapparsi alla pietà di Dio. E questo Dio non è una strana, assoluta e misteriosa energia primordiale, ma è il Dio-Persona della tradizione ebraico-cristiana. Come abbiamo visto per i vermi-tubo, la presenza degli animali è vissuta in modo profondo e talora fraterno come quella del suo cane Dick il quale “è come noi spirito, sragione”. E il pipistrello schiantatosi contro il muro: “… lo vedi/ tu, immobile e impaurito/ sul cemento,/ minuscolo, in preghiera?”

C’è una fiducia nel vivere che certo non nasconde dolori ed inquietudini: all’uomo scisso di Kierkegaard che comunque risponde ad una parte del vero, si contrappongono i giovani immortali che continuano a danzare guancia a guancia.

Altro tema costante, la presenza dei morti: che “mi risvegliano. Non mi lasciano in pace”.

Dov’è situata la contrada nella quale sono andati? Non fluttuano nell’aria come i fantasmi della tradizione sia popolare che letteraria. Neppure mi sembra di avvertirli in qualche più o meno definito luogo di dolore o di felicità. Sono “incisi nel mio corpo”. Ed anche il poeta dentro di loro: di nuovo ci troviamo di fronte ad un tutto inestricabile.

Se da  studente Morasso ha pensato ad un qualche spazio sovrannaturale come dimora dei morti, adesso crede che tornino a parlarci, a farci compagnia. Sì, c’è un Paradiso che fu prima del prima, la storia venne dopo e l’al di là del Verbo meglio è compreso dal fanciullo che gioca con la trottola del cielo sui ginocchi.

Vengono poi i ricordi dell’infanzia: c’è un fanciullo tra i libri destinato a scrivere che s’incarna in un Sandokan di sogno e poi s’aggira fra le rose e i gerani del giardino, fin da allora teso a dare un senso a tutto ciò che ci circonda.

Ritornando al culto dei morti, un posto importante occupa il poeta marchigiano Antonio Santori, prematuramente scomparso: “E poi pensai ad Antonio, al suo non esserci più,/ e avrei voluto trasformarmi in un camoscio,/ scendere giù dai Sibillini a Porto Sant’Elpidio/ brucargli via i germogli del suo male”.

Interrogarsi certo, bisogna continuamente interrogarsi: questo è il tempo dove sembra caduta ogni certezza, ma qualcosa permane e non da poco: “… La prima verità, che è la speranza…”.

la copertina de “L’opera in rosso”

 

 

LA VIGILIA DI NATALE. Un racconto inedito giovanile di Filippo Davoli

LA VIGILIA DI NATALE

I bambini aspettavano
trenini e bambole sognavano…
Papà Natale, si chiedevano,
perdonerà i miei capricci o no?
La sera sotto l’albero
il tuo regalo chissà cos’è…
le mani mi tremavano…
un foglio tuo col nome mio
e in fondo addio, amore  mio addio… 

Marco il malinconico ciondolava, da ragazzo, per le vie di Castello, canticchiandosi nella testa quella Vigilia di Natale di Mina, che sentiva come un vestito giusto per la propria identità, più nelle sonorità e nelle singole parole che nel significato delle frasi. Aspettare, sognare, chiedersi, essere perdonati… di che, poi? Forse di una riottosità caratteriale, con la quale si faceva scudo di fronte ai cinismi degli adulti che, fin da quando era bambino, gli sottolineavano i difetti e lo compativano – così intuiva lui – quando andava bene. Tremare… che è un po’ come desiderare senza avere la forza di un agire propositivo… e Marco tremava d’amore, desiderava l’amore, fin da piccolino, avendo cura di incartarselo negli occhi perché non gli avessero a rubare anche quella sete inesausta, quella delicata risorsa che ha nome speranza e che, pervicacemente, guarda avanti.

C’è chi sa ridere, anche delle cose serie; chi sa giocare alla corda, chi con la palla è un guizzo fulmineo che riempie di ammirazione le combriccole del pomeriggio; chi, infine, se capricciosamente chiede la pizza prima del pranzo o si sporca impunemente col gelato sulla camicetta fresca di bucato, può ottenere quello che pretende e pretendere anche ciò che non si può ottenere. Marco non era di questa specie. Assomigliava più ai cani, con cui peraltro andava d’amore e d’accordo; studiava come i ragni catturano le formiche, e come i piccioni invecchiano e poi muoiono, con un decoro inaudito, senza disturbare nessuno.

Il bambino Marco aveva preparato il ragazzo Marco ad essere un disincantato abitatore dell’adolescenza, ma non aveva saputo privarlo della speranza. Così, ciondolando, bighellonava per le vie antiche di quella cittadina, canticchiando la propria speranza sottovoce, sussurrandola crudamente, senza cedimenti di sorta al presente. Gli facevano eco gli archi che dissonando chiudevano quella Vigilia di Natale, dilatandosi in ogni dimensione dell’anima, sia che quel giorno si protendesse col sogno nell’oltre, sia che attendesse – da quelle pietre ricche di storia e di civiltà – riapparire le quotidianità che la storia sempre cela: acquattate nella polvere, Marco le scrutava, incise in un impercettibile bassorilievo; sembrano scorie e sono invece le tracce di chi, pure, su quei sampietrini poggiò i piedi; a quelle pareti porose strofinò magari un gomito mentre rientrava a casa dalla spesa, oppure le mani, accarezzando idealmente una speranza.

