EDITORIALE – il Grande Stile

RIVISTA “CIMINIERA”: dall’editoriale del n.16, marzo 2005
di Filippo Davoli e Gabriel Del Sarto

“Per conoscere il significato della bellezza, dell’amore o di qualsiasi cosiddetto valore della vita, dobbiamo abbandonarci alla partecipazione. Così, facendone esperienza, noi li conosceremo ‘sulla nostra pelle’, come dice Keats. È pura follia pensare di poter conoscere un altro attraverso l’analisi o delle formule; qui la comprensione in quanto partecipazione trova i suoi veri termini. In altre parole, è impossibile conoscere un’altra persona senza esserne innamorati, in senso lato.”

Rollo May

 

Filippo Davoli e Gabriel Del Sarto

Nuova Ciminiera si muove da un desiderio di descrizione delle arti circostanti. Un sito, in questo senso, militante. Prima di tutto, quindi, l’ascolto come arte, la più ardua.

La poesia e le arti, le letterature circostanti, nel loro compito più alto e nei loro risultati migliori, sono un medium che ci parla dell’uomo, e delle verità che lo riguardano, attraverso la rappresentazione o la narrazione di quei frammenti di vita nei quali il senso si è come concentrato. Uno sguardo diacronico e sincronico è la nostra curiosità, senza gli accanimenti anagrafico-tematico-catalogatorii che ci tocca subire, come fossero una modalità di vera conoscenza.

Cerchiamo l’emersione di voci autentiche: una bocca che, svuotandosi e aprendosi, permette la circolazione del respiro, del flatus vitae, originando il suono. Per questo, a fianco di recensioni e articoli distesi, proporremo i testi nella loro assoluta nudità, senza biglietti da visita o credenziali. Così come chiamiamo gli autori ad aprire al pubblico ciò che si cela dietro le quinte del loro lavoro quotidiano.

È così che, in maniera assolutamente paritetica, ospitiamo nomi celebri a fianco di esordienti, i cui testi si raccordano in maniera assolutamente naturale, a dispetto delle infinite antologie tematiche che sono in circolazione.

Una parola in merito alla scelta di privilegiare la poesia negli articoli che pubblichiamo. Siamo convinti che la poesia sia come un abito di altissima sartoria. I libri di poesia dovrebbero costare moltissimo e invece faticano a essere pubblicati, nonostante tanti editori di buona volontà. Ebbene siamo convinti che il Grande Stile tornerà a farsi sentire, a mettere in scena una voce non più depotenziata, io grammaticale senza storia, ma storica e carnale, in grado di avvicinare forme di verità sull’uomo.

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La responsabilità degli articoli (“post”) è dei singoli collaboratori, che ne rispondono interamente e legalmente.

il corsivo di Lele Cerri – IL MANGIADISCHI

Lele Cerri

Chi, tra quanti di noi erano stati a Roma in gita scolastica o avevano visto al cinema in un pomeriggio odoroso di caloriferi e pavimento di legno umido di impronte di suole bagnate Vacanze romane con il Gregory Peck che con la disinvoltura di una stalagmite di legno faceva lo scherzo della mano mangiata ad un’atterrita Hepburn portata in Vespa alla bocca della verità a  Santa Maria in Cosmedin,  sotto sotto, dentro dentro, tra sé e sé, non sognava, oh sì che lo sognava!, che nell’infilarci un disco della Connie Francis – e via giù a ridere col suo “g’è… quaccuno…” -, di Pat Boone o Celentano piccolo o di Paul Anka o Nat King Cole o Serenade della Sarah Vaughan o la zebra a pois nel disco rigatissimo della Mina o Cry ancora di Johnny Ray o Hotta, hotta chocccolatta di chi si ricorda più chi ma ascoltata per ore e ore di seguito fino allo straveggolamento, o Just a dream just a dream mi sembra di Frankie Avalon e Just in time di Nat King Cole e Answer me di Frankie Lane e Magic moment di Perry Como e poi le pere mature e i pullover e i barattoli e le gatte dei neonati cantautori italiani, il mangiadischi, sdentato come una prozia ma vorace come un cugino grasso e bulimico, gli azzannase la mano? Se qualcuno mi giurasse il contrario non gli crederei, non potrei rassegnarmi all’idea, non sopporterei di appartenere ad una generazione così poco visionaria. Accessorio prevalentemente delle giovani fanciulle in musica, macchinetta per me irrinunciabile per la mia necessità di ascoltare ovunque e sempre la musica che mi piaceva e complice a pile di quel certo che di transilvanico dei maschietti che è poi maturato nelle tre o quattro mezze generazioni che ci hanno seguito e che, sono certo, in noi era in embrione, nascosto tra le pieghe di un osare appena un ciuffo qua e là, una brevità del pantalone a sigaretta a scoprire i calzettoni bianchi in quegli anni più alla Presley che alla Gene Kelly che aveva da pochissimo fatto luogo al bacino più rappresentativo del globo rientrando in quinta tiptappando ormai inevitabilmente a ritmo di rock, il mangiadischi – che il moderno ragazzo predark che sono sicuro fosse in molti di noi intravedeva carnivoro – mentuto e di buon palato si mangiava ogni apposita ciambella infilassimo in quella bocca tanto generosa di suoni quanto, per fortuna di tutti, decisamente, assolutamente, tecnicamente discreta, silente su tutto ciò di cui lui,  grande divoratore, instancabile azzeratore di pile torcia non ancora a lunga durata,  era testimone: colpe tremende! : evasioni musicali in ore di studio, camporelle tra il lusco e il brusco con rischio di rivelatrici, autoadesive, traditrici tracce vaccine sul retro di impermeabili, kilt scozzesi, sottanine plissé, jeans con il risvoltone e i primi panta- gabardina da ragazzo grande, completini twin set di orlon da ragazze della porta accanto ma scicchine e giubbottini di renna da quel che più tardi si sarebbe chiamato fighetto, giuramenti di eterno amore vista golfo, vista lago, vista lungofiume, vista valle o anche vista piazza della stazione o delle poste o vista cortile della casa dell’amica che ospitava l’incontro galeotto alla poveri ma belli fra te e la sorella del tuo migliore amico che in un altro incontro galeotto si giurava lo stesso amore con tua sorella al suono di un altro mangiadischi a casa di un’ altra amica compiacente anche lei e anche lei con cameretta vista sul cortile condominiale con tanto di agave e palma e pitosforo e vasca dei pesci e cagnetto, della portiera signora Guglielma, che come uscivi in bicicletta per riportarti a casa il tuo album di 45 giri con la maniglia infilata al manubrio o appoggiata al fanale, ti azzannava l’orlo dei pantaloni anche loro più alla Presley che alla Gene Kelly sempre per il solito motivo della recente abdicazione dell’uno danzatore acrobata in favore dell’altro vocalista oscillatore.

In una gita terra-mare-isole-terra che la Bruna ha poi sempre ricordato come pic nic nonostante avessimo pranzato a branzini e cacciucchi in uno  dei migliori ristoranti della costa toscana, il mio mangiadischi, verde come le  tappezzerie delle littorine, si intossicò a suon di “è mezzanotte, anzi lo era, tra un bacio e l’altro ormai rintoccano le due….” che il nostro Caronte e San Cristoforo, babbo della Bruna stessa, si era portato dietro in macchina in un cofanetto che conteneva in più cialde “tutto il meglio di…”. E mi sembrò di sentirlo tirare un sospiro di sollievo come se gli avessi infilato in bocca una Valda quando, tornati a casa, gli sparai dentro, come un antidoto, For all we know di Billie Holiday. Mi parve di vederlo, anzi, a un tratto lo vidi proprio, partire al galoppo tra praterie di lucente, altissimo e per quella nostra età recepibile ma indecifrabile fatale dolore, abbeverarsi a un ruscello di luce cosmica, planare sulla cresta di una distesa di speranze umane panneggiate sulle inflessioni di quella voce e tendermi una cinghia per ringraziarmi di aver percepito che anche i mangiadischi avevano un’anima che si nutriva di quello che altre anime emanavano cantando. Poco più tardi, quando mi risvegliai giusto in tempo per infilarmi nel letto, mi resi conto che avevo fatto né più né meno come Dorothy anche se, invece della lunga strada gialla per Oz, avevo infilato, per un’oretta, quella che portava al cuore dei mangiadischi. Ma ormai, per me, il mangiadischi il cuore ce l’aveva davvero, e doveva essere il mio a rappresentarlo, a scegliere per lui. Una delle mie prime responsabilità. Da allora non gli feci più mancare niente di tutto ciò che di variatamente appetitoso si trovava in 45 giri. Quasi volessi educarlo sentimentalmente. Come se farlo mi facesse sentire la coscienza a posto nei suoi confronti. E Banana boat di Belafonte, che aveva già qualche annetto ma a quell’epoca i pezzi rimanevano giovani e nelle classifiche d’ascolto per anni e anni, era, per il mangiadischi, con Patricia e gli altri stuzzicanti mambo di Perez Prado o i latini ancheggianti-un po’ tradotti-universalizzati di Trini Lopez, una specie di scampagnata con mangiare al sacco ma con varietà di sapori allegri e ringalluzzenti.