Una speranza, già… che ignara andava a ricongiungersi a quella di Marco, mentre nello stesso punto del muro, altrettanto casualmente, avvicinava i polpastrelli annullando nel tatto secoli e contingenze. Accettava di rientrare nel presente quando si avvicinava al portone sgangherato del palazzo di sua nonna. Era un po’ fatiscente, con una vistosa gobba sul frontespizio, e all’interno conservava un odore inconfondibile, laddove – tra un giro e l’altro dello scalone – giaceva una cassapanca grigia e le mattonelle improvvisamente si coloravano alternativamente di rosso vinaccio e di bianco. Quindi si continuava a salire, per gradini sempre più erti, fino a quella che un tempo era la soffitta, ideata come una sorta di piramide, con un’ulteriore scala addossata alla porta; sulla sommità un minuscolo pianerottolo dal quale si accedeva a due camere da letto, basse e ben adornate, coi travi in vista, arricchite da finestrelle che sembravano quelle delle fiabe e che aprivano su tetti e terrazze. Nella stanza un po’ più grande, quella di nonna Rina, troneggiava uno splendido comò, su cui riposavano una bella foto in bianco e nero di suo marito, il Conte Pirro, e a fianco una teca di cristallo con dentro bei fiori bianchi finti. Dirimpetto, il letto a barca della nonna, l’inginocchiatoio con sopra il crocifisso di legno scolpito a tutto tondo, curato in ogni segmento del corpo del Cristo, anche sulla schiena che, pure, non era di certo visibile se non dietro studio attento dei particolari; a quel Gesù altri bambini, in precedenti generazioni, avevano staccato – senza malizia – qualche dito dei piedi. Più in là, dove il soffitto inclinava, restava, a dispetto degli anni, un lettino più piccolo che Marco, sorridendo, riconosceva come suo. Dall’androne si poteva poi scegliere di scendere, sulla sinistra, per un’altra scala, che apriva al salottino e, sulla sinistra, in un biancore che profumava di latte e di spezie, alla cucina e al terrazzino; incuneato anch’esso tra i tetti, aveva incastonato su una parete un lavandino in pietra; in quel quadratino di aria e di cielo, sia in primavera che in estate, coi cuginetti, da piccoli, si divertivano a preparare la colla, a ritagliare dai giornali le figure che poi attaccavano sul bugnato che correva tutt’intorno, ad attendere Pisolo e Gri-grì, i due gattoni della nonna, quando facevano capolino provenendo da chissà dove.
Dove se n’era andata, nonna Rina? Il silenzio incantato di quel buco di casa in capo al borgo sembrava ricondurla. Da quelle anguste finestrelle si volava un po’ via, come scartando un regalo della memoria…

Nei giorni che seguirono
con i trenini che correvano,
correvo anch’io cercando te
in tutti i posti conosciuti insieme a me.
Ed era l’anno nuovo ormai:
qualcuno disse “L’ho visto io”,
andava verso il ponte, sai…
era Natale, c’era la neve,
mi ha detto “Sì, non dirle che ero qui”…

Il bambino Marco non era uno che cercava. Preferiva sedersi sulla sua vita ad aspettare, in una sequenza di ore di cui non conosceva l’entità, il giorno che la sua speranza, senza codificarglielo, gli assicurava sarebbe giunto. Di anno nuovo in anno nuovo, di Natale in Natale, di estate in estate.

La bici no,
trenini no
bambole no…
io voglio solo lui…

E all’interno di quei giorni qualunque, all’imbrunire, sempre il tramonto tornava a provocargli la doppia reazione di un accarezzamento e di una commozione segreti, in quella triade di “no” che solo Mina sapeva cantargli dentro; succedeva sempre così quando, ormai ventenne, stringendosi in un maglione di lana sui bermuda, attraverso i viottoli pietrosi e ripidi che si allungano dentro il borgo antico, Marco riconosceva un odore tipico, familiare, di erba asciugata da poco, pungente sulle ginocchia, in quel silenzio appena solcato da suole anonime, nelle prime ore delle domeniche piovose. Si ricordava dell’infanzia. Nascevano in quel freddo lieve pensieri in versi che dopo, a casa, tornava a cercare dentro di sé per trascriverli; il più delle volte, in realtà, addomesticati, più blandi di come li aveva percepiti; talaltra, invece, avevano un ritmo così potente e soggiogante da vincere il trascolorare degli attimi ed arrivare indenni a depositarsi sulla carta:

Oh, luce che bagliori lentamente…
quanto tempo è passato nel segreto
degli odori domestici, di travi
che un dissesto di topi mette a rischio…
Tutti già morti, gli altri; il loro soffio
torna talvolta nelle mezze stagioni
e parrebbe, a vederli, come un refolo
come fermo nell’attimo, credendo
che con loro si fermino le storie
che la  memoria forma. Sul sagrato…