Compagno inseparabile di viaggi a corto e medio raggio, il mio mangiadischi lo tradii di brutto quando me ne partii per Londra, sedicenne, con tutto il bagaglio spedito “appresso” per comodità, il passaporto in tasca, con a tracolla il mio Teppaz foderato scozzese, doppio altoparlante interno-esterno sul coperchio a simulare un’intenzione stereo, un po’ più fedele riproduttore di alti e bassi del povero tradito e lasciato a casa;  e soprattutto capace di accogliere sul suo piatto, sia pure con dimensioni da portatile, i 33 giri di Ellington e Basie e quelli di Dakota Staton che mio zio mi aveva portato da New York perché in Italia non si trovavano e della Mina che aveva già cantato anche Summer time che nella bocca sia pure a ciabatta sformata del mangiadischi non potevano trovare accoglienza e che avevo deciso avrebbero dovuto essere i miei compagni d’avventura in terra d’Albione; dove appoggiai piede dopo che, totalmente libero dai miei bagagli, non appena imbarcato sul traghetto, che all’epoca era una navona nera con fumaiolo giallastro burro marcio e scialuppe grigiastre da “Cartulina ‘e napule”, mi ero ritrovato a reggere per tutta la traversata della Manica quelli di una giovane moglie di Enna che – con tre figli di tutte le età possibili, anche loro da reggere mentre il mare, quel giorno sull’euforico, ci constringeva ad un samba indesiderato, e una mezza dozzina tra pacchi e valigioni  pure loro di ogni misura possibile legati con lo spago – andava a raggiungere il marito a Glasgow. In quell’inverno londinese, mentre ascoltavo Awfull sad di Ellington e Nuie di Mina accanto al caminetto con il fuoco a gas di camera mia nel mini-flat nella Mansion piena di studenti non ancora hippies né intillimanici o tantomeno rasta di Lancaster Gate dove in inglese una mattina leggemmo chissà cosa del crollo di Kruscev, mi ritrovai spesso a sperare che la Marghe, alla quale avevo lasciato il mio mangiadischi, lo nutrisse come era stato abituato. Quando tornai, fu per me un’anticipazione di par condicio riassicurargli la partecipazione ai nostri momenti quali che fossero: agli alti o ai bassi delle esplosive, fulminanti e fulminee scoperte ed esplosioni sentimentali, ai dopocena d’inverno nel garage riscaldatissimo della casa del Ciccio durante i quali sognavamo di diventare, crescendo, un po’ debosciatelli, un po’ rive gauche,  perdutini quel tanto che credevamo ci avrebbe evitato di conoscere la noia. Fu con noi, quella specie di portadentiere canoro, a suonare le più varie, appoggiato su un barile di catrame col coperchio tutto svirgolato, anche nei giorni della scoperta del fai da te quando, armati di attrezzi fino ai capelli a spazzola, passammo tre settimane a sverniciare la barcona in disfacimento del babbo del Gianugo da noi messa ai restauri rovesciata sull’aia della casa di campagna tra i vagheggiamenti e una di giorno in giorno lievitante lista di dettagli su una futura crociera estiva sottocosta che si incagliò nell’incepparsi del restauro ai primi sgretolamenti delle prime tavole del fasciame alle prime piogge di aprile. Ma quell’estate, il mio ormai nostro mangiadischi se la visse alla grande lo stesso. Sempre con noi. Come cretini passavamo nottate abbivaccati e sonnecchianti tra un sogno e l’altro distesi tra le rovine della Rocca Malaspina sul primo colle a un chilometro dal mare nero  e lucido là in fondo e Ray Charles cantava Georgia on my mind, se da mangiare al mangiadischi glielo dava la Giovanna, o, se a imboccarlo era quell’esagerato di Albertone, le poesie di Neruda o le canzoni della Laura Betti con i testi di Arbasino e Moravia che all’Andrea facevano esalare Dio, che palle!… mentre gli altri lo pensavano soltanto,  oppure Cry me a river con gli sfiatamenti avvolti nello chiffon verde acqua di Julie London o  il jazz moquettato di country di Peggy Lee che cantava Fever e Lover o le prepotenze di Sassy Vaughan che gli dava dentro come una matta con Perdido come se rincorresse un qualche pilota di una delle più esaltanti carrere messicane. In quelle notti, lui, il mio mangiadischi, fece in tempo a banchettare con L’ultima occasione e Era vivere di Mina che puntualmente, ogni sera, avremmo poi ricantato riscendendo piano piano sui tornanti della collina, afflosciati e stampati come decalcomanie sui sedili delle macchine, a notte fonda. Nelle più affettuose di quelle sere, tra quel che rimaneva dei pochi merli su quel che rimaneva delle torri e la luna, appariva sempre una nube a rendere più discreta la luce notturna su certi sogni giovanili ad occhi aperti quando il boccone era Billie Holiday che cantava What’s new?.  E, che cretini!, forse per l’effetto di un’indigestione di bellezza, ci sembrava che tutto, intorno, rispondesse.

Un appunto sulla bustina di Minerva, passeggiando con lo sguardo a terra

Carlo Nardi

Su cosa poggiano le città? Cosa le tiene salde al suolo? E’ molto diretto e comune guardarle come organismi vitali quasi fossero, oltre a dei corpi, anche degli ammassi frondosi di mattoni e cemento. E’ molto facile, quindi, anche associare le radici delle piante alle fondazioni dei nostri edifici. Nell’analogia, spingendoci oltre, guardiamo con similitudine al luogo che non vediamo, sottoterra, dove pianta ed edificio si radicano, dove prendono possesso e consistenza ambedue per poter crescere ambendo al cielo.

E’ vero. E’ sottoterra che l’edificio si fonda incrociando la selva di reti e servizi, fogne, tubazioni, condotte… ma quel luogo, eccezion fatta per alcuni affascinanti spazi ipogei che, ad esempio, riposano sotto molti centri storici, non gli è proprio. L’edificio e la città lo dimenticano presto.