Gli era piaciuta quell’idea della mezza stagione, in cui si riassumeva la maturità anticipe in cui si sentiva ed anche quel clima anomalo per l’estate; e ancora quell’immagine del sagrato, come una specie di sosta nella vita animata dalla sacralità dell’attesa, il cui valore – capiva – non era inferiore in nulla a un’esistenza totalmente agìta. In questo senso, lo seduceva fortemente la possibilità della poesia di concentrare e densificare i significati delle parole. Poi, una volta esaurito il flusso benefico della scrittura, tornava con la mente alle forme della memoria: la sera si stava al balcone a contare porcelle di Sant’Antonio, sulle crepe del muro. Talvolta si scendeva in strada, sul muròlo che recingeva l’orto;  più tardi preferirono il giardino: superato il primo spiazzo di ghiaia, su cui si stendeva un velo di vite americana, c’era l’orto vero: era piccolo, a rivederlo oggi, coi suoi cespugli di rosmarino, ma era un mondo a sé: l’ortolano ci piantava carciofi e cipolle, e i bambini andavano a sognarci.
Certi giorni Marco era il chirurgo che asportava la resina dall’albicocco; certi altri, con un attrezzo fatto per cogliere i fichi, alla cui sommità svettava una corona, con un asciugamano intorno al collo, giocava a fare il re. Certi altri ancora, innaffiando, seguiva i rivoli dell’acqua sulla terra, immaginando che fossero la Storia universale che si snodava e che un bel giorno, al massimo della sua espansione (una pozzanghera) avrebbe finito per ristagnare e per sparire.
Una volta, con le cuginette, trovarono una pantegana morta, che se la stavano mangiando le formiche; la seppellirono, scavando con le palette del mare una piccola fossa sotto un rotondo cespuglio dall’altro lato di casa, forse più per orrore che per pietà. Della pantegana rimaneva intatta la lunga coda e un dente, nella bocca mezza aperta, come quando si muore per un imprevisto, come sigillo dell’ultimo respiro, orma dell’affanno finale: quell’attimo fissato là, in quel dente che un giorno predava e oggi segnava invece la chiusura di un tempo, una pagina nuova. Posero a memoria del tumulo una piccola croce di cartone; si cominciava allora, di fronte agli sgomenti della  vita, ad affrontarli sotterrandoli in fretta; tacitando semmai la coscienza con educati rituali di superficie, perché far sparire la morte è un po’ dimenticarsi pure del senso della vita, anche nell’inconsapevolezza di scelte infantili, solo male interpretate dagli adulti.

Quando, insomma, nei mesi dell’afa, qua e là arriva una giornata d’acquazzoni, l’aria un po’ fresca che li segue ha un odore particolare, quasi di muffa. Il cielo grigio, compatto, preme sui sampietrini delle strade e il desiderio di coprirsi almeno un po’ si fa tutt’uno con le case chiuse ed assonnate; qualcuno passa col quotidiano sotto il braccio ed ha generalmente buoni intenti nello sguardo, tanto da trasmetterti una rinnovata energia. Quando capitano giorni come questi, all’atto di abbracciarsi nella giacca per il freddo, si ha come la sensazione d’essere un’altra persona. Lo stesso atto di cingersi, mentre qualche altro ci incrocia indifferente col suo buon passo di provincia, magari pestando più del dovuto per sbrigarsi, sottolinea che tra noi non vi sono tracce comuni : è un’altra vita, un’altra storia, altre abitudini, altri nomi: “Roberta mi ha regalato questi dolcetti per i bambini, ancora dormono?” dirà alla moglie rincasando, e aprirà l’armadio per posare la giacca nel posto a lui familiare: le sue consuetudini, i suoi volti, i suoi luoghi… Ha la casa con le stanze disposte lungo il corridoio, oppure vive solo in un monolocale: allora accenderà la radio per sentire le notizie e confrontarle poi con la tv…
Lo incrocio e non mi appartiene: ma fa freddo, e il freddo mi richiude su me stesso, andando per altre strade con me stesso, forse verso me stesso.
Non mi appartiene, ma lo incrocio: e forse di me immaginerà che mi stringo nella giacca solo perché ho freddo, e che sto andando a sbrigare chissà quale commissione; o semplicemente sto ammazzando il giorno perché piove e non c’è altro da poter fare.

Marco giocava e rischiava, con quelle che lui chiamava “reveries”: nelle città che visitava, alla vista delle persone, si immaginava d’essere di là: parlare un altro dialetto, fare un altro mestiere, amare un’altra persona, confidarsi con altri amici. Qualche volta peggiorava il gioco, immaginandosi in visita alla sua città: incrocia la persona della sua storia d’amore migliore e quella non lo conosce, lo ignora;  ma neanche lui la conosce, così da ignorarla pure lui.
Gioco tremendo: così lo straniamento prendeva piede in Marco che, a un certo punto, decise finalmente di non concedersi più a quei presunti spassi, dai quali a volte si rischia di non saper tornare.

C’è un giorno per tutti che arriva: c’è un giorno segnato nel dolore, che prova e sfianca quasi del tutto, ma quando si sentono le forze abbandonarci, il buio si dirada come per incanto e torna il sole. Nasce quell’altro giorno segnato, il giorno dell’incontro, della fuoriuscita da sé. In esso domina lo stupore, l’incanto, la sorpresa. Marco, fatalista coi piedi per terra, oggi lo assaporava piano, più che altro godendolo lontano dalle belle tentazioni del domani, gustandolo come un dono, come un magnifico regalo di compleanno.
– C’è un tempo per ogni cosa… –  si ripeteva sillabando quel versetto dell’Ecclesiaste a cui allegava, spaziando in secoli interi, i versi conclusivi di una poesia di Cucchi:

perché c’è un arco chiaro, un’ala enorme che ci tocca dentro, e io divento quest’abulia sospesa e questo guscio pieno di fessure, ma è una sensazione molto bella, qualche volta! – e provava  un sussulto come di luce.

Filippo Davoli

Sei inediti di Lorenzo Fava

**
Dimentica la domanda, fai del tuo presente
la sola partenza, non sia solo apparenza
lo stato d’equilibrio che s’apre sulle cose.
Non retrocedere, non piegarti. Non hai
né vanto né colpa. Hai solo la premura
di fare bene. L’espressione che si è persa
devi ritrovare, quella perduta sulla sfera
nel cerchio di tempo fuori da ogni possibile
orizzonte contiguo; fai che possano
riconoscere qualcosa d’altro nel tuo canto,
che non abbia a che fare con testo o voce,
come se non facessi altra cosa che dire.

**
Prova a far levitare il pensiero sulla corda
di un arco, che unisca planetari, orbite e segreti
inconfessabili. “Poesia pura forma” annotato
al margine del foglio, “sottrarre al dettato”
impresso in controluce sulla nuca,
per non vederlo, solo avvertirlo un poco
contrappeso; “ritmo del battito” solo
scritto sul tuo viso, oggi assorbito
da una ruga, come fosse una sutura
al tempo che non sa dove passare, sottomesso
a pensieri eroicamente riusciti a manovrarlo.

**
Se solo ho avuto da te un dono
È la forza di essere autentico,
Colpire il midollo delle cose,
Le questioni razionali altre,
Nel tuo conto, non ci sono.

Solo la singola esperienza umana,
Giuro, ogni volta che ti vedo, mi stacca
La strada da sotto i piedi, ci separa,
Mette nello spazio d’aria di una linea d’occhi
Un alfabeto da ciechi, e così ho rivisto
In mille versi il quotidiano, quello che ti devo.

Ho messo in verso diagrammi
Ho iniziato solo per spirito e ora domino
Il potere di pensarti e di difenderti
Solo perché con due cuori si sente
Più del doppio e io che lo so
Dovrei ricordare: sei
La modulazione del mio canone,
Sei il mentore, tracci un’idea pura
Che sporco ad arte con la voce.

**
Comunque tu la metta, Ancona
È sempre sotto la luna piena,
Guarda dalle case alte la staffetta
Delle onde, lì dove l’uomo ancora
Glielo permette. La banchina salata
Preda già dai primi raggi delle riprese
Di film senza volume, è lì che oggi
Si áncora il mio pensare ad assonanze
E sinalefi, questo gomitolo di lingue
Che registro dalle ventitré alle cinque,
Perché si sa, il sogno più vile,
Quello più infantile,
È il sogno del poeta.

**
Se la semplicità vincesse contro
i mostri che architettano il raggiro

se odorando il vento aprissi una scala
che approda in arcipelaghi di luce

se sussurrando amore prima del sonno
potessi sentirla stretta al petto

se umiliassi il fuoco alla maniera della neve


**
Esco dal tuo ramo come un grappolo
Sei in tutto quello che penso, sei
Ogni possibile variante dell’equazione
Che apre la pagina, sei la combinazione
Infinita di strategie d’arresa e di vittoria,
Sei, sei e tanto mi basta a svettare
Su come la luna, io caduto con lo sguardo
Sullo spazio, all’aperto. Guarda, adesso
Contengo la forma, sarò io l’acqua
Nella brocca cristallina del dettato,
La materia adatta alla stesura di principi
Divenuti ad un tratto imprescindibili
Come i rullanti di un’orchestra, il respiro
Trattenuto da un golfista,
La calma emozione dell’algebra.

 

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Lorenzo Fava

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno ‘94, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con “Il Resto del Carlino”. Sue poesie sono apparse su “Poetarum Silva”, “Yawp”, “Arcipelago Itaca” blo-mag, “Carteggi Letterari”, “Critica Impura”, “Inverso e Poesia Ultracontemporanea”.

aBulescence. Note in calce di Matteo Belli

Matteo Belli è un giovane pianista e direttore d’orchestra, nonché compositore, nato a Fiesole nel 1987. Ci conosciamo da alcuni anni. Una bella amicizia, fatta di poesia e di musica, ma sempre nel segno dell’umano. Lontano da ossessioni e idolatrie, vivendo i nostri retroterra per quello che sono: il bagaglio che ci compete e ci rimette in discussione ogni giorno. 
L’anno scorso (o due anni fa?), Matteo ci ha confidato l’intenzione di trasferirsi – almeno per un tempo – negli Stati Uniti. Da quella trasferta, rivelatasi quanto mai opportuna, è nata “aBulescence”: è lui stesso a raccontarci di cosa si tratta, in questo “brogliaccio” che vuole aprire una nuova rubrica di Nuova Ciminiera: “Note in calce”, dedicata ai backstage degli artisti; i “dietro le quinte” di cui generalmente non si parla e che invece sono, quanto meno, interessantissimi. 