Damiel (foto di F. Davoli)
Damiel (foto di F. Davoli)

La vera radice dei nostri luoghi costruiti è quello che molti architetti, esulando dalle questioni eminentemente tecniche di isolamento e protezione dell’involucro, chiamano “attacco a terra”. Vorrei definirla come quella fascia che segna lo stacco tra il terreno vergine e ciò che vi si eleva, quel luogo che segna e orienta, fissa i limiti, crea inviti, scherma, nasconde, inquadra agli occhi di chi lo attraversa. E’ il luogo del passeggio e passaggio, della vera ricchezza del suolo. E’ il tema che ha sempre interessato chi si confronta con la città storica consolidata per trovare una chiave contemporanea alla ricomposizione delle complessità. Un tema caro a Vittorio Gregotti e allo scomparso Bernardo Secchi, ambedue della tradizione della suola veneziana di architettura ed urbanistica. E’ il tema di chi vede come prioritario il tema del progetto di suolo che non è decoro e trucco, non è arredo urbano ma attenzione allo spazio “tra” le cose, allo spazio di connessione e relazione spesso sminuito di senso e reso residuale tra roccaforti di interesse privato e particolare.

La ricchezza particolare della città storica è proprio la ricchezza del suo suolo (pavimentato o di terra battuta che fosse o sia) che si riflette anche nell’abbondanza dei nomi delle cose: portico, loggia, loggiato, piaggia, rampa, vicolo, via, corte,… Una ricchezza in parte compromessa dalla rigida applicazione dei regolamenti d’igiene ed edilizi dall’Ottocento ai giorni nostri.

La civiltà umana da nomade e rurale è cresciuta come civiltà urbana e sempre più in futuro la città sarà l’incubatrice della trasformazione in un mondo che ruoterà attorno a nuovi “cento campanili” mondiali, o forse ancor meno. Centri e concentrazioni che sembrano dirigere risorse, capitali e decisioni dall’interno di torri a specchio.

In passato non erano i piani alti ad essere il fermento ma il suolo, il terreno dove si muovevano ed incrociavano le storie: presso il basamento di palazzo Medici a Firenze, quello del palazzo degli Strozzi contornato da panche in pietra, presso i portici di Rialto e quelli di Bologna, le corti milanesi, i passage parigini…

Riprendendo il discorso appena accennato attraverso le ricchezza della lingua che è segno della ricchezza della realtà si potrebbe tornare a indagare ed interrogare le parole: ciò che è sottoterra a reggere l’edificio propriamente si dice “fondazione”. In ambito tecnico “fondamenta” non è un termine molto appropriato. Fondamenta però è il termine della toponomastica veneziana che incrocia meglio il senso di quello che finora sto tentando di esprimere. La fondamenta è la strada, la riva che costeggia i canali, il contatto e centro degli elementi nutrienti della città, ovvero acqua e terra. Le nostre città non si fondano semplicemente su massicciate, platee in calcestruzzo, travi rovesce ma sul sottile strato percorribile a piedi, passeggiabile (per usare un neologismo), sui gradini che si salgono, le rampe che si scendono, sulla sottile crosta per i pedoni, di chi sbraita, di chi si ferma a salutare, di chi contratta, di chi osserva… l’attacco a terra delle vite comuni che dal basso, di tanto in tanto, alzano gli occhi sui balconi e sui cornicioni e, a volte, ancora più in alto.

E’ quel luogo intessuto di legami che anche Damiel, l’angelo interpretato da Bruno Ganz ne “Il cielo sopra Berlino” vuol vivere.

Le porte del vuoto e della musica

Ludovico Peroni

La musica, anche per sua natura propriamente fisica, non può essere considerata come uno strumento artistico capace di indagare troppo approfonditamente sopra il tema del “vuoto”; essa può invece simboleggiare ed incarnare una certa nostra tendenza a resistere e combattere, anche inconsapevolmente, l’horror vacui di natura acustica che spesso affligge l’uomo sia clinicamente che artisticamente.

La reificazione del concetto di “musica” – intimamente in linea con la dissertazione aristotelica sopra l’esistenza del “vuoto” – non riesce a misurare la propria esistenza in ambienti non fisici. Questo non accade solo per la funzione vitale necessità di un mezzo di trasmissione che, in ambiente “non-fisici”, verrebbe a mancare, ma soprattutto per la porzione della sua esistenza, figurata ed idealizzata, legata all’intima natura di “concetto vivo” della musica nella propria proiezione spaziale.

Pur considerando di indubbio interesse poetico la diffusa metafora che rappresenterebbe la musica come una sorta di ordine celeste e angelico, trascendente la materia ed il corpo, non possiamo facilmente condividere, in questa sede, questo pensiero.
Infatti, per quanto cercheremo di straniare la musica dal suo ambito vitale e fisico, tutte le sue caratteristiche formali (o, quantomeno, una parte molto considerevole di esse) saranno necessarie al nostro intuito per la sua immaginazione e, quindi, anche ad una certa dimensione della sua esistenza.

Questo nostro atteggiamento di indagine potrebbe essere tacciato di aprioristica adesione a molta letteratura del pensiero strettamente imbrigliato dalle radici storiche della cultura “occidentale” e, se così fosse, non possiamo che candidamente avallare questa ipotesi.