aBulescence
musiche di M. Belli e J. S. Bach

13 Febbraio 2019, 
Leith Symington Griswold Hall – Peabody Institute (The Johns Hopkins University) – Baltimora, Stati UnitiL’idea di aBulescence è nata l’anno scorso durante i miei studi al Peabody Institute della Johns Hopkins University, dove ho avuto l’onore di lavorare con un compositore della statura di Michael Hersch. In questo concerto, ho programmato due lavori da camera, “Lei, piangente” e “Mysterion”, rispettivamente eseguiti in prima americana e prima assoluta, insieme a tre brani per pianoforte solo. In alternanza alle mie composizioni, ho inserito alcuni movimenti dalle Suites per violoncello solo di J.S.Bach, in un vero e proprio dialogo in cui emerge sia l’influenza della scrittura bachiana per violoncello, strumento presente in entrambi i miei brani, che una comune finalità espressiva.Ho aperto il concerto con “aBulescence”, “Crystal Tune” e “Melody”, tratti dal ciclo Songs f(or) a Loss per pianoforte solo, una sorta di diario musicale che da anni accompagna la mia scrittura. Ciascuna pagina nasce quasi di getto in forma di aforisma dal flusso creativo di un altro lavoro più esteso, della cui esplosione rappresenta come un ultimo e lontano frammento, con una propria risonanza aperta a nuove suggestioni.

Il secondo pezzo, Lei, piangente (On a Shore of Cries) per flauto, clarinetto, vibrafono, violoncello e pianoforte, è stato finalmente eseguito in premiere americana, dopo due recenti eventi al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino (giugno 2018) e all’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles (dicembre 2018). Nell’estate 2017, quando ricevetti la commissione del lavoro dalla residenza artistica Camere Contemporanee presso la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, il tema del festival era “Contemplazione ed estasi”. Decisi così di ispirarmi ad una lontana ed eppur vivida esperienza, accadutami con “Nude Woman with Neclklace” (1968) di Pablo Picasso, opera in cui egli dipinse la sua seconda moglie Jacquelin Roque. Durante quella visita al Tate Modern di Londra, mi sentii investito da un’energia suadente, primordiale, che fuoriusciva con una propulsione gentile. Questa esperienza di contemplazione ed estasi – il quadro che mi guardava e inondava e viceversa – è stato in qualche modo il retroterra emotivo e concettuale da cui ho concepito la natura del mio brano, con le sue oscillazioni tra la assertività della sezione ritmico-propulsiva centrale, così chiara nel suo crescendo progressivo ed inesorabile, e la nebulosità o vaghezza  sia della prima parte che del finale, in cui le armonie suadenti e le brevi cellule motiviche si susseguono sì con direzione, ma non senza lievi margini di imprevedibilità, come alludendo a diverse possibilità di sviluppo.

Il cuore del programma è rappresentato da Mysterion, prima bozza di un’opera-oratorio ispirata al film “Stalker” (1979) di Andrej Tarkovskij, dal cui nucleo espressivo ho tratto il titolo del concerto. È proprio il tema dell’abulìa che è diventato poco a poco il tema preponderante di questo progetto, poiché i personaggi tarkovskiani mi hanno affascinato per l’inquietante implosione della loro energia volitiva – implosione che rappresenta soprattutto l’abdicazione della coscienza in favore di una tranquillità, come si direbbe, “borghese”.

 

Con la preziosissima collaborazione dei musicisti del Peabody Institute: Arianna Arnold, Katelyn Aungst, Hilo Carriel, Sandra Chang, Tess Clark, J.T.Hassell, Andrew Im, Gyu Ri Kim, Elias Leceta, Hang Liu, Mafalda Santos.
Grazie infinite,
Matteo

 

 

Matteo Belli

Matteo Belli (Fiesole, 1987) è un compositore, direttore e pianista attivo sia in Italia che negli Stati Uniti. La sua musica per orchestra, ensemble, quartetto d’archi, duo e pianoforte solo è stata eseguita dall’ Orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra da Camera Fiorentina, Peabody Symphony Orchestra, Ensemble degli Intrigati, Ensemble di Musica Contemporanea “L.Dallapiccola”, Ensemble DMC della Scuola di Musica di Fiesole, Altre Voci Ensemble e Solisti dell’Orchestra da Camera Fiorentina. Fortissima la sua fascinazione per le arti visive e la letteratura, insieme a tematiche di attualità.

“Dentro il meraviglioso istante”. Un ricordo di Mario Luzi

di Filippo Davoli

Mia madre mi diceva, quando ero adolescente: “Una parola è poca e due sono troppe”, per ironizzare sulla mia taciturneria. A quell’età, tuttavia, è un difetto diffuso. Da cui sono guarito – temo – anche troppo. C’era però una persona che mi rinfrancava – in quegli anni. Era una sagoma alta, dall’espressione vivida, dai lineamenti che sembravano quasi caricaturali, in quella sua incipiente vecchiaia. Avevo i suoi libri, li leggevo nel segreto, mi seducevano prepotentemente. La sua parola poetica non faceva sconti: e sempre più, invecchiando lui, artigliava la vita, la andava a scovare ovunque le sue propaggini prendevano forma; e a quelle forme aperte dava un nome, una voce, in una ricerca di senso che era – si intuisce – la sua stessa ragione d’essere (e di essere poeta).

Eppure il professore, il poeta, l’uomo Mario Luzi – perché è di lui che sto ricordando – si presentava con eleganza soffusa, silenziosa; un portamento di umanissima dignità, ma anche di profonda, di grande semplicità. Avrebbe avuto motivo di approfittare della sua altezza, di riempirla distanziandosi dagli altri, da noi: invece sembrava lievemente incurvato, quasi a chiedere scusa di tutti quei centimetri – di corpo e di spirito – che lo separavano dagli altri, da noi.

Un giorno di non so più bene quanti anni fa, andammo a prenderlo a Parma io e il mio amico Paolo Musicanti, allora studente d’ingegneria e completamente fuori dai discorsi della poesia. Paolo aveva una bella Audi lunga e spaziosa, avremmo percorso la strada con minor fastidio e soprattutto avremmo onorato l’illustre ospite con una macchina degna. Lui non se ne avvide affatto: ci salutò con normale serenità, salì a bordo, e per il tragitto parlammo di tutto. Della facoltà d’ingegneria che frequentava Paolo, del clima a Macerata, di “che dice il caro Guido (ndr.: Garufi), e come sta”, della contentezza che a Macerata avrebbe rivisto anche il suo amico Francesco Tentori, insieme a tutti i poeti delle Marche; lo portavamo ad una tavola rotonda organizzata per lui dalla “Associazione per le ricerche sulla scrittura”, che Garufi e Pagnanelli avevano fondato insieme e che, dopo la scomparsa di Remo, teneva viva Guido con il supporto, qua e là, del sottoscritto e di altri, pochi, fidati amici; dall’associazione scaturivano eventi ma soprattutto la redazione e pubblicazione della bella rivista “Verso”; quella volta si presentava il piccolo saggio di Luzi “Le parole agoniche della poesia”, edito dall’associazione e successivamente confluito in Natueralezza del poeta, Garzanti, 1995).

Mario Luzi era un uomo bellissimo: emanava luce radiosa, in quel rovello irredento che erano i suoi capelli bianchi ariosi e scompigliati, in quelle borse gigantesche sotto gli occhi – eccellente e involontario sprezzo alle liftature oggi tanto di moda anche tra i maschi (che sono poi liftature della pelle o dei cervelli?) -, quelle borse così cariche di memoria e di esperienze. Anche la pappagorgia, in lui, aveva personalità: era la fucina della sua voce esile ma tagliente, dei suoi respiri tonali, dei sussurrati che inchiodavano al muro. E poi le sue mani: ampie e magre, dalle dita affusolate e ricche di vene e di storia.

Mario Luzi era la sua poesia: era il Bisenzio, l’incontro con gli uomini per via, la riflessione e l’esercizio delle lettere, l’ermetismo che si scioglie nella vita senza mancare di centrarne l’essenza, la carnalità che si fa pensiero, il sogno che si incarna. Il cristianesimo da rimettere in movimento ogni nuovo giorno, nel tormento amoroso, nello scavo imperterrito, con tutte le ombre che la luce reca in dono e che, a ben cogliere, sono luci anch’esse.

Sono già passati sedici anni, da quando l’abbiamo lasciato, da quando non l’abbiamo trattenuto (e non avremmo potuto, sebbene avremmo voluto). Ce ne resta, sterminata, la sua opera che taglia e colma tutto il Secondo Novecento; e che si affaccia su questo tempo nuovo con le radici ben salde nel grande fiume della lirica. Nel “grande stile” di cui è stato maestro e figlio.  Un’eredità irrinunciabile.

Mario Luzi

 

(gocce)

L’inverno e la sua fine
escono da quei monti
nel cielo
alla battaglia,
esitano l’uno
e l’altra, essi, rapiti
a quella luce
di politissimo cristallo,
alla flagranza delle valli,
e ora
un poco si osservano a distanza,
un poco si mischiano e si azzuffano
finché grandine o vento non sbaraglia
l’incertezza dello scontro.
Ci ottenebra, noi stille
sorprese in medio campo
un infittito scroscio,
ci affoga
l’uragano, sgombra
poi il sole
i celesti rimasugli
del furente nubifragio.
È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità
continua delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

Mario Luzi, da Sotto specie umana (Garzanti, 1999)

“Il tuo volto, Dio, io cerco”. Il nuovo libro del Card. Paul Josef Cordes

di Filippo Davoli

Con un successo di pubblico superiore ad ogni più rosea aspettativa (circa 400 persone), si è svolta mercoledì scorso 20 febbraio, presso il Seminario Redemptoris Mater di Macerata, la presentazione del nuovo libro dell’85enne Cardinale tedesco Paul Josef Cordes, che Giovanni Paolo II incaricò di dare avvio alle Giornate Mondiali della Gioventù, affidandogli anche la cura precipua del Rinnovamento nello Spirito e del Cammino Neocatecumenale; è stato creato cardinale nel 2007 da Benedetto XVI.