La musica (così intesa) non può quindi vivere, concettualmente, in assenza di rifermenti spaziali, temporali, timbrici e formali. Naturalmente non ci stiamo rivolgendo solo a musiche aventi uno statuto testuale ben definito (partitura, intavolature, registrazioni audio ecc.), ma anche a quelle che godono di statuto testuale evanescente (ad. es. tradizione orale).
C’è una certa persistenza connaturata all’idea e non alla sua realizzazione.

A prescindere quindi dal peculiare mezzo di trasmissione che sfrutterà, la musica induce la nostra percezione ed il nostro animo verso il proseguimento di un itinerario specifico, un cammino, che spesso riesce a coinvolgerci sia per le proprie immobili caratteristiche logico-formali nascoste che per i moti, caratterizzanti l’andamento delle misture sonoro-timbriche nel tempo, manifestati.

Il coinvolgimento psico-fisico nel procedimento di ascolto di qualsiasi tipo di musica – sia esso implicito o esplicito rispetto alla nostra consapevolezza – riesce a renderci consapevoli ed allo stesso tempo a fare oscillare le nostre percezioni tra tempi e spazi di volta in volta percepiti come manifestazioni oggettive o, distintamente, impressioni soggettive di una realtà “altra” che difficilmente riusciremmo ad accostare per estensione al concetto di vuoto.

Ci piace quindi poter pensare la musica come uno strumento, creato dal nostro intelletto ed ingegno, in grado di poterci accompagnare e guidare nel cammino diretto sino alle soglie del Vuoto; pur non potendoci accedere.

Pensiamo alle pratiche di meditazione ottenute per prolungato ascolto (nonché emissione) di uno o più suoni nel loro progressivo dissolversi nel silenzio:  processo che aiuta molte esercitazioni spirituali a raggiungere quella caratteristica condizione di “vuoto interiore” – considerata spesso necessaria all’accesso verso una dimensione “altra” – e così poter accogliere dentro di sé una certa vera pienezza dell’esistenza.
(Siamo sì consapevoli di aver di molto semplificato e banalizzato la questione, ma speriamo che questo paragone possa servire come semplice spunto poetico di riflessione.)

Non facciamo l’errore di confondere questo “processo verso il vuoto” con il silenzio stesso: esso, il silenzio, è ancora l’ennesimo mezzo e non il fine.

Il Vuoto infatti, come abbiamo accennato nell’articolo sopra citato, non può contemplare – oltre che il suono stesso – neanche la dimensione del silenzio: il silenzio, entità densa almeno quanto quella del suono, occupa uno spazio ben definito in relazione alla musica e (azzardiamo) può essere definito come elemento contenuto nella (e necessario alla) definizione stessa di “musica”.

Forse, arrivati a questo punto – con la musica che ci ha aiutato a definire parzialmente (rispetto all’ambito musicale) il concetto “vuoto” come “quel luogo in cui né suono né silenzio possono accedere” – dovremmo iniziare a ri-considerare la nostra indagine sotto il punto di vista del soggetto e non dell’oggetto.

La musica, riassumendo, può essere vissuta come uno tra i pochi e rari strumenti, ancora in grado di agire congiuntamente alle leggi della natura, che l’intelletto dell’uomo ci ha messo a disposizione per perseguire il nobile fine di poter gungere fino alle porte del vuoto ed intuirlo.
Sta a noi, poi, proseguire.

Della voce (Un piccolo elzeviro ad alta voce)

Emanuele Franceschetti

Che potenza, la voce. Una potenza affascinante: individuale e universale a un tempo. Sempre imprendibile, ma inevitabilmente legata alla vibrazione della carne, alla fisionomia del corpo, alle condizioni della gola. Tutta imbrigliata in una gestazione spontanea che è pero anatomica, fisiologica: e poi, nel suo apparire, potentissima ma ogni volta già perduta, già lontana. Rosina, chiusa nelle sue stanze, non palpita (soltanto) per le parole d’amore che il giovane Lindoro le ha intonato (guarda caso) sotto la finestra, accompagnandosi con la chitarra. Palpita perché quelle parole hanno fatto vibrare l’aria in un certo modo, con un certo timbro, una certa inflessione, certe morbidezze che sono uniche, non imitabili. Quando tentiamo di riportare alla luce una voce la nostra memoria, nel suo tentativo di riaffacciarsi su qualcosa che non possiede più, può solo ri-evocare quelle inflessioni e quelle vibrazioni. E’, fondamentalmente, impotente. Non è esagerato – anzi, a ben pensarci, è quasi banale… – ricordare come la voce ‘dica’ la realtà con una forza superiore a quella che possiede una presenza reale. Molti personaggi di Puccini cantano in anticipo rispetto al loro apparire in scena, lasciandosi intuire ben prima del riconoscimento: li conosciamo già prima di vederli. Un altro momento del teatro musicale è davvero emblematico: poco prima del grande Finale primo del Don Giovanni, Donna Anna è in scena insieme al protagonista, ignorando che sia proprio l’uomo che le sta davanti ad averla violata nelle sue stanze, e ad averle ammazzato il padre, porche ore prima. Né la fisica presenza le dice granché di quello sconosciuto su cui invoca disperatamente la maledizione. Solo la voce di Don Giovanni, quella lo tradisce, riportandole alla memoria con una chiarezza inequivocabile il ‘suono’ dell’oltraggio subìto (‘Non dubitate più: gli ultimi accenti / che l’empio proferì, tutta la voce/ richiamar nel cor mio di quell’indegno/ che nel mio appartamento…’). L’unicità della voce vanifica ogni travestimento. Nell’atto del pronunciamento, nello sforzo che il canto impone, si nasconde, credo, un grande atto veritativo, un esser-ci im-mediato. Sorrido pensando allo scarso (comprensibilmente) compiacimento della critica cinematografica di fronte agli esiti dei film-opera, che tanto invasero il mercato a partire dal secondo dopoguerra: ripenso a quelle Carmen, quelle Violetta, quei Mario Cavaradossi che – vista la pratica del montaggio video su registrazioni precedentemente effettuate- cantano senza rossori del viso, senza rigonfiamenti del collo, senza dilatazione delle pupille, lasciandoci quasi credere che il dolore e l’abbandono possano essere detti così, senza abnegazione, senza un coinvolgimento del corpo. Senza commozione reale.