da sin.: Giulietta e Eusebio Astiaso, il Card. Paul J. Cordes, il vescovo di Macerata Mons. Nazzareno Marconi e Don Mario Malloni

A Macerata Mons. Cordes – che è teologo e ha all’attivo numerose pubblicazioni – è venuto a presentare il suo ultimo libro, intitolato Il tuo volto, Dio, io cerco (Edizioni Ares, 2018). A introdurlo, oltre al Vescovo di Macerata Mons. Nazzareno Marconi, il rettore del Seminario Don Mario Malloni, insieme a Eusebio e Giulietta Astiaso, coppia responsbaile dell’equipe itinerante del Cammino Neocatecumenale, che guida le comunità di Marche Abruzzo e Malta.

la copertina del libro

Ciò che colpisce, sia del cardinale che del suo ultimo libro, è l’immediatezza con cui sa conquistare l’uditorio, riuscendo a mettere a fuoco argomenti tutt’altro che semplici in maniera gradevolmente fruibile: è così che, sollecitato da Eusebio Astiaso, il Card. Cordes parla del problema della “dimenticanza di Dio” dal nostro tempo. Dimenticanza – dice – che si manifesta sempre più drammaticamente in chi asserisce di avere la fede e, magari, ha invece ridotto il proprio rapporto con il Dio cristiano alla considerazione di un’entità superiore che tuttavia non ha incidenza alcuna sul quotidiano. Atteggiamento, questo, che finisce per nuocere non soltanto a chi frequenta la chiesa, ma all’intera società.

La “dimenticanza di Dio” subisce un ulteriore contraccolpo dalla tendenza a considerare separati Antico e Nuovo Testamento. Si tratta di un grave errore. Mons. Cordes è perentorio nel ritenere indivisibili i due patrimoni scritturistici (e, in questo, la prossimità tra cristianesimo ed ebraismo), servendosi degli studi di Gadamer…

<Che amputazione della fede si è verificata, allorché il “protestantesimo culturale” ha voluto eliminare la rivelazione veterotestamentaria! (…) Sarebbe meglio parlare di “Primo Testamento” (Erich Zenger), per evitare l’impressione che la tradizione anteriore al nuovo sia come superata e vi si possa rinunciare. La scienza denominata ermeneutica si è dedicata a questo processo. Senza dubbio il suo più affidabile teorizzatore è stato Hans-Georg Gadamer. Anche se nel suo approfondito studio tocca marginalmente la questione di un’adeguata interpretazione delle fonti cristiane della rivelazione, le sue concezioni sono irrinunciabili per la corretta comprensione degli autori neotestamentari. (…) La rivelazione dell’Antico Testamento non è solo da prendere in considerazione in quanto è Parola di Dio, ma perché è anche determinante per la corretta comprensione del Nuovo Testamento. Le riflessioni di Gadamer indicano che il messaggio di Gesù non può in alcun modo depositarsi su una lavagna non scritta (tabula rasa): il seme cade su un campo già preparato.>

e prendendo a riferimento alcuni passi fondamentali dei Vangeli e delle Lettere, per giungere a questa conclusione:

<Il cristiano odierno, che si imbatte nel messaggio del Nuovo Testamento, soffre di fronte agli ebrei per una grande perdita; la sua sensibilità spirituale è purtroppo molto più povera: forse esposta a equivoci, poiché la parola del Vangelo diviene perfino manipolabile. I “cristiani tedeschi” hanno dimostrato questa carenza in maniera eclatante inserendo Cristo tra la razza ariana proclamata da Hitler. Distorsioni più sottili non emergono immediatamente né così platealmente, ma, anche quando dall’accantonamento della rivelazione veterotestamentaria non segue un riconoscibile danno immediato per la fede, comunque sbiadisce e viene messa in ombra la grandezza di Dio.>

Il libro prosegue raccogliendo anche episodi ed aneddoti della vita di alcuni santi (il sottotitolo del volume è “il fascino della santità”): dal Card. Newman a Charles De Foucauld, a Santa Teresa d’Avila che – riassumendone la vita – Mons. Cordes oppone sapientemente, efficacemente, e forse inaspettatamente, a Martin Lutero. Scrive, a pag. 190:

<Con umile confidenza (ndr.: Teresa) si sarebbe rivolta al suo amato Dio per lamentare il dolore del suo cuore: “Dopo tante sofferenze ci voleva anche questo!” E il Signore avrebbe risposto: “Teresa, questo è modo in cui tratto i miei amici”. Ed ella: “Eh, mi Dio, capisco ora perché ne avete così pochi!”. Riguardo al devoto botta e risposta di Teresa, spesso citato, non si può parlare d’impertinenza o di mancanza di rispetto. Pascal, conoscitore di anime, coglie la grandezza straordinaria di questa donna nella sua umiltà (B. Pascal, Pensées, 499). Teresa non pretende di essere “eguale” a Dio: il suo modo di comportarsi con Dio rispecchia il fatto che, dopo lunghi anni di ricerca, le ha donato l’abbandono alla sua volontà. Lei stessa qualifica il suo legame con Dio semplicemente come “rapporto di amicizia”, in una reciprocità di densità e di certezza dfficilmente raggiungibili. (…) Dio non svanisce mai nella nube di un destino impersonale. Egli si riserva un volto in Cristo. Rivolgendosi a questo Dio, è riluttante a servirsi solo di forme stereotipe; non vuole rivolgersi a Lui con le parole di altri. E anche i temi del suo dialogo con Dio non hanno alcun modello. Di tutto può intrattenersi con l’Altissimo.>