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Fuga senza fine di Joseph Roth è un romanzo straordinario. Una prosa di costrutti brevissimi, di immagini giustapposte, eppure sempre educata, acutissima. Mortale, in alcuni punti. La lingua di Roth, qui, è una lingua frammentata, senza l’auto-compiacimento dello stile, senza preziosismi.  Coerente con la sentenza lapidaria che lui stesso pone in apertura di romanzo, nella quale sostiene la (ormai) conclamata vacuità del ‘creare’ artistico, rispetto all’osservazione. Osservare e annotare, senza estetismi. Ecco che la parola di Roth sembra modellata perfettamente sul protagonista, Franz Tunda. Ex tenente dell’esercito Austro-Ungarico, imprigionato dai russi e costretto a fare una rivoluzione che non gli appartiene, è un altro degli innumerevoli kernlose Menschen partoriti dalla guerra e dal nuovo secolo. Uomini senza baricentro, uomini che hanno perso la radice. Vorrebbe tornare in Austria, da Irene Hartmann, la sua promessa: conoscerà invece la Russia e altre donne, tornerà alla sua terra e ritroverà persino il fratello Georg, ora celebre direttore d’orchestra. Ma nessun ricongiungimento, nessun ri-cominciamento sarà per lui possibile: la Hartmann si è fatta una nuova vita. L’Europa che lui ricordava è spenta sotto le macerie. C’è dell’incredibile, credo, nella penultima pagina di questo testo sopraffino: in poche righe, la fotografia dell’impotenza umana, di un’esistenza privata di significati. La scena, se non si avesse una naturale predisposizione per il drammatico, potrebbe persino suscitare un sorriso amaro, straziato. Tunda, che ha cercato Irene per anni, la incrocia, casualmente, mentre sta per lasciare Parigi. Non si riconoscono. Nessuno dei due riconosce l’altro. Non c’è una parola tra i due: né Tunda né Irene hanno modo, quindi, di ascoltare la voce dell’altro. Qui il silenzio è soffocamento, assenza. Nel silenzio è negata l’unica traccia che permetterebbe, probabilmente, un’illuminazione, un esito diverso. La voce è il solo ‘farsi’ possibile di ogni incontro.

ARTISTI DELLA VITA

Francesco Astiaso Garcia

L’amore è tra tutte, la scommessa più grande, la sfida della vita per eccellenza sulla quale puntare tutte le nostre fiches di giocatori.

Scrive Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River “Soltanto un chimico può dire, e non sempre, che cosa uscirà dalla combinazione di fluidi o di solidi. E chi può dire come uomini e donne reagiranno fra loro, e quali bambini nasceranno?”

Il chimico di Edgar Lee Masters è ossessionato dalla ricerca e dominato dalla passione per la propria professione; non crede nell’amore ma conosce la legge che ha potuto sposare l’ossigeno con l’idrogeno senza farli scoppiare. Vive quindi nel tormento di chi non crede questo equilibrio sia possibile tra le persone, così decide di rimanere solo.
De Andrè ispirandosi alla poesia di Edgar Lee Masters ha scritto questa bellissima canzone: 

Da chimico un giorno avevo il potere 
di sposare gli elementi e di farli reagire, 
ma gli uomini mai mi riuscì di capire 
perché si combinassero attraverso l’amore. 
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore…

Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare 
guardate l’ossigeno al suo fianco dormire: 
soltanto una legge che io riesco a capire 
ha potuto sposarli senza farli scoppiare. 
Soltanto la legge che io riesco a capire.

Fui chimico e, no, non mi volli sposare. 
Non sapevo con chi e chi avrei generato: 
Son morto in un esperimento sbagliato 
proprio come gli idioti che muoion d’amore. 
E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.

Un pittore si pone difronte alla natura come un chimico che studia la materia, come uno scienzato che analizza e approfondisce le leggi della natura.
Tutto in natura è ordinato esteticamente, la bellezza è relazione, giusta proporzione tra le parti, relazione amorosa tra elementi contrari e opposti che convivono miracolosamente e apparendo conciliati danno vita alla meraviglia del mondo.

Ma com’è possibile che l’artista come il chimico di Edgar Lee Masters si trovi spesso cercando la bellezza nelle leggi della natura a perdere la stessa bellezza nelle relazioni della propria vita, fino a diventare cieco, disperato, cinico e solo?

Baudelaire, principe dei ” poeti maledetti”, scrive nel suo  “Inno alla Bellezza” : ”…vola al tuo lume la falena accecata, crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe…”

L’artista descritto da Baudelaire è la falena, una falena notturna, talmente attratta dalla luce del lume che non può fare a meno di avvicinarsi e avvicinarsi fino a bruciare e morire nell’estasi contemplativa, sacrificando tutto per seguire la bellezza.

Anche Agostino di Ippona, come Baudelaire e come il chimico di Edgar Lee Masters, in gioventù si trova a perdere la bellezza inseguendo la bellezza, nelle “Confessioni” ne parla mirabilmente:


“Avevo infatti le spalle rivolte contro la luce e il volto verso le cose illuminate per cui il mio stesso volto, con cui contemplavo le cose illuminate, non riceveva luce. Che vantaggio traevo io a quei tempi dall’avere un’intelligenza agile mentre però nella scienza della pietà erravo in maniera deforme?Queste ultime parole riassumono con estrema lucidità la condizione di inganno di moltissimi artisti e poeti; quanti poeti sanno cantare l’amore senza saper amare e tanti altri vivono l’amore senza saperlo cantare né dipingere.

Recentemente ho letto un bellissimo libro sulla vita di Lorenzo Milani, il quale dopo aver lasciato l’Accademia delle belle Arti per entrare in seminario, trova il tempo per andare a trovare il suo maestro di pittura Staude, che gli chiede, perplesso, il motivo della sua scelta di farsi prete:

È tutta colpa tua – risponde il giovane Milani – (…) Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra… A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada.

Lorenzo Milani ha scelto di essere artista della vita, non gli bastava più essere solo un buon pittore: non accontentiamoci di vivere la vita a servizio dell’arte, mettiamo invece l’arte a servizio della vita!

La risalita dalla bellezza sensibile alla bellezza delle virtù, delle realtà spirituali, fino alla sorgente della Bellezza, permette all’anima di essere sempre più bella, tanto da diventare simile a Dio. Questa è l’opportunità sovrumana del genere umano. 

“L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei  “laboratori” dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei paesaggi”. (Papa Francesco)

IL PRIMO ROMANZO DI DANIELE MENCARELLI

Filippo Davoli

Essenziale. Lapidario. Crudo. Eppure delicato, disarmato, innocente. E’ così lo stile che abbiamo imparato a conoscere e riconoscere nelle poesie di Daniele Mencarelli. Romano, classe 1974, la sua è una delle firme più attendibili della giovane poesia italiana. Come non ricordare lo struggente e splendido Figlio (edito nel 2013 da Nottetempo) e, per gli stessi tipi, Bambino Gesù (2010), che già aveva visto la luce per le Tipografie Vaticane esattamente nove anni prima?

Mencarelli però rilancia: alle soglie della piena maturità pubblica il suo primo romanzo, La casa degli sguardi, in uscita con Mondadori.
Ccrediamo possa trattarsi di un caso letterario destinato a segnare la nostra stagione, fornendole anzi qualche chiave importante per reagire all’imbarbarimento sempre più incombente.

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Autobiografica senza cedere all’autobiografismo, la trama del libro racconta la storia di Daniele, un giovane poeta oppresso da un affanno sconosciuto, “una malattia invisibile all’altezza del cuore, o del cervello”. Il giovane protagonista, rifiutandosi di obbedire automaticamente ai riti cui sembra sottostare l’umanità (trovare un lavoro, farsi una famiglia, etc.), è piuttosto sedotto da una prospettiva nichilistica che gli impedisce finanche di scrivere, cadendo in una progressiva apatia che lo smangia e distrugge dal di dentro.
Per amore dei genitori, tuttavia, prova a chiedere aiuto e firma un contratto di lavoro con una cooperativa legata all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Sarà lì, tra bambini malati e segnati da un destino spinoso, che troverà la via della rinascita; le risposte arriveranno – al di là di qualsiasi retorica e con deflagrante potenza  – dall’esperienza quotidiana di fatica e solidarietà tra compagni di lavoro, in un luogo – quell’ospedale, appunto – in cui l’essenza della vita si mostra in tutta la sua brutalità e contemporaneamente, però, in squarci di inattesa e insospettabile bellezza.

Con la consueta lingua precisa e affilata che già conosciamo, seppure qui nella misura lunga e distesa della prova narrativa, Mencarelli ci rivela con coraggio il rifiuto cercato nell’alcol, la solitudine radicale, il senso di fallimento insormontabile, fino alla rinascita della speranza, verso la più completa guarigione.

ANTONIA POZZI. LA KENOSI DELLE MONTAGNE

Pietro Polverini

Si scorgono i stretti sentieri, le minute arterie che conducono alla radura centrale. Se si porge l’orecchio con garbo, si sentono pure gli scrosci educati dell’acqua tra le pietre. Forse, se si rovista nelle stanze del bosco, può perfino sbucare il passo fugace delle cinciallegre.

La poesia di Antonia Pozzi è ancora incastrata lì, tra i fossati erbosi e le maestose montagne di Pasturo. Probabilmente nessuno come Antonia ha saputo rendere conto della dialettica tra leggerezza e peso nella dinamica del verso. Lei che ha saputo condensare il peso della croce nell’istantaneità della sua parola. Proprio la voce autorevole di Montale, nella prefazione della raccolta Parole pubblicata nel 1948 per Mondadori, ritiene di poter leggere quest’opera come il diario di un’anima Allieva di Antonio Banfi, con la quale si laurea in Estetica, discutendo una tesi sulla formazione giovanile di Gustave Flaubert, Antonia Pozzi visse tra gli estremi di un amore con il proprio professore di latino e greco, ostacolato dalla figura paterna.

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Per tutta la sua minuta esistenza si dedicò con solerzia alla fotografia e alle escursioni nella sua amata Pasturo. Potremmo dire che il rapporto che la lega alla montagna ha un che di teologico: le vette immense, i picchi innevati somigliano al Dio che la tutela e la custodisce dal fango delle vicende umane. Distaccarsi dalla verticalità delle catene montuose è quasi impossibile per lei: quando capita si assiste ad un benevolo rito di commiato:

Questa è la prova :
che voi mi benedite –
montagne –

se nell’ora del distacco
la vostra chiesa m’accoglie
con la sua bianchezza di sole
e abbraccia forte la mia
malinconia
col canto
delle campane di mezzogiorno –

Nella piccola piazza
una donna ridente
vende le prugne rosse e gialle

per la mia ardente
sete –

sul gradino di pietra
della fontana
luccica la lama
di una piccozza –

l’acqua diaccia gela
il riso in bocca
a un fanciullo –

stampa lo stesso riso
sulla mia bocca –

Questa è la vostra
benedizione –
montagne.

L’itinerario interiore di Antonia Pozzi è radicalmente vocato alla libertà più crudele: distaccarsi dal peso delle montagne che proteggono ma che ostacolano la ricerca verticale. Sfuggire dai giganti rocciosi richiede una sorta di kenosi sui generis per fare spazio ad un nuovo anelito: il desiderio delle cose leggere, possibile solo attraverso una poesia, “legata al passato, devota all’eterno”.

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

Salpare infine per un’alta scogliera di stelle come estremo atto, verso la libertà ricercata: un itinerarium mentis in silentium.

Svenata di sogni
ti desti:
ti è pallida coltre
il cielo mattinale

Come ad un mortale
pericolo scampata,
con gesto umile – i gridi
delle campane scosti:

debolmente,
preghi nel poco sole
un silenzio.

PIERSANTI E L’ARTE DEL RACCONTO

Anastasia Romano

È sempre bello riscoprire Umberto Piersanti. Sfogliare le sue pagine e le sue poesie è come tornare in un luogo conosciuto, magari nascosto in un angolo della mente, ma che ti resta dentro.

La narrazione breve, nelle sue varie declinazioni, ha radici antiche e consolidate nella letteratura italiana. Piersanti sceglie la forma del racconto, per condensare in un libro unitario la sua esperienza di frequentazione dei centri di recupero del Gruppo Atena, che ospitano persone afflitte da disturbi psichiatrici, problemi di emarginazione sociale, o autori di atti delittuosi.

Un susseguirsi di vicende, che si snodano una nell’altra, senza soluzione di continuità, e in cui emerge il ritratto di un’umanità dolente, interrotta, una realtà talvolta smussata da toni fiabeschi e da sogno, ma mai edulcorata.

Destini spezzati, personaggi che sono prevalentemente vittime di un mondo troppo grande che non li comprende, e che spesso emergono nella loro ingenuità spontanea e un po’ naïf, ma in contrasto dissonante con le azioni che hanno commesso: come uccidere qualcuno perché «Dottore, andava fatto!», oppure per una semplice frase, perché «M’aveva offeso». Uomini e donne che la vita se la bevono a sorsi e le cui vicende si svolgono senza senso, come le immagini di un film silenzioso, a cui avessero levato il sonoro.

la copertina del libro

Punto di unione di questi diciotto racconti è la struttura in cui tutti vengono ospitati, tratteggiata da Piersanti con brevi ma incisive pennellate: una casa grande, immersa nel verde, da cui in lontananza si può vedere il mare. Un luogo dai ritmi e dalle giornate regolari, per alcuni un rifugio, per altri un motivo di fuga, ma che trasfigurato dalla penna dell’autore si tramuta in luogo universale, dove l’Assurdo e il Non senso non trovano spazio, ma restano appena fuori, al limitare delle siepi d’acacia che lo circondano.

E tra le pagine della raccolta si ritrovano qua e là alcuni topoi della poetica di Piersanti: l’importanza della memoria, la fuga e l’amore come motivi di una felicità che si dà sempre e solo per attimi. Torna, immancabilmente, la natura, tanto cara al poeta. Ecco che si ritrovano i favagelli, le margherite gialle, il mare, dove ci sono i pesci, che vivono di «momenti sciolti dal tempo».

Una natura che tuttavia solo talvolta si presenta come riserva di senso, rifugio, come luogo dello spaesamento e del ritrovamento d’identità, perché l’Assurdo è sempre in agguato e abita costantemente queste anime perse.