Teresa rappresenta, cioè, una risposta concreta, storica, e alternativa, alla nostra contemporanea “dimenticanza”-distanza da Dio. Ma – si diceva – ancor più illuminante ci pare il raffronto alla figura di Lutero, anch’essa oggi prepotentemente alla ribalta, anche tra i cattolici. Scrive più avanti Mons. Cordes:

<La Sacra Scrittura e la sua coscienza per lui sono la chiave della fede e presume di possederla, ma è la chiave di una proprietà altrui. La moderna interiorizzazione del rapporto con Dio ha contribuito a causare il dramma della “dimenticanza di Dio”, poiché per molti si è dissolto l’ambiente sociale o ecclesiale che ne avrebbe richiamato il ricordo. Nella ricerca di un “Dio misericordioso”, a Lutero resta solo la Sacra Scrittura. Essa lo illumina perché gli fa conoscere che di fronte alla parola di Dio è “soltanto la fede” che salva. La fede deve assicurare quel “Dio misericordioso” così intensamente cercato. Indubbiamente, è proprio oggi che l’intensa ricerca di Lutero deve destare impressione. Lo tormenta il peso del peccato, lo spaventa la maestà di Dio, lo angoscia la paura della perdizione eterna. Non ha rinunciato al cielo. Anche quando Dio è stato soppiantato dal mondo e dalla società, lo ha ritrovato nel suo cuore. E il suo zelo sincero e l’alto valore del premio conseguito rimangono considerevoli. Tuttavia, Lutero considera ovvio che tale conoscenza si sia dischiusa proprio a lui – in una lettura privata dei testi scritti senza l’aiuto di altri. In questo gli piace vedere la propria elezione specifica, che stimola la sua fiducia in sé stesso. Si concepisce sempre più come il difensore della verità e interviene come persona molto decisa nella storia della Chiesa e dell’umanità. Dopo più di mille anni di ricerca umana della salvezza, presume di aver trovato la “pietra filosofale” del cristianesimo capace di rinnovare ogni cosa – un’ambizione riguardo alla quale un osservatore riflessivo certamente trattiene il respiro.>

Manca, cioè, la relazione. Manca il passaggio dall’io al tu. Più ancora: manca il contatto, l’incontro tra io-tu (e finanche, benché possa sembrare il contrario, tra io-Tu). È, se si vuole, un’altra faccia – oltre la Scrittura, e più prossima a noi – della torre di Babele, dove l’iniziativa parte dagli uomini per salire fino a Dio, e l’obiettivo è escludente per chiunque non parli la medesima lingua dei costruttori (l’altra lingua che li costringerebbe a uscire da sé stessi, ad andare all’altro, a relazionarsi, appunto).

il pubblico al Redemptoris Mater di Macerata

Sta proprio in questo – asserisce il cardinale durante l’incontro – la forza e l’importanza dei movimenti e delle nuove comunità sorti come frutto primigenio del Concilio Vaticano II: nel recuperare potentemente la relazione tra Parola e Vita, nel favorire la testimonianza concreta che evangelizza, il cambiamento reale dell’esistenza. Segni visibili che il cardinale non manca di enumerare, in forza dei lunghi anni passati a fianco del Cammino Neocatecumenale e dei suoi iniziatori Kiko Arguello e Carmen Hernandez: dallo slancio missionario delle famiglie (oltre che dei presbiteri) nelle zone più povere del pianeta alla nascita di oltre cento seminari in tutto il mondo; dal rilancio delle vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa all’apertura alla vita e alla ricostruzione di matrimoni; etc.): 

<Una nuova certezza del Dio presente che ci ama, e fa nascere una nuova qualità di fede.>

Papa Benedetto, leggendo la bozza del libro prima che andasse in stampa, ha scritto all’autore: “La lettera è diventata lunga; e spero che tu colga, in questo, quanto il tuo lavoro sia importante per me”.

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Paul Josef Cordes

Il Cardinale Paul Josef Cordes, è nato in Germania il 5 settembre 1934. È stato ordinato sacerdote il 21 dicembre 1961. Paolo VI lo ha eletto Vescovo nel 1976. Nel 1980 Giovanni Paolo II lo ha chiamato a servire la Curia romana nominandolo vice-presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Il Papa lo ha incaricato inoltre ad personam di seguire l’apostolato del Rinnovamento carismatico cattolico e del Cammino Neocatecumenale, incarico ricoperto fino al dicembre 1995. Dal 1995 al 2010 è stato Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, che si occupa della carità del Santo Padre. E’ stato creato Cardinale nel 2007 da Papa Benedetto XVI. È autore di varie pubblicazioni, nate soprattutto dalla conoscenza della realtà dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali.